VALORE MILITARE Ce.S.Va.M.
Il blog è espressione del Centro Studi sul Valore Militare - Ce.S.Va.M.- istituito il 25 settembre 2014 dal Consiglio Nazionale dell'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valore Militare.Lo scopo del CEsVAM è quello di promuovere studi sul Valore Militare.E' anche la continuazione on line della Rivista "Quaderni" del Nastro Azzurro. Il Blog è curato dal Direttore del CEsVAN, Gen. Dott. Massimo Coltrinari (direttore.cesvam@istitutonastroazzurro.org)
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mercoledì 27 maggio 2026
Attività Editoriale. Conclusione Progetto 2024/1 Monte Marrone
martedì 26 maggio 2026
Internamento in Germania
DIBATTITI
Il Campo di
Biala Podlaska
Per la cortese
adesione del Giornale settimanale di vita internazionale “Cosmopolita“ mi è
dato di poter riprodurre un articolo soldati italiani deportati in Polonia
pubblicato nel n. 19 del 9 dicembre 1944 dello stesso Giornale, a firma Roberto
Ballarati.
Casualmente,
l’Autore si riferisce proprio al Campo di Biala Podlaska che spezzò la vita di
mio figlio (Renato Mariani) e indubbiamente a Lui allude ove parla che “un Sottotenente giovanissimo
morì per una inspiegabile infezioni biliare“.
Sulla linea
ferroviaria Varsavia-Minsk a cinquanta chilometri dal Bug e da Brest Litowsky,
e a meno di trecento dalla linea del fuoco, all’inizio dell’inverno sul 52º
parallelo.
Non più di
questo poteva suggerire al fortunato destinatario l’indirizzo timbrato: “stalag
366 - Zweiglager-Biala Podlaska“, sulle cartoline dell’Internierten-Post dalla
data lontana. Del testo, c’era poco da fidarsi per il suo ottimismo forzato
dalla censura; la firma forse garantiva che il caro lontano era ancora in vita.
Tre giorni era
durato il nostro viaggio dallo Stalag IX C di Torn al nuovo campo. Consueto
trattamento di carro bestiame piombato senza riscaldamento nè sportelli
laterali. Alle 15,30 e con un buio pesto ci accolse Biala Podlaska.
Il campo era
vicino. Il cammino fu rischiarato da un aereo-faro che rasentando le nostre
teste, ci venne incontro e non ci abbandonò fino all’arrivo; aveva un enorme
riflettore sulla fusoliera che ora in testa, ora in coda dalla colonna,
lanciava lame di luce accecanti. Tutti i riflettori del campo si diressero
sull’ingresso al nostro arrivo. Per cinque, passammo le teorie dei tre ordini
esterni di filo spinato. Ci fecero poi sostare sul viale d’accesso al campo
“vero“, dove dopo altri tre ordini di reticolati si indovinavano nell’ombra
tutte le baracche. Era un campo vuoto, in approntamento ancora.
Come a teatro si
accesero tutti i proiettori e il dramma-per alcuni la tragedia-incominciò. Il
prologo lo recito il comandante del campo. Mentre il nevischio cadeva, ci tenne
mezz’ora per dirci che eravamo “benvenuti nel campo“, che avessimo pazientato
perché tutto non era all’altezza per un campo di prigionieri… ad ogni modo era
stato tutto disinfettato e pulito d’ogni residuo dei prigionieri russi evacuati
da qualche giorno (tifo petecchiale in vista). Due avvertimenti: non bere
l’acqua perché inquinata (cadaveri non molto lontani) e non accendere fuochi di
nessun genere (aerei russi di passaggio). Poi da amorevole padrone di casa ci dette
un’utile informazione. A dieci passi dal triplice reticolato interno cominciava
la “zona proibita“: chi vi si fosse avventurato si sarebbe procurato un rosario
di pallottole dei mitra che giorno e notte, erano puntate dalle vedette poste
sugli osservatori, ad ogni angolo dei reticolati esterni.
Sempre per
cinque, ci dettero una copertina, una ciotola e una tazza di coccio, poi nel
buio instabile, infastiditi dai riflettori impazziti, raggiungemmo le baracche.
La Germania si
può dire il regno della baracca. Ma fino allora le avevamo soltanto viste.
