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venerdì 26 giugno 2026

Renato Mariani, La Testimonianza.

 ARCHIVIO
 Progetto Eccidi in Toscana
 I carabinieri nella Guerra di Liberazione. 




Tra pochi giorni ricorre il primo anniversario (dicembre 1944 n.d.c.) della morte del mio Renato e mai come in questo momento -  mentre l'immane guerra perdura e si prolunga il distacco con gli altri cari di famiglia -  sento il bisogno di restargli spiritualmente vicino e confidarmi con Lui, come se lo avessi ancora accanto.

Quel che scriverò non mi interessa saperlo, perché desidero soltanto che questo soliloquio -  mantenuto nella forma più semplice, come semplice fu tutta la Sua vita -

possa sfiorare quella dolcissima Anima e possa rendermene più degno.

Se la sua morte è già lontana nel tempo, la sua memoria rimane in benedizione ed è viva in quanti lo conobbero ed amarono, non solo attraverso il caro ricordo che ha lasciato, ma in modo speciale per la fine che gli è toccata,

La più grande delle guerre, la più radicale delle crisi ha spezzato come festuche, turbinato in aria come pula di frumento sull'aia anime e cose, memorie e vite. Il vento del turbine ha travolto tanti innocenti, e tra questi anche il figliolo mio.

Sembra che un fatale destino abbia segnato i limiti della sua esistenza: Egli nacque con l’altra guerra e con questa è sparito.

Chissà che un qualche presentimento non vi sia  stato in  noi, divenuti negli ultimi tempi, reciprocamente, tanto più riservati. I suoi occhi avevano tante cose da dire le rare volte che ci rivedemmo nell’ultimo triennio, ma la bocca preferiva aprirsi a poche e misurate parole.

Parco di esse era anche nello scrivere, ma in compenso lo faceva più spesso e diventava sempre più affettuoso, più sollecito della famiglia, dei conoscenti, di quanto aveva a caro.

Da parte mia, mi ero abituato a pregare tanto per lui mentre era lontano,  mentre  era in pericolo; a pregare per la sua salvezza e per quella dei suoi compagni e della nostra Patria. Ma quale impressione, quale differenza pregare ora per Lui morto, e morto così tragicamente, lontano da tutti, in terra straniera, senza  una  parola, senza una carezza di persona cara.

Lo scrupolo di avere fatto così poco e di non potere fare più nulla per lui, distaccatosi da noi così in silenzio, privo di alcuna prestazione  da  parte  nostra,  senza  averci  tolto  neppure  un'ora  di  sonno o averci strappato una lacrima preventiva, accresce  oggi  la  mia  amarezza e mi pare di dovergli  tanto  da non  essere  più  sufficiente  il  poco di forze e di vita che ancora mi resta.

Nelle poche  pagine  che seguono, dirò - il più  possibile con  le sue stesse parole - qualcosa che ricordi la Sua breve esistenza. Parlerò della sua infanzia, della sua età della ragione, dei suoi sentimenti, e delle sue passioni, del suo equilibrato buon senso, dei suoi rapporti con parenti ed amici, dei suoi studi, della sua vita militare, della tormentosa sua deportazione, della Sua fine.

Nel dolce suo ricordo, intendo dedicare tutto ciò a coloro che gli vollero e gli vorranno bene, soprattutto ai suoi nipotini, che, fatti grandi, dovranno essere  orgogliosi di Lui. E benché con le lacrime agli occhi, sento di poter parlare serenamente, sia perché credo che la più bella opera di fede è quella della  sopportazione del dolore, sia perché, pur sotto il peso di una immane   ingiustizia,  ricordo   che  il  vero  cristiano  deve  essere  un  umile,  non  già  un   ribel1e, e anche in espiazione delle proprie colpe deve porre una sincera  confidenza nella infinita misericordia di Dio.

Renato, figlio caro, le vie del Signore sono imperscrutabili e noi dobbiamo accettarne la volontà  per il bene dell'anima nostra, per la pace d'Italia e dell’umanità, per la purificazione che ci guida al Cielo.

Cristo  muore  sulla  Croce,  vittima dell'ignoranza. E ai suoi carnefici, dice:

« Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ».

