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domenica 20 settembre 2026

20 settembre 1870

 DIBATTITI


Data anniversaria della presa di Porta Pia a Roma che segnò la fine del potere temporale dei Papi e l'inizio della questione romana tra il Regno d'Italia e il Vaticano risoltasi con il concordato dell 11 febbraio 1929.

Argomento di tesi: Rapporti tra Stato e Chiesa. 

venerdì 18 settembre 2026

La conservazione della memoria nell'era della AI

 DIBATTITI


Prof. Sergio Benedetto Sabetta



Con lo sviluppo dell’informatica, fino all’attuale AI, si è perso il senso del tempo quale divenire umano in una permanente attualità, lo studio e il ricordo dei fatti storici appare qualcosa di superato dalla potenza dell’efficienza tecnica che tutto conosce e risolve, ma gli avvenimenti storici contengono le emozioni, i sentimenti dell’essere umano che la macchina non può trasmettere, così che la cancellazione della Storia dai piani di studio cancella anche la stessa capacità riflessiva sull’agire umano.

Vi è tuttavia un momento nella vita che lo sguardo di ognuno, non solo si spinge in avanti, ma volge anche all’indietro, in un unico abbraccio di tempo. Nasce quindi la necessità di raccogliere idee e documenti fissandoli nel nostro tempo, quali parti di un unico grande vissuto.

In questa tragedia che fu per l’Europa la prima metà del Novecento, in cui si succedettero due Guerre Mondiali, intervallate da guerre locali, rivoluzioni e repressioni, fino alla nascita dei due blocchi contrapposti, emerge la sofferenza dei familiari dei caduti e la necessità di darne testimonianza, soprattutto nei periodi di maggiore edonismo.

La perdita di alcuni valori fa sì che necessiti ancor più il recupero della memoria, il suo non disperdersi nell’indifferenza.

Si crea il problema dei valori, ossia quale rapporto esista tra lo scorrere della storia e i fini che gli individui cercano di realizzare in essa, vi è in questo una difficoltà del comprendere che vari autori dello storicismo, quali Dilthey, Splengler e Weber, evidenziano sotto diverse angolature.

La storia non è per Toynbee che una totalità di relazioni e come tale ha una valenza ciclica come qualsiasi organismo, superando, come osserva Spengler, la visione limitata della necessità di una progressione lineare.

Con gli “Annales” Bloch e Braudel vengono a calare la storia nel tessuto sociale, i fatti riguardanti gli ultimi, nella guerra i fantaccini e nella vita quotidiana le semplici famiglie, acquistano una propria dignità ed una nuova rilevanza che si affianca alla storia politico-istituzionale incentrata sulle grandi figure storiche.

Le emozioni, i sentimenti, le gioie e le paure dei singoli individui si sovrappongono quale storia minima alla grande storia, lo spazio ed il tempo acquistano quindi una nuova dimensione.

La tragedia e l’immensità del dolore che le due Guerre Mondiali hanno comportato, inducono alla necessità di una catarsi collettiva, all’assimilare il sacrificio ad un atto religioso laico, in cui lo Stato, identificato nell’idealismo hegeliano con Dio, sublima il dolore della morte e dell’invalidità in un atto di fede ed il campo di battaglia in un immenso altare su cui si consuma il sacrificio collettivo.

Ne è evidente la trasposizione nel Milite Ignoto e nell’Altare della Patria, moltiplicato nelle varie città, nato nel primo dopoguerra in Italia e subito adottato da tutti gli Stati coinvolti nell’immane tragedia, in cui il dolore collettivo nel sublimarsi del sacrificio, si purifica e viene vissuto come accettabile, divenendo elemento per la fondazione dell’identità collettiva nazionale in cui riconoscersi, quale religione laica.

Nel ribadire gli elementi costituenti l’identità della Nazione, le schede dei caduti acquistano il significato di rappresentare l’individuo nella collettività, il singolo nel corpo mistico unitario della Nazione.

La scheda quale “reliquia” rende quindi concreto e visibile il sacrificio dell’uno nel tutto, dando una palpitante visibilità al singolo sacrificio e proiettandone nel tempo la memoria entro cui identificarsi come collettività-

Tuttavia le schede hanno anche una propria valenza storica, testimonianza e conservazione di una serie di dati su quello che è stato definito anche come il “suicidio” dell’Europa quale centro culturale, economico e istituzionale del mondo.

Un suicidio che ha permesso l’emergere di nuovi centri di potere fuori dall’Europa, senza che questa al volgere del nuovo millennio fosse in grado di riacquistare unitariamente una propria centralità storica, divisa com’è al proprio interno.

Gli attuali conflitti che si svolgono in Europa e nel resto del mondo riportano in evidenza la centralità della Storia quale lettura dei contesti sociali e culturali in cui agiscono gli esseri umani, la stessa economia non è che la materializzazione di un agire frutto di una visione ideologica del mondo, circostanza che ci impone di avere una visione a tutto tondo degli umani superando l’attuale frammentazione prospettica.



Bibliografia



  • C. Vicentini, Studio su Dilthey, Milano 1974;

  • F. Boco, Visioni della crisi. Spengler e Heidegger, Avatar 2016;

  • R. Marra, L’eredità di Max Weber, Cultura, diritto e realtà, Il Mulino 2022;

  • L. G. Castellin, Ascesa e declino delle civiltà, Vita e Pensiero 2010;

  • M. Mustè, Politica e storia in Marc Bloch, Aracne 2000.


giovedì 17 settembre 2026

Progetto 2025/2 Convegno sulla Guerra di Liberazione

NOTIZIE CESVAM


Impostati i lineamenti di edizione del convegno del 18 luglio u.s.
Il Passaggio del fronte
18 luglio 1944 e la liberazionendi Ancona

 

mercoledì 16 settembre 2026

Poesia per Montelungo.