Viverci e tutt’altra cosa. Una baracca: bassa, quasi un vagone ferroviario
privo dei carrelli e delle ruote, messo a contatto col suolo. Un ingresso con
tre scalini per ognuno dei due o tre vani di cui è composta; la porta è pesante
e da uno stanzino dove a sinistra a destra c’è un’altra porta: si entra poi nel
vano dove si vive in ventiquattro o anche più. Le baracche ospitano dai
quarantotto ai settantadue prigionieri. Grosse travi troneggiano a mezz’aria e danno
l’aspetto di un retroscena o d’un deposito; in fila, sfruttando anche il più
piccolo spazio, i “castelli“ di legno per dormire, a due posti uno sull’altro.
Dopo la prima
mezza giornata di prigionia, le porte di ingresso avevano il sistema di
“chiusura automatica“ con una cordicella e il mattone legato all’estremità per
contrappeso. Dentro, dei tappetini di carta intagliata coprivano i recipienti
che, da un minimo di tre a un massimo di dodici, erano il “completo da tavola“
formato con mezzi vari di fortuna. Un angolo era tappezzato con le foto d’un
bimbo in tutte le pose. Sopra il
“castello“ una mensola portava una ciotolina portacenere, uno stecco
forse nettaunghie, spatole e cucchiaini di legno di ogni misura, un
portaritratti sconnesso con una foto di una donna giovane. Chiudi dovunque per
appendere la borraccia, il cappotto, le scarpe umide da asciugare.
Se un tavolo
c’era, non c’erano posto per tutti; e se c’era posto, mancava qualcosa su cui
ci si potesse sedere. Molti perciò vivevano in alto, fuori dal contatto con la
terra: mangiavano appollaiati sul castello, si svestivano lassù e dormivano sul
posto; gli abiti pendenti ai lacci del soffitto, facevano da schermo alla poca
luce delle finestrine. L’ora tormentosa era quella del rancio: tormentosa oltre
che per la fame mai soddisfatta anche per lo spazio ristretto che aveva come
conseguenza e gli alterchi più violenti della giornata. Quel poco che si
ingoiava era amareggiato dall’urto del vicino o dalle pedate sulla testa
dell’uomo “dall’alto“ che mangiava sul castello con le gambe penzoloni.
La piccola stufa
era allora letteralmente sommersa dalle gavette, gamelle e pentoline che con
ganci ingegnosi la ricoprivano sino alla base; ma per tutti non c’era posto e i
litigi erano immancabili. Il sole quasi sempre assente dai primi di novembre,
alle dieci del mattino si esibiva, quando c’era, in una specie di tramonto
aranciato per poi scomparire nel nebbioso mezzogiorno. Dopo tre ore, la notte.
In campo la luce artificiale non c’era come non c’era l’acqua (si beveva dal
tiglio bollito a reazione). Il Major più volte si “scusò” dicendo che era un
campo inabitabile, forse si sarebbe provveduto.
Fuori dalla
baracca, nelle sere in cui il tempo era calmo, si poteva udir passare la
guerra, in terra e in aria. Eravamo a meno di trecento chilometri dal fronte
russo, vicino ad una linea ferroviaria di rifornimento delle più importanti.
Passavano lunghi convogli ferroviari con un’intensità spettacolo osa, della
durata di cinquantasei minuti ognuno. Dal vicino campo di aviazione, aerei
esamotori erano in continuo movimento, forse per portare o riportare dal
fronte, uomini e materiali. Quindi i
tedeschi mettendoci dietro sei ordini di filo spinato, avevano come al solito
“ottemperato“ alle norme della convenzione di Ginevra. Al minimo sentore di
allarme aereo nella zona, si affrettavano a spegnere i fari di segnalazione
regolamentari e ogni luce in campo, di modo che le baracche, alla luce dei
razzi illuminanti, sembravo accampamenti di truppa. E i “raids“ russi erano
continui.
Il 7 novembre
cadde la prima neve. Problematico era passare l’inverno nordico in quelle
condizioni di vita e di denutrizione. Quanti avrebbero superato la prova?
Nell’inverno 42-43 erano deceduti nel campo per tifo petecchiale e scorbuto
oltre quattromila prigionieri russi su di un totale di quindicimila circa.
Grazie a Dio, la
stagione fu mite: media 30° sotto zero e la salute generale fu relativamente
soddisfacente. I tedeschi dettero a chi non aveva nulla dei pastrani di belgi,
francesi e russi morti. Molti erano ancora macchiati di sangue. Ogni capo di
vestiario aveva il suo bucherello.
In baracca il
freddo imperava. Un secchio di fradicia poltiglia nero fangosa, detta carbone
doveva bastare (quando si riusciva ad accenderla) per farci sopravvivere. Il
secchio non bastava: era chiaro.
