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mercoledì 27 maggio 2026

Attività Editoriale. Conclusione Progetto 2024/1 Monte Marrone

                                                                                                      NOTIZIE CESVAM





  Il progetto 2024/1 dal titolo "Monte Marrone La Prima Vittoria del Corpo Italiano di Liberazione 31 marzo 1944  10 aprile 1944 Il significato strategico presso gli Alleati 80° anniversario della Guerra di Liberazione"  si è concluso. E' stata pubblicato il volume espressione della ricerca.

martedì 26 maggio 2026

Internamento in Germania

 DIBATTITI

Il Campo di Biala Podlaska

 

Per la cortese adesione del Giornale settimanale di vita internazionale “Cosmopolita“ mi è dato di poter riprodurre un articolo soldati italiani deportati in Polonia pubblicato nel n. 19 del 9 dicembre 1944 dello stesso Giornale, a firma Roberto Ballarati.

Casualmente, l’Autore si riferisce proprio al Campo di Biala Podlaska che spezzò la vita di mio figlio (Renato Mariani) e indubbiamente a Lui allude ove parla che “un Sottotenente giovanissimo morì per una inspiegabile infezioni biliare“.

 

Sulla linea ferroviaria Varsavia-Minsk a cinquanta chilometri dal Bug e da Brest Litowsky, e a meno di trecento dalla linea del fuoco, all’inizio dell’inverno sul 52º parallelo.

Non più di questo poteva suggerire al fortunato destinatario l’indirizzo timbrato: “stalag 366 - Zweiglager-Biala Podlaska“, sulle cartoline dell’Internierten-Post dalla data lontana. Del testo, c’era poco da fidarsi per il suo ottimismo forzato dalla censura; la firma forse garantiva che il caro lontano era ancora in vita.

Tre giorni era durato il nostro viaggio dallo Stalag IX C di Torn al nuovo campo. Consueto trattamento di carro bestiame piombato senza riscaldamento nè sportelli laterali. Alle 15,30 e con un buio pesto ci accolse Biala Podlaska.

Il campo era vicino. Il cammino fu rischiarato da un aereo-faro che rasentando le nostre teste, ci venne incontro e non ci abbandonò fino all’arrivo; aveva un enorme riflettore sulla fusoliera che ora in testa, ora in coda dalla colonna, lanciava lame di luce accecanti. Tutti i riflettori del campo si diressero sull’ingresso al nostro arrivo. Per cinque, passammo le teorie dei tre ordini esterni di filo spinato. Ci fecero poi sostare sul viale d’accesso al campo “vero“, dove dopo altri tre ordini di reticolati si indovinavano nell’ombra tutte le baracche. Era un campo vuoto, in approntamento ancora.

Come a teatro si accesero tutti i proiettori e il dramma-per alcuni la tragedia-incominciò. Il prologo lo recito il comandante del campo. Mentre il nevischio cadeva, ci tenne mezz’ora per dirci che eravamo “benvenuti nel campo“, che avessimo pazientato perché tutto non era all’altezza per un campo di prigionieri… ad ogni modo era stato tutto disinfettato e pulito d’ogni residuo dei prigionieri russi evacuati da qualche giorno (tifo petecchiale in vista). Due avvertimenti: non bere l’acqua perché inquinata (cadaveri non molto lontani) e non accendere fuochi di nessun genere (aerei russi di passaggio). Poi da amorevole padrone di casa ci dette un’utile informazione. A dieci passi dal triplice reticolato interno cominciava la “zona proibita“: chi vi si fosse avventurato si sarebbe procurato un rosario di pallottole dei mitra che giorno e notte, erano puntate dalle vedette poste sugli osservatori, ad ogni angolo dei reticolati esterni.

Sempre per cinque, ci dettero una copertina, una ciotola e una tazza di coccio, poi nel buio instabile, infastiditi dai riflettori impazziti, raggiungemmo le baracche.

La Germania si può dire il regno della baracca. Ma fino allora le avevamo soltanto viste. Viverci e tutt’altra cosa. Una baracca: bassa, quasi un vagone ferroviario privo dei carrelli e delle ruote, messo a contatto col suolo. Un ingresso con tre scalini per ognuno dei due o tre vani di cui è composta; la porta è pesante e da uno stanzino dove a sinistra a destra c’è un’altra porta: si entra poi nel vano dove si vive in ventiquattro o anche più. Le baracche ospitano dai quarantotto ai settantadue prigionieri. Grosse travi troneggiano a mezz’aria e danno l’aspetto di un retroscena o d’un deposito; in fila, sfruttando anche il più piccolo spazio, i “castelli“ di legno per dormire, a due posti uno sull’altro.

Dopo la prima mezza giornata di prigionia, le porte di ingresso avevano il sistema di “chiusura automatica“ con una cordicella e il mattone legato all’estremità per contrappeso. Dentro, dei tappetini di carta intagliata coprivano i recipienti che, da un minimo di tre a un massimo di dodici, erano il “completo da tavola“ formato con mezzi vari di fortuna. Un angolo era tappezzato con le foto d’un bimbo in tutte le pose. Sopra il  “castello“ una mensola portava una ciotolina portacenere, uno stecco forse nettaunghie, spatole e cucchiaini di legno di ogni misura, un portaritratti sconnesso con una foto di una donna giovane. Chiudi dovunque per appendere la borraccia, il cappotto, le scarpe umide da asciugare.

