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lunedì 8 giugno 2026

Progetto 2024/ 2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo

ARCHIVI

( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Colonnello del Genio in Servizio di Stato Maggiore

Giuseppe CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO

(Roma, 26 maggio 1901 – Roma-Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944)

 


A diciassette anni nel giugno del 1918 si arruola volontario negli alpini partecipando ai combattimenti sui Monti Lessini ottenendo la promozione a caporale. A dicembre del 1918, ad un mese dalla fine delle ostilità, è ammesso alla frequenza del corso speciale per Ufficiali di Complemento del Genio presso la Regia Accademia per le Armi di Artiglieria e Genio di Torino classificandosi al primo posto in graduatoria e prestando giuramento alla Patria e al re il 2 novembre 1919.

Dopo il conseguimento della laurea in ingegneria civile avvenuta il 29 luglio 1923, trova impiego presso una ditta di costruzioni genovese quale ingegnere. Ad agosto dello stesso anno sposa Amalia Dematteis da cui ha cinque figli.

A dicembre del 1924 decide di intraprendere nuovamente la carriera militare, partecipando al concorso riservato ai laureati reduci di guerra bandito dal governo per l’ammissione di Ufficiali in Servizio Attivo Permanente dell’Arma del Genio. Nominato tenente del Genio il 18 dicembre 1924, a gennaio del 1928 è promosso Capitano divenendo comandante della 1a compagnia del Reggimento Ferrovieri del Genio di Torino, diventando docente di Scienza delle Costruzioni alla Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio. Nel 1930, frequenta per un triennio la Scuola di Guerra, classificandosi primo su 71 e venendo trasferito alla 40ª Squadriglia della Regia Aeronautica. Nel 1934 alla nomina di Primo Capitano è destinato al Comando del Corpo d’Armata di Torino, continuando gli studi a carattere scientifico e dando alle alcuni studi dottrinali di notevole spessore.

Allo scoppio della guerra d’Etiopia, nel 1935, è chiamato a Roma all’Ufficio Servizi del Corpo di Stato Maggiore. Nel 1937 chiede e ottiene di essere inviato in Spagna con il Corpo Truppe Volontarie, dove dapprima assume il comando di un Battaglione Telegrafisti e diventando poi Capo di Stato Maggiore della Brigata “Frecce Nere”; questo ultimo incarico gli vale:

-      una Promozione per Merito di Guerra a Tenente Colonnello “Capo di S.M. di un Comando di Brigata mista durante un ciclo operativo particolarmente importante e difficile si è distinto per servizio e valore personale al comando di reparti, per spiccate doti organizzative dando così un valido contributo ai successi della Brigata stessa”;

-      una Croce di Guerra al Valor Militare “Capo di S.M. di un comando di Brigata mista, incaricato di portarsi presso un Comandante di Reggimento, impegnato sulle linee avanzate per dirigere il contrattacco delle sue truppe, assolveva completamente il compito assegnatogli, malgrado avesse avuta ripetutamente colpita la sua vettura dal fuoco di fucileria e di mitragliatrici nemiche, cooperando arditamente alla vittoriosa riuscita dell’azione”.

Il 4 giugno 1940, pochi giorni prima dell’ingresso dell`Italia nel Secondo Conflitto Mondiale, è trasferito al Comando Supremo presso il Ministero della Guerra, dove diviene in seguito responsabile dello scacchiere africano e infine capo dell’Ufficio Operazioni. Ugo Cavallero, Capo di Stato Maggiore Generale dal 1940 al 1943, si avvalse regolarmente della sua collaborazione.

Nel corso del conflitto è insignito della Croce di Ferro Tedesca di Seconda Classe e di:

-      una Medaglia di Bronzo al Valor Militare ad aprile del 1941 in Africa Settentrionale durante “In ricognizione al fronte, in un momento in cui un improvviso attacco nemico costringeva alcuni reparti ad arretrare ed elementi corazzati avversari stavano già penetrando nel nostro dispositivo, arrestava i reparti ripieganti, li rincuorava e li disponeva efficacemente a difesa. Contribuiva così col suo pronto intervento e con la sua serena calma, a ristabilire una situazione compromessa”;

-      una Medaglia d’Argento Valor Militare, sempre in Africa Settentrionale, nel periodo dicembre 1941-gennaio 1942 in quanto “Ufficiale di Stato Maggiore inviato dal Comando Supremo quale Ufficiale di Collegamento con il Comando superiore, in più di una circostanza si prestava per rischiose missioni presso le truppe operanti per recapitare ordini, raccogliere dati statistici, chiarire situazioni; dava prova di alto senso del dovere, capacità con comune e sprezzo del pericolo”.

Dopo il 25 luglio del 1943, Pietro Badoglio sceglie Montezemolo per recuperare documenti da Mussolini e gestire la sua segreteria. Montezemolo è designato quale comandante dell'11º Raggruppamento Genio Motocorazzato. Dopo l'armistizio di Cassibile, partecipa alla resistenza contro i Tedeschi a Roma. Il 10 settembre, fa parte di una delegazione italiana per discutere la resa e riconoscere Roma come città aperta. Il 23 settembre, dopo l'occupazione tedesca, entra in clandestinità, mettendosi in abiti civili e scappando dai sotterranei del Ministero della Guerra; per proteggere la sua famiglia ottiene documenti falsi cambiando nome prima in ingegnere Cataratto e Professor Martini poi.

Cordero Lanza di Montezemolo è il promotore, l’anima e la guida del FMC di Roma, un centro operativo che riesce ad inquadrare in un unico dispositivo, assieme a numerosi soldati e Ufficiali datisi alla macchia, le molteplici formazioni militari che si sono costituite dopo la dissoluzione del Regio Esercito nei giorni successivi all’armistizio.

Montezemolo imprime al FMC un carattere eminentemente nazionale e si batte affinché le bande militari siano riconosciute come aliquote delle Forze Armate Italiane rimaste isolate in territorio occupato. Si stabilisce così un regolare contatto radio col Comando Supremo che, in una delle prime comunicazioni, designa Montezemolo suo diretto rappresentante in Roma e lo investe del compito di organizzare e dirigere la lotta di liberazione. Siglati da una «M», i messaggi inviati quotidianamente al governo del Sud e, per suo tramite, agli alleati contengono informazioni strategiche e politiche di notevole rilievo.