Il freddo
annebbiata la vista, annienta ogni volontà; cominciare una “sparire“ tavoli e tavole dalle baracche disabitate:
ogni giorno un vuoto totale si creata in quelle baracche in fondo al campo.
Fuochi, veramente di gioia, si accendevano con mille rischi: il calduccio, che
lieve e brive ridava la sensazione di vivere, ripagava l’azzardo.
Gli organismi
leggermente tarati, privi di cure, indeboliti degli anni o dagli stenti
cedettero insieme ai più forti. Un capitano degli alpini morì in sette giorni
di broncopolmonite, un sottotenente giovanissimo per un inspiegabile infezioni
biliare. La tubercolosi fulminante pizzicava qua e là le sue vittime. Medici
italiani si offrirono per lottare col male e col “sanitario“ tedesco che non
voleva dare nulla, nemmeno la carta velina al posto del cartone idrofilo.
Costui, vero “criminale di guerra“, aveva ordinato di togliere a tutti noi
qualsiasi medicinale. Così il diabetico aveva un po’ di scorta di insulina, il
malarico che aveva le perle del chinino, il sofferente di dispepsia con il
bicarbonato, e perfino il miope con i suoi occhiali furono spogliati.
La realtà era
che i medicinali arrivati in campo passavano al Lazzarett tedesco, o
riapparivano sotto forma di borsa nera in cambio di stivaloni e suole. I
medicinali richiesti non arrivarono mai ai medici italiani. Le cure ai malati
venivano o dal compagno “facoltoso“ o dall’aiuto divino. Un “numero“ moriva con
accanto i compagni di baracca che a turno gli avevano portato qualcosa di
buono; una bianca scatoletta, una pasticca di menta, un cioccolatino stantivo;
quella lieve ombra di affetto forse rendeva meno ghiaccia la morte. Poi la
veglia, le orazioni del cappellano e l’adunata generale sullo spiazzo: passava
una cassa fatta con assi di “baracca”, e con l’”Ausweis” del Major del campo
“buono per quattro compagni più il cappellano” si andava a due passi dal campo
al cimitero, già occupato da tanti russi. Fu il cappellano che ottenne per noi
italiani il privilegio di una croce sul tumulo-ai russi “non concesso” e ci
disse il Major-come a chi si dà un premio. I compagni poi facevano il suo
pacco, riunivano le sue foto su cui non fissavano lo sguardo per non cedere, e
tutto veniva affidato alla Feldpost -se la sua casa era nella mezza Italia
martoriata dei tedeschi. Se no a, rimaneva lì.
I cappellani,
con la loro opera suadente e diplomatica, ottennero che ci fosse concessa una
“baracca convegno“. Da quel giorno essa fu per noi la Chiesa, l’auditorium, il
teatro, la piazza principale, il ritrovo di moda dalla vita elegante: fu
insomma il luogo da cui si usciva ristorati almeno nello spirito. La domenica
in esse venivano celebrate ogni ora, ma la Messa solenne era alle ore dieci. Il
Major tentò di forzare il sacerdote a introdurre nell’esercizio del suo
ministero una parte politica, per provocare quell’orientamento,
quell’avvicinamento a “loro“ che non avvenne mai.
Un vecchio
sottotenente attraversare il campo ogni sera con la sua lanterna. Andava alla
“baracca“ per le prove dove attendevano infreddoliti e tremanti una dozzina di
“cantori“. Posava le sue carte ingiallite accanto alla lanterna fumosa,
toglieva da sotto i cenci una asticella e si iniziava allora il colloquio delle
anime canore con le melodie celesti. Alla Messa delle dieci, il vecchio aveva
il suo angolo riservato ed era attorniato dai suoi discepoli, l’organo c’era,
era la fisarmonica salvata ai tedeschi tenuta orizzontalmente da due serventi.
Il pomeriggio domenicale era dedicato ai cori celebri. Il Nabucco, i Lombardi,
la Forza del Destino.
La fame aveva
come alleati i secchi della cucina e come nemico il mercato nero. I “pasti”
erano due: alle 13, brodaglia di cavoli aciduli o di carote gialle sporche di
terra in un secchio, nell’altro patate lesse (tre piccole e razioni). Alle
diciassette nel secchio c’era fanghiglia di bucce di patate con un quadruccio
di margarina persona. Il “dito“ di pane era sempre più bagnato e il pioppo di
ghiande tradiva l’origine legnosa.