Se un tavolo c’era, non c’erano posto per tutti; e se c’era posto, mancava qualcosa su cui ci si potesse sedere. Molti perciò vivevano in alto, fuori dal contatto con la terra: mangiavano appollaiati sul castello, si svestivano lassù e dormivano sul posto; gli abiti pendenti ai lacci del soffitto, facevano da schermo alla poca luce delle finestrine. L’ora tormentosa era quella del rancio: tormentosa oltre che per la fame mai soddisfatta anche per lo spazio ristretto che aveva come conseguenza e gli alterchi più violenti della giornata. Quel poco che si ingoiava era amareggiato dall’urto del vicino o dalle pedate sulla testa dell’uomo “dall’alto“ che mangiava sul castello con le gambe penzoloni.

La piccola stufa era allora letteralmente sommersa dalle gavette, gamelle e pentoline che con ganci ingegnosi la ricoprivano sino alla base; ma per tutti non c’era posto e i litigi erano immancabili. Il sole quasi sempre assente dai primi di novembre, alle dieci del mattino si esibiva, quando c’era, in una specie di tramonto aranciato per poi scomparire nel nebbioso mezzogiorno. Dopo tre ore, la notte. In campo la luce artificiale non c’era come non c’era l’acqua (si beveva dal tiglio bollito a reazione). Il Major più volte si “scusò” dicendo che era un campo inabitabile, forse si sarebbe provveduto.

Fuori dalla baracca, nelle sere in cui il tempo era calmo, si poteva udir passare la guerra, in terra e in aria. Eravamo a meno di trecento chilometri dal fronte russo, vicino ad una linea ferroviaria di rifornimento delle più importanti. Passavano lunghi convogli ferroviari con un’intensità spettacolo osa, della durata di cinquantasei minuti ognuno. Dal vicino campo di aviazione, aerei esamotori erano in continuo movimento, forse per portare o riportare dal fronte, uomini e materiali. Quindi  i tedeschi mettendoci dietro sei ordini di filo spinato, avevano come al solito “ottemperato“ alle norme della convenzione di Ginevra. Al minimo sentore di allarme aereo nella zona, si affrettavano a spegnere i fari di segnalazione regolamentari e ogni luce in campo, di modo che le baracche, alla luce dei razzi illuminanti, sembravo accampamenti di truppa. E i “raids“ russi erano continui.

Il 7 novembre cadde la prima neve. Problematico era passare l’inverno nordico in quelle condizioni di vita e di denutrizione. Quanti avrebbero superato la prova? Nell’inverno 42-43 erano deceduti nel campo per tifo petecchiale e scorbuto oltre quattromila prigionieri russi su di un totale di quindicimila circa.

Grazie a Dio, la stagione fu mite: media 30° sotto zero e la salute generale fu relativamente soddisfacente. I tedeschi dettero a chi non aveva nulla dei pastrani di belgi, francesi e russi morti. Molti erano ancora macchiati di sangue. Ogni capo di vestiario aveva il suo bucherello.

In baracca il freddo imperava. Un secchio di fradicia poltiglia nero fangosa, detta carbone doveva bastare (quando si riusciva ad accenderla) per farci sopravvivere. Il secchio non bastava: era chiaro.

Il freddo annebbiata la vista, annienta ogni volontà; cominciare una “sparire“  tavoli e tavole dalle baracche disabitate: ogni giorno un vuoto totale si creata in quelle baracche in fondo al campo. Fuochi, veramente di gioia, si accendevano con mille rischi: il calduccio, che lieve e brive ridava la sensazione di vivere, ripagava l’azzardo.

Gli organismi leggermente tarati, privi di cure, indeboliti degli anni o dagli stenti cedettero insieme ai più forti. Un capitano degli alpini morì in sette giorni di broncopolmonite, un sottotenente giovanissimo per un inspiegabile infezioni biliare. La tubercolosi fulminante pizzicava qua e là le sue vittime. Medici italiani si offrirono per lottare col male e col “sanitario“ tedesco che non voleva dare nulla, nemmeno la carta velina al posto del cartone idrofilo. Costui, vero “criminale di guerra“, aveva ordinato di togliere a tutti noi qualsiasi medicinale. Così il diabetico aveva un po’ di scorta di insulina, il malarico che aveva le perle del chinino, il sofferente di dispepsia con il bicarbonato, e perfino il miope con i suoi occhiali furono spogliati.

