II Parte. Implicazioni soft power delle aziende cinesi "Going Global"
Soft
power è oggi un termine che analisti, diplomatici, accademici e politici utilizzano
ampiamente nelle relazioni internazionali. Esso è definito come la capacità
di ottenere ciò che si vuole attraverso la cooptazione e
l’attrazione. L'idea di attrazione come forma di potere e influenza risale
all’antico filosofo cinese Laozi del
7° secolo a.C.. Eppure, l'attuale termine soft
power ha raggiunto una fama decisamente maggiore quando è stato coniato dal
professor Joseph Nye di Harvard, in un libro del 1990 intitolato “Bound
to Lead: The Changing Nature of American Power”. Nye
ha poi ulteriormente sviluppato il
concetto nel suo successivo libro del 2004, “Soft
Power: the means to success in world politics”. I
principali mezzi del soft power
comprendono i valori di un attore, la cultura, le politiche e le istituzioni, o
almeno il modo in cui esse sono interpretate in altri paesi. Inoltre,
come ha scritto Nye, la misura in cui queste valute primarie sono in grado di attrarre o respingere gli altri
attori del vuoi ciò che vuoi, è
l'aspetto critico del soft power. Secondo
Nye, “il soft power si fonda sulla capacità di plasmare le preferenze degli
altri ... è la capacità di ottenere ciò che vuoi per attrazione piuttosto che con
la coercizione o il pagamento ...”[1]
Il Soft power è spesso associato all’ascesa
della globalizzazione e alla
teoria neoliberista delle relazioni
internazionali. Il successo del soft power si basa sulla reputazione
dell'attore all'interno
della comunità
internazionale e sul flusso di informazioni tra i vari attori. La cultura
popolare e i media sono regolarmente identificati come
fonti di soft power, al pari della
diffusione di una lingua nazionale o di una particolare serie di strutture normative. Un
paese dotato di grande soft power indurrà un atteggiamento
positivo all'estero che, a sua volta, potrà spingere gli altri ad emularne la politica,
facendo venir meno, quindi, la necessità di elevate spese per l’hard power.
Il Soft
power viene comparato all’Hard power,
che è sempre stata la tradizionale misura predominante del potere nazionale,
attraverso metodi quantitativi come le dimensioni della popolazione,
la capacità militare, la dimensione geografica, il prodotto
interno lordo nazionale o
altri fattori economici. Sebbene non
sia facilmente misurabile in termini quantitativi, il grado di attrazione può
essere misurato dai sondaggi d’opinione, dalle interviste alle elites e dai casi concreti oggetto di
studi. Il professor Nye afferma
che il soft power e’ qualcosa di più della
capacità di influenzare, dal momento che l’influenza può dipendere dall’hard power dovuto alle minacce o ai pagamenti. Inoltre, il soft power non è soltanto persuasione o capacità di indirizzare le
persone con la discussione, anche se ne è una parte importante. E' anche la capacità di attrarre, e
l'attrazione spesso porta all’acquiescenza, al supporto e all'accettazione di
politiche, programmi e obiettivi.
Il soft
power non è proprietà esclusiva di un solo paese o attore. Nella politica
internazionale, è in parte generato da ciò che fa il governo
attraverso la sua politica estera e la diplomazia. Tuttavia,
la generazione di soft power è
influenzata, sia in positivo che in negativo, anche da una miriade di attori non
statali all'interno e all'esterno del paese. Tali attori influenzano il
pubblico in generale e le élites di
governo in altri stati, creando ambienti permissivi o, al contrario, restrittivi
per le politiche di governo e gli obiettivi. Tra gli
attori non-statali possono sicuramente essere ricompresi le imprese e le
società all'estero. In alcuni casi, il soft power può aumentare le probabilità che le élites sociali, economiche e politiche adottino o imitino le
politiche che consentono ad un governo straniero di ottenere il risultato auspicato
in un altro stato. In altri casi, invece, dove l’essere percepiti come
troppo amici di un altro paese o governo può essere considerato un handicap politico, la diminuzione o
l'assenza di soft power può impedire a
un governo di ottenere determinati obiettivi.