 

L’infanzia

Egli venne alla luce il 12 febbraio 1918, nella casa di Via Tevere 31, che allora abitavamo. Pochi bimbi credo che fossero attesi come lui. Casa nostra era già stata allietata dal sorriso di due figliole. Naturalmente era aspettato il maschietto.

Non sapevamo che nome dare al caro piccolo. La combinazione dei nomi del nostro casato, come Mario, Marino, Mariano, Manlio era stata già troppo sfruttata nel parentado. D'altra parte i quattro fratelli, più anziani di me, avevano già provveduto a rinnovare i nomi tradizionali di famiglia.

Il suo battesimo fu procrastinato al 14 marzo, affinché la  Mamma stesse già bene e potesse festeggiare l'avvenimento. Lo chiamammo Renato.

Era un bel piccino, ma più che tutto quieto e buono e che lasciava dormire la notte chi aveva lavorato tutto il giorno, Allevato al seno materno, cresceva normalmente in piena sanità, e a 18-20 mesi era già un folletto.

Una prima preoccupazione circa la sua salute, l'avemmo sul finire dell'anno 1919. Eravamo andati a passare il Natale da mia sorella, in provincia di Salerno, e là, tra il sorriso degli aranci e dei limoni, egli si buscò la prima malattia. Di ritorno a Roma, anch'io e la Mamma fummo subito colpiti da quella brutta influenza che prese il nome di “spagnola”, e in particolare la Mamma fu salva per miracolo. Ma tornò presto il sereno in famiglia, e alla scuola delle sorelline, già decenne la prima e quattrenne la seconda, Egli diventava il birichino di casa.

Le stagioni estive del 1920 e del 1921 le passò a Numana ove cominciò a prendere contatto e passione col mare, dal quale non si sarebbe poi distaccato durante le lunghe vacanze scolastiche, e che tanto influì a darli in seguito vigoria   e benessere fisico.

Si fece eccezione solo nel 1922, l'anno in cui nacque Aldo. Quella estate Egli la passò a Veroli, tra le apriche colline olivate della Ciociaria, mentre, dal 1923 in poi, fu sempre a Falconara e ad Osimo, tra il più bel mare e la più bella campagna delle nostre Marche originarie.

Là, in piena aria e in pieno sole, Egli visse i suoi giorni più felici, circondato dall'affetto della famiglia e dei parenti, e senza conoscere ancora i doveri della scuola e della vita.

Io non potevo essere colà che molto raramente e sempre per visite assai fugaci, ma con quanta serenità ritornavo al mio lavoro, dopo essermi sincerato che stavano tutti bene.

Col crescere degli anni, notavamo in Lui sempre più spiccati i segni della sua indole; la docilità e la bontà, a cui più tardi si aggiunsero la fermezza del carattere ed una invidiabile acutezza di giudizio sopra uomini e cose, Ma più che altro la bontà era la nota che lo distingueva. E' rimasto tradizionale in famiglia un suo stato d'animo, manifestato in occasione che il fratellino, il quale andava appena solo, gli ruppe un giocattolo tra i più cari, mentre era sul momento assente.

Noi eravamo nell'imbarazzo per dirglielo e immaginavamo già i suoi strepiti e i  suoi pianti. Egli invece non fiatò e alle nostre domande se la cosa gli avesse dispiaciuto, testualmente rispose: “quasi quasi gli dicio bravo”.

Credo che in questa frase si possa scolpire tutta la bontà e la dolcezza dell'animo suo e non soltanto di quello infantile.

Con la sorella Anna di età a lui più vicina, mentre considerava Maria come una seconda mammina, egli fece il sacramento della Cresima il 24 maggio 1924 e quello della Prima Comunione il 15 gennaio 1928.

Con questa data entrava già nel suo secondo decennio. Anche per lui erano da tempo cominciati i doveri della scuola, ai quali si era accinto se non con entusiasmo con sufficiente volontà.

Per il suo ottavo compleanno, il nonno materno, vecchio professore di Scuola Media, ingegnere-architetto, poeta dialettale, ma soprattutto fine umorista, gli aveva dedicato, perché li sentisse in tutto il suo frizzo, questi versi di sapore un po' pepato:

 

Sì, la festa al nipotino

Va pur fatta, e un regaluccio;

Ma prometta Renatino

D'esser buono e garbatuccio.