La realtà era che i medicinali arrivati in campo passavano al Lazzarett tedesco, o riapparivano sotto forma di borsa nera in cambio di stivaloni e suole. I medicinali richiesti non arrivarono mai ai medici italiani. Le cure ai malati venivano o dal compagno “facoltoso“ o dall’aiuto divino. Un “numero“ moriva con accanto i compagni di baracca che a turno gli avevano portato qualcosa di buono; una bianca scatoletta, una pasticca di menta, un cioccolatino stantivo; quella lieve ombra di affetto forse rendeva meno ghiaccia la morte. Poi la veglia, le orazioni del cappellano e l’adunata generale sullo spiazzo: passava una cassa fatta con assi di “baracca”, e con l’”Ausweis” del Major del campo “buono per quattro compagni più il cappellano” si andava a due passi dal campo al cimitero, già occupato da tanti russi. Fu il cappellano che ottenne per noi italiani il privilegio di una croce sul tumulo-ai russi “non concesso” e ci disse il Major-come a chi si dà un premio. I compagni poi facevano il suo pacco, riunivano le sue foto su cui non fissavano lo sguardo per non cedere, e tutto veniva affidato alla Feldpost -se la sua casa era nella mezza Italia martoriata dei tedeschi. Se no a, rimaneva lì.

I cappellani, con la loro opera suadente e diplomatica, ottennero che ci fosse concessa una “baracca convegno“. Da quel giorno essa fu per noi la Chiesa, l’auditorium, il teatro, la piazza principale, il ritrovo di moda dalla vita elegante: fu insomma il luogo da cui si usciva ristorati almeno nello spirito. La domenica in esse venivano celebrate ogni ora, ma la Messa solenne era alle ore dieci. Il Major tentò di forzare il sacerdote a introdurre nell’esercizio del suo ministero una parte politica, per provocare quell’orientamento, quell’avvicinamento a “loro“ che non avvenne mai.

Un vecchio sottotenente attraversare il campo ogni sera con la sua lanterna. Andava alla “baracca“ per le prove dove attendevano infreddoliti e tremanti una dozzina di “cantori“. Posava le sue carte ingiallite accanto alla lanterna fumosa, toglieva da sotto i cenci una asticella e si iniziava allora il colloquio delle anime canore con le melodie celesti. Alla Messa delle dieci, il vecchio aveva il suo angolo riservato ed era attorniato dai suoi discepoli, l’organo c’era, era la fisarmonica salvata ai tedeschi tenuta orizzontalmente da due serventi. Il pomeriggio domenicale era dedicato ai cori celebri. Il Nabucco, i Lombardi, la Forza del Destino.

La fame aveva come alleati i secchi della cucina e come nemico il mercato nero. I “pasti” erano due: alle 13, brodaglia di cavoli aciduli o di carote gialle sporche di terra in un secchio, nell’altro patate lesse (tre piccole e razioni). Alle diciassette nel secchio c’era fanghiglia di bucce di patate con un quadruccio di margarina persona. Il “dito“ di pane era sempre più bagnato e il pioppo di ghiande  tradiva l’origine legnosa. Perciò il mercato nero si infiltrava in ogni parte. È da premettere che per il comando non esisteva moneta in campo, dato che era acceso una specie di conto corrente dove veniva accreditata la paga di 72-81-96-108-120-150 marchi mensili rispettivamente da sottotenente al colonnello; qualunque moneta trovata in baracca veniva sequestrata. Molti morivano di fame pur essendo quasi ricchi sulla carta. Inutile dire che nessuno ebbe mai liquidato il conto. Ma il denaro che correva c’era, nascosto nelle scarpe o nella fodera della giubba e serviva per far salire i prezzi ogni volta che tentava l’uscita, spinto dalla fame del suo possessore. Enorme la domanda, esigua l’offerta. Mercanti erano i soldati di cucina. Essi non erano favoriti oltre che dal luogo di lavoro, anche dal fatto che uscivano per scaricar patate alla stazione, e allora lungo il tragitto avevo modo di arrangiarsi, ricevendo anche doni dai contadini locali. Un uovo fu venduto a 900 lire; della pasta a 2200, una sigaretta 30 lire e una patata cruda per 60. Poi questi magnati del mercato si dettero la voce di non vendere più ma solo barattare. A lungo andare, dopo scambi di camice per due pani, stivali per cinque pani e un po’ di fagioli, berretti per un pane, si videro gli ufficiali laceri e malandati, mentre i cucinieri mi salutavano con uno scatto perfetto degli stivaloni lucidi; la camicia pulita, il volto paffuto, il capo coperto da un elegante berretto rigido.

Nottetempo, come dei lupi, la fame faceva uscire i sette od otto procacciatori d’affari dalle loro baracche. Sapevano che al posto IV c’era Leopold l’ucraino. Li seguiva il collega che sapeva il tedesco; al posto IV un fischio. La sentinella infagottata e coperta fino alla punta del naso, si voltava. Quando il proiettile si allontanava, i colloqui in tedesco aveva inizio e si incrociavano le domande: cibo da un lato; vestiario dall’altro. Gran richiesta dall’esterno per penne stilografiche stivaloni. Una sera una sentinella disse in tedesco che eseguiva l’ordine di un ufficiale chiedendo suole in cambio di due pani. I pani arrivarono dal cielo, lanciati dal poderoso ucraino al di sopra dei fili spinati.