Il 10 dicembre 1943 Montezemolo scrive le “Direttive per l’organizzazione e la condotta della guerriglia” e le dirama ai Comandanti Militari Regionali del FMC. Le disposizioni ammettono la guerriglia esclusivamente al di fuori del territorio urbano per evitare ritorsioni nemiche, impostazione strategica diametralmente opposta a quella dei partiti antifascisti, soprattutto del Partito Comunista, le cui avanguardie armate praticano la lotta aperta senza quartiere anche all’interno delle mura cittadine.

Il suo ordine scritto è precisamente questo: ..."Nelle grandi città la gravità delle conseguenti rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia", un ordine che tende esclusivamente alla salvaguardia dei civili evitando loro rappresaglie da parte dei nazifascisti.

Montezemolo mira a promuovere solidarietà e cooperazione all'interno del FMC, concentrandosi sulle varie componenti del movimento di Resistenza, indipendentemente dalle inclinazioni politiche. Il FMC stabilisce una collaborazione costante con i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, dove Montezemolo svolge il ruolo di osservatore militare. Inoltre, istituisce un comitato permanente, rappresentando il governo militare insieme a Manlio Brosio e Riccardo Bauer, oltre che a sé stesso.

Il 25 gennaio 1944 verso le 13, Montezemolo si reca assieme al Generale Quirino Armellini (che il 25 marzo 1944 subentrerà dopo la morte del primo al comando del Fronte Militare Clandestino di Resistenza) in via Tacchini 7, nel quartiere Parioli, all'interno 13, a casa dell’amico diplomatico Filippo De Grenet, napoletano, Tenente di complemento di Artiglieria, conosciuto la notte di capodanno del 1944 nella residenza dell'ambasciatore Viola di Campalto e divenuto subito suo solerte collaboratore. Alle 14 squilla il campanello: è il segretario di Montezemolo, Multedo, che porta con sé una busta con 1 milione e 600 mila lire, frutto di una donazione di una ditta per il FMC. Somma che sparirà misteriosamente dopo l’arresto. A casa De Grenet è atteso anche il figlio di Montezemolo, Manfredi, corriere dell’organizzazione clandestina. Ma è in ritardo; una circostanza che lo salverà dall'arresto. Dopo pranzo, intorno alle 15, Armellini esce di casa, accompagnato dallo stesso Multedo. Appena fuori dal portone, Multedo s’accorge che sono sorvegliati da cinque uomini in borghese in evidente appostamento e da due automobili che sembrano attendere qualcuno. «Non alzi lo sguardo, continui a camminare», dice sottovoce al generale. Come voltano l'angolo, compaiono Montezemolo e De Grenet, che vengono fermati e arrestati dai poliziotti italiani.

Il travestimento di Montezemolo baffi finti e occhiali cerchiati d'oro, non è servito, finge stupore e dichiara di essere il professor Martini, estraendo dalla tasca il documento falso, ma i poliziotti non danno retta: conoscono benissimo la sua identità. Qualcuno evidentemente ha parlato, rivelando il luogo e l'orario dell'incontro ai Parioli.

De Grenet si divincola e prova a reagire, ma Montezemolo lo blocca, dicendogli che è inutile.
Pochi passi e i poliziotti italiani li consegnano alle SS tedesche, che sono in attesa a bordo di due automobili nere, parcheggiate all'angolo con via dei Martiri Fascisti.

E un colpo formidabile per la polizia tedesca. Fino a quel momento, testimonierà Herbert Kappler all'omonimo processo, le SS non erano riuscite ad “arrestare Montezemolo [...] perché il colonnello si comportò molto cautamente, cambiando sempre i luoghi di appuntamento. Le difficoltà erano anche rappresentate dal fatto che aveva una guardia personale di una decina di uomini […] si arrivò all’arresto di Montezemolo tramite il pedinamento degli uomini che costituivano il suo corpo di guardia›”.

Montezemolo e De Grenet vengono tradotti nel carcere di via Tasso, dove li accoglie Kappler, in compagnia del capitano Schütz, vecchio conoscente del capo del FMC ai tempi del suo incarico allo Stato Maggiore del Regio Esercito, trasformatosi in uno dei più terribili aguzzini delle SS. Inizialmente Montezemolo nel corso dei lunghi interrogatori a cui è sottoposto, nell’inutile tentativo di estorcergli informazioni, è picchiato duramente dalle SS ma non è letteralmente torturato, quello avverrà in seguito quando gli aguzzini gli strapperanno i denti uno ad uno e le unghie dei piedi.

In un’intervista rilasciata alcuni anni fa Adriana la figlia di Montezemolo così si esprimeva “Del resto papà aveva già dato le disposizioni per occupare i posti di comando sensibili quando sarebbero arrivati gli Alleati. Ne aveva di cose da dire e di nomi da fare, ma non parlò”. […] . “Mio padre era contrario agli attentati in città. Si rischiava di compromettere il lavoro per una transizione quanto più possibile pacifica. Ma soprattutto si mettevano in pericolo i civili, a causa delle inevitabili rappresaglie che ne sarebbero seguite”.[…]

La famiglia Montezemolo cerca in tutti i modi di liberare il proprio congiunto. Si rivolge tramite un prelato tedesco alle autorità naziste, chiede l’intervento della Segreteria di Stato Vaticana mediante Monsignor Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI). Il fratello Renato, Ufficiale della Regia Marina, si apposta su un palazzo di fronte alla prigione di via Tasso per cercare di studiare l’edificio dove è rinchiuso Giuseppe e pianificare un assalto che porti alla sua liberazione. Tentativi che si risolvono in un nulla di fatto.

Dalla prigione di Via Tasso Montezemolo riesce a far pervenire alla famiglia tre biglietti autografi, ripiegati nel collo di una camicia, l’attentato del 23 marzo del 1944 pone fine ad ogni altra comunicazione in quanto Kappler inserisce il suo nome tra coloro che dovranno essere giustiziati per rappresaglia.

Con il Regio Decreto del 26 maggio 1944 gli sarà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare “motu proprio” “sul campo” (alla “memoria”).

