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sabato 25 luglio 2026

Renato Mariani Una Testimonianza IV Parte

 ARCHIVIO

Progetto 2024. I Eccidi in Toscana

L'OBBROBRIO DELLA DEPORTAZIONE E LA SUA FINE.

 

La sera del 6 ottobre Egli tornò a casa all'ora solita. Mentre stava cenando, ebbe però una chiamata telefonica. Era un suo collega di caserma, il quale lo avvertiva che, per ordine del Maggiore, l'indomani mattina doveva trovarsi in sede alle ore cinque. In quel momento, già ora di coprifuoco, pioveva abbondantemente, come sa piovere a Roma di ottobre quando ci si mette. Intesi che Egli opponeva difficoltà per l'ora troppo mattutina, per l'assenza del tram e anche per la pioggia, che probabilmente non sarebbe cessata. Si lasciò col collega, pregandolo che almeno lo mandassero a prendere a mezzo di un camion. Tuttavia, prima di coricarsi Egli caricò la sveglia e alle quattro e mezzo del mattino già si stava vestendo. Venne a salutarmi e poco dopo, nonostante la pioggia, era al portone. Sento ancora nel silenzio della notte il colpo di chiusura del medesimo. Egli uscì indossando la divisa nera con stivaloni e l'impermeabile di prescrizione. Poco dopo che se ne andò, sentii passare un primo tram. Mi augurai che potesse prenderlo, perché gli fossero evitati 4-5 chilometri di cammino sotto la pioggia.

Ho motivo di credere che, appena giunto in caserma, Egli si sia reso conto dell'ignobile agguato che gli era stato teso, tanto che a testimonianza di un compagno ora tornato dalla prigionia - si accingeva ad abbandonare la caserma. Malauguratamente venne fatto raggiungere e gli fu imposto di trattenersi. Più tardi il Maggiore e il Colonnello pretesero da ciascuno la parola di non tentare la fuga, asserendo che, in caso contrario, grave responsabilità sarebbe ricaduta su sé stessi. In sostanza anche Egli era caduto in mano ai tedeschi, alla cui cattura era riuscito a scappare soggiacendo all'odissea del settembre.

Tuttavia, forse con un filo di speranza nel cuore che potesse trattarsi di un momentaneo fermo per semplici chiarificazioni, prima delle 7 Egli mi telefonò dalla caserma, rassicurandomi che non c'era nulla di nuovo.

Io andai al lavoro come al solito, ma, verso le 10, una brava Signora mi chiamò al telefono, pregandomi di passare da lei per una urgente comunicazione. Vi corsi sull’istante e fui informato che in un'altra caserma, a lei vicina, stava perpetrandosi la cattura di tutti i Carabinieri. Mi precipitai allora al a caserma Podgora, che non sapevo neanche ove fosse di preciso, ma appena giunto in quei paraggi mi apparve subito che anche lì il fatto fosse compiuto. Gruppi di paracadutisti tedeschi nell'odiosa divisa e in pieno assetto di guerra erano a tutti gli angoli del vecchio Trastevere a compiere la grande eroica impresa della cattura dei Carabinieri Reali d'Italia, consegnati inermi da mani italiane.

Con la guida di qualche popolano, riuscii a portarmi fino al cancello della caserma e vidi che Renato passeggiava con altri compagni nell'ampio cortile per asciugarsi della pioggia presa al mattino ad uno scialbo raggio di sole. Nel suo sconfortato saluto, vidi tutto il suo profondo avvilimento ed ebbi la netta percezione di quanto sarebbe capitato al nostro disgraziato paese.

Da persona che in quel momento usciva, Egli mi fece sapere che sperava di poter venire a casa prima di sera, almeno per cambiarsi e per rifornirsi. Io tornai a riaffacciarmi nelle vicinanze della caserma durante il pomeriggio, ma tutte le vie di accesso erano sbarrate e presidiate dai tedeschi armati fino ai denti e non mi fu possibile vederlo. Passò la sera, sopraggiunse la notte ed Egli non venne.

L'8 mattina corsi di nuovo a Ponte Sisto che trovai, però, sguarnito dalla soldataglia. Fui riconosciuto da un vecchietto trasteverino, che doveva aver notato il giorno innanzi il mio affanno paterno, e con gli occhi umidi di lacrime mi disse che, durante le ore della notte e nelle prime ore del mattino, erano stati portati via tutti. «Poveri figli nostri, aggiunse, li abbiamo salutati noi del rione per le proprie famiglie e abbiamo loro battute le mani».

Credevo che Renato fosse già partito. Nelle prime ore pomeridiane mi raggiunse, invece, in casa questa secca telefonata (chi parlava non volle dire chi fosse):» Il S. Tenente Mariani parte tra poco dalla stazione Ostiense. Potete portargli un necessaire da viaggio e qualche cosa per mangiare stasera». Ci precipitammo la domestica ed io alla lontana stazione.  Aldo, dovè, per prudenza, rinunziarvi, dato che i giovani venivano allora braccati. Là trovammo lo zio Innocenzo, che vi era accorso anch'egli nella speranza di salutarlo.

I pressi della stazione erano pieni di animazione, perché, oltre i familiari chiamati a salutare i partenti, vi affluivano in quel momento grossi reparti dei bravi Ufficiali delle Divisioni Piave, Ariete e Montebello, i quali, avendo combattuto contro i tedeschi, da vari giorni erano stati isolati in campi di concentramento ad Ostia e che sarebbero partiti con lo stesso treno. Nel volto di quei giovani, consci del loro destino, non c'erano che odio e fierezza.

L'ingresso alla stazione era vietato: alle urla selvaggie dei tedeschi faceva però degno riscontro il comportamento zelantissimo degli azzimati militi della Polizia Africa Italiana (P. A. I.). In un primo momento sembrò che si dovesse consegnare soltanto i pacchi, che furono anzi bruscamente ritirati, senza che i familiari potessero essere ammessi a vedere i loro cari. Venne poi dato, invece, l'ordine di accesso alla pensilina della stazione, dalla quale, a distanza di una cinquantina di metri, si poteva vedere nel più lontano binario il treno formato per la partenza. I finestrini del convoglio erano affollati dai deportandi, ma io riuscii ad individuare mio figlio e ci salutammo alla voce. Lo invitai con i gesti a scendere sul marciapiede ed Egli scese, seguito subito da altri compagni. In quel momento, però, fu dato il consenso di avvicinarsi al treno per un breve saluto. Potemmo così abbracciarci e scambiare in fretta qualche parola. Egli partiva con quel che indossava, ma mi disse di avere in tasca abbastanza denaro e di essersi procurato qualche maglia e un po' di biancheria. Dove avrebbero avviati tanti giovani Ufficiali? I pareri erano discordi. Chi parlava vagamente dell'alta Italia, chi di Bolzano, Egli accennò a Tarvisio. Ritenevano tutti di dover essere soltanto interrogati: per lui, che si trovava a Roma solo da pochi giorni, l'affare avrebbe potuto essere ancora più semplice.

Se questa poteva essere la nostra coscienza, quale logica risultante del nostro pensiero, ma anche ora non so se lo fosse, il presentimento dell'animo e la voce del cuore erano però ben altri. Sentivamo tutti che un gran fatto stava per compiersi. Egli si sforzava a vincere la sua interna emozione ed io bramavo quasi che il treno affrettasse la partenza per non fargli apparire la mia. Notai che il lungo convoglio era tutto formato di vetture di seconda classe, a carico completo, con otto Ufficiali per ogni scompartimento. Presi il nome di qualche suo compagno di vettura che per essere di famiglia romana poteva riuscirmi di utile collegamento. Quindi, con gli ultimi saluti e l'abbraccio più affettuoso, rivolsi a Renato una speciale raccomandazione che in altri distacchi mai mi ero sognato di fargli, quella di riportare a casa la pelle.

Poi ce ne andammo, prima che il treno si muovesse, tanto la scena era dolorosa per tutti. L'ultima nostra occhiata fu di quelle che non si dimenticano.