Ma a chi non aveva il sufficiente per coprirsi, non restava altro che sentire la fame, assaporarla bene, e trovare in essa l’assillo nelle ore serali quando il vegliare era un tormento uguale al sonno senza pace. Si andava col pensiero a qualche cosa, a qualcuno che potesse sollevare la pena dello stomaco con un aiuto. E la Croce Rossa?

Il 7 dicembre un comunicato affisso alla baracca-convegno diceva testualmente: “nessuno può scrivere né rivolgersi con qualsiasi mezzo e per qualunque ragione al Comitato della Croce Rossa Internazionale a Ginevra, al Vaticano, nell’Ambasciata d’Italia a Berlino, dato che questo comando - considerando i “soldati del duce“ come ospiti graditi da restituire gradualmente alla madrepatria-gli assiste direttamente per quanto è in suo potere“. Firmato: il la Major. Per questo la Croce Rossa brillò per la sua assenza nei 70 campi di prigionia della Polonia?...

La posta era un’altra piaga.

Vidi un sottoufficiale tedesco cestinare nella posta in arrivo solo perché scritta sui moduli commerciali o su carta da lettera affrancata con francobolli recanti l’effigie del re; se c’era la testa di Hitler, graziava per rispetto.

In campo si leggeva, si aveva sete di carta stampata, ma purtroppo questa difettava. Giravano dei libri, ma erano pochi. Si leggevano I due prigionieri di Zilahy con la stessa voracità con cui si digerivano i minuti i caratteri d’un trattato di ostetricia o le aride novelle svedesi di Lagerkvist. E i tedeschi sapevano dell’esistenza di questa malattia di prigionieri, e dopo averla fatta sviluppare fecero venire un sottile narcotico, un veleno che avrebbe prima o poi senza fallo intossicato tutti, sotto forma di un ignobile foglio stampato settimanalmente, e distribuito con larghezza in tutti i campi dei deportati. Aveva una testata attraente e un dolce titolo: “la Voce della Patria“. Carità di essa vuole che se ne taccia.

 

 

domenica 24 maggio 2026

La navigazione in Artide : I rompighiaccio. IV Parte

 UNA FINESTRA SUL MONDO



Il rompighiaccio russo Artika
 La Russia ha la maggiore flotta di rompighiaccio tutta schiera in artide

sabato 23 maggio 2026

La navigazione in Artide: i rompighiaccio III Parte

 UNA FINESTRA SUL MONDO


La consistenza della flotta dei rompighiaccio
Fonte Informazioni Difesa n. 1 del 2026



venerdì 22 maggio 2026

La navigazione in Artide: i rompighiaccio II

 UNA FINESTRA SUL MONDO


La navigazione in Artide è regolata dal Polar Code, un insieme di norme che sono state redatte dall 'I M  O International Maritime Organization, a cui aderisco i Paesi rivieraschi 


giovedì 21 maggio 2026

La Navigazione in Artide: i rompighiaccio I

UNA FINESTRA SUL MONDO




Tutti i paesi che si affacciano sull'Artico si sono dotati di una flotta di rompighiaccio che permette loro, anche grazie al progressivo scioglimento della banchisa, di penetrare e controllare aree sempre più vaste di detto mare.
Daremo dato sulla consistenza di detta flotta


 

mercoledì 20 maggio 2026

Sessione di Laurea Estiva Anno Accademico 2025 2026

 NOTIZIE CESVAM

La sessione in oggetto per il Masteer di Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale è fissata per Lunedi 15 Giugno 2026 alle ore 09.00

Per il Master di Politica MIlitare Comparata e Storia Militare Contenporanea è fissata per Martedi 16 Giugno 2026

La Casa di Filippo Corridoni
a Corridonia (Macerata)

Progetto 2024/2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine. Vito Artale

 ( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Tenente Generale del Servizio Tecnico di Artiglieria del Regio Esercito

Direttore del Laboratorio di Vetrerie Ottiche di Roma,

Vito ARTALE

(Palermo, 3 marzo 1882 – Roma-Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944)

 

All’indomani del diploma liceale venne ammesso alla frequenza della Accademia Militare di Torino (denominazione dell’epoca), uscendone nel 1905 con il grado di Sottotenente di Artiglieria. Promosso Tenente è assegnato al 3° Reggimento Artiglieria da Fortezza, venendo impiegato nella guerra italo-turca e nelle successive operazioni di controguerriglia in Libia dall’ottobre 1911 al gennaio 1913, meritando una Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Rientrato in Italia viene assegnato nel settembre del 1913 a Berlino quale Addetto Militare.

Con la promozione a Capitano prende parte al Primo Conflitto mondiale inizialmente al comando della 141a batteria d’Assedio del 3° Reggimento Artiglieria da Fortezza e successivamente diviene comandante della 542a batteria d’Assedio. Nel luglio del 1917 è promosso Maggiore divenendo comandante del CXXII Gruppo d’Assedio ed in seguito del Comando del Corpo Volontari Gruppo d’Assedio. Assegnato al comando del II Gruppo del 35° Reggimento Artiglieria da Campagna passa a comandare il CLXVII Gruppo d’Assedio.