Presto impari a far di conto

Senza aiuto delle mani;

A' suoi compiti sia pronto,

Ubbidisca, e un Mariani

Potrà dirsi in verità.

E ancora:

Fior d'agerato.

E' ver ch'è un ragazzetto un po' stordito

Un Mariani di nome Renato?

Ma il ceppo ne promette ch'educato

Diverrà egli presto ed istruito.

E allora il nonno suo vedrà felice,

Fargli il buon nipotin bella cornice.

 

Nonno affettuoso e caro, il quale, nonostante gli acciacchi dell'età, veniva espressamente da Osimo per assistere ad ogni cerimonia familiare e che, da buon precettore, col verso voleva prenderlo per il verso.

giovedì 25 giugno 2026

Fiesole 12 agosto 1944 Le Testimonianze

 ARCHIVIO

  Progetto 2024/1 Eccidi in Toscana

Manuel Vignola

La storia dei Tre Carabinieri attraverso i verbali di interrogatorio dei protagonisti a cura di Jonathan K. Nelson e Camilla Torracchi.

 

1 1. Amico Giuseppe, vicebrigadiere e comandante della caserma dei Carabinieri di Fiesole, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Tenenza Suburbana dei Carabinieri di Firenze il 22 marzo 1945, ore 15.

 

 2. Bartolini Domenico, fabbro a Fiesole, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Stazione dei Carabinieri di Fiesole il 27 settembre 1944, ore 10.

 

 3. Benincasa Mannucci Giulio, maggiore comandante interinale, rapporto sui Tre Carabinieri e proposta per il conferimento agli stessi della medaglia d’oro, e al carabiniere Naclerio Francesco della medaglia d’argento, 21 marzo 1945.

 

4. Naclerio Francesco, carabiniere a piedi, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Stazione dei Carabinieri di Fiesole il 27 settembre 1944, ore 13.30.

 

5. Naclerio Francesco, carabiniere a piedi, dichiarazione tenuta presso l’ufficio della Tenenza Suburbana dei Carabinieri di Firenze il 25 ottobre 1944.

 

6. Naclerio Francesco, carabiniere a piedi, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Stazione dei Carabinieri di Fiesole il 18 febbraio 1945, ore 11.

 

7. Naclerio Francesco, carabiniere a piedi, dichiarazione verbale, Napoli, 1° luglio 1976

 

8. Nieri Raffaello, ragioniere del Comune di Fiesole, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Stazione dei Carabinieri di Fiesole il 27 settembre 1944, ore 16.

 

9. Oretti Luigi, segretario del Comune di Fiesole, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Stazione dei Carabinieri di Fiesole il 27 settembre 1944, ore 16.

 

10. Torrini Edilia, domestica presso la caserma dei Carabinieri di Fiesole, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Stazione dei Carabinieri di Fiesole il 27 settembre 1944, ore 17.

 

11. Turini Luigi, Monsignore e Cancelliere del Vescovo di Fiesole, processo verbale di interrogatorio tenuto presso l’ufficio della Stazione dei Carabinieri di Fiesole il 27 settembre 1944, ore 9. 1I documenti sono stati reperiti e fotografati da Jonathan K. Nelson e trascritti da Camilla Torracchi.

 

Tutti i documenti citati- eccetto il n. 5- sono disponibili a Roma, presso l’Ufficio Storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. Siamo estremamente grati al Col. Alessandro Della Nebbia, Capo Ufficio Storico, e al Ten. Col. Flavio Carbone per la loro fondamentale assistenza

mercoledì 24 giugno 2026

Novant’anni fa inizia la guerra civile spagnola

 APPROFONDIMENTI

ALESSIA BIASIOLO 

 

Nel 1930, Miguel Primo de Rivera, ampiamente contestato, lasciò il governo spagnolo che aveva conquistato da capitano generale della Catalogna nel 1923 con un colpo di Stato, e lo stesso re Alfonso XIII, che lo aveva appoggiato, lasciò la Spagna dopo la vittoria del Partito Repubblicano e di quello Socialista alle elezioni del 1931, essendosi compromesso con la politica autoritaria di de Rivera, sostenuto dai monarchici, dai repubblicani di destra, dai conservatori dell’aristocrazia e del ceto medio.