Molti osservatori
esterni vedono l’applicazione cinese del soft
power come parte di una grande strategia volta a convincere il mondo della pacificità
delle intenzioni che spingono Pechino ad assicurarsi sia le risorse necessarie
a proseguire la propria esponenziale crescita economica sia l’isolamento di Taiwan
a livello internazionale. Gli strateghi cinesi sono giunti
alla conclusione che lo sviluppo del soft
power è un componente critico per raggiungere questi obiettivi strategici a
lungo termine, al pari della crescita economica e militare. In generale, gli
strateghi cinesi affermano che l'utilità del soft power risiede nella capacità di promuovere un ambiente esterno
favorevole alla crescita della Cina. Gli scrittori
cinesi descrivono doviziosamente la grande strategia nazionale del loro paese
citando continuamente una crescita
pacifica, uno sviluppo pacifico e
la costruzione di un mondo armonioso. La Scuola Centrale
del Partito Comunista ha individuato tre fasi del processo di crescita della
Cina:
-
Entro il 2010: stabilire una “posizione di
leader” in Asia orientale, simboleggiata dalla apertura della zona di libero
scambio ASEAN- Cina il 1° gennaio 2010;
-
Entro il 2020: raggiungere un ruolo di primo
piano come “potere quasi-mondiale” nella regione Asia-Pacifico;
Il raggiungimento di questi stadi è
strettamente legato alla crescita del “Comprehensive National Power” (CNP)
della Cina. Il
CNP fu sviluppato negli anni ’80 come
quadro analitico idoneo a seguire e misurare il progresso nella posizione di
potere complessivo della Cina in rapporto agli altri stati. In
linea di massima, il CNP fu calcolato utilizzando misure tangibili quali le risorse
naturali, la crescita economica, le capacità militari e lo sviluppo sociale, ma
nei primi anni 2000, gli analisti hanno aggiunto il soft power come componente astratta del calcolo complessivo del
CNP.[3]
Il 15 ottobre 2007 , durante i lavori del 17° Congresso del PCC, il Presidente
Hu
Jintao affermò
pubblicamente che la Cina
aveva bisogno di incrementare il proprio soft
power.[4] Le misure che furono messe in
atto a tal fine videro la costituzione degli Istituti Confucio, il lancio di trasmissioni
CCTV in varie lingue straniere, l’istituzione di un centro stampa del Ministero
della Difesa e altri meccanismi. Chiaramente, la crescente presenza
commerciale all'estero diventa anch’essa attrice in questa espansione del soft power. Infatti,
la crescente capacità della Cina di incidere sugli attori statali deriva in
gran parte dal suo ruolo di principale fonte di commercio, investimento e aiuti ai paesi esteri.[5]
Si può ipotizzare che la Cina guadagni significativi
vantaggi in termini di soft power,
soprattutto nel confronto diretto con gli Stati Uniti, il Giappone e l'Unione Europea,
poiché gran parte dei suoi investimenti
all'estero sono effettuati da aziende di Stato che differiscono sensibilmente dagli
standards occidentali. Esse infatti mancano di trasparenza, ricevono ingenti
finanziamenti statali e operano senza molte delle limitazioni imposte alle
società con azionisti. Inoltre, hanno anche il vantaggio di guardare a più
lungo termine, giacché le loro priorità sono integrate con quelle nazionali e non
sono costrette a dimostrare profitti a breve termine. Storicamente,
infatti, queste aziende non hanno mai rispettato una cadenza regolare per pagare i dividendi ai loro azionisti.[6]
L’incremento delle attività commerciali
cinesi all'estero ha certamente avuto un ruolo di rilievo nell’espansione del soft
power. Molte aziende cinesi hanno iniziato la loro strategia going global penetrando i mercati dei
paesi del terzo mondo in via di sviluppo. Questa strategia di ingresso sul
mercato è stata in parte guidata dall’esigenza di attenuare il rischio evitando
mercati già saturi di prodotti occidentali, per concentrarsi sul vantaggio
competitivo del basso costo. I marchi cinesi non possono ancora competere con
l’iconica statura globale della Coca-Cola, della Microsoft o di McDonald's.
I cinque protagonisti cinesi il cui nome sta incominciando ad essere conosciuto
e a raccogliere una certa attenzione sono il produttore di PC Lenovo, la birreria Tsingtao ,
la fabbrica di elettrodomestici Haier, il colosso del network Huawei e la casa automobilistica Chery.[7] Tuttavia alcuni beni di consumo cinesi
sono non solo graditi, ma addirittura preferiti in molti paesi in via di sviluppo. Parte
del loro fascino è dovuto soprattutto al costo relativamente basso in rapporto
agli analoghi prodotti occidentali, che ha dato a quei consumatori la
possibilità di accedere a beni che altrimenti sarebbero stati inaccostabili. In
luoghi come l'Africa e il Medio Oriente, infatti, i normali cittadini non
avrebbero mai potuto permettersi televisori, frigoriferi o condizionatori
d'aria, prima che i cinesi si concentrassero
in queste parti del mondo con aziende come l’Haier, la Galanz o la TCL. In
Liberia, ad esempio, i generatori più diffusi sono proprio i Tiger di fabbricazione
cinese che, con il loro prezzo molto basso, relegano le più costose marche
occidentali nell’ambito esclusivo delle missioni diplomatiche e delle agenzie
di aiuto internazionale. Facendo oggetti per la gente
comune, la Cina
“presto controllerà il cuore della gente comune dell'Africa.” [8]
Lo stesso vale per le infrastrutture di
telecomunicazione. La Huawei
e la ZTE hanno infatti
consentito di realizzare in alcuni dei piu’ remoti angoli del mondo reti di
comunicazione affidabili, soprattutto di telefonia mobile, che hanno indotto quei
paesi ad abbandonare la rete fissa in favore dei cellulari, ormai sempre più diffusi.
Di conseguenza, la popolazione di queste parti
del mondo guarda con molto favore alle aziende
cinesi, poiché offrono prodotti e servizi che prima del loro avvento erano
completamente indisponibili, in quanto le società occidentali ignoravano
del tutto i loro mercati. Si può dedurre che tutto ciò ha fatto
maturare una benevola predisposizione nei confronti di tali aziende e, molto
probabilmente, della Cina in generale, consentendo di interpretare questo
atteggiamento popolare come un chiaro esempio di soft power. I sondaggi dimostrano che la popolarità
della Cina è elevata in molte aree in via di sviluppo, sia nel Sud-est Asiatico
che in Africa e in America Latina, proprio a causa della percezione dei
benefici economici derivanti dalle relazioni con la Cina.