Quale sarebbe stato da allora il suo destino? Egli aveva come sempre una sola preoccupazione, quella di non farci stare in pena per lui. Già, da Firenze, il 9 scriveva: «Caro babbo, il viaggio va ottimamente. Stai tranquillo per me che tutto andrà bene. Cari saluti a tutti». Sulla cartolina, di mano non sua, c'era però già la scritta a lapis «Prigioniero di guerra» e il timbro postale della Croce Rossa Italiana, Ufficio notizie prigionieri di guerra.

Lo stesso giorno 9, da Ferrara, Egli mandava quest'altra cartolina: «Cari saluti, morale altissimo». E il 10 da Tarvisio, faceva impostare da una compiacente Signora, che aggiunse anche il proprio indirizzo, questa cartolina: «Continuiamo il nostro viaggio. Io sto benissimo. Non scrivere nulla di me a Maria e ad Anna». Quanta finezza d'animo nel voler risparmiare un immediato dolore alle sorelle!

Da allora, un cupo periodo di silenzio passò per noi fino al 28 novembre, allorché ricevemmo da Biala Podlaska (Distretto di Lublino in Polonia) una cartolina a stampa con la sua semplice firma, dalla quale risultava che era internato in quel Campo N. 366.

Altre notizie non giunsero più tardi che il 7 e il 13 dicembre. Con la prima cartolina, portante la data del 13 novembre, egli scriveva: «Babbo carissimo non darti pensiero di me. In salute sto benissimo, il morale è alto e non ho bisogno di alcuna cosa. Attendo notizie di tutti voi e particolarmente di Aldo. Stai pure tranquillo, presto ci rivedremo, la cara Mamma mi aiuterà a passare questo difficile periodo. Ti bacio con affetto». Come era prudente, accorto, misurato, sapendo che ogni parola avrebbe formato oggetto di spietata censura.

Con la seconda ed ultima cartolina del 25 novembre, illudendosi di poter avere pacchi; scriveva infine: «Caro babbo, le mie condizioni di salute sempre ottime. Fino al 15 dicembre puoi inviare liberamente pacchi da 5 chilogrammi che potrai farmi spedire anche da amici. Oltre tale data, dovrai servirti di tagliandi che ti farò pervenire. Preferisco roba da mangiare, ma stai tranquillo che non mi manca nulla. Scrivimi molto spesso, non ho ancora vostre notizie, puoi usare anche carta comune. Ti bacio con tanto affetto».

Quale contrasto tra l'affannosa richiesta di pacchi e quel preferisco roba da mangiare con l'assicurazione che non gli mancava nulla. Inutile dire che, appena ricevuto il suo indirizzo e assai spesso in seguito, noi gli scrivemmo e gli demmo incoraggianti notizie. Vincendo non poche difficoltà, si riuscì anche a spedirgli un pacco, proprio il 15 dicembre. Un pensiero assillante ci era sempre compagno in ogni ora della nostra vita, quello del freddo della Polonia e dei disagi, forse della fame del campo di concentramento. Venne il Natale, si iniziò l'anno nuovo e le sue notizie non giungevano ancora. Secondo il suo desiderio, con le sorelle lontane avevo fino allora mantenuto il segreto della sua prigionia.

Soltanto il I 6 gennaio tornò indietro, respinta dal campo al mittente, una mia lettera alla quale era stata aggiunta una annotazione a lapis: «Deceduto 28. 12 ». Questa lettera capitò in mano ad Aldo, il quale ebbe cura di tenermela gelosamente nascosta. Ma si può comprendere come questi abbia vissuto da allora, tutto chiuso in sè stesso, ore tremende. L'unica sua speranza era riposta nel fatto che la notizia non era ufficiale. Tuttavia, con l'aiuto di amici, riuscì a far telegrafare al Campo per tre diverse vie.

Le risposte giunsero tutte insieme i primi giorni di febbraio e confermarono purtroppo la tragica realtà.

Ormai questa era a conoscenza di molti. Soltanto io continuavo a lambiccarmi il cervello, chiedendomi perché dal 13 dicembre non avevo avuto notizie, tanto più che altri compagni romani avevano successivamente scritto alle proprie famiglie. Mi sforzavo a giustificare il ritardo, ed era questa tutta la mia speranza, attribuendolo al fatto di uno spostamento di Campo, oppure di uno smarrimento postale. Nelle nostre veglie serali, avevo però notato due volte che, mentre mi accingevo a scrivere a Renato, Aldo me ne aveva sconsigliato, come cosa che avrei potuto rinviare al domani. Al che, naturalmente, non mi ero piegato. Anche un'altra sera, mi ero accorto che, al momento di andare al letto, Aldo aveva gli occhi arrossati dal pianto. Mi balenò alla mente qualche sospetto e gliene chiesi ragione; ma egli mi rispose che era molto raffreddato. Alle sorelle, alle quali in gennaio avevo dovuto alfine far sapere la verità, scrivevo spesso di Lui, nella speranza di poter loro comunicare un prossimo suo ritorno.

Ma la triste irreparabile notizia venne ed io la appresi -  strana coincidenza con l'analoga data da lui notata ad Arsia -  proprio nel giorno del mio compleanno, il 4 febbraio. Avevo da poco terminato di desinare, senza che Aldo, più serio che mai, mi avesse rivolto un augurio, allorché sopraggiunse lo zio Innocenzo. La sua visita ad ora insolita e le prime battute del suo discorso bastarono a farmi capire tutto. Presi la mazzata con sufficiente rassegnazione, pur sentendo che tutto il mondo mi crollava addosso. Si dice che un padre non dovrebbe mai perdere un figlio. Che dire allora per una perdita che avviene a 25 anni e per giunta tra gli stenti del freddo e della fame?

Ringrazio ancora la Provvidenza di avermi fatto apprendere la fatale notizia in un particolare momento, quando i doveri del mio ufficio non ammettevano - per chiunque avesse coscienza - defezioni o possibili soste dal lavoro. Dal 14 dicembre, mentre Egli cadeva infermo, ero costretto infatti ad assumere la direzione dei Servizi dell'Alimentazione di Roma e delle 16 provincie ad essa circostanti; e l'approvvigionamento della Capitale, con i suoi due milioni di abitanti e i suoi cento mila bimbi affamati, costituiva per me l’incubo più tremendo.  Così che, dopo 24 ore di meditazione sulla Sua fine immeritata, fu per me giocoforza tornare al mio tavolo e rimettermi al lavoro, che è il migliore lavacro e il più fido compagno del dolore.

Intanto, mentre la conferma della sua morte giungeva a Roma, a Milano perveniva la pietosa comunicazione del Cappellano del Campo di concentramento. Questa era data al cognato Scarponi con lettera del 31 dicembre e faceva risalire il decesso a setticemia causata dalla disfunzione del fegato. La lettera continuava: «il buon Renato, da me assistito nel decorso di sua malattia manifestatasi l'11 corrente, si è spento serenamente alle 6,30 del 28 dicembre 1943 col pensiero rivolto al babbo e a tutti i suoi cari. Rassegnato e forte ha aspettato senza timore la chiamata di Dio. Egli fu sepolto con solenni onori militari e accompagnato da fedeli amici nel Cimitero militare del Campo, e tutto è stato disposto perché, se un giorno lo si volesse, le Sue ossa possano essere recuperate».

Si può immaginare come tale lettera, che a primo acchito fu ritenuta proveniente da Lui, venne letta da Maria e da Pippo, i quali la ricevettero insieme. E quale angoscia essa determinò poi a Bordighera, ove Anna apprese la Sua morte appena una settimana dopo di aver saputo della sua prigionia.