 ARCHIVIO

A RICORDO DEL PRIMO FATTO D’ARMI DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

Ten. Art. Pe. Sergio Benedetto Sabetta



Versi composti il giorno di Natale del 1943, dal Ten. Luigi Colombo.

MONTE LUNGO

La nebbia triste e dolce di Natale

dal cuor s’esala della buona terra

al ritmo d’una nenia pastorale …

Io penso al nostro Cimiter di guerra



lassù, tra i rovi dei reticolati,

alle falde sanguigne dei roccioni

riarse dalle vampe dei cannoni,

dove tanti, i migliori, son restati …



O Monte Lungo, Golgota del Fante !

quando, nel vespro bigio dicembrino,

gonfi gli occhi di lacrime non piante,

silenziosi scendemmo, a capo chino



dell’armi e della gloria sotto il peso,

volgendo il viso a quel candor di croci,

sommesse in una le Lor note voci

parlare al cuore di noi vivi ho inteso.



Dissero i Morti: “Voi che tornerete,

dopo gli abbracci i baci ed i saluti

dopo gli incontri e le sorprese liete,

ditelo agli altri come siam caduti !



ditelo come, quel fatal mattino,

sempre più avanti, sempre più lontano,

il cuor gettando con le bombe a mano,

puri movemmo a beffa del destino.



Dite: e mostrate, a chi non vuol sapere

o a chi vi domandasse: - Perché mai,

or che la Patria non ha più bandiere ? –

le bandiere di Cederle e di Gay.



  • Perché ! ? – l’insulto e la domanda insani

dilaniano più ancor delle granate

le ossa e le carni nostre martoriate

che componeste con pietose mani.



Posta militare 155 Natale 1943




martedì 15 settembre 2026

Frequenza dei Master.

 NOTIZIE CESVAM

Alla data odierna i Frequentatori dei Master sono i seguenti

15 iscritti per Storia Militare

13 iscritti per Politica Militare Comparata

114 iscritti per Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale

5 iscritti per il Corso di Perfezionamento ed approfondimento in Terrorismo ed Antiterrorismo



n Terrororismo  

domenica 13 settembre 2026

Novant'anni fa nasceva l'impero italiano

APPROFONDIMENTI

Alessia Biasiolo


Centotrent’anni fa, il primo marzo 1896, si concludeva disastrosamente per il Regno d’Italia la battaglia di Adua, durante la guerra di Abissinia condotta contro l’esercito etiope del negus Menelik II, nell’ambito del tentativo di creare un impero coloniale nel Corno d’Africa.

Le attenzioni sulla zona datavano dal 1882 con i possedimenti dell’Eritrea e il protettorato, che poi divenne colonia, sulla Somalia; nel frattempo l’Etiopia rimase indipendente nell’ambito della spartizione dell’Africa.

Per anni, tuttavia, tra momenti di silenzio e altri di maggiore attenzione, si parlava dell’Etiopia e della necessaria sua conquista, soprattutto con il governatore eritreo Jacopo Gasparini, per lo sfruttamento di alcune zone fertili o ricche di materie prime.

Nel dicembre 1925, un patto tra Italia e Gran Bretagna riconosceva gli interessi italiani nella regione dell’alta Etiopia e la giusta richiesta italiana di collegare i suoi possedimenti di Somalia ed Eritrea con una ferrovia.

Dovettero trascorrere altri anni perché le mire diventassero una più concreta realtà, con l’impegno fascista di costituire un impero coloniale vero e proprio.

Si iniziò quindi, negli anni Trenta, a preparare l’opinione pubblica con ragionamenti sull’inferiorità degli africani neri e la caratteristica degli italiani di adattarsi ai climi africani, per sostenere un colonialismo necessario politicamente. Inoltre, i ragionamenti in chiave razzista erano comodi per tenere a bada i concorrenti coloniali francesi e britannici che, invece, avevano impostato una politica di promiscuità tra popolazione francese o inglese e popoli delle colonie, malvista dall’Italia fascista per la compromissione della razza ariana. Veniva quindi pubblicizzata la superiorità della civiltà italiana, così autorizzata a condurre una guerra di conquista.

I discorsi altisonanti in chiave razziale, tuttavia, non furono seguiti da un’effettiva preparazione militare, né in tema di costruzione di aeroporti (dato che si pensava sarebbe stato utile condurre una rapida guerra aerea) o di approntamento di adeguati equipaggiamenti, né in chiave di collaborazione tra esercito e aeronautica militare per il miglior risultato sul campo.

Pertanto si conducevano discorsi che prospettavano una guerra, senza una vera e propria preparazione sul campo: ad esempio, non si considerava la scarsa rete stradale eritrea, etiopica o somala sulla quale fare circolare le truppe, oppure la piccolezza del porto di Massaua.

Anche il necessario accordo preventivo con Francia e Regno Unito non venne adeguatamente calcolato, come importanza o come tempi diplomatici.

Sul campo, i soggetti più critici o con mire più personali sul territorio da conquistare, venivano sostituiti con personale più apprezzato dal regime.

Il punto di svolta si ebbe con un incidente avvenuto il 5 dicembre 1934, quando il presidio italiano di Ual Ual respinse un attacco abissino intenzionato a riprendersi i territori occupati dagli italiani precedentemente.

La propaganda fascista usò quel caso per portare avanti la propria politica, anche citando la necessità di rivincita dello smacco di Adua, e il 30 dicembre successivo, il Duce inviò alle autorità del regime un promemoria in cui dettava le direttive per risolvere la questione tra il Regno e l’Abissinia, di fatto avviando la mobilitazione per una guerra rapida e moderna entro l’autunno del 1935.

Mussolini, che si assumeva ogni responsabilità dell’imminente guerra, voleva riprendere il prestigio internazionale creando un impero coloniale, mantenendo il suo peso rispetto a Francia e Regno Unito, ma anche rispetto all’avanzare del prestigio hitleriano.