Allo stesso modo, anche
i governi di questi paesi sono stati influenzati dal soft power delle aziende cinesi. Infatti, a fronte delle restrizioni
di legge imposte alle imprese americane, come il Foreign Corrupt Practices Act
ed altre sanzioni economiche, sul versante cinese non si riscontra alcun tipo
di impedimento alle aziende cinesi per impiantare affari all’estero. Esse
possono dunque prosperare in tutti i mercati evitati dalle imprese americane ed
europee e, soprattutto, in quegli stati considerati pariah come lo Zimbabwe, il Sudan e la Birmania. Naturalmente,
i governi di questi paesi apprezzano molto che la Cina incoraggi le proprie imprese
ad operare sul loro territorio senza porre precondizioni politiche.
Lo stesso vale per le varie
offerte commerciali sponsorizzate dal governo di Pechino. L’influenza
cinese all'estero è generalmente considerata benigna. Gli investimenti non sono
accompagnati dalle condizioni politiche
spesso richieste dagli americani e dagli europei, ma sono soggetti soltanto
a due requisiti: non intrattenere relazioni diplomatiche con
Taiwan e supportare la Cina
nelle organizzazioni internazionali. Pechino ha negoziato più di 400 accordi
commerciali con i paesi latino-americani negli ultimi anni,dove ha investito
oltre 50 miliardi di dollari; ha prestato particolare attenzione alle nazioni
con riserve di petrolio e gas naturale come il Venezuela, il Kazakistan e la Nigeria ; ha condonato prestiti
per oltre 1 miliardo di dollari alle
nazioni africane, invogliandole con progetti di sviluppo. Nei
paesi in cui ha effettuato consistenti investimenti nel settore energetico,
come il Sudan, l’Angola e la Guinea Equatoriale , ha affiancato le compagnie
petrolifere con imprese di costruzione inviate appositamente per sviluppare le infrastrutture locali. In
tal modo appare immediatamente evidente la differenza con gli sforzi americani
ed europei che concentrano il loro soft
power sulla promozione della democrazia e sull'incoraggiamento della buona
governance all'estero, mentre la
Cina promuove il suo soft
power attraverso il commercio e gli scambi energetici, producendo risultati
tangibili ed evidenti quali la costruzione di strade, stadi, scuole e ospedali.
La crisi finanziaria globale lascerà la Cina in una posizione
relativamente più forte rispetto agli Stati Uniti e all’Europa. Mentre
l'Occidente ha dovuto tagliare gran parte dei suoi investimenti esteri negli
ultimi anni a causa di problemi economici interni, la Cina si è trovata in una
posizione privilegiata per ampliare i propri investimenti ed è stata in grado
di accedere alle risorse naturali dei paesi in via di sviluppo proprio quando l'Occidente non poteva.
Come visto in precedenza, il soft power può essere influenzato anche negativamente. Nel
mondo sviluppato, la reputazione aziendale della Cina è piuttosto offuscata. I
prodotti cinesi sono mal considerati nella maggior parte dell'Europa e nel Nord
America. Nel periodo di Natale 2010, ad esempio, in tutta Roma erano affissi
cartelli che sconsigliavano l’acquisto di prodotti cinesi a causa della loro pessima
qualità[9]. Innumerevoli episodi legati al cibo per cani
avvelenato, a giocattoli con vernici al piombo, al dentifricio contaminato e ad
altre imbarazzanti e pericolose esportazioni hanno macchiato la reputazione del
“Made in China”. Alcune
segnalazioni riportano addirittura che i fornitori boliviani hanno rimosso dai
prodotti le etichette “Made in China”
[10].
Sono
sorti problemi anche in quei paesi del mondo in via di sviluppo che hanno un
atteggiamento più positivo nei confronti della Cina.
Sui media locali abbondano i racconti di episodi negativi verificatisi in Africa:
prodotti cinesi di scarsa qualità entrati in competizione sleale con quelli locali,
tanto da rimpiazzarli; progetti
infrastrutturali realizzati con manodopera proveniente dalla Cina anziché con
personale locale; totale noncuranza delle norme ambientali. Una serie di eventi
che hanno fatto nascere le accuse di un neocolonialismo cinese e di politiche
mercantili che guardano alla sottrazione di risorse piuttosto che a
investimenti nel settore industriale.
L'immagine della Cina
ha subito una battuta d’arresto anche nell’ambito aziendale dei vicini Stati
asiatici. La Shanghai Automotive Industry Corporation (SAIC), il più
grande produttore cinese di automobili, acquistò nel 2004 la quota di controllo
della sud-coreana Ssangyong Motors, realizzando
quello che allora era il più ambizioso acquisto all'estero per l'industria
automobilistica cinese.[11] Cinque
anni dopo, l'accordo andò in pezzi con la dichiarazione di fallimento della Ssangyong. La Corea del Sud, a torto o a
ragione, ritenne che la responsabilità fosse da attribuire all’azienda cinese, tacciata
di sfruttamento e accusata di non aver rispettato le promesse, poiché il suo
unico interesse era l'acquisizione della tecnologia sud-coreana. Quell’episodio
si è sommato ad una rottura altrettanto aspra tra due aziende elettroniche, la cinese BOE Technology Group e la sud-coreana Hydis , e
ha provocato l’irrigidimento dell'opinione pubblica sud-coreana nei casi di
competizione delle aziende cinesi con quelle nazionali[12].