Perciò il mercato nero si infiltrava in ogni parte. È da premettere che per il
comando non esisteva moneta in campo, dato che era acceso una specie di conto
corrente dove veniva accreditata la paga di 72-81-96-108-120-150 marchi mensili
rispettivamente da sottotenente al colonnello; qualunque moneta trovata in
baracca veniva sequestrata. Molti morivano di fame pur essendo quasi ricchi
sulla carta. Inutile dire che nessuno ebbe mai liquidato il conto. Ma il denaro
che correva c’era, nascosto nelle scarpe o nella fodera della giubba e serviva
per far salire i prezzi ogni volta che tentava l’uscita, spinto dalla fame del
suo possessore. Enorme la domanda, esigua l’offerta. Mercanti erano i soldati
di cucina. Essi non erano favoriti oltre che dal luogo di lavoro, anche dal
fatto che uscivano per scaricar patate alla stazione, e allora lungo il
tragitto avevo modo di arrangiarsi, ricevendo anche doni dai contadini locali.
Un uovo fu venduto a 900 lire; della pasta a 2200, una sigaretta 30 lire e una
patata cruda per 60. Poi questi magnati del mercato si dettero la voce di non
vendere più ma solo barattare. A lungo andare, dopo scambi di camice per due
pani, stivali per cinque pani e un po’ di fagioli, berretti per un pane, si
videro gli ufficiali laceri e malandati, mentre i cucinieri mi salutavano con
uno scatto perfetto degli stivaloni lucidi; la camicia pulita, il volto
paffuto, il capo coperto da un elegante berretto rigido.
Nottetempo, come
dei lupi, la fame faceva uscire i sette od otto procacciatori d’affari dalle
loro baracche. Sapevano che al posto IV c’era Leopold l’ucraino. Li seguiva il
collega che sapeva il tedesco; al posto IV un fischio. La sentinella
infagottata e coperta fino alla punta del naso, si voltava. Quando il
proiettile si allontanava, i colloqui in tedesco aveva inizio e si incrociavano
le domande: cibo da un lato; vestiario dall’altro. Gran richiesta dall’esterno
per penne stilografiche stivaloni. Una sera una sentinella disse in tedesco che
eseguiva l’ordine di un ufficiale chiedendo suole in cambio di due pani. I pani
arrivarono dal cielo, lanciati dal poderoso ucraino al di sopra dei fili
spinati.
Ma a chi non
aveva il sufficiente per coprirsi, non restava altro che sentire la fame,
assaporarla bene, e trovare in essa l’assillo nelle ore serali quando il
vegliare era un tormento uguale al sonno senza pace. Si andava col pensiero a
qualche cosa, a qualcuno che potesse sollevare la pena dello stomaco con un
aiuto. E la Croce Rossa?
Il 7 dicembre un
comunicato affisso alla baracca-convegno diceva testualmente: “nessuno può
scrivere né rivolgersi con qualsiasi mezzo e per qualunque ragione al Comitato
della Croce Rossa Internazionale a Ginevra, al Vaticano, nell’Ambasciata
d’Italia a Berlino, dato che questo comando - considerando i “soldati del duce“
come ospiti graditi da restituire gradualmente alla madrepatria-gli assiste
direttamente per quanto è in suo potere“. Firmato: il la Major. Per questo la
Croce Rossa brillò per la sua assenza nei 70 campi di prigionia della
Polonia?...
La posta era
un’altra piaga.
Vidi un
sottoufficiale tedesco cestinare nella posta in arrivo solo perché scritta sui
moduli commerciali o su carta da lettera affrancata con francobolli recanti
l’effigie del re; se c’era la testa di Hitler, graziava per rispetto.
In campo si
leggeva, si aveva sete di carta stampata, ma purtroppo questa difettava.
Giravano dei libri, ma erano pochi. Si leggevano I due prigionieri di
Zilahy con la stessa voracità con cui si digerivano i minuti i caratteri d’un
trattato di ostetricia o le aride novelle svedesi di Lagerkvist. E i tedeschi
sapevano dell’esistenza di questa malattia di prigionieri, e dopo averla fatta
sviluppare fecero venire un sottile narcotico, un veleno che avrebbe prima o
poi senza fallo intossicato tutti, sotto forma di un ignobile foglio stampato
settimanalmente, e distribuito con larghezza in tutti i campi dei deportati.