È toccato attendere il ritorno di qualche suo compagno e del Cappellano per avere il conforto di qualche ulteriore ragguaglio. Non è una novità che ogni guerra, oltre la strage dei morti e dei feriti, rende assai penosa la sorte dei prigionieri catturati sul campo di battaglia. Ma la sorte degli internati di guerra in Germania costituisce e dovrà costituire una pagina di dolore e di vergogna per il nostro Paese, tanto più che non si tratta di un ristretto numero di vittime, di poche centinaia o migliaia di uomini, ma di circa un milione. Orbene, nulla si è fatto per impedire la cattura di questi sventurati, che a Roma almeno furono rastrellati col zelante concorso di altri Corpi di Polizia italiani, e nulla si è fatto per assisterli o per mitigarne le sofferenze. Anche l'invio della corrispondenza e dei pacchi ha avuto luogo in modo deplorevole. Venivano spesso annunziate sui giornali e alla radio, da parte del comando tedesco o dell'allora Governo, istruzioni in apparenza benevoli, ma che gli uffici della Croce Rossa, chiamati ad applicarle, recisamente smentivano. Un'altro episodio potrebbe bastare. L'unico modulo a stampa­ di richiesta di un pacco, evidentemente redatto prima del dicembre, perché munito della sua firma, è pervenuto il 19 aprile, quattro mesi dopo la Sua morte. Meno ancora efficace è stato l'interessamento delle nostre autorità militari e del Ministero della Guerra durante il risuscitato Governo fascista, verso questi compagni di sventura. Personalmente, io mi rivolsi in novembre, all’ora Comando dell'Arma dei Carabinieri di Roma per avere qualche notizia sulla sorte di mio figlio. Ebbi l'onore di parlare con un Generale, dal quale non partivano che invettive contro coloro che non avevano aderito o che ancora non aderivano al nuovo regime. Non mi restò che voltargli le spalle, né ci tornai più. Eppure, anche oggi, a un anno dalla Sua morte, non si è avuta ancora una notizia ufficiale che lo riguardi, non si è avuta la restituzione di un suo ricordo personale, nulla.

Solo i suoi compagni, i suoi cari compagni di prigionia, oggi miei figli anch'essi pur se ne taccio i nomi, mi hanno portato l'eco fedele delle pene condivise da tutti, l'eco lontana dei desideri e dei rimpianti comuni, una vera parola sulla Sua fine.

 

Guardo ora negli occhi la cara Sua immagine, che mi sta quì da canto e che sembra avermi fino ad ora tenuto la penna, per essere anche più sobrio e sereno in queste ultime parole. So finalmente come ebbe luogo l'infame cattura, avvenuta con la complicità di superiori diretti e per tassativa disposizione del nuovo Comandante dell'Arma. Fu detto agli interessati che, per subire un interrogatorio, sarebbero stati condotti in alta Italia e che, chiarita la personale situazione di ciascuno, sarebbero tornati al loro normale servizio. Ma, dopo Ferrara e Padova, non vi fu più dubbio che la loro sorte era quella della deportazione.

Taluni provvidero a scappare mentre erano ancora in territorio italiano, in essi compreso qualche comandante della caserma Podgora che maggiormente aveva fatto pressione sugli altri per una fedele obbedienza. Renato non scappò e ne intuisco le ragioni. Egli aveva ancora sul gobbo la penosa odissea di venti giorni prima e, come ho ricordato, io gli avevo raccomandato, in partenza, di riportare a casa la pelle. Quanti invece la perdettero nel tentativo di evasione, a seguito della sparatoria che le sentinelle tedesche facevano dal treno nei propizi rallentamenti, fraternamente escogitati dai nostri bravi ferrovieri. Si dice che venissero recuperate le giacche insanguinate dei colpiti, perché dai documenti in esse contenuti potesse compiersi il riconoscimento del caduti.

Ma questo accadeva ancora in Italia. Dopo Tarvisio, la scena cambiò aspetto. Dai vagoni di seconda classe gli Ufficiali italiani, del paese «alleato» vennero passati e chiusi per due giorni in carri bestiame. L'affollamento era tale che essi dovevano alternarsi per potere qualche volta stendersi un poco. E così attraversarono l'Austria e la Germania per essere condotti fino a Meppen, sul confine olandese. Ma appena dieci giorni dopo l'arrivo colà, un altro penoso, più lungo viaggio si profilava verso l’Europa orientale, verso la Polonia.

L'arrivo a destino, al campo di Biala Podlaska, nel distretto di Lublino, avvenne in una data già fatidica per il nostro paese, il 28 ottobre. Il campo di Biala era stato adibito fino allora ai prigionieri russi, ma, su ricorso della Croce Rossa Internazionale, venne riconosciuto inospitale per la completa mancanza di acqua potabile e di servizi igienici. Quello che non era utilizzabile per i prigionieri di guerra poteva, però, ottimamente «passare» per i deportati della nazione alleata. E lì, in pieno inverno, suddivisi in tante baracche, cominciò la dolorosa via crucis di tanti cari giovani, fatta non solo di privazioni alimentari, ma di sofferenze morali, di umiliazioni patite, di mancanza assoluta di corrispondenza da parte delle proprie famiglie.

Era così, con questi sistemi, che si voleva strappare una adesione al nuovo regime. Soltanto con la rinunzia al giuramento prestato e violentando la propria coscienza si sarebbe potuto aspirare a un migliore trattamento alimentare e al desiderato ritorno in patria.

Quali interni affanni, quali intime lotte per la sua indomita fierezza!

Unico refrigerio nelle brevi, ma interminabili giornate, deve essere stato per Lui il pensiero della famiglia. Dicono i suoi più cari compagni che Egli parlava spesso delle sorelle, come se le avessero anch'essi conosciute, del fratello, dei nipotini, di me; che progettava viaggi in loro compagnia per recarsi insieme ad Osimo e a Bordighera: che non poteva rassegnarsi alla mancanza di nostre notizie. Poi venne la malattia. Non soltanto Renato venne colpito da una forma ittero catarrale, nè i primi giorni essa suscitò serie preoccupazioni. Lo avevano trasportato nell'infermeria del Campo ed era

curato da un medico tedesco e da uno italiano. Chissà che Egli non abbia ancora scritto dopo il 25 novembre e che la lettera sia andata smarrita. Certo è che il giorno di Natale parve star meglio, che si era alzato dal letto, che aveva riveduto alcuni compagni. La sera, invece, ebbe luogo il peggioramento e ogni speranza di salvarlo fu subito perduta. Anche nel delirio della febbre, Egli invocava le nostre lettere, le nostre notizie e parlava di Osimo. . . forse come mèta ormai irraggiungibile per la sua estrema dimora.

La morte lo colse il 28 dicembre, giorno dedicato ai SS. Innocenti e Martiri. E finalmente, il 30, prima che Egli venisse sepolto, giunsero al Campo quelle nostre lettere da lui tanto invocate.

Anch'io ho ora ricevuto dalla pietà dei suoi compagni qualche ricordo: il suo sgualcito berretto da ufficiale, il suo cinturone, i suoi speroni, un calzettone da lui adattato a copri apo, forse per ripararsi dal freddo della notte, le bretelle, una ciocca dei suoi bei capelli. Tutto qui della sua fiorente esistenza, dei suoi 25 anni, delle speranze in Lui riposte. Le altre piccole cose da Lui lasciate, e che sarebbero dovute venire per il tramite dell'Ufficio-notizie dell'esercito tedesco, chissà se giungeranno mai più.

Nell'angoscioso rimpianto per la Sua fine immatura, mi sono talvolta domandato se, come padre, non avessi potuto fare qualche cosa di più per Lui, soprattutto negli ultimi tempi, per evitargli la tremenda sorte che gli è toccata. Può essere una ingenuità anche questa, ma preferisco aver lasciato agire l'inesorabile destino. Attraverso il suo sacrificio, e a quale prezzo, abbiamo pagato anche noi il doloroso tributo agli orrori della guerra.

Per quanto la dura prova non sia purtroppo finita, un barlume di pace sta profilandosi all'orizzonte.

Possa essa realizzarsi al più presto, perché sia posta fine a tante sciagure e a tanti lutti e perché gli innumerevoli assenti siano finalmente restituiti alle proprie famiglie.

A coloro che come Renato non tornarono, ai combattenti di qualunque arma che più non torneranno, a tutte le vittime della guerra sanguinosa, salgano il ricordo più commosso e la fede che - accolti in una vita che nulla può più troncare e avvilire -      Essi saranno presso Iddio pietoso che con le eterne misericordie li compensa da ogni mortale patimento, gli intercessori più degni.