In gennaio, Mussolini firmò con il ministro degli Esteri francese Pierre Laval gli accordi che permettevano all’Italia di rettificare la frontiera tra la Libia e l’Africa Equatoriale Francese, fra l’Eritrea e la costa francese della Somalia.

La Francia si impegnava anche a non aprire nuovi interessi in Etiopia, a parte la linea ferroviaria. L’Italia, di rimando, si impegnava ad inviare nove divisioni se i possedimenti francesi fossero stati minacciati dalla Germania. Era chiaro che la nuova guerra avrebbe sconvolto gli equilibri esistenti, ma forse le intenzioni francesi erano di avvicinare Italia e Francia, rispetto alla preponderanza tedesca. Gli inglesi, invece, avrebbero voluto che Mussolini fosse fermato, mentre anche l’opinione pubblica italiana dimostrava una certa insofferenza verso una nuova guerra, compresi degli ammutinamenti di reparti in partenza per l’Africa.

Si passò quindi, sempre grazie alla propaganda, a rendere necessarie le conquiste, per dare terra e materie prime agli italiani, sempre pensando di vendicare Adua.

La conferenza di Stresa della primavera 1935 vide Mussolini al centro della diplomazia europea, con un ruolo di primaria importanza, ma gli inglesi non si espressero sul conflitto imminente, mentre sembrava che i francesi avessero dato il loro appoggio.

Mussolini voleva la guerra per molti vari motivi e così ci si arrivò, confermando il carattere imperialista del regime e il suo voler creare un grande impero italiano.

Dovendo essere una guerra fascista, la sua direzione veniva affidata a Emilio De Bono, confidando nell’ampia adesione della Milizia al progetto.

La preparazione fu rapida e la relazione del sottosegretario alla guerra scriveva di 21mila ufficiali, 443mila sottufficiali e truppa, 97mila civili, 82mila quadrupedi, 976mila tonnellate di materiali; 560mila uomini della Regia Marina, tre milioni di tonnellate di armi e materiali portati a destinazione.

Le classi richiamate alle armi furono quelle dal 1911 al 1915, con sei divisioni inviate in Eritrea in un anno. Altre sei furono le divisioni dei volontari della Milizia, indispensabile per dare un carattere fascista all’impresa. Una parte piccola l’ebbero anche le truppe coloniali, dal momento che la preferenza era per le truppe italiane.

De Bono arrivò ad Asmara il 16 gennaio 1935 e aveva nove mesi di tempo per organizzare l’offensiva.

Ritenne indispensabile organizzare le attrezzature dei porti, migliorare le strade, costruire una teleferica, altrimenti non si sapeva dove sbarcare tutti i materiali e le truppe, così come farli arrivare a destinazione. Furono anche create sei basi aeree, diciotto aeroporti e molti campi di atterraggio, corredati dei servizi necessari.

Aspettandosi un attacco, il negus Hailé Selassié iniziò il riarmo dalla fine del 1934.

Fino all’embargo della Società delle Nazioni, l’Etiopia importò dall’Europa fucili, mitragliatrici e proiettili. La Francia, dalla quale l’Etiopia si aspettava un aiuto, trattenne molti carichi di armamenti senza motivazione, in realtà al seguito dell’accordo con l’Italia. Fu invece la Germania a rifornire segretamente il Paese di armi, in modo che l’Italia rimanesse impegnata a lungo in Africa e di avere campo libero per l’annessione dell’Austria.

Anche la posizione del Regno Unito fu ambigua, dato il delicato equilibrio della zona. L’opinione pubblica internazionale era dalla parte dell’Etiopia, ma non ci fu una vera e propria mobilitazione in suo favore.

Il terreno sul quale si sarebbe combattuto era difficile per varie ragioni, non ultime le divisioni regionali, e quindi la guerra imminente non si prospettava di semplice risoluzione.

Lo scoppio si ebbe tra il 2 e il 3 ottobre 1935 senza formale dichiarazione di guerra.

Il generale De Bono ordinò l’avanzata verso la linea che avrebbe condotto ad Adua, attraverso il corso di due corsi d’acqua asciutti in quel periodo dell’anno. La penetrazione dell’Etiopia era iniziata, protetta dall’aviazione.

Il negus ordinò il ritiro delle proprie truppe per dimostrare chiaramente l’aggressione, e quindi le truppe italiane non incontrarono resistenza; peraltro gli etiopi avanzavano lentamente a piedi per centinaia di chilometri, quindi l’attacco vero e proprio avrebbe dovuto aspettare giorni. Mussolini non sentì ragioni e ordinò l’avanzata verso Macallè, quando già sapeva che le decise sanzioni della Società delle Nazioni non sarebbero state determinanti per l’azione bellica (non venne chiuso il canale di Suez, non vennero meno le forniture di petrolio, carbone e acciaio, ad esempio) e non avrebbero comportato gravi perdite per il Regno.

La possibilità di conciliazione in seno alla Società, entro il 18 novembre 1935, grazie alla mediazione di Francia e Regno Unito, di fatto era solo una spartizione dell’Etiopia. Infatti, il piano complessivo venne respinto sia dall’Italia che dall’Etiopia, entrambe insoddisfatte delle decisioni territoriali.

Nel frattempo, Mussolini approfittò delle sanzioni per dichiarare l’Italia accerchiata e assediata, dove diventava necessaria l’autarchia. Fu così che presero piede giornate come quella della fede in cui venivano donate le fedi nuziali allo Stato, ad esempio, e che vennero ridotti i consumi da importazione.

L’avanzata su Macallè, capitale del Tigrè, organizzata da De Bono, trovò poca resistenza, perché il 27 ottobre il negus aveva ordinato di abbandonarla e di unirsi alle forze del ras Sejum.