Riposa al sacello n. 32 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 23 dicembre 2025

https://www.anpi.it/bibliografia/il-partigiano-montezemolo

https://www.anpi.it/biografia/giuseppe-cordero-lanza-di-montezemolo  

https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2012/37-40_biblioteca.pdf

https://www.mausoleofosseardeatine.it/vittime

https://www.letteraturacapracottese.com/post/partigiano-montezemolo-capracotta

https://www.roma8settembre1943.it/i-personaggi/i-personaggi-di-parte-italiana/col-giuseppe-montezemolo/

https://www.storiain.net/storia/giuseppe-montezemolo-il-partigiano-gentiluomo/


 


sabato 6 giugno 2026

Progetto 2024/2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine. Ugo De Carolis

 ARCHIVIO

( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Colonnello SPE Genio del Regio Esercito in Servizio di Stato Maggiore

Ugo DE CAROLIS

(Caivano (NA), 18 marzo 1899– Roma-Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944)

 

Appena compiuti i diciotto anni il 30 aprile 1917 è ammesso alla frequenza del Corso Allievi ufficiali di Complemento della Scuola Militare di Caserta. Nominato Sottotenente il 22 novembre 1917 è assegnato all’87° Reggimento Fanteria per poi transitare volontariamente il 15 gennaio 1918 nella specialità degli arditi quale effettivo del XII Reparto d’Assalto. Si distingue nei combattimenti della Battaglia del Solstizio, del giugno del 1918; nella zona del Piave quando, benché ferito, merita una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Leggendo la motivazione traspaiono già la sua capacità di comando e di leadership pronta e sicura, che avrà modo di dimostrare un quarto di secolo dopo“…prima alla testa del suo plotone e poi quale comandante volontario di varie pattuglie di combattimento, compì brillantemente le sue mansioni, battendosi brillantemente le sue mansioni, battendosi con valore e riportando utili informazioni”. Promosso Tenente a pochi giorni dalla fine del Primo Conflitto mondiale, nel 1921 transita, mantenendo il grado conseguito, nell’Arma dei Carabinieri Reali prestando servizio nelle Legioni Carabinieri Reali di Trento e Trieste Inviato nel 1924 in Tripolitania è inquadrato nella Divisione Carabinieri della Tripolitania. prendendo parte alle operazioni di riconquista e svolgendo anche incarichi politici. Nel 1926 rientrato in Italia è assegnato alla Legione Carabinieri di Roma prestandovi servizio per cinque anni per essere poi impiegato alla Scuola Centrale di Firenze. È promosso Capitano nel 1934.

Con le operazioni in Etiopia nel 1936 ottiene di essere assegnato volontariamente in Somalia, dove al comando della 4a Banda Autocarrata della Somalia ha modo di distinguersi nella battaglia di Gunu Gadu e meritando una Medaglia di Bronzo al Valor Militare in quanto anche in questa occasione ha modo di evidenziare le sue proverbiali doti di comando: “…la guidò con slancio, valore e perizia durante un aspro combattimento”.

Rientrato in Madrepatria in Italia nel 1937, assume incarichi diversi: Aiutante Maggiore nella Legione Carabinieri di Trieste e nel 1937 diviene Comandante della compagnia Tribunali di Roma. Nel 1942 è promosso al grado superiore prendendo parte alla Commissione d’Armistizio con la Francia. Ha modo di svolgere importanti missioni all’estero dove svolge attività informativa sulle attività svolte dai nazisti nei paesi occupati, mansioni che non sfuggono all’occhio degli apparati informativi nazisti. Nel 1942, infatti, durante una missione, mentre è in viaggio in treno per raggiungere Budapest, scopre di essere pedinato dalla GESTAPO. Relatore di un rapporto segreto, custodito nella borsa, in cui esprime la sua contrarietà all’azione svolta dai tedeschi. De Carolis, però, ha già preparato una finta relazione in cui descrive la lealtà e l’amicizia dell’Italia verso la Germania che lascerà nella borsa di cuoio portando con sé l’originale al vagone ristorante: al ritorno noterà che la borsa è aperta e il documento vi è stato sottratto.

L’8 settembre 1943 coglie De Carolis a Torino, ma riesce fortunosamente a rientrare a Roma dove organizza il Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri, comandato dal Generale Filippo Caruso, nel quale espleta le funzioni di Capo di Stato Maggiore. Inizia così l’opera di organizzazione e di collegamento, sia con i militari dell’Arma in clandestinità sia con i membri del Centro Militare del Colonnello Montezemolo, radunando in pochi mesi una formazione di circa mille uomini.

Ricercato e braccato dalle polizie nazifasciste, è costretto a numerosi spostamenti con documenti falsi della Questura di Napoli intestati a Roberto Tessitore un religioso dell’ordine dei lassalliani e indossando l’abito talare. Il 23 gennaio 1944 viene arrestato in seguito a delazione dalle SS tedesche e rinchiuso prima a Via Tasso e poi al III Braccio di Regina Coeli. Viene trucidato il 24 marzo 1944, alla sua memoria sarà poi concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Riposa al Sacello n. 31 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Gli sarà concessa con Decreto Luogotenenziale del 25 febbraio 1946 la Medaglia d’oro al Valor Militare (alla “memoria”).

Fonti URL consultate il 22 novembre 2025

https://www.combattentiliberazione.it/m-o-v-m-dall8-settembre-1943/movm-regione-lazio/de-carolis-ugo

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

https://www.giovannilaurenza.com/uploads/9/3/7/6/9376624/ugo_de_carolis.pdf

https://www.mausoleofosseardeatine.it


venerdì 5 giugno 2026

giovedì 4 giugno 2026

Tesi di Laurea. Conflitto Hamas Israele. Premessa II Parte

 DIBATTITI

Titolo:

L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la risposta di Israele: analisi delle strategie operative e l'evoluzione delle tattiche di Intelligence 