Negli Stati Uniti, le indicazioni per il soft power cinese non sono favorevoli. Nel 2010
un sondaggio dalla Columbia University
ha evidenziato che il 45% degli americani non è favorevole agli investimenti
cinesi negli USA.
Sebbene, infatti, nei primi sei mesi del 2010 tali investimenti
siano aumentati del 360% e abbiano prevedibilmente comportato un aumento di posti di lavoro per
gli americani, la percezione della Cina resta comunque quella di uno stato concorrente.[13]
Chiaramente, il governo cinese è preoccupato
per l'impatto di questi avvenimenti sulla propria strategia di soft power nel mondo. Il
vice premier cinese Wang Qishan ha
perfino pubblicamente rimproverato il capo della Sany Heavy Industry Company Limited, una società ingegneristica
molto attiva nei paesi in via di sviluppo, per non essere abbastanza sensibile
alle differenze culturali.[14] Proseguendo la sua politica di going global, Pechino ha promulgato nell’agosto
2006 nuove e stringenti regole per le imprese, sollecitandole a prestare particolare attenzione ai costumi locali, alle norme di
sicurezza e all'ambiente di lavoro. Ciò sottolinea, dunque, quanto le
implicazioni soft power delle imprese
cinesi all'estero vengano considerate molto seriamente a livello centrale.
Nonostante il sistema politico cinese sia indiscutibilmente
autoritario, il successo economico che ha portato il Paese a triplicare il
prodotto interno lordo negli ultimi trent’anni, suscita molto interesse nei paesi
in via di sviluppo. Tutto ciò ha una diretta correlazione con il soft power cinese, particolarmente
rafforzata dalla crisi finanziaria del 2008. In
alcune parti dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina, il cosiddetto Beijing Consensus, ovvero il modello di
sviluppo basato su un governo autoritario accoppiato ad un’economia di mercato,
è più popolare del Washington Consensus, il modello dominante in precedenza fondato su
un governo democratico associato ad un'economia di mercato.
Capitolo
6 - Implicazioni Hard Power delle
aziende cinesi “Going Global”
I
principi che sostanziano il concetto di hard
power sono stati ripetutamente citati dai pensatori politici nel corso
della storia. Niccolò
Machiavelli ha focalizzato gli aspetti militari del potere ne Il Principe del 1532. Thomas
Hobbes ha ampliato il concetto di potere nel Leviathan del 1651, includendovi i mezzi
economici e finanziari. Pensatori cinesi come Confucio,
Mencio e Sun Zi hanno incluso il concetto dell’hard power nei loro scritti. Nel secolo scorso, Hans Morgenthau
e Henry Kissinger hanno offerto famose descrizioni del potere statale in
termini di hard power. Negli
ultimi anni, strateghi cinesi come Yan Xuetong
hanno trattato la crescente influenza della Cina e i modi in cui essa può realizzare
il suo potere.
I concetti di soft e hard power possono
essere considerati come i due poli dello spettro del potere. L’hard power è una teoria che descrive
l’uso dei mezzi militari ed economici per influenzare il comportamento o gli
interessi di altri organismi politici. Trae origine dalla
scuola neo-realista delle relazioni internazionali e si basa sul presupposto
che le risorse economiche dominanti e le capacità militari possono essere
equiparate alla capacità di uno stato di influenzare gli stati viciniori. I
neo-realisti pongono molta enfasi infatti sulle capacità hard power degli Stati, in particolare per quanto concerne le loro capacità militari e la forza economica
in congiunzione con l’entità della popolazione e delle risorse naturali che
possiedono. Il neo-realismo sottolinea la capacità di uno stato di
spingere gli altri a comportarsi come esso vuole che si comportino. L’hard power
implica fatti e assetti definibili e tangibili che possono essere utilizzati
per far rispettare le priorità nazionali e favorire gli interessi nazionali sino
a tradursi, molto spesso, in politiche
conflittuali che portano al confronto vis-a-vis con gli altri Stati. Pertanto,
l’hard
power è di solito più facilmente
riconoscibile del soft power.