Macallè venne occupata l’8 novembre. De Bono era insoddisfatto, perché la linea era stata molto allungata e, in effetti, erano sfuggiti alle ricognizioni aeree i gruppetti di combattenti nemici comandati dai ras.

All’ennesimo ordine di avanzata arrivato da Mussolini, De Bono fu molto contrario, dato che il fronte da presidiare era lunghissimo e molto c’era da operare per le strade da sistemare.

Tre giorni dopo venne sostituito da Pietro Badoglio che intese costruire a Macallè una posizione fortificata, consolidando il fronte, rafforzando i fianchi; fare arrivare le divisioni disponibili e continuando rapidamente i lavori stradali e aeroportuali: sostanzialmente la stessa posizione del suo predecessore. Tuttavia, il prestigio di cui godeva il maresciallo Badoglio gli diede ampia libertà di azione, allo stesso tempo rassicurando i militari che lo stimavano. Egli vietò anche ai giornalisti di recarsi al fronte per non rendere evidenti i problemi organizzativi italiani.

Il nuovo ordine del Duce di marciare sull’Amba Alagi ottenne il diniego di Badoglio, almeno fino all’anno seguente. In effetti a dicembre ci fu la controffensiva etiope, preparata da movimenti notturni per sfuggire ai mitragliamenti aerei. I combattenti si scontrarono lungo tutto il fronte di duecento chilometri, con attacchi non contro Macallè, rinforzata, ma nella più scoperta regione di Tembien, a un centinaio di chilometri da Adua. I combattimenti furono molti, fino a quando le truppe italiane si diressero a Selaclacà, anche con l’uso dell’iprite (seppur vietata dai trattati internazionali) su Tacazzè, senza che gli etiopi si fermassero.

L’ampio attacco portò Badoglio a chiedere altre due divisioni dall’Italia, mentre gli italiani continuavano a subire attacchi nemici, malgrado l’uso di gas che avvelenò l’acqua anche per i civili.

Anche le truppe comandate dal generale Rodolfo Graziani, malgrado alcuni successi, subirono gli attacchi etiopi, tanto da essere costrette all’immobilizzazione, a parte la conquista di Neghelli, molto pubblicizzata dalla propaganda fascista, ma di scarsa efficacia.

Dal dicembre 1935, il negus, malgrado i successi etiopi, si rendeva conto di non avere più rifornimenti e nemmeno soldi per proseguire l’azione bellica, e di quello Mussolini era informato dallo spionaggio.

Badoglio era molto prudente e il Duce voleva che rompesse gli indugi, proprio a seguito di quelle notizie.

L’attacco a tenaglia, per mettere in sicurezza il proprio schieramento, iniziò il 19 gennaio contro le armate di Cassa e Sejum, ma l’offensiva causò la forte reazione abissina che falcidiò una colonna di camicie nere al comando del generale Diamanti.

La prima battaglia del Tembien si concluse il 24 gennaio con un niente di fatto, ma Mussolini rinnovò il proprio appoggio a Badoglio.

A febbraio la situazione era come la voleva il maresciallo Badoglio: sette divisioni nella piana di Macallè, con mezzi e protezione aerea, i rifornimenti garantiti.

Il 10 febbraio venne ordinato l’attacco e la battaglia fu feroce da ambo le parti. Si arrivò alla dichiarazione di operazioni concluse il 19 febbraio con la conquista dell’Amba Aradam. Il 28 gli italiani occuparono l’Amba Alagi, mentre si moltiplicavano le diserzioni delle truppe etiopi. Badoglio decise di proseguire le operazioni fin verso lo Scirè, informato dal servizio intercettazioni delle difficoltà del nemico; quelle continuarono fino in marzo, verso Selaclacà, con furiosi bombardamenti aerei, sia incendiari che esplosivi e d’iprite, che portarono alle vittoriose battaglie del Tigrè.

Hailé Selassié, raccolti i suoi uomini, decise l’attacco di Mai Ceu per riportare una vittoria, anche se marginale: il 31 marzo decise l’attacco contro un presidio che si era molto rinforzato e, dopo vari e accesi combattimenti, il 15 aprile si ritirò a Lalibela e quindi ad Addis Abeba, dove arrivò il 30 aprile e sulla quale Badoglio, il 24, aveva ordinato di avanzare. Il 2 maggio si seppe che il negus si era rifugiato a Londra, mentre nella capitale regnava il caos. L’ingresso trionfale in città da parte delle truppe italiane avvenne il 5 maggio 1936, data nella quale Mussolini proclamò l’impero dal balcone di Palazzo Venezia, il cui titolo veniva assunto dal re Vittorio Emanuele III.

Non venne tuttavia firmata alcuna resa da parte etiope, pertanto le operazioni militari non potevano dirsi concluse.

Furono necessarie lunghe operazioni di polizia coloniale per sedare le ribellioni che, di fatto, erano guerriglie vere e proprie in varie regioni, spesso represse con metodi brutali, seguendo le indicazioni fasciste che non erano propense alla magnanimità.

Verso la fine del 1937, Graziani venne sostituito dal duca Amedeo di Savoia-Aosta che stabilì una nuova politica sul territorio.

I ribelli vennero poi sostenuti da Francia e Gran Bretagna e, soprattutto dal 1941, collaborarono per rimettere sul trono il negus, fatto che avvenne nel maggio 1941.

A partire dal 4 febbraio 1942, con la firma degli accordi italo-britannici, i civili italiani vennero rimpatriati o internati in campi di concentramento assieme agli uomini abili e ai combattenti, circa 40mila, catturati.

L’Italia rinunciò definitivamente alle colonie con il Trattato di Parigi del 1947.


Alessia Biasiolo



mercoledì 9 settembre 2026

La Governabilità politica della complessità

DIBATTITI

Prof. Sergio Benedetto Sabetta



Nell’attuale società sempre più complessa la narrazione afferma che la sua gestione non può avvenire che attraverso una semplificazione logica, al contrario in una relazione eccessivamente semplice si provvede all’analisi delle relazioni ambientali.