Anno Accademico 2025/2026


 Dott. Jacopo Catalongo

Premessa 

Il 7 ottobre 2023 segna una data di svolta nella storia del conflitto israelo-palestinese e, più in generale, nel panorama del terrorismo internazionale contemporaneo. In quella giornata, Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono “Operazione Al-Aqsa Flood”, un attacco coordinato e multidimensionale contro Israele che combinò strumenti convenzionali e non convenzionali, includendo incursioni di terra, attacchi aerei, l’uso di droni e intrusioni cyber, generando un trauma profondo nella sicurezza interna israeliana e nella percezione globale della minaccia terroristica. L’evento rese evidente il fallimento dei meccanismi di prevenzione e raccolta informativa israeliani, tradizionalmente considerati tra i più efficienti al mondo. Tale circostanza aprì un ampio dibattito internazionale sull’evoluzione delle tecniche di intelligence, sulle forme di guerra ibrida e sull’adattamento delle metodologie antiterroristiche in un contesto caratterizzato da attori non statali dotati di capacità tecnologiche e strategiche sempre più sofisticate. La tesi si propone di indagare le dinamiche operative, politiche e strategiche dell’attacco di Hamas, esaminando parallelamente la risposta militare e di intelligence di Israele. L’analisi si muove su un duplice binario: da un lato, lo studio del contesto storico, ideologico e socio economico del conflitto; dall’altro, la ricostruzione della dimensione tecnologica e tattica delle operazioni, comprese le innovazioni nell’uso dell’intelligenza artificiale, della sorveglianza elettronica e della guerra dell’informazione. Attraverso un approccio interdisciplinare che integra analisi geopolitica, studi di intelligence e diritto internazionale, l’elaborato mira a mettere in luce come l’attacco del 7 ottobre rappresenti non solo un fallimento di prevenzione ma anche un caso di studio paradigmatico sull’evoluzione del terrorismo ibrido e delle risposte antiterroristiche nel XXI secolo.


La Tesi è deposita presso il CESVAM Centro Studi sul Valore Militare. Roma

mercoledì 3 giugno 2026

Tesi di L'aurea. Conflitto Hamas- Israele. Indice I Parte

 DIBATTITI

Master Terrorismo ed Anti Terrorismo internazionale

Titolo:

L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la risposta di Israele: analisi delle strategie operative e l'evoluzione delle tattiche di Intelligence 

Anno Accademico 2025/2026

 Candidato Dott. Jacopo Colalongo  

PREMESSA 1. Obiettivi, metodologia e struttura 

 CAPITOLO 1: Il contesto storico e politico 1.1 L’origine di Hamas: evoluzione, ideologia e strategia 1.2 Il conflitto israelo-palestinese: tappe salienti fino al 2023 1.3 Situazione geopolitica e tensioni regionali antecedenti il 07 ottobre 2023 1.4 Cause e motivazioni dell’attacco 1.5 Il ruolo delle condizioni socio-economiche e della radicalizzazione 

CAPITOLO 2: L’attacco del 07 ottobre 2023 2.1 Cronaca degli eventi: fasi operative e modalità di azione 2.2 Obiettivi dichiarati e impliciti di Hamas 2.3 Le modalittà tecnico-operative: offensiva multidimensionale (terra, aria, cyber) 2.4 Il ruolo delle tattiche ibride e innovative 

 CAPITOLO 3: La risposta israeliana e le strategie di anti-terrorismo 3.1 La reazione immediata: operazioni militari e strategie di sicurezza 3.2 Evoluzione delle tattiche delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) 3.3 Analisi delle strategie di contenimento, rappresaglia e intelligence 3.4 Il ruolo delle operazioni psicologiche, dell’informazione e della diplomazia

CAPITOLO 4: Evoluzione delle tattiche di intelligence 4.1 Errori e fallimenti del sistema di intelligence israeliano 4.2 Adattamenti e innovazioni post-attacco: HUMINT, SIGINT, intelligence artificiale 4.3 Reti di tunnel, comunicazioni clandestine e contromisure tecnologiche di Hamas 4.4 Concorrenza tra Mossad e Shin Bet 

 CAPITOLO 5: Implicazioni e prospettive per la sicurezza internazionale 5.1 Conseguenze regionali e globali dell’attacco 5.2 Riflessioni sulle future sfide di intelligence nel contesto del terrorismo ibrido 5.3 Prospettive della gestione politica e militare del conflitto 

 Conclusioni • Sintesi dei risultati e riflessioni critiche 

(segue in data 4 giugno 2026





 P

lunedì 1 giugno 2026

Progetto 2024/2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine Antonio Ayroldi

 ARCHIVIO

( A cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Maggiore del Genio del Regio Esercito in Servizio di Stato Maggiore

Antonio AYROLDI

(Ostuni, 10 settembre 1906 – Roma-Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944)

 

Arruolatosi nel 1925 quale Allievo Sottufficiale dell’8° Reggimento Genio, specialità telegrafisti, ed assegnato, come aggregato, al termine del periodo di formazione, al 71° Gruppo Aeroplani Osservazione Aerea. Ayroldi nel 1933 diviene Ufficiale e sei anni dopo nel 1939 fu ammesso a frequentare i corsi dell’Istituto Superiore di Guerra di Torino.

Con l’ingresso dell’Italia nel Secondo Conflitto Mondiale Ayroldi viene inviato in Africa Settentrionale assegnato, quale Ufficiale in Servizio di Stato Maggiore, al Comando del XX Corpo d’Armata, rimanendovi dal febbraio 1941 a dicembre 1942.

Per l’impegno e il coraggio dimostrato nel corso del ciclo operativo dell’avanzata su Tobruk-Marsa Matruh-El Alamein, tra maggio e luglio del 1942, “…nel corso di violento combattimento notturno, incurante d’ogni pericolo si offriva per recarsi presso un reparto fortemente attaccato e quasi accerchiato, riuscendo, con felice iniziativa e recapitare al reparto stesso ordini tempestivi…” gli viene concessa la Croce di Guerra al Valor Militare e la Croce di Guerra tedesca.

Ma Ayroldi, nonostante il coraggio dimostrato e l’abnegazione al servizio ha già maturato la propria scelta. In una lettera sigillata lasciata ad Ostuni prima di partire per l’Africa scrive parole forti: “… Voi non avrete la soddisfazione, riservata ad altri, di vedere pubblicata sui giornali la lettera di addio dei loro cari, perché la presente non inneggerà né a quell’uomo che si fa chiamare duce né ad altri che non lo meritano”. Ma non rinnega il suo giuramento di soldato ed Ufficiale in quanto si dichiarava pronto “a combattere una guerra di cui nessuno è convinto”. “Ci vado perché ho il dovere di salvare la Patria prima da quello che chiamano nemico, poi dai veri nemici: quelli che, con anima e camicia nera, oggi la stanno martoriando”.

È logico dedurre che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Ayroldi non aderì ai bandi di richiamo emessi dalle autorità militari della Repubblica Sociale entrando, invece, in clandestinità e nascondendosi inizialmente a Roma alla clinica Villa Bianca Maria.

Dopo aver preso i contatti con il FMC del Colonnello Montezemolo aderisce al gruppo del Colonnello Ezio De Michelis, assumendo l’incarico di Comandante del Raggruppamento Patrioti Lazio Sud e Zona Castelli con compiti di collegamento tra le varie formazioni, trasporto d’armi e di munizioni.