Aveva una testata attraente e un dolce titolo: “la Voce della Patria“. Carità
di essa vuole che se ne taccia.
lunedì 25 maggio 2026
domenica 24 maggio 2026
La navigazione in Artide : I rompighiaccio. IV Parte
sabato 23 maggio 2026
La navigazione in Artide: i rompighiaccio III Parte
UNA FINESTRA SUL MONDO
venerdì 22 maggio 2026
La navigazione in Artide: i rompighiaccio II
UNA FINESTRA SUL MONDO
giovedì 21 maggio 2026
La Navigazione in Artide: i rompighiaccio I
mercoledì 20 maggio 2026
Sessione di Laurea Estiva Anno Accademico 2025 2026
NOTIZIE CESVAM
La sessione in oggetto per il Masteer di Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale è fissata per Lunedi 15 Giugno 2026 alle ore 09.00
Per il Master di Politica MIlitare Comparata e Storia Militare Contenporanea è fissata per Martedi 16 Giugno 2026
Progetto 2024/2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine. Vito Artale
( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)
Tenente
Generale del Servizio Tecnico di Artiglieria del Regio Esercito
Direttore del Laboratorio di Vetrerie Ottiche di Roma,
Vito ARTALE
(Palermo, 3 marzo 1882 – Roma-Fosse Ardeatine, 24
marzo 1944)
All’indomani
del diploma liceale venne ammesso alla frequenza della Accademia Militare
di Torino (denominazione dell’epoca), uscendone nel 1905 con il grado di
Sottotenente di Artiglieria. Promosso Tenente è assegnato al 3° Reggimento
Artiglieria da Fortezza, venendo impiegato nella guerra italo-turca e nelle
successive operazioni di controguerriglia in Libia dall’ottobre 1911 al gennaio
1913, meritando una Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Rientrato in
Italia viene assegnato nel settembre del 1913 a Berlino quale Addetto
Militare.
Con
la promozione a Capitano prende parte al Primo Conflitto mondiale inizialmente
al comando della 141a batteria d’Assedio del 3° Reggimento
Artiglieria da Fortezza e successivamente diviene comandante della 542a
batteria d’Assedio. Nel luglio del 1917 è promosso Maggiore divenendo
comandante del CXXII Gruppo d’Assedio ed in seguito del Comando del
Corpo Volontari Gruppo d’Assedio. Assegnato al comando del II Gruppo del 35° Reggimento
Artiglieria da Campagna passa a comandare il CLXVII
Gruppo d’Assedio.
Con
la fine delle ostilità, dopo aver meritato una Croce di Guerra al Valor
Militare è membro della Commissione di Controllo dell’8a
Armata per l’esecuzione delle clausole armistiziali. Con la promozione a
Tenente Colonnello avvenuta nel 1926 e dopo essere stato posto al comando dell’11°
Centro Contraerei transita nel Servizio Tecnico di Artiglieria.
Nominato Vicedirettore della Fabbrica d’Armi di Terni dal 1° gennaio
1929, è assegnato in ordine allo Spolettificio di Roma e successivamente
è trasferito al Laboratorio di Precisione dell’Esercito, prima come
Vicedirettore e in seguito come Direttore. Promosso Colonnello diviene Capo
della Vetreria Ottica permanendo in tale incarico anche nelle promozioni
successive, quali quelle di Maggiore Generale e Tenente Generale. Benché
collocato in riserva a marzo del 1940, viste le sue doti organizzative e
tecnico-professionali, è trattenuto in servizio. Sotto la sua guida la Vetreria
Ottica del Laboratorio di Precisione diviene il maggior opificio
italiano dedicato alla produzione di vetrerie di precisione.
Con
l’armistizio dell’8 settembre 1943 Artale, fedele al giuramento prestato in
nome del re, entra in contatto con il Fronte Militare Clandestino (d’ora
in poi FMC) del Colonnello Montezemolo
iniziando una sistematica opera di sabotaggio di alcune apparecchiature industriali
e nascondendone altre, in modo che i tedeschi non fossero in grado di
utilizzarle per fini bellici. La stessa motivazione della Medaglia al Valor
Militare alla Memoria concessa ad Artale testimonia come egli avesse
intrapreso l’azione di danneggiamento: “Tale azione di sabotaggio, compiuta
con temerarietà sdegnosa di ogni prudenza, sotto gli occhi dei tedeschi e negli
stessi locali da essi presidiati, sospettata prima, scoperta poi, condusse al
suo arresto.”
Arrestato
dalla Gestapo nel dicembre 1943 viene rinchiuso nel carcere a Via Tasso fino al
24 marzo 1944, per essere sottoposto a brutali
interrogatori e torture, quando è assassinato alle Fosse ardeatine dagli uomini
di Kappler.
Gli sarà concessa la Medaglia d’Oro al Valor
Militare (alla “memoria”).