 

 

21 dicembre 1944·

 Mario Mariani


venerdì 24 luglio 2026

giovedì 23 luglio 2026

mercoledì 22 luglio 2026

martedì 21 luglio 2026

Una lettera estremamente interessante.

NOTIZIE CESVAM

La Presidenza Nazionale si è attivata per una felice conclusione della richiesta.


From: Massimo Passamonti <passamonti.massimo@gmail.com>
Date: 26 June 2026 at 23:22:01 CEST
To: pres.nastroazzurro@libero.itdirettore.cesvam@istitutonastroazzurro.org.itcentrostudicesvam@istitutonastroazzurro.orgpresidentenazionale@istitutonastroazzurro.org
Subject: Domanda su Maurizio Barricelli
Gentili Generale Magnani e Signor Coltrinari,

vi contatto su richiesta di Cato Brahde poiché sto scrivendo una biografia su suo zio Nils Aall Barricelli (un famoso scienziato italo-norvegese). Il padre di Nils era Maurizio Barricelli, che è uno dei fondatori dell'Istituto del Nastro Azzurro e suo primo Segretario Generale. Maurizio era un Alpino che aveva combattuto durante la prima guerra mondiale e, dopo essere stato ferito, passò al reparto cinematografico.

Maurizio era anche un artista e tra i suoi numerosi dipinti ce ne sono tre che offrono rappresentazioni della guerra di grande impatto emotivo.

Il primo mostra i combattimenti e le fiamme su un campo di battaglia; il secondo mostra soldati caduti in un prato verde; il terzo, che intitolò "I due Cristi", raffigura una postazione di pronto soccorso sotto una chiesa con due soldati feriti. Come lui stesso spiegò, si trattava di una scena dell'immediato dopoguerra, quando i soldati che facevano ritorno a casa venivano aggrediti dai partigiani comunisti.

Il nipote di Maurizio Barricelli vorrebbe sapere se fosse possibile donare i quadri all’Istituto in modo tale che possano essere esposti (e preferibilmente accessibili al pubblico)

Vi ringrazio per il vostro aiuto
Massimo



lunedì 20 luglio 2026

Renato Mariani Una Testimonianza III Parte

 ARCHIVIO

 Progetto 2024/1



LA VITA MILITARE.

 

Poco dopo il suo ritorno da Formia scoppiava la guerra mondiale e purtroppo, con l'inizio del 1940, ogni giorno più si profilava anche la nostra entrata nello sciagurato conflitto. Anche la parte che noi vi avremmo preso era fatalmente segnata. Per Renato, ormai ventiduenne, non ci sarebbe stata via di uscita: gli studi universitari e l'incarico presso la Confederazione dell'Industria sarebbero da un momento all'altro saltati in aria. Tra noi non si parlava troppo dell'argomento. Egli dimostrava anzi la più olimpica calma. Sia prima che dopo che la nostra guerra fosse dichiarata, con la solita sua precisione di giudizio, aveva manifestato, però, in famiglia e fra amici, la propria fermissima opinione al riguardo. Egli riteneva cioè che la partita sarebbe stata ardua, lunga e densa di incognite e di sorprese; perché, lungi dal credere alla nostra potenza militare e al valore dei capi, Egli obiettivamente valutava, al giusto grado, le possibilità immediate e future dell'altra parte in contesa.

Con tutto ciò, a un mese appena dalla nostra dichiarazione di guerra, il 13 luglio Egli doveva partire per compiere il corso di Allievo Ufficiale di Complemento alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, donde fu trasferito a quella di Fanteria di Fano.

Io andai a trovarlo per poche ore, il 4 agosto e il 9 ottobre, sia nell'una che nell'altra sede, ove compiva regolarmente la sua istruzione, fino a che, esaurito il corso con la nomina a Sottotenente di Fanteria, il 15 novembre non tornò in famiglia. Qui Egli riprese le lezioni universitarie e anche il suo lavoro presso la Confederazione dell'Industria; ma, qualche mese prima del previsto, il 10 febbraio 1941, partiva per Ascoli Piceno, arruolato in quel 49° Reggimento Fanteria.

Di là, in una lettera alla sorella Maria e a conferma del suo attaccamento verso di lei, del cognato e dei nipotini, egli dichiarava che «le lettere migliori, le più efficaci, le più affettuose sono quelle che non si scrivono, perché il pensiero che abbraccia una immensità di sensazioni non può essere costretto nella falsariga di alcune parole».

La vita militare lo aveva preso ormai nella morsa, talché dopo un certo periodo di manovre a Montefortino e dopo un corso accelerato per armi speciali a Civitavecchia, Egli fu mobilitato e distaccato a Tortona e a Novi Ligure.

In quel turno di tempo ci si vide pochissimo. Egli aveva fatto appena qualche apparizione in marzo e in giugno per sostenere gli esami universitari e aveva potuto ottenere un giorno di licenza, il 2 ottobre, per assistere con noi, ad Osimo, alla traslazione della salma materna nella tomba di famiglia.

A questo punto, non posso tenere per me quanto si potrebbe considerare -  se il destino ci fosse contrario -  come una triste ironia della sorte. In quella circostanza, riunendo in seno alla terra natale le spoglie dei nostri cari, volemmo che ciò fosse scritto nel marmo della piccola Cappella. Quale peggiore disdetta sarebbe se non si potesse un giorno raccogliere in quel sacro luogo anche le spoglie adorate di mio figlio, rimaste a riposare così lontane dalla Patria?

L'assolvimento dei doveri militari non lo aveva trattenuto dall'essere in pari con gli esami universitari, e, di ciò lusingato, io gli scrissi di fare ancora un passo avanti e di assoggettarsi, se possibile, all'esame di laurea. Col Preside della facoltà di Giurisprudenza, Egli si mise d'accordo, per corrispondenza, sull'argomento da trattare come tesi orale, e il 20 novembre conseguiva la sua laurea di Dottore in legge. Ricordo la telefonata affettuosa che Egli mi fece in ufficio per darmene comunicazione. Mera coincidenza, in quella stessa mattina si era inaugurato il Consiglio Superiore dell’Agricoltura e delle Foreste, alla cui presidenza io ero stato nominato.

Così, a 23 anni, Egli aveva terminato gli studi, era funzionario di una importante organizzazione e aveva all'attivo due anni di vita militare. Ma il dovere di soldato lo chiamava ad altri compiti. Sempre dipendendo dal centro Tortona-Novi Ligure, fino all'ottobre del 1942 Egli assolse parecchi incarichi speciali, di non poca responsabilità, a Carezzano, a Rivalta, a Pollastra, in provincia di Alessandria. Era così legato al suo posto che, in tutto questo periodo, potetti vederlo soltanto il giorno di Pasqua a Milano, e un'ora appena al Caffè della stazione di Tortona il 10 luglio. Egli scriveva, però, di star bene, di essere amato dai suoi soldati, apprezzato dai superiori e di rifarsi con una buona tavola e con i buoni vini piemontesi.

In novembre ebbe luogo un mutamento di rotta, in seguito al suo passaggio dall'arma di Fanteria a quella dei Carabinieri Reali. Dopo un breve corso di specializzazione a Fiume, ove andai a passare con lui una domenica, Egli fu destinato alla Legione di Bari, per essere da qui distaccato a Lecce e quindi alla direzione della Tenenza di Gallipoli.

Il precipitare degli avvenimenti lo fa diventare più sollecito e più affettuoso nello scrivere, più nostalgico al pensiero della famiglia. Le sue licenze normali erano tutte cadute regolarmente nel nulla. Doveva ora ottenerne una ma il 4 marzo scriveva: «Oggi dovevo iniziare il mio viaggio, l'organizzazione era stata perfetta, all'ultima ora invece ho dovuto rinunziare e triste ho visto il treno che si allontanava. Sarà un rimando di qualche giorno (veniva infatti dal 12 al 20) ma non è la stessa cosa». E più sotto: «A volte, quando più del solito son giù di corda, vado ripensando ad un mio vecchio progetto, o per dir meglio desiderio, nato durante la vita militare, che mi vuole al ritorno inter felicia rura. L'allestimento confortevole della casetta Catena (nella campagna osimana) potrebbe divenire il mio sicuro asilo». Quali profetiche parole per quel che dovrà seguire nel settembre successivo e quale soddisfazione per me, dopo aver dedicato tutta la mia vita all'agricoltura, apprendere che in mio figlio si era svegliata ad un tratto la passione dei campi.