I potenziali strumenti
di hard power in Cina sono aumentati
in proporzione alla crescita del PIL che non ha precedenti nella storia. Uno
dei maggiori osservatori economici della Cina, Jing Ulrich, ha detto che: “La Cina ha una montagna di soldi
- uno tsunami, in realtà - che sta per abbattersi sul resto del mondo”. [15]
In termini meramente economici, le cifre sono una chiara dimostrazione di hard power:
-
Pechino è il maggior detentore di titoli del
tesoro statunitense, con oltre 700 miliardi di dollari alla fine del 2008;[16]
-
le riserve cinesi in valuta americana hanno
raggiunto i 2.400 miliardi dollari nel giugno 2010 e sono le più grandi del
mondo;[17]
-
dal momento in cui il governo cinese ha
annunciato nel 1999 la promozione dell’attività aziendale cinese all'estero,
l’ODI ha superato i 178 miliardi dollari; [18]
- la Cina ha istituito un fondo
sovrano di ricchezza, la China Investment Corporation (CIC), con un deposito iniziale di
200 miliardi di dollari nel 2007[20],
presumibilmente salito a 300 miliardi nei primi mesi del 2010.[21]
Le grandi aziende cinesi che possiedono titoli
americani, compreso il debito pubblico degli USA sotto forma di titoli del
Tesoro, sono fonte di trepidazione per gli Stati Uniti. Alcuni sostengono che la Cina usi questa particolare
condizione come leva contro le politiche
americane invise a Pechino.[22] Ad esempio, si registrano varie dichiarazioni
di funzionari cinesi che sembra abbiano minacciosamente ventilato la
possibilità di svendere una larga fetta di questi titoli, al fine di
scoraggiare gli Stati Uniti dall’imporre sanzioni commerciali contro la Cina. Analoghe
dichiarazioni di militari cinesi sono state riportate nei primi mesi del 2010, come
forma di rappresaglia per le vendite di armi americane a Taiwan. Altri
temono che i tentativi della Cina di scaricare gran parte dei titoli USA in suo
possesso potrebbero impattare molto negativamente l'economia americana, soprattutto
se tale mossa innescasse un forte deprezzamento del dollaro sui mercati
internazionali e inducesse altri investitori stranieri a svendere a loro volta i
titoli statunitensi. In tale caso, infatti, i tassi di interesse americani
potrebbero aumentare per tentare di mantenere o attirare nuovi investimenti, ma
l’effetto sarebbe quello di raffreddare la crescita economica del Paese.[23]
Molti osservatori hanno
pertanto affermato che la situazione economica e finanziaria della Cina è così forte
da aver portato alla cancellazione del motto di Deng: “Nascondere le nostre
capacità, aspettare il nostro tempo e non tentare mai di prendere
l'iniziativa”. Viceversa, nei tumulti
della crisi finanziaria globale, il governo cinese ha visto la possibilità di
far valere se stesso e, in cambio di un maggior ruolo nel Fondo Monetario
Internazionale (FMI), ha promesso, ad esempio, di acquistare ulteriori
obbligazioni dello FMI per sostenerlo; inoltre, ha sollecitato la creazione di
un'altra moneta come riserva per sostituire il dollaro americano.[24] E' dunque ormai
evidente che la Cina
è disposta ad assumere un ruolo attivo e interventista negli affari finanziari
internazionali.
La profondità delle tasche
ha spinto la Cina ad assumere un ruolo più assertivo nella Banca Mondiale,
nella Banca di Sviluppo Asiatico e in altri enti regionali e globali, oltre che
nello FMI. Le iniziative cinesi, come gli Accordi di amicizia e partenariato cooperativo, gli Accordi di libero scambio e
quelli di Partenariato strategico hanno rafforzato le relazioni bilaterali. La Cina ha cercato di ideare
nuove organizzazioni multilaterali che mettano in risalto la sua leadership
come l'East Asia Summit (EAS), la Shanghai Cooperation
Organization (SCO), il Forum di cooperazione Sino-Africana
(FOCAC) e il Forum di cooperazione Sino-Araba. Molti
di questi accordi prevedono che il partner straniero riceva assistenza dalla Cina
sotto forma di prestiti senza interessi o a tasso agevolato, oppure di cancellazione
del debito. Molto spesso,
inoltre, la Cina
amplia i pacchetti di aiuti comprendendovi
non soltanto prestiti ma anche accordi commerciali e investimenti, soprattutto nel
settore energetico.[25]
L'ODI cinese in Africa
sembra essere parte di una strategia tesa a rafforzare la sicurezza energetica. Nel
2007 la Cina ha importato
petrolio da alcuni paesi africani per 25 miliardi di dollari, oltre a rame,
minerali di ferro e altre risorse considerate critiche per il mantenimento
della crescita economica del paese. Pechino vorrebbe garantirsi questo
flusso di alimentazione acquisendo la proprietà delle fonti che la metterebbe al
riparo dai rischi e dalle incertezze di prezzo e di fornitura connessi all'acquisto
di tali prodotti su mercati randomici.
Chiari segni di un
crescente hard power cinese sono evidenti anche a livello aziendale. Nel
2010, la Sinopec
e altre due aziende energetiche di proprietà statale, la State Grid e la China National
Petroleum , sono riuscite a collocarsi tra le prime dieci
industrie elencate da Fortune Magazine's Top 500. La Sinopec
si è classificata al settimo
posto, seguita a ruota dalla State Grid, il più grande gestore cinese di energia
elettrica, mentre la China
National Petroleum Corporation ha occupato
la decima posizione. In totale, nella classifica del 2010 compaiono ben 46
imprese cinesi.[28]
Il legame tra le attività
commerciali, la richiesta di risorse e la politica estera cinese è sempre più
in contrasto con gli interessi occidentali, e soprattutto americani, riguardanti
gli scambi con i regimi odiosi. Alcune
aziende di Stato cinesi hanno vasti interessi in paesi come l’Angola, il Congo, la Birmania , il Sudan e lo Zimbabwe,
tutti stati che violano i diritti umani e le norme di buon governo. Nel
tentativo di esercitare pressioni su questi regimi, l'Occidente usa
abitualmente l’economia e il commercio, ma la Cina si rifiuta di usare i muscoli economici a fini politici.