Riposa al sacello n. 63
del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.
Fonti
URL consultate il 19 novembre 2025
https://www.combattentiliberazione.it/m-o-v-m-dall8-settembre-1943/movm-regione-lazio/artale-vito
https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org
https://www.mausoleofosseardeatine.it
martedì 19 maggio 2026
Guerra Italo Etiopica Medaglia al Valor MIlitare II Parte
ARCHIVIO
- centurione I° Gruppo Btg.ni CC.NN. Diamanti Armando Maglioni
- capo manipolo 192^ Leg. CC.NN. Emilio Maccolini
- cap. magg. 83° Rgt. Ftr. Giovanni Marini
- s. ten. cav. IV Gruppo Sq.ni mitraglieri autocarrati Aosta Ludovico Menicucc
- ten. cav. IV Gruppo C. V. Franco Martelli
- ten. col. Corpo Indigeni della Somalia Arturo Mercanti
- ten. III Btg. Arabo - Somalo Luigi Michelazzi
- ten. X° Btg. Eritreo Stefano Mileto
- s. ten. pil. R.A. Tito Minniti
- ten. col. pil. R.A. Ivo Oliveti
- s. ten. art. Flavio Ottaviani
- centurione 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre Guido Paglia
- cap. III Btg. Arabo - Somalo Dante Pagnottini
- capo squadra 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre Alessandro Paoli
- bers. 3° Rgt. Ottone Pecorari
- brig. RR.CC. Salvatore Pietrocola
- s. ten. pil. R.A. Gastone Pisoni
- ten. col. 84° Rgt. Ftr. Francesco Positano
- ten. 7° Rgt. Alpini Efrem Reatto
- cap. XVII Btg. Eritreo Lorenzo Righetti
- ten. col. X Btg. Eritreo Dialma Ruggero
- ten. XXII Btg. Eritreo Enrico Santoro
- cap. IV Btg. Eritreo Luigi Santucci
- serg. magg. 1° Rgt. Ftr. d'Africa G.Battista Sarotti Rosolino
- av. sc. mot. R.A. Mario Tadini
- cap. X Btg. Eritreo Raffaele Tarantino
- s. ten. IV Btg. Eritreo Geremia Trinchese
- seniore I° Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Luigi Valcarenghi
- maresc. pil. I^ Classe R.A. Luigi Veschi
- serg. pil. aerofotografo R.A. Livio Zannoni
- ten. V Btg. Libico Gino Zucchelli
- ten. col. II Div. Eritrea G.Franco Zuretti
Fonte:Longo L E La Campagna Italo Etiopica (1935 -1936) , Roma, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, 2005
lunedì 18 maggio 2026
Guerra Italo Etiopica Le medaglie al Valore Militare I Parte
ARCHIVIO
Elenco dei Decorati al Valor Militare:
. Guerra Italo Etiopica (3 ottobre 1935 – 9
maggio 1935).
. Operazioni di Controguerriglia (1935 –
1941)
-ten.
5° Rgt. Alpini Ezio Andolfato
-VII Btg. Eritreo Giuseppe Arena
- cap. s. ten. Nizza Cavalleria Francesco Azzi
- alpino 11° Rgt. Attilio Bagnolimi
- centurione 215^ Leg. CC.NN. 3 Gennaio Camillo
Hindry Barani
- milite 263° Leg. CC.NN. 21 Aprile Francesco
Battista
- capo manipolo Iº Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea
Fausto Beretta
- serg. mot. R.A. Dalmazio Birago
- cap. RR.CC. I^ Banda Carabinieri autocarrata
Antonio Bonsignore
-1° centurione Iº Gruppo Btg. CC.NN. Eritrea
Francesco Saverio Capparelli
- seniore 116^ Leg. CC.NN. Francesco Carnevalini
- capo manipolo med. 4° Btg. CC.NN., I° Gruppo
Btg.ni Diamanti Luigi Chiavellati
- ten. 4° Autoraggr.to Agostino Ciarpaglini
- s. ten. 7° Rgt. Alpini Antonio Cicirello
- carabiniere Vittorio Cimmaruti
- cap. X° Sq. C.V. del "Nilo" Ettore
Crippa
- serg. Michele Crippa
- capo manipolo 202^ Leg. CC.NN. Cacciatori Tevere
Orazio Vincenzo Criso
- cap. magg. Banda Indigena Pellizzari Giovanni De
Alessandri
- ten. pil. R.A. Alfredo De Luca
- magg. I° Gruppo Art. Mont. 2^ Div. Eritrea Aldo
Del Monte
- ten. XXII Btg. Eritreo Renato De Martino
- cap. Lancieri Aosta Amedeo Thesauro De Rege
- s. ten. pil. R.A. Umberto Degli Esposti
- camicia nera scelta 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre
Francesco Di Benedette
- centurione I° Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Ugo Di
Fazio
- vice brigadiere Iº Coorte Volontaria Milizia
Forestale Panfilo Di Gregorio
- seniore Iº Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea Amerigo
Fazio
- cap. magg. 2° Rgt. Art. Gino Forlani
- cap. 3º Rgt. Bers. Antonio Franzoni
- camicia nera Iº Gruppo Btg.ni CC.NN. Eritrea
Filippo Freda
- centurione 114^ Leg. CC.NN. 28 Ottobre Romolo
Galassi
- carabiniere III Banda autocarrata Mario Ghisleni
- centurione cappellano I° Gruppo Btg.ni CC.NN.