Nel mese di giugno si sposa la sorella Anna con l'intesa che la cerimonia nuziale si sarebbe svolta nella villa dello sposo, a Bordighera. Egli aveva appena conosciuto il fidanzato in un fugacissimo incontro romano a Natale, e la di lui famiglia in una sosta di treno a Milano. Ma aveva seguito di lontano i piccoli episodi della famiglia, di cui specialmente Maria lo informava e alla quale scriveva: che, nel leggere le sue lettere, gli «sembrava di essere presente». E pregustando la gioia di poter assistere alla cerimonia aggiungeva:

«Se per il 12 sarò a Roma (il matrimonio doveva aver luogo il 16) si partirà tutti insieme compresi i nipotini, e questo è già un fatto molto importante nella storia della nostra famiglia. Debbo tornare al tempo in cui ero ancora ragazzino per ricordare uno scompartimento occupato da tutti noi, quando compivamo le periodiche migrazioni per Falconara. Sarebbe un peccato se perdessi l'occasione di questo viaggio». E purtroppo la perdette, perché atteso invano fino al 12 a Roma e i giorni seguenti a Bordighera, soltanto a rito compiuto pervenne per espresso questa sua cartolina: «Caro babbo, mi è stata concessa una licenza di giorni uno più due di viaggio. L'ho rifiutata. Se si conoscesse la carta geografica d'Italia, si saprebbe che con un sì gran numero di giorni, non potevo fare nemmeno in tempo ad andare e tornare». La cartolina portava in modo visibile il visto della censura, ma io, che avevo tanto sospirato la sua venuta, in premio della sua fierezza, gli avrei mandato un bacio per telegramma.

A relazione avuta del matrimonio, Egli scriveva ancora: «Ora mi accorgo di non sapere nulla di questa cerimonia, di non conoscere Pier Franco, né la sua famiglia. Assistendo al matrimonio avrei potuto rifarmi, veder tutto in una volta, sotto la scena e la luce migliore, ciò che la mia attuale condizione mi aveva negato di seguir da vicino, nelle varie fasi. Cerco di ricostruirmi la scena finale nella Cappella della Torre dei Mostaccini, ma è una ricostruzione personalissima e in cui mi sperdo per non conoscere che pochi dei personaggi che vi prendono parte e non avere alcun dato che mi avvicini alla realtà». E deplorando il mancato godimento della licenza, proseguiva: Mi riprometto tuttavia di farne una bella panciata in ottobre, quando Roma inizia a risvegliarsi dopo l'estate. Questa volta (quale errata previsione!) voglio trascorrere d'un fiato il mese di congedo che mi spetta e voglio godermelo e chissà che allora non sì possa essere tutti riuniti. Datemi notizie di Anna».

Il 13 luglio da Bari Egli mi annunziava: «Caro babbo, il giorno 10 sono stato nuovamente mobilitato: avrò il comando di una Sezione mista, già reduce dalla Russia ed in via di riorganizzazione. Mi dicono che tra breve andremo alla dipendenza di un Corpo d'Armata nella zona dell’Istria. Non devi preoccupartene: il comando di una Sezione è una delle migliori mobilitazioni che possano capitare. Anche la località ove andremo a prestare servizio è buona».

Appena ebbe notizia del primo bombardamento di Roma (19 luglio) Egli si affrettò a chiedere notizie perché stava molto in ansia per me, ma sapendo che Aldo era ad Osimo mi consigliava di farcelo trattenere. E anche Egli sospirava per Osimo, aggiungendo: «Mi auguro che i lavori da Catena siano ultimati, in caso contrario è bene affrettarli ed organizzarsi ad ospitare tutta la famiglia riunita. Sarà quello il nostro punto di ritrovo».

Mentre io lo credevo già in Istria, Egli era invece ancora a Bari, donde il 30 luglio - a mutamento di Governo avvenuto - scriveva che era sempre in attesa di partenza e che, dati gli avvenimenti, quindici giorni potevano equipararsi a quindici anni. E doveva essere ben occupato e preoccupato se scriveva: «In questi giorni sto sperimentando con meraviglia che si può fare anche a meno di dormire e al mattino iniziare nuovamente di slancio la giornata che non avrà discontinuità con le successive». Né manca anche questa volta il pensiero alla famiglia e alla terra natia: «Tienimi sempre informato di te e degli altri componenti la famiglia, altrimenti perdiamo il collegamento. Scrivendo a Maria, le ho proposto il ripiegamento su Osimo, ove io verrei poi a raggiungervi per dedicarmi -       vita natural durante - ai lavori campestri».

La partenza da Bari avvenne infine al principio di agosto e non fosse mai avvenuta! Nelle prime ore pomeridiane del 3 o 4, Egli telefonò improvvisamente dalla stazione Tiburtina, che era di passaggio per Roma. Io ed Aldo ci precipitammo in stazione per abbracciarlo e restammo insieme una mezza ora, prima che il lungo treno militare riprendesse la sua corsa. Era molto stanco e sciupato. Avrei preso il suo posto per mandarlo a casa a rinfrancare.

Dall’Istria Egli scrisse appena arrivato: era stato assegnato ad Arsia, il nuovo centro minerario dai sei mila operai. E scriveva anche più spesso. Traggo uno spunto da una penultima cartolina del 29 agosto, nella quale mi diceva: «Ho ricevuto il tuo libro, che ho in gran parte letto, e mi ha fatto ottima impressione. Ho notato la data 4 febbraio 1943, (il 4 febbraio è il giorno della mia nascita) non credo sia una strana coincidenza».

Grazie ancora del lusinghiero giudizio sul libro paterno, ma quale più strana coincidenza per me di quella che - esattamente un anno appresso - il 4 febbraio 1944 sarei venuto a conoscenza della Sua morte?

Riporto infine, pressoché per intero, come espressione quasi dei suoi ultimi desideri, la lettera del 6 settembre: «Caro babbo, ho avuto oggi una tua che mi ha confermato la vostra gita in Osimo. Maria giorni fa mi ha pure scritto che si riprometteva di trascorrere una ventina di giorni colà. Io, ormai da tempo, vado pensando ad Osimo come mio ritiro a guerra cessata. Riprenderemo una vita primitiva, lavorando in campagna, e penso che così isolati, fuori dal mondo, si possa vivere in santa pace. L'importante sarebbe trovarsi tutti riuniti. Ho terminato ora di scrivere ad Anna a Bordighera. Quanti giorni vi tratterrete in Osimo? Io non ricordo più da quanto tempo ne manco, ma forse mai come in questo momento sento l'attaccamento verso la nostra terra e la nostalgia di tornarci». Si. Egli non mancò all'appuntamento e per quattro giorni, dal 18 al 22 settembre, venne a vedere e benedire la nostra casetta campestre, che da lontano aveva amorevolmente seguìto nella sua rimessa a nuovo e alla quale sognava tanto di tornare. L'aveva intravista come «suo sicuro asilo», come «punto di ritrovo della famiglia», come «suo ritiro a guerra cessata, per riprendervi una vita primitiva e viverci in santa pace, dedicandosi vita natural durante ai lavori campestri», così aveva reiteratamente scritto.

L'infelice armistizio dell'8 settembre lo aveva trovato ad Arsia, ove, sparita subito ogni altra autorità militare, Egli restava per altri cinque giorni con 58 Carabinieri, senza istruzioni, senza ordini, in mezzo a bande ostili venute in possesso di tutte le armi gettate dalla truppa. Non deve essere stato per lui un momento allegro, se riportò nei suoi begli occhi una insolita fissità di sguardo. Fatto si è che, dopo cinque giorni di scabroso parlamentare, indossato qualche cosa di borghese, anche Egli con i suoi uomini dovette abbandonare Arsia, e a piedi, attraversando tutta l'Istria, riuscì a raggiungere Miramare di Trieste. Di là, in treno, ma, scendendo una fermata prima e risalendo una fermata dopo in ciascuna delle stazioni di Mestre, Padova e Ferrara, onde evitare di essere catturato dai tedeschi alleati, Egli raggiunse Osimo all'alba del 18 settembre. Picchiò alla porta della casetta sognata e al mio ancora insonnolito «chi è» rispose la sua bella voce: Renato. Ricorreva in quel giorno la festa del patrono locale San Giuseppe da Copertino.