E così, mentre gran
parte della comunità internazionale sta cercando di isolare soprattutto
economicamente l'Iran, per soffocarne l’illecito programma nucleare,
l’interazione commerciale cinese con Teheran è in crescita. Alla
diminuzione negli ultimi anni degli scambi commerciali tra Iran ed Unione Europea si
contrappone l’incremento del commercio sino-iraniano. Nell'aprile
2008, l 'Iran
è stato il secondo fornitore di petrolio della Cina. La stessa Sinopec che
si trova elencata nella classifica 2010 di Fortune Top 10, nel dicembre 2007 approvò un contratto di 2
miliardi dollari per sviluppare il campo petrolifero di Yadavaran nel sud-ovest
dell'Iran. Il
contratto di acquisto complessivo è costato più di 100 miliardi. La CNOOC ,
che nel 2010 si è collocata al 252° posto di Fortune Top 500, approvò nel 2008 un investimento di 16 miliardi per sviluppare
il giacimento di gas iraniano North Pars. Il portavoce del Ministero cinese
degli Affari Esteri definì l’accordo CNOOC come “Niente più che un affare
tra imprese interessate” e sostenne che, rispetto agli sforzi internazionali di
non proliferazione, “le azioni contro l'Iran non dovrebbero pregiudicare o
mettere in pericolo la cooperazione economica ed energetica con l'Iran.” Parlando
in Cina nell'aprile 2008, il viceministro degli Esteri per gli affari economici
iraniano sostenne che:“l'Iran e la
Cina devono cooperare più strettamente tra loro e considerare
un dovere lo sforzo di scongiurare gli effetti negativi dell’influenza di paesi
terzi nei loro rapporti economici.”[29]
Le imprese cinesi confermano la partecipazione a molte attività in Iran, quali
la costruzione della metropolitana e dell'aeroporto di Teheran, nonché di autostrade ed impianti industriali. Ciò
appare come un chiaro esempio di sostegno economico e commerciale della Cina nei confronti del governo iraniano
a fronte degli sforzi internazionali volti a prevenirne l'ulteriore sviluppo
della tecnologia di arricchimento dell'uranio.
Il fondo sovrano cinese potrebbe essere per
Pechino un altro strumento di proiezione di potenza globale.[33] Molti nel Congresso degli Stati Uniti
si chiedono infatti cosa potrebbe succedere se la Cina acquisisse sistematicamente
rilevanti partecipazioni in settori particolarmente sensibili, come le telecomunicazioni, l'energia e la
difesa,
e quali potrebbero essere i rischi per la sicurezza in funzione di eventuali mete
non dichiarate di Pechino. Teoricamente, il CIC potrebbe acquisire il controllo
di settori chiave e l’accesso a
importanti risorse naturali. Qualcuno ipotizza che la Cina possa acquistare grandi
aziende statunitensi e influenzare indebitamente l'economia americana o quella di
qualsiasi altro paese. Qualcun’altro pensa che potrebbe utilizzare il CIC per ottenere
il potere di mercato su importanti risorse naturali o accedere a tecnologie
sensibili, acquistando un seggio nel consiglio di amministrazione di una Corporation.
La maggior parte degli
osservatori internazionali non crede che il Consiglio di Stato cinese abbia
istituito il CIC con l'esplicito intento di farne uno strumento di potere; ma
non è neanche escluso che, ora che è in funzione, possa essere effettivamente sfruttato
per affermare gli obiettivi di politica
estera. Un’indicazione
che i funzionari cinesi possano aver compreso le potenzialità del CIC si riscontra
nella recente sottolineatura di quanto gli investimenti di fondi sovrani in
società finanziarie straniere in difficoltà abbiano garantito la stabilità del
mercato in questo periodo di crescente preoccupazione per la crisi finanziaria
globale. Nel
dicembre 2007, il CIC investì 5 miliardi di dollari nella Morgan Stanley,[34] acquisendone azioni nel momento in cui l'azienda
stava lottando per la sopravvivenza e ciò fu visto come una mossa molto opportunistica.[35] In quel momento, l'acquisto della Morgan
Stanley operato dal CIC apparve solo come un esempio di quanto il governo
cinese stesse attivamente investendo in partecipazioni all'estero.