Il 2 marzo 1944 mentre è in corso un incontro con altri partigiani viene arrestato dalle SS tedesche, con ogni probabilità a causa di una segnalazione di un delatore, in quanto trovato in possesso di documenti falsi e di una ingente somma di denaro di cui non riesce a giustificare la provenienza.

Portato a Via Tasso è sottoposto ad interrogatori durissimi e torture, per poi essere assassinato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine.

Riposa al Sacello n. 65 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 19 novembre 2025

https://www.anpibrindisi.it/scheda-anagrafica/ayroldi-antonio-antonio-ayroldi/https://archive.is/20131030065911/http:/www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettereanagrafe.php?ricerca=691&presentazione=1&lingua=it

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

https://www.mausoleofosseardeatine.it/vittime/

https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/medaglia-doro-dal-comune-di-ostuni-al-partigiano-antonio-ayroldi-fucilato-alle-fosse-ardeatine/

 


sabato 30 maggio 2026

Copertina



 

                     QUADERNI ON LINE








Anno LXXXVII, Supplemento on line, V, 2026, n. 122

(17904)

                                                                               MAGGIO  2026

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venerdì 29 maggio 2026

Editoriale Maggio 2026


 L'attenzione che si vuole dedicare in questo editoriale è al comprato della pubblicistica riferito alle Occasional Papers. Dal 2019 si  è avviata la pubblicazione di queste ricerche che sono espressioni di lavori che hanno uno sviluppo superiore al saggio ed all'articolo, ma che non hanno la portata per essere trasformate in un volume. Questa fase intermedia permette di avere il materiale sempre a disposizione per sviluppare ulteriori ricerche al  fine di giungere ad un opera equilibrata e completa.

Siamo entrati nell'VIII anno di edizione e l'elenco delle dizioni (alcune delle quali occorre dirlo hanno bisogno di un ulteriore affinamento) sono riportate in "www. Biblioteche. Fondocoltrinari.blogspot.com" 

In questo blog poi vengono date notizie in merito agli apporti e alle consistenze dei volumi delle Biblioteche in cui si ha particolare attenzione a fornire i volumi editi dal CESVAM attraverso le ricerche

 In merito si può dire che dal prossimo mese di giugno l'intesa con la Casa Editrice si è concretizzata: esiste la possibilità di acquisto diretto  dei volumi presso la stessa Casa Editrice  Come da sempre i volumi editi hanno lo scopo di sostenere le ricerche   sviluppate s temi particolari, che altrimenti cadrebbero nell'oblio., volti ad alimentare una Memoria che non può essere disattesa, in raccordo quindi con i fini statutari. Il risvolto finanziario della vendita dei volumi è secondario; per questo i volumi, per un ampio ventaglio di condizioni, sono ceduti a titolo gratuito comprensivo meno delle spese postali.

Un maggio quindi interessante sotto il profilo della editoria che mantiene vivo ed efficiente un segmento del perimetro del CESVAM degno di nota.

(massimo coltrinari)

giovedì 28 maggio 2026

Progetto 2024/2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine Carlo Avolio

ARCHIVIO

( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Maggiore di Fanteria (Riserva) del Regio Esercito

Carlo AVOLIO

(Siracusa, 14 settembre 1895– Roma-Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944)

 

Nato nella città di Archimede da Federico e di Francesca Maltese in seguito alla maturità classica ottenuta presso il locale Liceo Gargallo, si arruola volontario nel Regio Esercito prendendo parte al Primo conflitto mondiale.

Nel 1916 Avolio inizia il percorso costellato di decorazioni al Valor Militare conseguite sia in servizio nel Regio Esercito sia quale Prefetto, una volta dismessa l’uniforme.

Il 7 ottobre 1916 consegue la Promozione Straordinaria per Merito di Guerra con la nomina a Sottotenente in Servizio Permanente come da Bollettino Ufficiale Dispensa n. 98 dell’11 novembre 1916 (Decreto Luogotenenziale del 5 novembre precedente), su proposta inoltrata dal Comando Supremo in data 7 ottobre 1916.

Passato alla specialità mitraglieri quale Ufficiale della 2145a compagnia mitraglieri nel corso della Battaglia del Solstizio del giugno 1918 si guadagna sul Montello una Croce di Guerra al Valor Militare “nonostante fosse dal suo comandante di compagnia invitato a recarsi al posto di medicazione, si portava in linea con la sua sezione”.

Il Primo Conflitto Mondiale lascerà sul corpo di Avolio numerosi segni, subendo mutilazioni (perderà un occhio ed alcune costole) e ben quattordici operazioni.

Durante la sua permanenza nella città natale viene iniziato alla massoneria nella Loggia Archimede 342 del Grande Oriente d’Italia.

Questo suo attaccamento al servizio nei confronti delle istituzioni e della popolazione porterà Avolio, divenuto Maggiore della Riserva, quale funzionario del Ministero dell’Africa Italiana, a guadagnarsi nel 1940 sul campo, nel primo mese del Secondo Conflitto Mondiale, una Croce di Guerra al Valor Militare accorrendo “di persona, durante i più duri bombardamenti, a dirigere le opere di soccorso, a portar aiuto a feriti ed infortunati, incurante della sua persona…”

Un anno dopo sul fronte della Marmarica ad Avolio, quale Prefetto di Bengasi, rinnovava il suo modo di essere a disposizione del prossimo, visto che gli veniva concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare in quanto “…incurante del pericolo, con spirito di abnegazione e sacrificio, cooperava validamente a ché venissero limitati gli effetti dell’offesa nemica e a mantenere alto il morale della popolazione…”

Rimpatriato, dopo l’8 settembre 1943 prende parte alla resistenza in seno al Partito d’Azione con compiti di propaganda fino a che viene arrestato su delazione il 28 gennaio 1944 dalle SS, viene portato a via Tasso e sottoposto a maltrattamenti e torture. Dopo quindici giorni è tradotto al carcere di Regina Coeli al III Braccio e rinchiuso nella cella 345.

Il suo nome viene inserito nell’elenco di coloro che saranno trucidati il 24 marzo 1944.

Gli sarà concessa nel 1954 la Medaglia d’Argento al Valor Militare (alla “memoria”).