Eritrea Reginaldo Giuliani
- serg.46° Rgt. Ftr. Michele Griffa
- s. ten. XXIV Btg. Eritreo Sergio Laghi
- s. ten. XXVII Btg. Eritreo G.Battista Lapucci
- s. ten. 3° Rgt. Ftr. Coloniale Ottavio Lazzarini
- capo manipolo 128^ Leg. CC.NN. Emanuele Leonardi
- magg. pil. R.A. Antonio Locatelli (2^
concessione)
- cap. VI Btg. Arabo - Somalo Renato Lordi
- s. ten. I° Gruppo Btg.ni Eritrei Aldo Lusardi
( segue con post in data 19 Maggio 2026 ove sarà indicata la fonte da cui è stato tratto questo elenco)
domenica 17 maggio 2026
sabato 16 maggio 2026
venerdì 15 maggio 2026
giovedì 14 maggio 2026
mercoledì 13 maggio 2026
Progetto Africa. Vol II Bibliografia
ARCHIVIO
BIBLIOGRAFIA
Arena
N., La Regia Aeronautica 1919-1943.
Volume primo. 1939-1940. Dalla non belligeranza all’intervento, Roma,
Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Aeronautica, Ufficio Storico, 1981
Bruttini
A., Puglisi G., L’impero tradito, Firenze, Editrice La Fenice, 1957
Caccia Dominioni P., Ascari K7 1935-1936, Milano, Longanesi,
1966,
Conti
G., Una guerra segreta. Il SIM nel Secondo conflitto mondiale, Bologna, Società
Editrice Il Mulino, 2009
Cooper F., Africa contemporanea. Dalla decolonizzazione
ad oggi, Roma, Carocci editore, 2019
Crociani
P., La Polizia dell’Africa Italiana
(1937-1945), Ufficio Storico della Polizia di Stato, Roma, Casa Editrice
Laurus Robuffo, 2009
Dell’Uomo F., Di Rosa R., L’Esercito
Italiano verso il 2000 – I Corpi disciolti – Volume secondo, Tomo I, Roma,
Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 2001
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Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1998
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dell’Esercito, Ufficio Storico, 1985
Triscritta R.C.,
“Corona Aurea Coloniale. Monografia delle
Medaglie d’Oro in A.O.I., Torino SET, 1938
martedì 12 maggio 2026
lunedì 11 maggio 2026
domenica 10 maggio 2026
Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I II Parte
BIBATTITI
L’Arma
dei Carabinieri, ancora inserita negli organici del Regio Esercito, ebbe 4 Medaglie
d’Oro, 49 d’Argento, 108 di Bronzo, mentre la Bandiera di Guerra dell’Arma fu
decorata della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.
La
Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che era parte integrante delle
forze del Regio Esercito, ebbe 7 Ordini Militari di Savoia, 20 Medaglie d’Oro,
237 d’Argento, 625 di bronzo e 1282 Croci di Guerra al Valore Militare; ai Labari
delle Legioni mobilitate 4 Medaglie d’Argento, 11 di Bronzo, 3 Croci di Guerra
al Valore Militare.
L’Ordine
Militare di Savoia, oggi Ordine Militare d’Italia, fu concesso indistintamente
alle bandiere ed ai labari di tutte le Forze Armate e Corpi che avevano preso
parte alla Campagna.
Le
Truppe Indigene ebbero anche loro una considerazione particolare. Il Reale Corpo
delle Truppe Coloniali dell’Eritrea e il Reale Corpo Truppe Coloniali della Libia
ebbero alla bandiera la Medaglia d’Oro al V.M., cosi come il IV Battaglione Coloniale.
