DIBATTITI
Prof. Sergio Benedetto Sabetta
Dalla fine
del ‘700 con la Rivoluzione Industriale le scienze della natura si impongono
come metodo ai saperi dell’uomo, nell’organizzazione totale della società
l’essere umano è misurato e tecnicamente inserito, quale reazione dalla fine
dell’800 vi è una progressiva demonizzazione della tecnica che nella Grande
Guerra ha una sua conferma, dove la tecnica diventa produzione e distruzione
scientifica di massa, (Adorno). Nasce l’esigenza di una riflessione sull’uomo,
sulla sua essenza e sugli strumenti che dispone per interpretare la realtà
quale il linguaggio, oggi dopo un secolo, nel nuovo millennio si ripropone la
riflessione innanzi alla conflittualità in atto, alla dispersione relazionale e
alle pervasive nuove tecnologie ad esse collegate, ecco la necessità di un
accrescimento mediante il pensiero filosofico, come richiesto anche
recentemente dall’Accademia Militare di Modena all’Università di Bologna.
La
comprensione della realtà non può essere letta scientificamente come una serie
di leggi precise ma va interpretata, vi è una impossibilità di leggere l’uomo
in termini deterministici.
Gadamer
nell’ermeneutica pone il problema ontologico della comprensione dell’esserci,
dell’uomo che cerca di comprendersi nel mondo, in questo vi è prima una
precomprensione a cui segue una comprensione di se stesso in quel contesto
interpretandolo, Gadamer vuole mettere in chiaro la struttura della
comprensione, l’essere umano è sempre una comprensione e quindi una struttura
di interpretazione, ovvero una struttura storica.
La verità è
figlia di una comprensione dell’interpretazione, essendo l’essere nel mondo una
interpretazione dello stesso, l’essere quindi non è scientifico ma una esperienza
di vita, una interpretazione del mondo, in questo Gadamer considera esserci tre
ambiti di esperienza: l’arte, la storia e il linguaggio.
Nella Storia
critica la presunzione di una oggettività storica, impossibile in quanto il
passato è studiato da colui che vive nel presente, occorre quindi una
mediazione ossia un circolo ermeneutico storico che parta da una
precomprensione. Gli Illuministi si sono battuti contro i pregiudizi, ma
afferma Gadamer, questi ci saranno sempre occorre pertanto vedere quali siano
validi a partire da una analisi completa degli stessi, circolo ermeneutico vi è
quindi un divenire storico.
Gadamer
vuole conservare la metafisica aristotelica e platonica non distruggerla come
fanno Nietzsche e Haidegger, ma reinterpretarla essendo la reinterpretazione
del presente il risultato di una serie di concatenazioni interpretative fuse
fra loro, che conducono a una nuova interpretazione di senso e di verità.
Nella
“Critica del linguaggio e dialogo” vi è una contemporaneità tra comprensione e
applicazione della comprensione all’interno del dialogo, la dimensione della
lettura e interpretazione è all’interno del testo in un circolo ermeneutico di
domande e risposte tra lettore e testo e viceversa, vi è un dialogo a partire
dal testo che ci conduce all’interno con una interpretazione attiva e passiva
contemporanea, in cui il circolo ermeneutico è un circolo dialogico.
Nel
trasformarsi all’interno del testo non conosciamo dove andrà il dialogo
ermeneutico, l’interpretazione è sempre viva mai chiusa in quanto la
comprensione avviene nel linguaggio, questi non è solo interpretare ma luogo
dove l’essere si dà all’uomo, il linguaggio è l’evento ontologico dove si
manifesta l’essere pertanto è evento significante, struttura fondamentale per
comprendere l’essere che è all’interno del linguaggio stesso.
Husserl
critica lo studio della mente umana in termini matematici di pura oggettività,
staccata dalla realtà, circostanza che ha favorito dell’intellettualismo
estraendo dei principi da una realtà falsata, è venuta meno la valutazione
dell’esperienza in favore di una astratta oggettività allontanando dalla vita
reale fatta di “fluire e divenire”, allontanando la creatività.
Il tempo
della scienza è quantitativo, il tempo della vita è relativo, la fenomenologia
quale scienza del fenomeno vuole tornare alle cose ossia alle essenze e
studiarle come appaiono, fenomeni. Le cose appaiono quindi necessita averne una
visione diretta sospendendo il giudizio in modo da poterlo reinterpretare,
bisogna tornare alla vita nella conoscenza esperienziale, nelle Epoché di un
mondo della soggettività quale esperienza, intenzionalità da cui partire già
Cartesio sottolineava che possiamo dubitare del mondo ma non dei nostri atti.
Con
Wittegenstein la filosofia mostra i limiti e le ambiguità del linguaggio, rende
esplicito quello che era oscuro, rende coscienti del significato, deve tenersi
presente che la cura del linguaggio evita parte della conflittualità in una
modestia intellettuale e impegno etico, ricordandoci il limite delle domande.
Dobbiamo
uscire dalle trappole linguistiche le diverse aspettative legate ai termini
portano all’incomprensione, occorre pertanto che il significato personale sia
contestualizzato con la descrizione, infatti le diverse culture conducono a
significati diversi dei singoli termini.
Il
linguaggio nasce dall’intimo ma rinforza gli stati d’animo, occorre quindi una
purificazione del linguaggio in modo da superare il blocco proveniente dagli
stati d’animo, vi è un potere trasformativo delle parole esse devono riflettere
l’insieme completo dell’esistenza, l’uso appropriato delle parole toglie il
velo delle gabbie derivanti dalle metafore ed astrazioni, dalle tante ideologie
che lo imprigionano in una liberazione intellettuale ed esistenziale.
Vi è una
doppia valenza epistemologica, permette di vedere il mondo, ed esistenziale,
permette di vivere senza veli, si riformulano le proprie idee superando gli
imposti dall’esterno, quali le propagande politiche ed economiche, la
riflessione filosofica permette una valutazione e quindi una esistenza più
completa ed autentica.
Ermete Trismegisto ci ricorda che “l’uno è il tutto e il
tutto è l’uno”, l’uno è molteplice ma i molteplici sono radicati in uno ed è il
logos che media tra l’escatologico e il materialismo, tuttavia nel sacro vi è
l’origine della scienza e della legge in quanto ordinatore primario.
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