Nella complessità vi è la “causalità” comportamentale, se non addirittura il “caotico” senza un ordine logico, ma sia nelle scienze naturali che umane a fondamento vi è il proposito conoscitivo e non un giudizio normativo o puramente valutativo.

Ne consegue che nella complessità ed ancor più nella caoticità viene meno la prevedibilità in termini conoscitivi come causalità, interviene l’analisi dei possibili attrattori quale semplificazione sia della complessità che della caoticità, in termini politici ed economici necessita la fattibilità dei programmi e la valutazione degli attori.

La governabilità è venuta in questi ultimi decenni compromessa dalla crescente autonomia decisionale dei governi locali, nonché dagli interventi dei governi soprannazionali in una crescente complessità, a questi due fattori si sono aggiunti un proliferare a tutti i livelli e campi di enti pubblici, talvolta con fini non ben definiti e sovrapposti fra loro, creando una sorta di “mercato” politico e istituzionale.

Si è affermato che attraverso una accresciuta partecipazione di soggetti interessati, quali enti ed associazioni, si sarebbe potuto ottenere una migliore governabilità, di fatto si è ottenuto una ulteriore complessità e rallentamento decisionale nel proliferare di enti pubblici e privati orientati a finalità pubbliche; nel venire meno di un modello giuridico - statuale gerarchico, si è dato spazio ad iniziative operative dagli esiti imprevedibili, ossia ad un “mercato”.

La complessità della governabilità è quindi la conseguenza ultima del proliferare di centri di potere e decisionali con finalità “sociali”, in un pluralismo di interessi sociali.

Deve tuttavia considerarsi che il significato di governabilità muta al mutare del contesto, per esempio:

  • nel contesto dello “sviluppo economico” è intesa quale stabilità politica, efficacia del diritto ed efficienza della P.A. , una società civile ben strutturata, tesi sostenuta dalla Banca Mondiale per una effettiva modernizzazione economica;

  • nelle “relazioni internazionali” come capacità di risolvere i problemi tra Stati e Nazioni;

  • nel “modello britannico – USA” come rapporto societario tra management e azionisti;

  • nel contesto delle “nuove strategie di gestione manageriale pubblica” è la necessità che le imprese pubbliche privatizzate forniscano determinati standard di qualità in una struttura a rete;

  • infine, quale “nuovo stile di rappresentanza”, soprattutto a livello locale e regionale, in cui vengono coinvolti una moltitudine di attori sociali (J. Pierre).

In questo interviene nella governabilità politica la “comunicazione” quale procedura di mediazione, concertazione e convincimento per ridurre la conflittualità, ma la comunicazione diventa di per sé un ulteriore elemento di complessità nella comunicazione di massa, necessita pertanto una visione di insieme che permetta di articolare dei quadri di analisi e modelli parziali nell’impossibilità di ottenere un unico quadro, quadri che devono essere messi in coerenza tra loro dallo Stato nella sua sovranità politica.

Tra le modalità di attuazione la più importante è la contrattazione da distinguere da quella di mercato dove non deve elaborarsi un “piano di coordinamento”, questo è necessario ancor più in presenza di un potere dominante economico privato; tuttavia necessita una capacità di rapportarsi dei partiti politici grazie ad una propria struttura tecnica venuta meno negli anni ’90, non essendo sufficiente se non causa di una ulteriore complessità il fiume di attività legislativa che viene a disperdersi in buona parte.

Gli USA già dal 1993 hanno elaborato un meccanismo di pianificazione strategica per tutte le agenzie federali (GPRA), sebbene con difficoltà di attuazione, in questo si inserisce l’enorme incremento dell’A.I. le cui aziende compattamente influenzano pesantemente la politica a proprio favore, lo scontro avviene tra aziende per la differenza di interessi.

Nel capitalismo USA il governo non agisce direttamente ma attraverso quote azionarie, questo anche nella aziende A.I., tuttavia la complessità è tale che al governo mancano gli strumenti per capire il funzionamento della stessa A.I.

Bibliografia

  • F. Archibugi, Lettera Internazionale, n.75, I Trimestre 2003;

  • J. Pierre, Debating Governance: Authority, Steering and Democracy, Oxford U.P. 2000

lunedì 7 settembre 2026

Master Situazione Frequentatori

NNOTIZIE CESVAM

 Alla data odierna i Frequentatori iscritti ai Master sono

. Storia Militare    15

. Politica Militare Comparata 13

. Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale 114

Al Corso di Perfezionamento e approfondimento di Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale  iscritti 5

Il 30 settembre pv. scade il termine di presentazione e dell'elaborato finale per essere ammessi alla sessione di Laurea invernale: Dicembre 2026

 

domenica 6 settembre 2026

Progetto 2026/1 Gli Ordinamenti dell'Esercito Italiano nel Secondo Dopoguerra Indice

 NOTIZIE CESVAM

Indice Generale

Volume 3

Gli Ordinamenti dell’Esercito Italiano nel secondo dopoguerra

Dalla nascita della Repubblica alla ristrutturazione del 1975


Presentazione

Prefazione

Ringraziamenti

Nota dell’Autore

Premessa

Introduzione


Tomo I - Dal 2 giugno 1946 al 31 dicembre 1960

Capitolo 1 – Una difficile ricostruzione

1.1. La situazione politica nell’immediato secondo dopoguerra

1.2 I primi studi-progetti sulla struttura del nuovo Esercito Italiano

1.3 Le forze di polizia a statuto militare

1.4 I primi adeguamenti organici

1.5 Le conseguenze del Trattato di pace

1.6 La struttura di vertice delle Forze Armate e dell’Esercito dalla fine

della guerra al Trattato di pace

1.7 Conclusioni


Capitolo 2 –L’ingresso nella NATO e gli anni Cinquanta

2.1. L’adesione al Patto Atlantico

2.2. L’espansione ordinativa

2.3. Gli ordinamenti e gli organici delle Varie Armi, Corpi e Servizi.

Considerazioni.