Riposa al Sacello n. 24 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 19 novembre 2025

https://www.antoniorandazzo.it/siracusani/avolio-carlo.html

https://www.combattentiliberazione.it/memoria/?p=644

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

https://www.loggiaarchimede.it/2024/03/19/fosse-ardeatine-sabato-siracusa-ricordera-il-maggiore-di-fanteria-carlo-avolio/

https://www.mausoleofosseardeatine.it/a_gallery/?id=15&ord=0


 

mercoledì 27 maggio 2026

Attività Editoriale. Conclusione Progetto 2024/1 Monte Marrone

                                                                                                      NOTIZIE CESVAM





  Il progetto 2024/1 dal titolo "Monte Marrone La Prima Vittoria del Corpo Italiano di Liberazione 31 marzo 1944  10 aprile 1944 Il significato strategico presso gli Alleati 80° anniversario della Guerra di Liberazione"  si è concluso. E' stata pubblicato il volume espressione della ricerca.

martedì 26 maggio 2026

Internamento in Germania

 DIBATTITI

Il Campo di Biala Podlaska

 

Per la cortese adesione del Giornale settimanale di vita internazionale “Cosmopolita“ mi è dato di poter riprodurre un articolo soldati italiani deportati in Polonia pubblicato nel n. 19 del 9 dicembre 1944 dello stesso Giornale, a firma Roberto Ballarati.

Casualmente, l’Autore si riferisce proprio al Campo di Biala Podlaska che spezzò la vita di mio figlio (Renato Mariani) e indubbiamente a Lui allude ove parla che “un Sottotenente giovanissimo morì per una inspiegabile infezioni biliare“.

 

Sulla linea ferroviaria Varsavia-Minsk a cinquanta chilometri dal Bug e da Brest Litowsky, e a meno di trecento dalla linea del fuoco, all’inizio dell’inverno sul 52º parallelo.

Non più di questo poteva suggerire al fortunato destinatario l’indirizzo timbrato: “stalag 366 - Zweiglager-Biala Podlaska“, sulle cartoline dell’Internierten-Post dalla data lontana. Del testo, c’era poco da fidarsi per il suo ottimismo forzato dalla censura; la firma forse garantiva che il caro lontano era ancora in vita.

Tre giorni era durato il nostro viaggio dallo Stalag IX C di Torn al nuovo campo. Consueto trattamento di carro bestiame piombato senza riscaldamento nè sportelli laterali. Alle 15,30 e con un buio pesto ci accolse Biala Podlaska.

Il campo era vicino. Il cammino fu rischiarato da un aereo-faro che rasentando le nostre teste, ci venne incontro e non ci abbandonò fino all’arrivo; aveva un enorme riflettore sulla fusoliera che ora in testa, ora in coda dalla colonna, lanciava lame di luce accecanti. Tutti i riflettori del campo si diressero sull’ingresso al nostro arrivo. Per cinque, passammo le teorie dei tre ordini esterni di filo spinato. Ci fecero poi sostare sul viale d’accesso al campo “vero“, dove dopo altri tre ordini di reticolati si indovinavano nell’ombra tutte le baracche. Era un campo vuoto, in approntamento ancora.

Come a teatro si accesero tutti i proiettori e il dramma-per alcuni la tragedia-incominciò. Il prologo lo recito il comandante del campo. Mentre il nevischio cadeva, ci tenne mezz’ora per dirci che eravamo “benvenuti nel campo“, che avessimo pazientato perché tutto non era all’altezza per un campo di prigionieri… ad ogni modo era stato tutto disinfettato e pulito d’ogni residuo dei prigionieri russi evacuati da qualche giorno (tifo petecchiale in vista). Due avvertimenti: non bere l’acqua perché inquinata (cadaveri non molto lontani) e non accendere fuochi di nessun genere (aerei russi di passaggio). Poi da amorevole padrone di casa ci dette un’utile informazione. A dieci passi dal triplice reticolato interno cominciava la “zona proibita“: chi vi si fosse avventurato si sarebbe procurato un rosario di pallottole dei mitra che giorno e notte, erano puntate dalle vedette poste sugli osservatori, ad ogni angolo dei reticolati esterni.

Sempre per cinque, ci dettero una copertina, una ciotola e una tazza di coccio, poi nel buio instabile, infastiditi dai riflettori impazziti, raggiungemmo le baracche.

La Germania si può dire il regno della baracca. Ma fino allora le avevamo soltanto viste. Viverci e tutt’altra cosa. Una baracca: bassa, quasi un vagone ferroviario privo dei carrelli e delle ruote, messo a contatto col suolo. Un ingresso con tre scalini per ognuno dei due o tre vani di cui è composta; la porta è pesante e da uno stanzino dove a sinistra a destra c’è un’altra porta: si entra poi nel vano dove si vive in ventiquattro o anche più. Le baracche ospitano dai quarantotto ai settantadue prigionieri. Grosse travi troneggiano a mezz’aria e danno l’aspetto di un retroscena o d’un deposito; in fila, sfruttando anche il più piccolo spazio, i “castelli“ di legno per dormire, a due posti uno sull’altro.

Dopo la prima mezza giornata di prigionia, le porte di ingresso avevano il sistema di “chiusura automatica“ con una cordicella e il mattone legato all’estremità per contrappeso. Dentro, dei tappetini di carta intagliata coprivano i recipienti che, da un minimo di tre a un massimo di dodici, erano il “completo da tavola“ formato con mezzi vari di fortuna. Un angolo era tappezzato con le foto d’un bimbo in tutte le pose. Sopra il  “castello“ una mensola portava una ciotolina portacenere, uno stecco forse nettaunghie, spatole e cucchiaini di legno di ogni misura, un portaritratti sconnesso con una foto di una donna giovane. Chiudi dovunque per appendere la borraccia, il cappotto, le scarpe umide da asciugare.

Se un tavolo c’era, non c’erano posto per tutti; e se c’era posto, mancava qualcosa su cui ci si potesse sedere. Molti perciò vivevano in alto, fuori dal contatto con la terra: mangiavano appollaiati sul castello, si svestivano lassù e dormivano sul posto; gli abiti pendenti ai lacci del soffitto, facevano da schermo alla poca luce delle finestrine. L’ora tormentosa era quella del rancio: tormentosa oltre che per la fame mai soddisfatta anche per lo spazio ristretto che aveva come conseguenza e gli alterchi più violenti della giornata. Quel poco che si ingoiava era amareggiato dall’urto del vicino o dalle pedate sulla testa dell’uomo “dall’alto“ che mangiava sul castello con le gambe penzoloni.