Le ricompense individuali per questi due Corpi furono le seguenti: 32 Medaglie
d’Oro, 1881 d’Argento, 4036 di Bronzo, 2415 Croci di Guerra. La bandiera del Reale
Corpo delle Truppe Coloniali della Somalia venne decorata di Medaglia d’Oro. Le
ricompense individuali per questo Reale Corpo furono: 82 Medaglie d’Argento,
145 di Bronzo 97 Croci di Guerra.
La
Divisione “Libia”, ai suoi ufficiali sottufficiali e soldati sia nazionali che
indigeni, furono concesse 1 Ordine Militare di Savoia, 3 Medaglie d’Oro, 55 d’Argento
153 di Bronzo e 230 Croci di guerra. Un Medaglia d’Oro fu concessa alla Grande Unità
della Libia. [1]
Il totale delle Medaglie d’Oro concesse per la campagna sono 73, a cui si devono aggiungere altre 35 Medaglie d’Oro concesse negli anni successivi fino alla dichiarazione di guerra per l contrasto alla guerriglia etiope.
( la prima parte è stata pubblica con post in data 9 maggio 2025 )
[1]
Longo L.E., La campagna Italo- Etiopica (1935-1936),
Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Tomo I, Roma
2005, pag. 425 e segg
[2]
Triscritta R.C., “Corona Aurea Coloniale.
Monografia delle Medaglie d’Oro in A.O.I., Torino SET, 1938; Gruppo Medaglie
d’Oro al Valor Militare d’Italia, Le Medaglie
d’oro al V.M., Vol I (Bandiere 1029 -1954, Individuali 1925-1941), Roma Tipografia
Regionale, 1965,
sabato 9 maggio 2026
Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I I Parte
4
Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I
Le
Decorazioni al Valore Militare per questa campagna ebbero una caratteristica che possiamo dire negativa: spezzò una antica
tradizione del Regno d’Italia che in tutte le guerre osservò una attenta e
misurata concessione di decorazioni al valor militare, determinando questo
atteggiamento un sostanziale considerazione per il Decorato. Infatti il “Nastrino
Azzurro” aveva una altissima considerazione nella pubblica opinione italiana. In
A.O.I si fece tutto il contrario: si procedette a concessioni su vasta scala,
scatenando le ambizioni dei più, e dando vita ad una caccia “ al nastrino
azzurro” senza pari, in gran parte svilendolo: Un'altra macchia del fascismo
che con questo atteggiamento, che nel breve periodo contribuì a generare
consenso, nel lungo generò alimentò quel
distacco che iniziò alla vigilia della dichiarazione di guerra per concludersi
il 25 luglio 1943, che vie la totale assenza di ogni forma di difesa del
regime.
Il
totale delle decorazioni concesse al valore militare ammonta a 16.737, una cifra che ha fatto dire a Paolo Caccia
Dominioni “un’orgia sfrenata che spezzò una antica e severa tradizione”[1]
venerdì 8 maggio 2026
Il Valore Militare nelle operazioni in A.O.I 1935 1936 I Parte
DIBATTITI
Le
Decorazioni al Valore Militare per questa campagna ebbero una caratteristica che possiamo dire negativa: spezzò una antica
tradizione del Regno d’Italia che in tutte le guerre osservò una attenta e
misurata concessione di decorazioni al valor militare, determinando questo
atteggiamento un sostanziale considerazione per il Decorato. Infatti il “Nastrino
Azzurro” aveva una altissima considerazione nella pubblica opinione italiana. In
A.O.I si fece tutto il contrario: si procedette a concessioni su vasta scala,
scatenando le ambizioni dei più, e dando vita ad una caccia “ al nastrino
azzurro” senza pari, in gran parte svilendolo: Un'altra macchia del fascismo
che con questo atteggiamento, che nel breve periodo contribuì a generare
consenso, nel lungo generò alimentò quel
distacco che iniziò alla vigilia della dichiarazione di guerra per concludersi
il 25 luglio 1943, che vie la totale assenza di ogni forma di difesa del
regime.
Il
totale delle decorazioni concesse al valore militare ammonta a 16.737, una cifra che ha fatto dire a Paolo Caccia
Dominioni “un’orgia sfrenata che spezzò una antica e severa tradizione”[1]
[1]
Caccia Dominioni P., Ascari K7 1935-1936,
Milano, Longanesi, 1966, pag 608
La Guerra in IRAN 28 febbraio 1 maggio 2026
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