2.4 Conclusioni


Tomo II. Gli anni Sessanta. Dal 1 gennaio 1961 al 31 dicembre 1969

Capitolo 3Gli anni Sessanta

3.1 La situazione politico-militare e dottrinale negli anni Sessanta

3.2. La struttura dell’Esercito Italiano negli anni del boom economico 3.3 Considerazioni sugli ordinamenti e gli organici delle Varie Armi, Corpi e Servizi

3.4.Conclusioni


Tomo III. Gi anni Settanta e la ristrutturazione. Dal 1 gennaio 1970 al 31 dicembre 1975

Capitolo 4 – Gli anni Settanta e la Ristrutturazione

4.1 La situazione politico-militare e dottrinale nei primi anni Settanta

4.2. La struttura dell’Esercito Italiano prima della Ristrutturazione

4.3 La Ristrutturazione

4.4 Considerazioni sugli ordinamenti e gli organici delle Varie Armi,

Corpi e Servizi

4.5 Conclusioni


Tomo IV. Documenti. Dal Documento m. 1 al n.31

Documento 1: Struttura dei Gruppi di Combattimento del Regio Esercito all’atto della loro costituzione.

Documento 2: Ordine di battaglia dell’Esercito Italiano al 2 giugno del 1946

Documento 3: Tabella sinottica con le trasformazioni ordinative adottate dall’Esercito Italiano il 1° luglio 1946

Documento 4: Tabella sinottica con le trasformazioni ordinative adottate dall’Esercito Italiano da gennaio del 1947 (Esercito di Transizione)

Documento 5: Ordine di Battaglia dell’Esercito Italiano a marzo del 1945

Documento 6: Tabella riassuntiva degli stanziamenti erogati per l’Esercito Italiano (esclusa l’Arma dei carabinieri) nel decennio 1947-1957

Documento 7: Ordine di Battaglia dell’Esercito Italiano nel 1951

Documento 8: Tabella sinottica degli organici degli Ufficiali dell’Esercito Italiano

Documento 9: Ordine di Battaglia dell’Esercito Italiano alla fine del 1953

Documento 10: Ordine di Battaglia dell’Esercito Italiano a maggio del 1954

Documento 11: Organico di guerra e personale di una Divisione di Fanteria nel 1955

Documento 12: Materiali ed equipaggiamenti di una Divisione di Fanteria nel 1955 secondo l’organico di guerra vigente

Documento 13: Organico di Guerra di una Divisione di Fanteria di “Pianura” nel 1958

Documento 14: Organico di Guerra di una Divisione di Fanteria di “Montagna” nel 1958

Documento 15: Organico di guerra di una Divisione Corazzata nel 1956

Documento 16: Organico di guerra di una Divisione Corazzata nel 1958

Documento 17: Organico di guerra di una Divisione Corazzata nel 1959

Documento 18: Organico di guerra di una Brigata Alpina tra il 1957 e il 1959

Documento 19: Organico di guerra delle Compagnie di Fanteria, Bersaglieri e Alpini tra il 1955 e il 1956

Documento 20: Organico di guerra delle Compagnie Comando e delle altre compagnie Reggimentali di Fanteria, Bersaglieri e Alpini nei primi anni 50

Documento 21: Organico di guerra dei Battaglioni di Fanteria, Bersaglieri e Alpini nel 1955

Documento 22: Organico di guerra alla fine degli anni Cinquanta dei Reggimenti di Fanteria, Bersaglieri, Alpini e Carristi e delle compagnie di supporto organicamente assegnate

Documento 23: Organico di guerra alla fine degli anni Cinquanta dei Battaglioni di Fanteria, Bersaglieri, Alpini e carri

Documento 24: Organico del Raggruppamento Lagunare e delle unità dipendenti

Documento 25: Organici del Reggimento, del Gruppo Squadroni e dello Squadrone di Cavalleria Blindata come da determinazioni del 1954 dello SME Ufficio Ordinamento

Documento 26: Organici del Comando della Brigata di Cavalleria e del Reggimento di Cavalleria Blindata come da determinazioni del 1957 dello SME Ufficio Ordinamento

Documento 27: Tabelle Organiche di guerra previste per le unità di Artiglieria nel quinquennio 1948-1953

Documento 28: Organici delle unità di Artiglieria dopo la ristrutturazione della seconda metà degli anni Cinquanta

Documento 29: Organici dei Battaglioni Genio delle Divisioni e compagnie Genio delle Brigate Alpine come da determinazioni del 1957 dello SME Ufficio Ordinamento

Documento 30: Organico dei Battaglioni Trasmissioni delle Divisioni e delle Compagnie Trasmissioni delle Brigate Alpine

Documento 31: Quadro di Battaglia dell’Esercito Italiano al 1° gennaio 1961



Tomo V. Documenti. Dal Documenti 32 al n. 61

Documento 32: Quadro di Battaglia dell’Esercito Italiano nel 1966

Documento 33: Organico delle Brigate di Fanteria negli anni Sessanta

Documento 34: Organici delle Divisioni di Fanteria di Pianura, Montagna, Meccanizzate e Corazzate anni Sessanta

Documento 35: Organici della Brigata Corazzata delle Divisioni Corazzate nel 1963

Documento 36: Organici della Brigata Meccanizzata delle Divisioni Corazzate nel 1963

Documento 37: Organici delle unità Paracadutisti nel 1967

Documento 38: Organici della Brigata Artiglieria delle Divisioni Corazzate nel 1963