Nell'aprile
2008, l’ASCSE spese 2 miliardi per acquisire una piccola partecipazione nella
British Petroleum e ne investì altri 2.45 nella francese Total. [36]
Alcune percezioni più o
meno corrette del collegamento tra imprese e hard power hanno talvolta ostacolato gli ODI cinesi. Uno
dei più noti esempi in proposito è il fallito
tentativo della CNOOC di acquistare la Unocal che all’epoca era la nona compagnia
petrolifera al mondo. Il 23 giugno 2005 , infatti, la CNOOC tentò di scalare la californiana Unocal
con un’offerta in contanti di 18,5 miliardi. L'offerta era di tutto rilievo perché,
ad aprile, l’Unocal aveva già accettato l’offerta di Chevron per 16,5 miliardi in
azioni e contanti. La mossa della CNOOC innescò una grande agitazione politica
che rifletteva la preoccupazione degli
Stati Uniti circa la crescente influenza finanziaria cinese e il suo forte
appetito di petrolio straniero. Essendo una società
statale, la CNOOC
si connotava come una grande impresa che operava sotto egida governativa e pertanto
aveva la possibilità di accedere alle vaste risorse cinesi. L’operazione appariva
quindi come una manifestazione della volontà di Pechino di acquisire una grande
azienda dai risvolti strategici per gli Stati Uniti. Anche
la sopravvalutazione dell’offerta per l’Unocal era degna di nota, poiché
evidenziava la peculiare caratteristica della Cina di voler soggiogare le fonti
di approvvigionamento. Inoltre, molti politici americani espressero
preoccupazione anche per i risvolti militari delle trivellazioni petrolifere condotte
dall’Unocal che, un domani, avrebbero potuto essere usate contro gli Stati
Uniti. Il 30 giugno la Camera
dei Rappresentanti americana approvò dunque una risoluzione in cui la proposta
di acquisizione della CNOOC veniva considerata una possibile minaccia alla
sicurezza nazionale e dispose un’approfondita investigazione. Di fronte a un’opposizione
così forte, ai primi di agosto la
CNOOC ritirò la sua
offerta.[37]
Un altro fallimento
cinese negli Stati Uniti risale al 2008, quando la Shenzhen Huawei
Technologies , produttrice di apparecchiature di rete, non
riuscì ad acquistare la
3Com Corporation. Inizialmente, la Huawei si era dimostrata
apparentemente attenta alle sensibilità degli Stati Uniti e aveva cercato un
partner americano per lanciare un’offerta di acquisto del valore di 2,2
miliardi di dollari. Il caso fece scalpore perché la 3Com si occupa di apparecchiature
per la sicurezza informatica della rete militare americana, ma anche la Huawei Technologies
è collegata all’apparato militare cinese tramite Ren Zhengfei che, oltre ad
essere fondatore e presidente della Huawei, è anche un ex ufficiale dell’Esercito
cinese. La
preoccupazione consisteva nella possibilità che la Huawei alterasse il software
e le attrezzature elettroniche vendute ai militari americani in modo da renderli
vulnerabili ad eventuali sfruttamenti futuri. A Capitol Hill, l'accordo fu definito
come “un assalto stealth alla sicurezza nazionale americana.”[38] Conseguentemente, il Comitato degli
investimenti stranieri negli Stati Uniti istituito in seno al Dipartimento del Tesoro (CFIUS) approfondì i
potenziali rischi per la sicurezza nazionale derivanti da una simile operazione.[39] Alla fine, anche
questo affare fallì a causa dell’esame estremamente approfondito
cui fu sottoposto a livello pubblico e
politico negli Stati Uniti.
Probabilmente l’esempio
più incontrovertibile del possibile coinvolgimento negativo del governo cinese in
attività commerciali riguarda l’Aluminum Corporation of China (Chinalco) e la
miniera anglo-australiana di Rio Tinto. Nel 2009, la proposta della Chinalco di
investire 19 miliardi di dollari nella Rio Tinto sollevò una raffica di interrogativi
sul perché una Società statale cinese dovesse acquistare un asset strategico all’estero.
Le reazioni furono aspre, poiché in precedenza la Chinalco era uno dei più
grandi clienti della Rio Tinto. Si affermò che, nel tentativo di
acquisire il 18% della Rio Tinto, l’obiettivo fondamentale della Chinalco era
quello di rompere il monopolio di fatto di cui godono la Rio Tinto e altre due
aziende che condizionano i prezzi a livello mondiale di minerali di ferro ed altri
prodotti chiave di cui la Cina
ha un disperato bisogno.[40] I politici australiani bollarono le aziende
di Stato cinesi come “braccio del partito comunista.” Voci
pubbliche e private espressero dubbi che gli investimenti cinesi fossero esclusivamente
motivati da interessi commerciali. Nel caso specifico, c’era una considerevole preoccupazione
che potesse realizzarsi un conflitto di interessi riguardo alle strategie di
definizione dei prezzi in questo settore
chiave.[41] L’Australia avrebbe voluto aumentare al
massimo i prezzi, in quanto produttore, mentre la Cina avrebbe voluto l'esatto opposto
in quanto consumatore. Di fronte alla
forte opposizione sollevata a livello politico e dagli azionisti, a giugno 2009
l’affare saltò.
Pechino si adirò, perché l’allontanamento della Rio dagli
investimenti della Chinalco si realizzava sullo sfondo di un contenzioso riguardante
il prezzo dei minerali di ferro negoziato tra la Rio e i principali produttori di acciaio cinesi. Nel
mese di luglio, le autorità cinesi arrestarono quattro dirigenti della Rio
Tinto, ponendo in essere quello che a detta di molti fu una ritorsione. La
particolarità di questo episodio diede modo ai critici di sottolineare gli
aspetti negativi del ruolo che il governo cinese potrebbe assumere nelle transazioni
commerciali legate all’ODI e alla possibilità di imbattersi in aziende di Stato
cinesi, con le discendenti conseguenze in termini di hard power.