Con la fine delle ostilità, dopo aver meritato una Croce di Guerra al Valor Militare è membro della Commissione di Controllo dell’8a Armata per l’esecuzione delle clausole armistiziali. Con la promozione a Tenente Colonnello avvenuta nel 1926 e dopo essere stato posto al comando dell’11° Centro Contraerei transita nel Servizio Tecnico di Artiglieria. Nominato Vicedirettore della Fabbrica d’Armi di Terni dal 1° gennaio 1929, è assegnato in ordine allo Spolettificio di Roma e successivamente è trasferito al Laboratorio di Precisione dell’Esercito, prima come Vicedirettore e in seguito come Direttore. Promosso Colonnello diviene Capo della Vetreria Ottica permanendo in tale incarico anche nelle promozioni successive, quali quelle di Maggiore Generale e Tenente Generale. Benché collocato in riserva a marzo del 1940, viste le sue doti organizzative e tecnico-professionali, è trattenuto in servizio. Sotto la sua guida la Vetreria Ottica del Laboratorio di Precisione diviene il maggior opificio italiano dedicato alla produzione di vetrerie di precisione.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 Artale, fedele al giuramento prestato in nome del re, entra in contatto con il Fronte Militare Clandestino (d’ora in poi FMC) del Colonnello Montezemolo iniziando una sistematica opera di sabotaggio di alcune apparecchiature industriali e nascondendone altre, in modo che i tedeschi non fossero in grado di utilizzarle per fini bellici. La stessa motivazione della Medaglia al Valor Militare alla Memoria concessa ad Artale testimonia come egli avesse intrapreso l’azione di danneggiamento: “Tale azione di sabotaggio, compiuta con temerarietà sdegnosa di ogni prudenza, sotto gli occhi dei tedeschi e negli stessi locali da essi presidiati, sospettata prima, scoperta poi, condusse al suo arresto.”

Arrestato dalla Gestapo nel dicembre 1943 viene rinchiuso nel carcere a Via Tasso fino al 24 marzo 1944, per essere sottoposto a brutali interrogatori e torture, quando è assassinato alle Fosse ardeatine dagli uomini di Kappler.

Gli sarà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare (alla “memoria”).

Riposa al sacello n. 63 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 19 novembre 2025

https://www.combattentiliberazione.it/m-o-v-m-dall8-settembre-1943/movm-regione-lazio/artale-vito  

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org

http://www.infinitamemoria.it/cimiteri/lazio/roma/roma/cimitero-mausoleo-delle-fosse-ardeatine/memorial/vito-artale 20 novembre 2025

https://www.mausoleofosseardeatine.it

 


 

martedì 19 maggio 2026

Guerra Italo Etiopica Medaglia al Valor MIlitare II Parte

 ARCHIVIO



- centurione I° Gruppo Btg.ni CC.NN. Diamanti Armando Maglioni

- capo manipolo 192^ Leg. CC.NN. Emilio Maccolini

- cap. magg. 83° Rgt. Ftr. Giovanni Marini

- s. ten. cav. IV Gruppo Sq.ni mitraglieri autocarrati Aosta Ludovico Menicucc

- ten. cav. IV Gruppo C. V. Franco Martelli

- ten. col. Corpo Indigeni della Somalia Arturo Mercanti

- ten. III Btg. Arabo - Somalo Luigi Michelazzi

- ten. X° Btg. Eritreo Stefano Mileto

- s. ten. pil. R.A. Tito Minniti

- ten. col. pil. R.A. Ivo Oliveti

- s. ten. art. Flavio Ottaviani

- centurione 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre Guido Paglia

- cap. III Btg. Arabo - Somalo Dante Pagnottini

- capo squadra 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre Alessandro Paoli

- bers. 3° Rgt. Ottone Pecorari

- brig. RR.CC. Salvatore Pietrocola

- s. ten. pil. R.A. Gastone Pisoni

- ten. col. 84° Rgt. Ftr. Francesco Positano

- ten. 7° Rgt. Alpini Efrem Reatto

- cap. XVII Btg. Eritreo Lorenzo Righetti

- ten. col. X Btg. Eritreo Dialma Ruggero

- ten. XXII Btg. Eritreo Enrico Santoro

- cap. IV Btg. Eritreo Luigi Santucci

- serg. magg. 1° Rgt. Ftr. d'Africa G.Battista Sarotti Rosolino

- av. sc. mot. R.A. Mario Tadini

- cap. X Btg. Eritreo Raffaele Tarantino

- s. ten. IV Btg. Eritreo Geremia Trinchese

- seniore I° Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Luigi Valcarenghi

- maresc. pil. I^ Classe R.A. Luigi Veschi

- serg. pil. aerofotografo R.A. Livio Zannoni

- ten. V Btg. Libico Gino Zucchelli

- ten. col. II Div. Eritrea G.Franco Zuretti


 Fonte:Longo L E La Campagna Italo Etiopica (1935 -1936) , Roma, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, 2005

lunedì 18 maggio 2026

Guerra Italo Etiopica Le medaglie al Valore Militare I Parte

 ARCHIVIO


Elenco dei Decorati al Valor Militare:

. Guerra Italo Etiopica (3 ottobre 1935 – 9 maggio 1935).