La piccola stufa era allora letteralmente sommersa dalle gavette, gamelle e pentoline che con ganci ingegnosi la ricoprivano sino alla base; ma per tutti non c’era posto e i litigi erano immancabili. Il sole quasi sempre assente dai primi di novembre, alle dieci del mattino si esibiva, quando c’era, in una specie di tramonto aranciato per poi scomparire nel nebbioso mezzogiorno. Dopo tre ore, la notte. In campo la luce artificiale non c’era come non c’era l’acqua (si beveva dal tiglio bollito a reazione). Il Major più volte si “scusò” dicendo che era un campo inabitabile, forse si sarebbe provveduto.

Fuori dalla baracca, nelle sere in cui il tempo era calmo, si poteva udir passare la guerra, in terra e in aria. Eravamo a meno di trecento chilometri dal fronte russo, vicino ad una linea ferroviaria di rifornimento delle più importanti. Passavano lunghi convogli ferroviari con un’intensità spettacolo osa, della durata di cinquantasei minuti ognuno. Dal vicino campo di aviazione, aerei esamotori erano in continuo movimento, forse per portare o riportare dal fronte, uomini e materiali. Quindi  i tedeschi mettendoci dietro sei ordini di filo spinato, avevano come al solito “ottemperato“ alle norme della convenzione di Ginevra. Al minimo sentore di allarme aereo nella zona, si affrettavano a spegnere i fari di segnalazione regolamentari e ogni luce in campo, di modo che le baracche, alla luce dei razzi illuminanti, sembravo accampamenti di truppa. E i “raids“ russi erano continui.

Il 7 novembre cadde la prima neve. Problematico era passare l’inverno nordico in quelle condizioni di vita e di denutrizione. Quanti avrebbero superato la prova? Nell’inverno 42-43 erano deceduti nel campo per tifo petecchiale e scorbuto oltre quattromila prigionieri russi su di un totale di quindicimila circa.

Grazie a Dio, la stagione fu mite: media 30° sotto zero e la salute generale fu relativamente soddisfacente. I tedeschi dettero a chi non aveva nulla dei pastrani di belgi, francesi e russi morti. Molti erano ancora macchiati di sangue. Ogni capo di vestiario aveva il suo bucherello.

In baracca il freddo imperava. Un secchio di fradicia poltiglia nero fangosa, detta carbone doveva bastare (quando si riusciva ad accenderla) per farci sopravvivere. Il secchio non bastava: era chiaro.

Il freddo annebbiata la vista, annienta ogni volontà; cominciare una “sparire“  tavoli e tavole dalle baracche disabitate: ogni giorno un vuoto totale si creata in quelle baracche in fondo al campo. Fuochi, veramente di gioia, si accendevano con mille rischi: il calduccio, che lieve e brive ridava la sensazione di vivere, ripagava l’azzardo.

Gli organismi leggermente tarati, privi di cure, indeboliti degli anni o dagli stenti cedettero insieme ai più forti. Un capitano degli alpini morì in sette giorni di broncopolmonite, un sottotenente giovanissimo per un inspiegabile infezioni biliare. La tubercolosi fulminante pizzicava qua e là le sue vittime. Medici italiani si offrirono per lottare col male e col “sanitario“ tedesco che non voleva dare nulla, nemmeno la carta velina al posto del cartone idrofilo. Costui, vero “criminale di guerra“, aveva ordinato di togliere a tutti noi qualsiasi medicinale. Così il diabetico aveva un po’ di scorta di insulina, il malarico che aveva le perle del chinino, il sofferente di dispepsia con il bicarbonato, e perfino il miope con i suoi occhiali furono spogliati.

La realtà era che i medicinali arrivati in campo passavano al Lazzarett tedesco, o riapparivano sotto forma di borsa nera in cambio di stivaloni e suole. I medicinali richiesti non arrivarono mai ai medici italiani. Le cure ai malati venivano o dal compagno “facoltoso“ o dall’aiuto divino. Un “numero“ moriva con accanto i compagni di baracca che a turno gli avevano portato qualcosa di buono; una bianca scatoletta, una pasticca di menta, un cioccolatino stantivo; quella lieve ombra di affetto forse rendeva meno ghiaccia la morte. Poi la veglia, le orazioni del cappellano e l’adunata generale sullo spiazzo: passava una cassa fatta con assi di “baracca”, e con l’”Ausweis” del Major del campo “buono per quattro compagni più il cappellano” si andava a due passi dal campo al cimitero, già occupato da tanti russi. Fu il cappellano che ottenne per noi italiani il privilegio di una croce sul tumulo-ai russi “non concesso” e ci disse il Major-come a chi si dà un premio. I compagni poi facevano il suo pacco, riunivano le sue foto su cui non fissavano lo sguardo per non cedere, e tutto veniva affidato alla Feldpost -se la sua casa era nella mezza Italia martoriata dei tedeschi. Se no a, rimaneva lì.

I cappellani, con la loro opera suadente e diplomatica, ottennero che ci fosse concessa una “baracca convegno“. Da quel giorno essa fu per noi la Chiesa, l’auditorium, il teatro, la piazza principale, il ritrovo di moda dalla vita elegante: fu insomma il luogo da cui si usciva ristorati almeno nello spirito. La domenica in esse venivano celebrate ogni ora, ma la Messa solenne era alle ore dieci. Il Major tentò di forzare il sacerdote a introdurre nell’esercizio del suo ministero una parte politica, per provocare quell’orientamento, quell’avvicinamento a “loro“ che non avvenne mai.

Un vecchio sottotenente attraversare il campo ogni sera con la sua lanterna. Andava alla “baracca“ per le prove dove attendevano infreddoliti e tremanti una dozzina di “cantori“. Posava le sue carte ingiallite accanto alla lanterna fumosa, toglieva da sotto i cenci una asticella e si iniziava allora il colloquio delle anime canore con le melodie celesti. Alla Messa delle dieci, il vecchio aveva il suo angolo riservato ed era attorniato dai suoi discepoli, l’organo c’era, era la fisarmonica salvata ai tedeschi tenuta orizzontalmente da due serventi. Il pomeriggio domenicale era dedicato ai cori celebri. Il Nabucco, i Lombardi, la Forza del Destino.