Documento 39: Organici, riferiti al 1963, del Comando dell’XI Brigata Meccanizzata, del Comando Reggimento e dei Battaglioni Carabinieri

Documento 40: Organici dei Battaglioni Carabinieri nel 1969

Documento 41: Ridenominazione e trasformazione dei Battaglioni Esploranti Divisionali (BED) in Gruppi Esploranti Divisionali (GED)

Documento 42: Organici dei Reggimenti Artiglieria Corazzata nel 1968 e dei Gruppi alle loro dirette dipendenze

Documento 43: Organico di guerra del Gruppo Artiglieria Missili nel 1966

Documento 44: Organici di Guerra delle Unità dell’Artiglieria Contraerei nel 1969

Documento 45: Tabella delle razioni viveri ordinarie dal 1861 al 2000

Documento 46: Elenco dei Distretti Militari degli anni Sessanta e relativa dipendenza dai livelli ordinativi superiori

Documento 47: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino attuati nei confronti delle Grandi Unità e dei Comandi di Reggimento all’indomani della Ristrutturazione

Documento 48: Ordine di Battaglia dell’Esercito Italiano al 30 giugno 1977 all’indomani della Ristrutturazione

Documento 49: Dati di forza e delle dotazioni delle armi, dei materiali e dei mezzi dei Battaglioni delle varie specialità di Fanteria dopo la Ristrutturazione

Documento 50: Dati di forza e delle dotazioni delle armi, dei materiali e dei mezzi delle Compagnie delle varie specialità di Fanteria dopo la Ristrutturazione

Documento 51: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino delle unità di Fanteria attuati con la Ristrutturazione

Documento 52: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino delle unità di Cavalleria attuati con la Ristrutturazione

Documento 53: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino delle unità di Artiglieria attuati con la Ristrutturazione

Documento 54: Dati di forza e delle dotazioni delle armi, dei materiali e dei mezzi dei Gruppi delle varie specialità di Artiglieria dopo la Ristrutturazione

Documento 55: Dati di forza e delle dotazioni delle armi, dei materiali e dei mezzi dei Reggimenti delle varie specialità di Artiglieria dopo la Ristrutturazione

Documento 56: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino delle unità del Genio attuati con la Ristrutturazione

Documento 57:Dati di forza e delle dotazioni delle armi, dei materiali e dei mezzi dei Battaglioni Genio Pionieri e del 3° Battaglione Genio Guastatori “Verbano” dopo la Ristrutturazione

Documento 58: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino delle unità delle Trasmissioni attuati con la Ristrutturazione

Documento 59: Dati di forza e delle dotazioni delle armi, dei materiali e dei mezzi dei Battaglioni Trasmissioni Divisionali dopo la Ristrutturazione

Documento 60: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino delle unità dell’ALE attuati con la Ristrutturazione

Documento 61: Quadro riassuntivo dei provvedimenti di riordino attuati nei confronti dei Reggimenti CAR con la Ristrutturazione



sabato 5 settembre 2026

Gli studi orinativi propedeutici alla creazione dei Gruppi di Combattimento da parte delle SMRE

 APPROFONDIMENTI

PROGETTO 2024/4 

La genesi dell'Esercito Italiano nel secondo dopoguerra



Massimo Coltrinari

Il risultato delle conferenze del 23 e del 31 luglio 1944 fu notevole. Era terminato l’atteggiamento ostativo alleato in termini di equipaggiamento ed armamento: finalmente anche gli Alleati avrebbero avuto armi ed equipaggiamenti, come i Polacchi, i Brasiliani, i Greci, e le truppe dell’Impero adeguati alle esigenze della guerra che si stava combattendo, e quindi posti su un piano di eguaglianza; la consistenza del contributo italiano in termini di unità combattenti si triplicò; inoltre si apriva la speranza che questo contributo aumentasse in relazione alla struttura delle divisioni di sicurezza interna, che divennero una sorta di riserva per la costituzione di nuove unità.


Lo SMRE, sulla base delle decisioni prese con gli Alleati si mise subito al lavoro. I lineamenti di studio, come detto, per la creazione dei gruppi di combattimento fu articolato in tre comparti:

- costituzione organica del Gruppo di Combattimento

- tattica conseguente alla costituzione organica

- addestramento


Costituzione organica del Gruppo di Combattimento

Sulla base dello studio approntato già dal febbraio 1944 in merito al riordinamento delle divisioni “Piceno” e “Mantova” fu approntato un progetto organico di base, che risultò come segue:

. comando del Gruppo di combattimento (200 uomini)

. 2 reggimenti di fanteria (6300 uomini) ogni reggimento su 3 battaglioni,1 compagnia mortai ed una compagnia

cannoni da 6 libbre, calibro 57/50, (18 pezzi per reggimento)

. 1 reggimento artiglieria (1400 uomini) su 4 gruppi di cannoni da 4 libbre (calibro 87 mm) -(32 pezzi), 1 gruppo

cannoni controcarro da 17 libbre (calibro 76 mm) – (8 pezzi) 1 gruppo di cannoni contraerei da 40 mm

(12 pezzi)

. 1 battaglione del Genio con 1 compagnia collegamenti (300 uomini) e 2 compagnie artieri (400 uomini)

. 1 Sezione di sanità e 2 ospedali da campo (300 uomini)

. 1 autoreparto per carburanti, sussistenza e artiglieria ( 400 uomini)

. officine meccaniche ed elementi vari ( 200 uomini)

Complessivamente nel gruppo di combattimento si sarebbero avuti 9500 uomini con la seguente dotazione di armamento:

. 4500 fucili

. 2500 moschetti automatici

. 500 mitragliatrici

. mortai: 220 Piat, 30 da 76 mm, 140 da 50 mm

. 32 pezzi da 25 libbre ( calibro 87 mm)

. 8 pezzi controcarro da 17 libbre (cal. 76 mm)

. 36 pezzi controcarro da 6 libbre (cal. 37 mm)

. 12 pezzi contraerei da 40 mm.