. Operazioni di Controguerriglia (1935 – 1941)

 

-ten. 5° Rgt. Alpini Ezio Andolfato

-VII Btg. Eritreo Giuseppe Arena

- cap. s. ten. Nizza Cavalleria Francesco Azzi

- alpino 11° Rgt. Attilio Bagnolimi

- centurione 215^ Leg. CC.NN. 3 Gennaio Camillo Hindry Barani

- milite 263° Leg. CC.NN. 21 Aprile Francesco Battista

- capo manipolo Iº Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Fausto Beretta

- serg. mot. R.A. Dalmazio Birago

- cap. RR.CC. I^ Banda Carabinieri autocarrata Antonio Bonsignore

-1° centurione Iº Gruppo Btg. CC.NN. Eritrea Francesco Saverio Capparelli

- seniore 116^ Leg. CC.NN. Francesco Carnevalini

- capo manipolo med. 4° Btg. CC.NN., I° Gruppo Btg.ni Diamanti Luigi Chiavellati

- ten. 4° Autoraggr.to Agostino Ciarpaglini

- s. ten. 7° Rgt. Alpini Antonio Cicirello

- carabiniere Vittorio Cimmaruti

- cap. X° Sq. C.V. del "Nilo" Ettore Crippa

- serg. Michele Crippa

- capo manipolo 202^ Leg. CC.NN. Cacciatori Tevere Orazio Vincenzo Criso

- cap. magg. Banda Indigena Pellizzari Giovanni De Alessandri

- ten. pil. R.A. Alfredo De Luca

- magg. I° Gruppo Art. Mont. 2^ Div. Eritrea Aldo Del Monte

- ten. XXII Btg. Eritreo Renato De Martino

- cap. Lancieri Aosta Amedeo Thesauro De Rege

- s. ten. pil. R.A. Umberto Degli Esposti

- camicia nera scelta 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre Francesco Di Benedette

- centurione I° Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Ugo Di Fazio

- vice brigadiere Iº Coorte Volontaria Milizia Forestale Panfilo Di Gregorio

- seniore Iº Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Amerigo Fazio

- cap. magg. 2° Rgt. Art. Gino Forlani

- cap. 3º Rgt. Bers. Antonio Franzoni

- camicia nera Iº Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Filippo Freda

- centurione 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre Romolo Galassi

- carabiniere III Banda autocarrata Mario Ghisleni

- centurione cappellano I° Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Reginaldo Giuliani

- serg.46° Rgt. Ftr. Michele Griffa

- s. ten. XXIV Btg. Eritreo Sergio Laghi

- s. ten. XXVII Btg. Eritreo G.Battista Lapucci

- s. ten. 3° Rgt. Ftr. Coloniale Ottavio Lazzarini

- capo manipolo 128^ Leg. CC.NN. Emanuele Leonardi

- magg. pil. R.A. Antonio Locatelli (2^ concessione)

- cap. VI Btg. Arabo - Somalo Renato Lordi

- s. ten. I° Gruppo Btg.ni Eritrei Aldo Lusardi

( segue con post in data 19 Maggio 2026 ove sarà indicata la fonte da cui è stato tratto questo elenco)

mercoledì 13 maggio 2026

Progetto Africa. Vol II Bibliografia

 ARCHIVIO


BIBLIOGRAFIA

 

 

 

Arena N., La Regia Aeronautica 1919-1943. Volume primo. 1939-1940. Dalla non belligeranza all’intervento, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Aeronautica, Ufficio Storico, 1981

 

Bruttini A., Puglisi G., L’impero tradito, Firenze, Editrice La Fenice, 1957

 

Caccia Dominioni P., Ascari K7 1935-1936, Milano, Longanesi, 1966,

Conti G., Una guerra segreta. Il SIM nel Secondo conflitto mondiale, Bologna, Società Editrice Il Mulino, 2009

 

Cooper F., Africa contemporanea. Dalla decolonizzazione ad oggi, Roma, Carocci editore, 2019

Crociani P., La Polizia dell’Africa Italiana (1937-1945), Ufficio Storico della Polizia di Stato, Roma, Casa Editrice Laurus Robuffo, 2009

 

Dell’Uomo F., Di Rosa R., L’Esercito Italiano verso il 2000 – I Corpi disciolti – Volume secondo, Tomo I, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 2001

 

Dell’Uomo F., Di Rosa R., L’Esercito Italiano Verso il 2000. I Corpi disciolti. Volume Secondo. Tomo II, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 2001

Di Lalla F., Sotto due bandiere. Lotta di liberazione etiopica e resistenza italiana in Africa Orientale, Chieti, Editrice Stefanelli, 2016

 

Faldella E., L’Italia e la Seconda guerra mondiale. Revisione di giudizi, Bologna, Editrice Cappelli, 1967

 

Faldella E, Storia degli Eserciti Italiani, Milano, Bramante Editrice, 1976

 