[1] Joseph Nye, Jr., Soft Power: The Means to Success in World Politics (New York : Public Affairs, 2004), X-XI.
[2] Joel Wuthnow, “The Concept of Soft Power in China 's
Strategic Discourse,” Issues & Studies, June 2008, 5-6.
[3] Wuthnow, “The Concept of Soft Power in China 's
Strategic Discourse,” 6.
[4] Richard Rosecrance and Gu Guoliang, Power and Restraint (New York : Public Affairs, 2009), 28.
[5] Congressional Research Service Report, China’s
“Soft Power” in Southeast Asia, report prepared by Thomas Lum, Wayne M. Morrison, and Bruce
Vaughn, January 4, 2008 , 1.
[6] Dumbaugh ,
China ’s Foreign
Policy:What Does it Mean for U.S. Global Interests?, 13.
[7] Dexter Roberts, “How to Beat Made-in-China,” BusinessWeek Online, October 9, 2007 ,
http://www.businessweek.com/globalbiz/content/oct2007/gb2007108_553610.htm.
[8] William Foreman, “China ’s Influence Spreads Around
World,” Yahoo News, September 1, 2007 , http://news.yahoo.com/s/ap/20070901/ap_on_re_as/china_global_impact.
[9]
L’Autore risiedeva a Roma all’epoca dell’osservazione di questi cartelli.
[10] William Foreman, “China ’s Influence Spreads Around
World,” Yahoo News, September 1, 2007 , http://news.yahoo.com/s/ap/20070901/ap_on_re_as/china_global_impact.
[11] The Chinese government switched the initially
planned buyer of Ssangyong from BlueStar Chemical to SAIC.
[12] Choe Sang-Hun, “Soured Deal
Embitters Shanghai and Seoul ,” International
Herald Tribune, February
25, 2009 , 1&12.
[14] Alan Wheatley, “China Inc’s Global Growing Pains,” January 21, 2010 ,
http://www.reuters.com/article/idUSTRE60J1RO20100121.
[15] Bill
Powell, “Enter the Dragon,” Time.com,
July 26, 2007 ,
[16] Scissors, “Deng Undone,” 25
Continued Purpose,” Strategic Asia
2010-11, 2010, 44
2010, B1.
[22] Congressional
Research Service, “China ’s
Holdings of U.S. Securities: Implications for the U.S.
Economy,” report prepared by Wayne M. Morrison, January 9, 2008 .
[23] Many analysts recognize that if China dumps its U.S.
treasuries, it will do as much damage to its own economy as to that of the United States .
[25] Congressional Research Service, “Comparing
Global Influence: China ’s
and U.S Diplomacy,
Foreign Aid, Trade, and Investment in the Developing World,” report
prepared by Thomas
Lum, August 15, 2008 , 29.
Quarterly, 28, no.3, 2007, 520.
[28]
Fortune Global 500, July 26, 2010 ,
http://money.cnn.com/magazines/fortune/global500/2010/countries/China.html.
[29] Congressional Research Service,
“Comparing Global Influence: China ’s
and U.S. Diplomacy, Foreign Aid, Trade, and Investment in the Developing
World,” report prepared by Thomas Lum, August 15, 2008 ,
149.
[30] “China exceeds US to become Saudi Arabia 's top oil customer,” Global Times, February
23, 2010 , http://business.globaltimes.cn/china-economy/2010-02/507404.html.
[33] Lum, “Comparing Global Influence: China ’s
and U.S. Diplomacy, Foreign Aid, Trade, and Investment in the Developing World,”
72.
[34] Rick Carew, “Morgan Stanley
receives $5 billion in China Funds,” The
Wall Street Journal Asia, December 20, 2007 , A1.
[35] The CIC investment in Morgan
Stanley actually ended up being a poor investment as the value fell to US$1.77
billion by early 2010.
[36] Rick Carew, “China Gambles on Big Overseas
Plays,” The Wall Street Journal, April 16, 2008 , C2.
[37] Ben White,
“Chinese Drop Bid To Buy U.S. Oil Firm,” Washington Post, August 3, 2005 , http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/08/02/AR2005080200404.html.
[38] Andrew Parker and Paul Taylor, “Huawei Rails
at Security Concerns over 3Com Deal,” Financial
Times, February
12, 2008 , 24.
[39] Steven R. Weisman, “Sale
of 3Com to Huawei is derailed by U.S. security concerns,” New York Times, February 21, 2008 , http://www.nytimes.com/2008/02/21/business/worldbusiness/21iht-3com.1.10258216.html.
[40] Bill Powell, “Rio Tinto – China Strikes Back,”
Fortune, August 24, 2009 , http://money.cnn.com/2009/08/24/news/companies/china_rio_tinto.fortune/index.htm
[41] Mark Thirlwell, “Dealing with the Dragon: Australia
and Chinese Inward Investment,” Clingendael
Asia Studies, April
1, 2010 , 2
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