La fame aveva come alleati i secchi della cucina e come nemico il mercato nero. I “pasti” erano due: alle 13, brodaglia di cavoli aciduli o di carote gialle sporche di terra in un secchio, nell’altro patate lesse (tre piccole e razioni). Alle diciassette nel secchio c’era fanghiglia di bucce di patate con un quadruccio di margarina persona. Il “dito“ di pane era sempre più bagnato e il pioppo di ghiande  tradiva l’origine legnosa. Perciò il mercato nero si infiltrava in ogni parte. È da premettere che per il comando non esisteva moneta in campo, dato che era acceso una specie di conto corrente dove veniva accreditata la paga di 72-81-96-108-120-150 marchi mensili rispettivamente da sottotenente al colonnello; qualunque moneta trovata in baracca veniva sequestrata. Molti morivano di fame pur essendo quasi ricchi sulla carta. Inutile dire che nessuno ebbe mai liquidato il conto. Ma il denaro che correva c’era, nascosto nelle scarpe o nella fodera della giubba e serviva per far salire i prezzi ogni volta che tentava l’uscita, spinto dalla fame del suo possessore. Enorme la domanda, esigua l’offerta. Mercanti erano i soldati di cucina. Essi non erano favoriti oltre che dal luogo di lavoro, anche dal fatto che uscivano per scaricar patate alla stazione, e allora lungo il tragitto avevo modo di arrangiarsi, ricevendo anche doni dai contadini locali. Un uovo fu venduto a 900 lire; della pasta a 2200, una sigaretta 30 lire e una patata cruda per 60. Poi questi magnati del mercato si dettero la voce di non vendere più ma solo barattare. A lungo andare, dopo scambi di camice per due pani, stivali per cinque pani e un po’ di fagioli, berretti per un pane, si videro gli ufficiali laceri e malandati, mentre i cucinieri mi salutavano con uno scatto perfetto degli stivaloni lucidi; la camicia pulita, il volto paffuto, il capo coperto da un elegante berretto rigido.

Nottetempo, come dei lupi, la fame faceva uscire i sette od otto procacciatori d’affari dalle loro baracche. Sapevano che al posto IV c’era Leopold l’ucraino. Li seguiva il collega che sapeva il tedesco; al posto IV un fischio. La sentinella infagottata e coperta fino alla punta del naso, si voltava. Quando il proiettile si allontanava, i colloqui in tedesco aveva inizio e si incrociavano le domande: cibo da un lato; vestiario dall’altro. Gran richiesta dall’esterno per penne stilografiche stivaloni. Una sera una sentinella disse in tedesco che eseguiva l’ordine di un ufficiale chiedendo suole in cambio di due pani. I pani arrivarono dal cielo, lanciati dal poderoso ucraino al di sopra dei fili spinati.

Ma a chi non aveva il sufficiente per coprirsi, non restava altro che sentire la fame, assaporarla bene, e trovare in essa l’assillo nelle ore serali quando il vegliare era un tormento uguale al sonno senza pace. Si andava col pensiero a qualche cosa, a qualcuno che potesse sollevare la pena dello stomaco con un aiuto. E la Croce Rossa?

Il 7 dicembre un comunicato affisso alla baracca-convegno diceva testualmente: “nessuno può scrivere né rivolgersi con qualsiasi mezzo e per qualunque ragione al Comitato della Croce Rossa Internazionale a Ginevra, al Vaticano, nell’Ambasciata d’Italia a Berlino, dato che questo comando - considerando i “soldati del duce“ come ospiti graditi da restituire gradualmente alla madrepatria-gli assiste direttamente per quanto è in suo potere“. Firmato: il la Major. Per questo la Croce Rossa brillò per la sua assenza nei 70 campi di prigionia della Polonia?...

La posta era un’altra piaga.

Vidi un sottoufficiale tedesco cestinare nella posta in arrivo solo perché scritta sui moduli commerciali o su carta da lettera affrancata con francobolli recanti l’effigie del re; se c’era la testa di Hitler, graziava per rispetto.

In campo si leggeva, si aveva sete di carta stampata, ma purtroppo questa difettava. Giravano dei libri, ma erano pochi. Si leggevano I due prigionieri di Zilahy con la stessa voracità con cui si digerivano i minuti i caratteri d’un trattato di ostetricia o le aride novelle svedesi di Lagerkvist. E i tedeschi sapevano dell’esistenza di questa malattia di prigionieri, e dopo averla fatta sviluppare fecero venire un sottile narcotico, un veleno che avrebbe prima o poi senza fallo intossicato tutti, sotto forma di un ignobile foglio stampato settimanalmente, e distribuito con larghezza in tutti i campi dei deportati. Aveva una testata attraente e un dolce titolo: “la Voce della Patria“. Carità di essa vuole che se ne taccia.

 

 

domenica 24 maggio 2026

La navigazione in Artide : I rompighiaccio. IV Parte

 UNA FINESTRA SUL MONDO



Il rompighiaccio russo Artika
 La Russia ha la maggiore flotta di rompighiaccio tutta schiera in artide

sabato 23 maggio 2026

La navigazione in Artide: i rompighiaccio III Parte

 UNA FINESTRA SUL MONDO


La consistenza della flotta dei rompighiaccio
Fonte Informazioni Difesa n. 1 del 2026



venerdì 22 maggio 2026

La navigazione in Artide: i rompighiaccio II

 UNA FINESTRA SUL MONDO


La navigazione in Artide è regolata dal Polar Code, un insieme di norme che sono state redatte dall 'I M  O International Maritime Organization, a cui aderisco i Paesi rivieraschi 


giovedì 21 maggio 2026

La Navigazione in Artide: i rompighiaccio I

UNA FINESTRA SUL MONDO




Tutti i paesi che si affacciano sull'Artico si sono dotati di una flotta di rompighiaccio che permette loro, anche grazie al progressivo scioglimento della banchisa, di penetrare e controllare aree sempre più vaste di detto mare.
Daremo dato sulla consistenza di detta flotta


 

mercoledì 20 maggio 2026

Sessione di Laurea Estiva Anno Accademico 2025 2026

 NOTIZIE CESVAM

La sessione in oggetto per il Masteer di Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale è fissata per Lunedi 15 Giugno 2026 alle ore 09.00

Per il Master di Politica MIlitare Comparata e Storia Militare Contenporanea è fissata per Martedi 16 Giugno 2026

La Casa di Filippo Corridoni
a Corridonia (Macerata)