Goglia L., Truppe Coloniali in Storia Militare d’Italia. 1796-1975 a cura del Comitato Tecnico della Società di Storia Militare, Roma, Editalia, 1990

 

Goglia L., La guerra in Africa, in L’Italia in guerra. Il primo anno – 1940. Cinquant’anni dopo l’entrata dell’Italia nella 2a Guerra mondiale a cura di Romano H RAINERO e Antonello BIAGINI, Roma, Commissione Italiana di Storia Militare, 1994

 

 

Ilari V., Sema A., , Marte in orbace. Guerra, Esercito e Milizia nella concezione fascista della nazione, Ancona, Casa Editrice Nuove Ricerche,1988,

 

Longo L. E., La campagna italo-etiopica (1935-1936). Tomo I, Tomo II,  Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 2005

 

Lucas E., De Vecchi G., "Storia delle unità combattenti della M.V.S.N. (1923-1943)", Roma, Giovanni Volpe Editore, 1976

Maccariello P., La Guardia di Finanza nella Seconda Guerra mondiale (1940-1945). Testo, Roma, Museo Storico della Guardia di Finanza, 1992

 

Maccariello P., La Guardia di Finanza nella Seconda Guerra mondiale (1940-1945). Documenti, Roma, Museo Storico della Guardia di Finanza, 1992

 

Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia, Le Medaglie d’oro al V.M., Vol I (Bandiere 1029 -1954, Individuali 1925-1941), Roma Tipografia Regionale, 1965,

Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico,La guerra in Africa Orientale (giugno 1940-novembre 1941), Roma 1986

 

Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Diario Storico del Comando Supremo. Volume I. 11/6/1940-3178/1940 a cura di Biagini A., Frattolillo F., Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1986

 

Ministero della Difesa, Stato Maggiore della Marina, Ufficio Storico  La Marina Italiana nella Seconda Guerra mondiale. Volume X. Le Operazioni in Africa Orientale, Roma, 1978

Montanari M., Politica e strategia in cento anni di guerre italiane. Volume III. Il periodo fascista. Tomo II. La Seconda guerra mondiale, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 2007

 

Pasqualini M. G., Carte segrete dell’intelligence italiana. 1919-1949, Roma, Edizione fuori commercio- Tipografia del R.U.D., 2007

 

Pignato N., Armi della fanteria italiana nella Seconda Guerra Mondiale, Parma, Emiliano Albertelli Editore, 1979

 

Rovighi A., L’Esercito Italiano in pace e in guerra, Milano, Edizioni RARA, 1991

 

Rovighi A., Le operazioni in Africa Orientale (giugno 1940-novembre 1941). Volume I. Narrazione, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico,1995

 

Rovighi A., Le operazioni in Africa Orientale (giugno 1940-novembre 1941). Volume II. Documenti, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1998

 

Rovighi A., 1992, Il 1941 in Africa Orientale, in L’Italia in guerra. Il secondo anno – 1941. Cinquant’anni dopo l’entrata dell’Italia nella 2a Guerra mondiale, a cura di Rainero H., Biagini A., Commissione Italiana di Storia Militare, Roma, 1992

 

Stefani F., La storia e la dottrina e degli ordinamenti dell’Esercito Italiano Volume II Tomo 2°. La Seconda Guerra Mondiale (1940-1943), Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1985

 

Triscritta R.C., “Corona Aurea Coloniale. Monografia delle Medaglie d’Oro in A.O.I., Torino SET, 1938


domenica 10 maggio 2026

Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I II Parte

 BIBATTITI



 

L’Arma dei Carabinieri, ancora inserita negli organici del Regio Esercito, ebbe 4 Medaglie d’Oro, 49 d’Argento, 108 di Bronzo, mentre la Bandiera di Guerra dell’Arma fu decorata della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.

La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che era parte integrante delle forze del Regio Esercito, ebbe 7 Ordini Militari di Savoia, 20 Medaglie d’Oro, 237 d’Argento, 625 di bronzo e 1282 Croci di Guerra al Valore Militare; ai Labari delle Legioni mobilitate 4 Medaglie d’Argento, 11 di Bronzo, 3 Croci di Guerra al Valore Militare.

L’Ordine Militare di Savoia, oggi Ordine Militare d’Italia, fu concesso indistintamente alle bandiere ed ai labari di tutte le Forze Armate e Corpi che avevano preso parte alla Campagna.

Le Truppe Indigene ebbero anche loro una considerazione particolare. Il Reale Corpo delle Truppe Coloniali dell’Eritrea e il Reale Corpo Truppe Coloniali della Libia ebbero alla bandiera la Medaglia d’Oro al V.M., cosi come il IV Battaglione Coloniale. Le ricompense individuali per questi due Corpi furono le seguenti: 32 Medaglie d’Oro, 1881 d’Argento, 4036 di Bronzo, 2415 Croci di Guerra. La bandiera del Reale Corpo delle Truppe Coloniali della Somalia venne decorata di Medaglia d’Oro. Le ricompense individuali per questo Reale Corpo furono: 82 Medaglie d’Argento, 145 di Bronzo 97 Croci di Guerra.