Era così mal ridotto per lo stato di pulizia personale, per la piagatura dei piedi, oltre che per una dissenteria intestinale, che si rese necessaria la prestazione del fratello e mia per rimetterlo un po' in sesto. Un certo periodo di riposo e di sano vitto campagnolo gli sarebbe stato quanto mai salutare.

Senonché gli avvenimenti incalzavano in quei giorni e nei piccoli centri si susseguivano i bandi più terroristici nei riguardi dei militari ritornati alle proprie case. D'altra parte io ero andato ad Osimo con il proposito di non trattenermi al massimo più di una settimana, e Maria con i figlioli non vi era più venuta. Mi sembrava di restar tagliato fuori dall'ufficio, dalla casa romana, dal contatto con la realtà delle cose. Renato stesso convenne che il miglior partito era di tornare tutti a Roma, donde avremmo potuto seguir meglio la nuova situazione. E ripartimmo da Osimo il 22, senza non poca apprensione. A Foligno, acquistando i giornali, apprendemmo che era stato istituito il servizio obbligatorio del lavoro, facile preludio alla deportazione della gioventù; servizio che veniva a colpire anche Aldo, benché iscritto al 4° anno di medicina. La notizia fu per Renato particolarmente dolorosa. Ma, a Roma, dichiarata città aperta, sembrava rientrata la calma: sulle sorti dell'arma dei Carabinieri pareva che non ci fosse nulla da temere. E verso il 24-25, prima che si costituisse il cosiddetto governo repubblicano, da buon cittadino e soldato Egli si ripresentò al Comando Generale. Venne destinato alla Caserma Podgora presso Ponte Sisto, alle falde del Gianicolo. Risiedendo in famiglia, si stava rimettendo dai gravi disagi recentemente passati e dopo quattro anni di vita randagia tornava a godersi in famiglia l'affetto fraterno e paterno.

 

domenica 19 luglio 2026

Missioni di Pace. Testimonianze Scheda

 NOTIZIE CESVAM


PROGETTO 2026/2

Partecipazione e Testimonianze alle missioni di pace

Valore Militare e Contributo alla Memoria

Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle Missioni internazionali per la pace


SCHEDA    TESTIMONIANZA


Vuole essere un contributo tratto della esperienza personale e professionale vissuta nella Missione Umanitaria scelta ed indicata

Tale testimonianza è volta a contribuire ad una “memoria collettiva”, relativa alle “missioni di pace”.


Titolo della Esperienza, a cui seguirà    Nome e Cognome1


I Pagina

Inquadramento generale della Missione – Area Geografica - Periodo Storico Obiettivo generale

Reparto di appartenenza e il suo ruolo della Missione

Aspetti particolari che si crede opportuno indicare riguardo a quanto sopra    (aspetti di geografia umana, etnica, ecc)


II Pagina

Proprio ruolo svolto nella Missione2                (evitare ogni considerazione di carattere operativo)

Particolari aspetti che si vuole evidenziare    (evitare ogni considerazione di carattere operativo)

Proprie considerazioni conclusive    di carattere personale

Retaggio di questa esperienza sotto il profilo personale ed eventualmente professionale


Note Tecniche

Carattere Paladino Lynotipe    Carattere 12    Spazio 1

Lunghezza    di massima tutto compreso due pagine word..(6000 Caratteri)


1 Foto Personale ( da non inserire nel testo)    ( inviare a parte, foto il jpg)

1 Carta Geografica (da non inserire nel testo) (inviare a parte, in jpg)


Nella Pubblicazione, vi sarà il Titolo seguito dal Nome e Cognome, In nota si pubblicherà una scheda anagrafica con i seguenti dati


(Cognome………………)    (Nome…………………..)

Anno di Nascita……………….

Forza Armata di appartenenza…………………..(all’epoca della Missione)

Arma/Corpo di appartenenza…………………….(all’epoca della Missione)

Specialità, ………………………………………..(Specialità all’epoca della Missione)

Unità o Reparto…………………………………...(all’epoca della Missione)

Missione…………………………..Area Geografica di intervento………………….

Periodo in cui si è svolta la missione………………….

Grado al momento dello svolgimento della Missione…………

Eventuale Decorazione al Valore di Forza Armata Ricevuta……………………………..


Mario Rossi, 1960, Esercito, Fanteria, Bersaglieri, 8° Reggimento, II Battaglione, 1a Compagna, Libano I, Libano – Beirut, ottobre novembre 19, Tenente.


INVIARE A:

Istituto del Nastro Azzurro    alla email “ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org

Come file allegato assieme ad una foto ed alla carta geografia



1Si inseriranno i dati della scheda anagrafica

2Eventuali pubblicazioni edite con il proprio nome messe in nota (articoli, saggi, libri pubblicati)

sabato 18 luglio 2026

Convegno: Il Passaggio del fronte: Osimo 17 luglio 1944

Istituto del Nastro Azzurro. Federazione Provinciale di Ancona

Osimo

Sala del Consiglio Comunale

18 luglio 2026 – ore 10

PROGRAMMA

CONVEGNO DI STUDI

Con il patrocinio del Comune di Osimo


Il passaggio del fronte. Osimo 17 Luglio 1944

Il ruolo del Corpo Italiano di Liberazione per la conquista di Ancona

Coordina: Massimo Coltrinari

Il Passaggio del Fronte. Il Ruolo del Corpo Italiano di Liberazione per la conquista di Ancona. 17 luglio 1944.

Relazioni:

.. Giovanni Riccardo Baldelli,

Il Passaggio del Fronte. Ragazzi in piedi...Il Corpo Italiano di Liberazione nelle Marche

.. Claudio Fiori,

Il Passaggio del Fronte. Il Valore Militare mai assegnato e storie di vita nella liberazione

.. Paolo Pesaresi

Il Passaggio del Fronte. Gli aspetti aeronautici

Comunicazioni

Massimo Albertini, Carlo Maria Albertini, Comandante dei Vigili del Fuoco in Ancona. Luglio 1944. Note e testimonianze.

Riccardo Dalla Valle

Tarcisio Tassi. Combattente. Il ricordo e la memoria

Giuseppe Monaco.

Gli eventi storici dell’autunno 1943 nell’area del Conero. Il salvataggio degli israeliti ed il ruolo dei combattenti italiani nel Corpo d’Armata Polacco nella battaglia di Montefreddo

 
Progetto 2025/2 Le Forze Armate e la Guerra di Liberazione

venerdì 17 luglio 2026

Missioni di Pace. Lettera di invito

NOTIZIE CESVAM


 

PROGETTO 2026/2

Partecipazione e Testimonianze alle missioni di pace

Valore Militare e Contributo alla Memoria

Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle Missioni internazionali per la pace



L’Istituto del Nastro Azzurro (tramite il CESVAM - Centro Studi sul Valore Militare (contriostudicesvam@istitutonastroazzurro.org), intende raccogliere testimonianze di appartenenti alle Forze Armate Italiane e ai Corpi di Polizia che hanno partecipato a Missioni “Fuori Area” Umanitarie o di altro tipo. La Testimonianza consiste in un contributo di due facciate (6000) caratteri (vds scheda) da pubblicare in volumi che si prevede possa ognuno raccogliere circa un centinaio di testimonianze suddivise per Forza Armata, Corpi di Polizia ed entità civili . L’obiettivo è quello di fare memoria per un tratto di storia recente che sta passando dalla cronaca alla storia. La partecipazione a questa iniziativa è a titolo gratuito, secondo le consuetudini del CESVAM – Centro Studi sul valore Militare..