La proporzione tra battaglioni di fanteria e gruppi di artiglieria era di 1:1 (6 battaglioni di fanteria: 6 gruppi di artiglieria). Come è stato fatto notare1 nella divisione binaria italiana era di 2:1 (6 battaglioni di fanteria, poi aggiunti 2 battaglioni della Milizia) 3 gruppi di artiglieria. Ovvero il sostegno del fuoco ai Gruppi fu raddoppiato rispetto alla divisione binaria italiana.

Il personale assegnato ebbe una attenzione particolare: si doveva assegnare il personale migliore, scelti fisicamente e ben preparati, sopratutto gli ufficiali subalterni e di inquadramento, che dovevano avere un alto spirito combattivo e resistenza fisica tale da potere, in ogni circostanza, mantenere sempre integra l’attitudine a combattere.


Lineamenti della tattica conseguente alla costituzione organica

Una volta adottato l’organico definitivo del Gruppo di combattimento, su questo si sarebbero basati i relativi procedimenti d’azione. In relazione a questo era prioritario dare il massimo impulso all’addestramento tecnico sull’uso delle nuove armi in dotazione e dell’equipaggiamento. Al riguardo, tra i vari corsi di addestramento svolti dagli Alleati, che vedremo più avanti, qui merita di essere citato il corso informativo tattico, istituito allo scopo di far conoscere la dottrina tattica dell’Esercito inglese sull’impiego e sui procedimenti delle minori unità. A questo corso furono ammessi gli ufficiali superiori italiani che già avevano terminato i nostri corsi di S.M.


Addestramento

Il problema principale da risolvere era quello di addestrare il personale italiano all’uso di armi ed equipaggiamenti di un esercito straniero, che per giunta era stato nemico per oltre quattro anni. Il primo criterio di massima adottato fu quello di inviare un congruo numero di ufficiali italiani presso le scuole inglesi i quali, a loro volta, terminati i corsi, avrebbero provveduti ad istruire gli specialisti ed il personale di minori unità. Di pari passo fu dato il massimo impulso alla traduzione in lingua italiana dei regolamenti, librette e manuali d’uso inglesi e provvedere alla massima diffusione. Altro criterio fu quello di assegnare a ciascun Gruppo di combattimento in costituzione un nucleo di ufficiali inglesi per istruzione e collegamento, allo scopo di eliminare eventuali difficoltà e disguidi. 2

Si diede avvio nel mese di agosto alla istituzione di cari corsi, tra i quali:

. corsi sulle armi di fanteria, sulle armi di plotone e sul mortaio da 3 pollici )da 76 mm), a Benevento

. corsi sul materiale di artiglieria, in pratica sul

.. cannone controcarro da 6 libbre ( cal.57 mm) per ufficiali di fanteria:

.. cannone da 25 libbre ( cal. 87 mm);

.. cannone controcarro da 17 libbre (cal 76 mm)

.. cannone contraerei da 40 mm

. corsi sui mezzi di trasporto in dotazione agli Eserciti alleati

. creazione della scuola italiana dei collegamenti, creata a Nocera Inferiore

. corso informativo tattico, già citato, per la conoscenza e lo studio dei procedimenti tattici dell’Esercito Inglese

Il problema principale era la lingua, in quanto la conoscenza della lingua inglese nel regio Esercito era nulla; si provvide quindi a creare presso tutte le scuole, oltre che presso, come detto, i Gruppi di combattimenti di nuclei di interpreti. L'addestramento, in sintesi, era meramente applicativo, agevolato dalla abbondanza dei mezzi didattici a disposizione. In questo frangente fu utile l’opera di diversi soldati italiani già prigionieri che, rientrati o richiesti dalla prigionia, avevano già una pregressa esperienza sia dell'uso della lingua inglesi sia sui materiali di impiego.


Nella prima decade di agosto 1944 lo SMRE era alacremente al lavoro sotto il profilo organico. Fu stabilito l’ordine di precedenza nell’approntamento dei gruppi di combattimento, che non poteva essere che le divisioni “Cremona” e “Friuli” le meglio organizzate in quel periodo. La località di addestramento dei primi gruppi di combattimento fu individuata nella zona di Lucera, ove erano già in loco vari reparti della “Friuli”. Vi era un poco velato ottimista negli ambienti dello Stato Maggiore, dopo le riunioni ultime con gli alleati; addirittura si lavorava non solo sul presente ma anche in prospettiva, pensando di poter trasformare in unità combattenti le Divisioni di sicurezza. Questo avrebbe portato il numero dei gruppi ad 11, un numero tale che sicuramente, dal punto di vista ordinativo era giocoforza creare almeno una Armata italiana ma portare in linea. Questo ottimismo era basato su quanto aveva mostrato il Comando alleato in varie manifestazioni del suo pensiero, sempre favorevoli ad un ampliamento del contributo operativo degli Italiani. A questo risultato, non di poco conto se si pensa che solo sette mesi prima, nel gennaio del 1944, nei giorni non certo belli del “dopo Monte Lungo” vi era la concreta possibilità che si arrivasse alla totale cancellazione di unità combattenti italiane, si era giunto grazie a:


“a) il frutto della lunga, metodica e silenziosa azione svolta dalle nostre supreme autorità per ottenere il massimo potenziamento dello sforzo bellico dell’Italia al fianco delle Nazioni Unite”

b) il riconoscimento ufficiale da parte alleata del valore del combattente italiano dopo le prove date dai nostri soldati del I Raggruppamento motorizzato e del Corpo Italiano di liberazione”


1 Cfr. I Gruppi di Comnattimento, Nota 1 pagina 12. L’organigramma sopra riportato è tratto da questa pubblicazione

2 Cfr. “I Gruppi di Combattimento”, cir., pag. 13