La Divisione “Libia”, ai suoi ufficiali sottufficiali e soldati sia nazionali che indigeni, furono concesse 1 Ordine Militare di Savoia, 3 Medaglie d’Oro, 55 d’Argento 153 di Bronzo e 230 Croci di guerra. Un Medaglia d’Oro fu concessa alla Grande Unità della Libia. [1]                                    

Il totale delle Medaglie d’Oro concesse per la campagna sono 73, a cui si devono aggiungere altre 35 Medaglie d’Oro concesse negli anni successivi fino alla dichiarazione di guerra per l contrasto alla guerriglia etiope.

 ( la prima parte è stata pubblica con post in data 9 maggio 2025 )



[1] Longo L.E., La campagna Italo- Etiopica (1935-1936), Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Tomo I, Roma 2005, pag. 425 e segg

[2] Triscritta R.C., “Corona Aurea Coloniale. Monografia delle Medaglie d’Oro in A.O.I., Torino SET, 1938; Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia, Le Medaglie d’oro al V.M., Vol I (Bandiere 1029 -1954, Individuali 1925-1941), Roma Tipografia Regionale, 1965,


sabato 9 maggio 2026

Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I I Parte

 


4 Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I

Le Decorazioni al Valore Militare per questa campagna ebbero una caratteristica  che possiamo dire negativa: spezzò una antica tradizione del Regno d’Italia che in tutte le guerre osservò una attenta e misurata concessione di decorazioni al valor militare, determinando questo atteggiamento un sostanziale considerazione per il Decorato. Infatti il “Nastrino Azzurro” aveva una altissima considerazione nella pubblica opinione italiana. In A.O.I si fece tutto il contrario: si procedette a concessioni su vasta scala, scatenando le ambizioni dei più, e dando vita ad una caccia “ al nastrino azzurro” senza pari, in gran parte svilendolo: Un'altra macchia del fascismo che con questo atteggiamento, che nel breve periodo contribuì a generare consenso, nel lungo generò  alimentò quel distacco che iniziò alla vigilia della dichiarazione di guerra per concludersi il 25 luglio 1943, che vie la totale assenza di ogni forma di difesa del regime.

Il totale delle decorazioni concesse al valore militare ammonta a  16.737, una cifra che ha fatto dire a Paolo Caccia Dominioni “un’orgia sfrenata che spezzò una antica e severa tradizione”[1]

 ( segure con post in data 10 maggio 2026)



[1] Caccia Dominioni P., Ascari K7 1935-1936, Milano, Longanesi, 1966, pag 608

Artico: chi vi abita lo difende

 UNA FINESTA SUL MONDO



Internazionale  17 -24 aprile 2026 n- 1661


venerdì 8 maggio 2026

Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I 1935 1936 I Parte

 DIBATTITI



Le Decorazioni al Valore Militare per questa campagna ebbero una caratteristica  che possiamo dire negativa: spezzò una antica tradizione del Regno d’Italia che in tutte le guerre osservò una attenta e misurata concessione di decorazioni al valor militare, determinando questo atteggiamento un sostanziale considerazione per il Decorato. Infatti il “Nastrino Azzurro” aveva una altissima considerazione nella pubblica opinione italiana. In A.O.I si fece tutto il contrario: si procedette a concessioni su vasta scala, scatenando le ambizioni dei più, e dando vita ad una caccia “ al nastrino azzurro” senza pari, in gran parte svilendolo: Un'altra macchia del fascismo che con questo atteggiamento, che nel breve periodo contribuì a generare consenso, nel lungo generò  alimentò quel distacco che iniziò alla vigilia della dichiarazione di guerra per concludersi il 25 luglio 1943, che vie la totale assenza di ogni forma di difesa del regime.

Il totale delle decorazioni concesse al valore militare ammonta a  16.737, una cifra che ha fatto dire a Paolo Caccia Dominioni “un’orgia sfrenata che spezzò una antica e severa tradizione”[1]

 

(segue con post in data 10 Maggio 2026)

[1] Caccia Dominioni P., Ascari K7 1935-1936, Milano, Longanesi, 1966, pag 608


La Guerra in IRAN 28 febbraio 1 maggio 2026

DIBATTITI



Gli Stati Unti e Israele hanno attaccato l'IRAN il 28 febbraio 2026
cercando di decapitare il vertice politico-religioso militare iraniano nella speranza di innescar una rivolta interna che portasse al crollo del regime
Questo non è accaduto
L'Iran ha reagito con il lancio di missili utilizzando la sua componente missilistica su obiettivi già selezionati

Il Presidente degli Stati Uniti ha unilateralmente dichiarato che la guerra è terminata
Si è constato che sia gli Usa che Israele hanno racchiuso il Diritto Internazionale in un vaso vaso che è stato scaraventato a terra in mille pezzi

Secondo Il Diritto Internazionale la guerra 
inizia con la Dichiarazione di Guerra
 e termina con il Tratto di Pace

Sembrano parole estranee al linguaggio attuale

L'8 maggio 1945 terminava la II Guerra Mondiale in Europa. 
Il 26 Ottobre 1945 si apriva il Processo di Norimberga