Tutte le testimonianze ricevute saranno pubblicate integralmente in rete, al momento del ricevimento, su:

WWW.ISTITUTODELNASTROAZZURRO.ORG Comparto CESVAM

WWW.CESVAM.ORG Comparto Ricerca esterna

Attraverso il blog www.valoremilitare.blogspot.com e sul www.associazionismomilitare.blogspot.com si daranno costanti informazioni dello sviluppo del progetto PROGETTO 2026/2 Partecipazione e Testimonianze alle missioni di pace Valore Militare e Contributo alla Memoria Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle Missioni internazionali per la pace

La email di contatto è la presente ricerrca.cesvam@istitutonastroazzurro.org











giovedì 16 luglio 2026

Missioni di pace. la Memoria Lineamenti del progetto di esecuzione

 NOTIZIE CEVAM



PROGETTO 2026/2

Partecipazione e Testimonianze alle missioni di pace

Valore Militare e Contributo alla Memoria

Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle Missioni internazionali per la pace



Lineamenti del progetto di esecuzione       



1 Si indicano i lineamenti generali di esecuzione del .Progetto 2026/2 “Partecipazione e testimonianze nelle Missioni di Pace. Valore Militare e contributo alla Memoria. Le Missioni Umanitarie - Gabinetto del Ministro). Responsabile Scientifico del Progetto Massimo Coltrinari


2. Si prevede la pubblicazione delle testimonianze secondo le modalità stabilite in volumi appositi Volumi dedicati a Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Corpi Ausiliari dello Stato Organizzazione Civili, nei tempi stabiliti dal progetto stesso.


3. Contenuti del Volume.

       

Pubblicazione di testimonianze di partecipanti alle missioni umanitarie.           


4. Struttura del Volume. Secondo le Pubblicazioni del CESVAM (Copertina a Colori Presentazione Prefazione, Indice, Ringraziamenti, Nota dell’Autore/Autori, Premessa, Introduzione, Capitolo I, II, III, IV, Conclusione, Indice dei Nomi propri Geografici e Militari, Bibliografia, Collana Libri del Nastro Azzurro. ) Pagine 170-190 (20 editing e 170 Testimonianze per 2 pagine a testimonianza)    Formato 17x24, Copie da Stampare 200


4.1    Tempi e Realizzazione.

Per ogni volume sarà predisposto il Manoscritto (Bozza), 1,2,3,4, e 5. La Casa Editrice    è Archeoares Viterbo Bozza 1 e Bozza 2 . Il Volume sarà distribuito secondo i criteri in Uso CESVAM. La presentazione del medesimo sarà inserito nei programmi del Club Ufficiali Marchigiani e CESVAM Un cronoprogramma sarà predisposto dal Direttore del Progetto.


5. Limiti di ricerca.

Le testimonianze possono essere illimitate, considerando che oltre 60.000 militari italiani hanno partecipato almeno ad una missione umanitaria. I Criteri sono riferti ai due patnerschip realizzativi del progetto.          Criteri di scelta delle testimonianze:

a. Ufficiali subalterni e giovani ufficiali superiori al tempo della Missione

b. Ricercati nell’ambito del Club Ufficiali Marchigiani (iscritti potenziali circa 300)

c. Proporzione tra Testimonianze di Esercito Marina Aeronautica Carabinieri Guardia di Finanza

d. Ricerca di testimonianze di decorati al Valor Militare

e. Segnalazioni del Presidente del Club Ufficiali Marchigiani o suoi delegati; degli Autori; del Presidente Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro, del Direttore del Museo dell Missioni Umanitarie, e di ogni altro organismo che sia di tramite per la realizzazone del progetto.

6. Struttura della testimonianza.

Una apposita scheda guida (con una parte anagrafica) sarà predisposta al fine di dare una struttura di riferimento a tutte le testimonianze, per un contributo omogeneo.

Per i contenuti, che devono essere originali e predisposti apposta per questa esigenza, Il Responsabile del Progetto o un suo team appositamente costituito , avranno cura di adeguare la testimonianza ai criteri di pubblicabilità in relazione ai rispettivi Statuti ed alle finalità del progetto stesso. La predetta scheda sarà preceduta da una lettera-invito a firma del Responsabile del progetto sulla base della Main Listi


7. Obiettivi correlati.

Per l’Istituto del Nastro Azzurro e significa sviluppare la campagna di adesione secondo i criteri dello Statuto associativo anche con il recupero di Ufficiali che momentaneamente si sono allontanati; Per l’Istituto del Nastro Azzurro significa    avvicinare militari con esperienze    operative fuori dal territorio nazionale (Operazioni diverse della guerra) ed aumentare il numero di soci simpatizzanti di estrazione militare di generazioni recenti.


Contatto ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org

Per ragguagli: Massimo Coltrinari direttore.cesvam@istitutonastroazzurro.org


Luglio 2026

mercoledì 15 luglio 2026

Progetto 2024/2 Il Valore MIlitare alle Fosse Ardeatine. Sabato Martelli Castaldi

 ARCHIVIO

( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Tenente Colonnello di Fanteria del Regio Esercito Italiano

Sabato MARTELLI CASTALDI

(Cava dei Terreni (SA), 19 agosto 1896– Roma, 24 marzo 1944)

 


Primogenito di Argia Martelli e di Sabato Castaldi avvocato molto noto nel salernitano trascorre la sua infanzia, a causa della professione paterna, a Salerno e a Napoli. Inviato dalla famiglia a Roma per frequentare il collegio San Giuseppe – Istituto de Merode, decide di iscriversi all’associazione giovanile di Azione Cattolica interna all’istituto. Fu in questi anni di formazione che decise di iscriversi all’istituto capitolino. Conseguito il diploma liceale si trasferisce con il fratello per iscriversi alla facoltà di Ingegneria del Politecnico.

Con l’ingresso dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale Marcelli Castaldi ancorché non abbia ancora concluso il ciclo di studi necessari per il conseguimento della laurea si arruola volontario nel Regio Esercito. Nominato Sottotenente in Servizio Attivo Permanente del Genio a dicembre del 1916 è assegnato al 1° Reggimento Genio ed inviato al fronte.

Con la 73ª Compagnia Genio nel maggio del 1917 ha modo di distinguersi in combattimento meritando una Medaglia di Bronzo al Valor Militare in quanto “contribuiva efficacemente al forzamento dell’Isonzo, apprestando passaggi e trasportando materiali, sotto il fuoco nemico, incurante del pericolo, sempre animoso e pieno di slancio”.

A maggio nel 1918 chiede e ottiene di transitare nel Corpo Aeronautico Militare divenendo comandante della IV Sezione Autonoma Avieri e partecipando a diverse missioni di guerra meritando nell’estate del 1918 una Medaglia d’Argento al valor Militare per aver compiuto “…numerosissimi voli in territorio occupato dal nemico, spingendosi sovente di propria iniziativa anche oltre gli obbiettivi assegnatigli e riportando importanti informazioni militari e preziosi rilievi fotografici. Oltrepassava sempre con mirabile sprezzo del pericolo gli sbarramenti del fuoco avversario, tornando più volte col velivolo colpito mai arrestandosi nel compimento del proprio mandato, anche se sotto la minaccia dei caccia nemici. Quale comandante di sezione, con l’esempio suscitava l’energia e l’emulazione dei suoi piloti, infondendo in essi il più sano e vivo entusiasmo al dovere.”

Negli ultimi mesi di guerra si guadagna un’ulteriore decorazione, una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, per le sue numerose azioni di volo “…sul nemico, spesso compiuti in condizioni meteorologiche avverse, rese preziosi servizi. Più volte si portò a bassa quota su di un campo nemico, distruggendo con efficace bombardamento hangar ed apparecchi; compì altre importanti azioni fornendo preziose notizie, mitragliò le trincee avversarie, tornando più volte con l’apparecchio gravemente danneggiato”.

Al termine del conflitto, chiede di essere inviato in Libia nelle operazioni di riconquista della Libia meritando due encomi solenni. Rientrato in Patria per malattia, si sposa con Luisa Barbiani da cui ha due figli, trasferendosi a Roma.

Con la costituzione della Regia Aeronautica prosegue la carriera nella forza Armata assumendo incarichi di comando al 7° Gruppo Autonomo da Caccia nel grado di Maggiore e di Colonnello al 20° Stormo; è inoltre impiegato in diversi incarichi nello Stato Maggiore divenendo nel 1933 con il grado di Generale di Brigata Aerea comandante della 5a Brigata Aerea.

Giunto ormai all’apice della carriera divenendo a soli 39 anni, il più giovane Generale in servizio rendendolo il più giovane ufficiale in quel ruolo, tanto da meritarsi la fiducia di Balbo, che lo vuole come Capo DI Gabinetto nel suo Ministero, rivolgendogli in una missiva le seguenti parole: Caro Martelli, la mia aspirazione è portare l’Arma sempre più in alto. Non fallirò se mi assisterà il destino e l’opera di collaboratori del suo valore, caro camerata».

Dal 1° luglio al 12 agosto 1933, Martelli Castaldi è impegnato nell'organizzazione della Crociera Aerea del Decennale, un evento celebrativo ideato da Balbo, e gestendo i contatti tra il ministro e Mussolini, che voleva essere aggiornato sui progressi della missione.

La vita di Martelli Castaldi sembra a questo punto seguire una buona direzione, anche dopo la nascita del suo terzo figlio. Negli ambienti romani si pensa che possa diventare Ministro dell'Aeronautica dopo il trasferimento di Balbo in Libia quale Governatore della colonia.

Tuttavia, Martelli Castaldi è allontanato dalla Regia Aeronautica per aver messo in discussione le capacità della Forza Armata, decidendo di denunciare la situazione a Mussolini, scrive un rapporto critico nel quale descrive come il Generale Valle Capo di Stato Maggiore, disponga il costante spostamento degli stessi aerei da un aeroporto all’altro, per poi mostrarli nel corso delle grandi manifestazioni organizzate dal regime fascista a fini propagandistici.

Nel testo Martelli Castaldi riportava: “Qui c’è in gioco l’avvenire della Nazione e non è oltre tollerabile che si continui sulla strada dell’illusionismo organizzato in grande stile». In merito ad una manifestazioen che si sarebbe dovuta svolgere a breve aggiungeva: “Giove Pluvio permettendo e con una certa talquale benevolenza di Eolo, avverrà tra giorni l’attesissimo “kolossal girandola” di Furbara»

Purtroppo, la sua lealtà non viene apprezzata, e su consiglio di Valle, Mussolini lo mette a riposo senza stipendio per presunta insufficienza di qualità militari e di carattere.

Senza lavoro si trasferisce in Etiopia con la famiglia dove, dopo un relativo periodo di benessere e tranquillità, l’apparato repressivo del regime esercitato tramite forti pressioni dell’OVRA lo costringe a far rientro in Italia trasferendosi a Roma.

Trovato impiego presso il Polverificio Stacchini, grazie alle sue abilità e qualità, entra nelle grazie del proprietario il conte Ernesto Stacchini divenendo in poco più di un anno Direttore Tecnico Amministrativo dello stabilimento

Con la caduta del regime fascista il 25 luglio del 1943, il nuovo Capo del Governo il Maresciallo Badoglio lo chiama per tentare di ricostituire il Ministero dell’Aeronautica e procedere alla riorganizzazione dei reparti di volo, al fine di proseguire il conflitto. Ogni progetto viene però cancellato a causa della firma dell’armistizio dell’8 settembre del 1943.

Trovandosi dunque a dover decidere da che parte schierarsi, l’ex generale scelse di entrare a far parte della Resistenza che andava approntandosi nella città di Roma e di assumere il nome di battaglia di «Tevere».

Entrato nel movimento di resistenza prende parte personalmente a diverse operazioni clandestine fornendo esplosivi, prelevati dallo stabilimento in cui lavora, alle bande operanti nel Lazio e in Abruzzo. Si impegna poi nel boicottare con ogni mezzo la produzione degli esplosivi per gli occupanti tedeschi. effettua rilievi topografici utili alla resistenza e agli Alleati, garantendo anche informazioni sulla presenza nel territorio delle unità tedesche. Degna di nota è la progettazione di un campo di atterraggio di fortuna, realizzato in seguito nella periferia romana, con il quale gli Alleati possono evitare gli aeroporti presidiati dalle truppe naziste. Meritoria è anche, grazie ai suoi contatti con le autorità germaniche, l’opera di reperimento di documenti e salvacondotti, che provvede a contraffare, da distribuire ai ricercati dai nazifascisti.

All’inizio del 1944 i tedeschi grazie ad una delazione di un operaio hanno la conferma dei movimenti che avevano generato in loro forti sospetti sulle attività condotta a favore della Resistenza dal personale direttivo dello stabilimento. Il dipendente, che non conosceva però le reali dinamiche in corso, denunciò il proprietario Ernesto Stacchini, del tutto estraneo alle vicende e totalmente all’oscuro dell’opera di Martelli Castaldi che spontaneamente si presentò il 17 gennaio al comando tedesco assumendosi ogni responsabilità.

Tradotto immediatamente al carcere di Via Tasso in una «camera di m. 1,30 per 2,60», così descritta in un biglietto fatto recapitare clandestinamente alla famiglia, utilizzando un espediente appreso durante la frequenza del collegio. Chiesti dei limoni ai suoi carcerieri e un pennino riesce ad inviare alla propria consorte dei biglietti che in apparenza sembrano privi di scrittura, ma se scaldati alla luce di una candela rivelano il messaggio celato. Sottoposto a tortura nello stesso messaggio così descrive le condizioni di vita all’interno delle celle «siamo in due, non vi è altra luce che quella riflessa di una lampadina elettrica del corridoio antistante, accesa tutto il giorno. Il fisico comincia ad andare veramente giù e questa settimana di denutrizione ha dato il colpo di grazia. Il trattamento fattomi non è stato davvero da “gentleman”. Definito “delinquente” sono stato minacciato di fucilazione e percosso, come del resto è abitudine di questa casa: botte a volontà».

Nonostante sia bastonato e sottoposto a sevizie non rivela alcun particolare utile che possa svelare l’organizzazione della Resistenza a Roma.

Il 4 marzo del 1944 invia alla famiglia l’ultimo messaggio nel quale riporta: «i giorni passano e oggi 47° credevo proprio che fosse quello buono; e invece ancora non ci siamo. Per conto mio non ci faccio caso e sono molto tranquillo e sereno, tengo su gli umori di 35 ospiti di sole quattro camere, con barzellette, pernacchioni (scusa la parola che è quella che è) e buon umore. Unisco una piantina di qui per ogni evenienza, e perché per mezzo del latore, quest’altra settimana, me la rimandi completata. Penso la sera che mi dettero 24 nerbate sotto la pianta dei piedi nonché varie scudisciate in parti molli, e cazzotti di vario genere. Io non ho dato loro la soddisfazione di un lamento, solo alla 24ª nerbata risposo con un pernacchione che fece restare i 3 manigoldi come tre autentici fessi. (Quel pernacchione della 24ª frustata fu un poema! Via Tasso ne tremò e al fustigatore cadde di mano il nerbo. Che risate! Mi costò tuttavia una scarica ritardata di cazzotti). Quello che più pesa qui è la mancanza d’aria. Io mangio molto poco altrimenti farei male e perderei la lucidità di mente e di spirito che invece qui occorre avere in ogni istante».

Venti giorni dopo, prima di essere condotto alle Fosse Ardeatine per essere giustiziato con un colpo alla nuca ha la forza di scrivere su un muro della cella: Quando il tuo corpo non sarà più, il tuo spirito sarà ancora più vivo nel ricordo di chi resta. Fa che possa essere sempre di esempio”

Secondo Kappler nel processo a suo carico Martelli Castaldi prima di essere colpito gridò per due volte “Viva l’Italia!”.

Con il Decreto Legge del 15 febbraio 1945 gli sarà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare (alla “memoria”).

Riposa al sacello n. 117 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 27 dicembre 2025

https://biografieresistenti.isacem.it/biografie/martelli-castaldi-sabato/

https://www.combattentiliberazione.it/m-o-v-m-dall8-settembre-1943/movm-regione-lazio/martelli-castaldi-sabato

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

https://www.mausoleofosseardeatine.it

http://www.tuttosucava.it/gen_castaldi.htm