Il Paese risultava spaccato, dal momento che i due fronti si attestavano a circa un punto percentuale di differenza.

Profondamente arretrato dal punto di vista territoriale, soprattutto agrario, a fronte di zone molto industrializzate, soprattutto grazie all’apporto dato dal Paese alla prima guerra mondiale in quanto fornitore di derrate, essendo rimasto neutrale, il regno spagnolo era attraversato da profonde spaccature e rivolte che cercavano di ottenere migliorie di vita per tutti (l’aspettativa di vita era bassa, così come l’alfabetismo, ad esempio); da un lato gli industriali non accettavano un ruolo secondario rispetto agli agrari, ma non erano disposti a troppe concessioni agli operai raccolti in proteste, mentre dall’altro i conservatori esercitavano un potere molto forte.

Le repressioni contro rivoltosi, operai e scioperanti furono sempre violente. Non mancavano problemi anche nell’impero, dal momento che nel 1921, ad esempio, la tremenda sconfitta militare subita in Marocco da parte delle truppe locali, aveva aperto un vasto scontro politico.

In ogni caso, dopo un anno di governo provvisorio, alle elezioni del 1931, il nuovo governo repubblicano di sinistra poté annunciare la nascita della Seconda Repubblica, e per poter superare la crisi economica generata dal crollo della Borsa di New York del 1929, oltre che per modernizzare la Spagna (fatto che negli ultimi cent’anni era sempre stato ostacolato dalle forze conservatrici), cercò di attuare delle politiche riformiste, come la necessaria riforma agraria e quella dell’esercito; il tentativo di togliere la scuola dall’influenza clericale così come si volevano abolire alcune prerogative ecclesiastiche; un nuovo diritto di famiglia accanto all’introduzione del suffragio universale, mentre si prese seriamente in considerazione l’autonomia catalana.

Tutto ciò generò la reazione dei ceti aristocratici e borghesi (che nel frattempo cercavano di mandare all’estero i loro averi, causando un aggravamento delle finanze spagnole), ma anche l’insoddisfazione dei partiti rivoluzionari che ritennero quelle prime misure poco incisive, soprattutto nel modo in cui cercarono di realizzarle. Iniziarono a formarsi gruppi armati di estrema sinistra e di estrema destra che cominciarono ad arrivare agli scontri armati, mentre si lavorava ad una nuova Costituzione repubblicana, annunciata il 27 agosto 1931 e approvata il successivo 9 dicembre.

In quei frangenti, il figlio del dittatore uscente, José Antonio Primo de Rivera, fondò la Falange spagnola, di ispirazione fascista e sostenuta anche da Benito Mussolini, mentre José Maria Gil Robles era a capo di un forte movimento cattolico di stampo reazionario, per sintetizzare le frange di coalizione che erano molto presenti in Spagna in quel momento.

Nell’ottobre del 1931 salì al governo Manuel Azana mentre Zamora divenne presidente della Repubblica.

La lenta applicazione della riforma agraria e l’ostruzionismo dei possidenti, fece esacerbare gli animi. Le terre rimanevano incolte e i contadini non solo non avevano salario, ma nemmeno niente da mangiare, mentre il prezzo del pane saliva e gli operai scioperavano, oppure sabotavano le macchine e rubavano i raccolti. Ogni reazione veniva repressa nella violenza, portando la destra ad incrementare la campagna politica a suo favore.

Questa era di certo aiutata dalla fine della Repubblica di Weimar in Germania e dal fatto che i socialisti andavano dissociandosi dai repubblicani al governo. In un clima incandescente si andò a nuove elezioni politiche nell’autunno del 1933. Il risultato sarà la vittoria della destra, trovandosi in una coalizione diversa ed essendosi spaccato l’accordo che aveva portato la sinistra a vincere le elezioni precedenti. La risposta, anche violenta in certe zone, della sinistra, porterà ad una profonda repressione con una stima di tremila morti, mentre il nuovo governo procedette subito a smantellare tutti i cambiamenti effettuati in quei due anni, alimentando ancora di più il ricorso alla ribellione.

Scioperi e manifestazioni anche non violente sconvolsero il Paese, mentre in vista della mietitura venne autorizzato l’uso di manodopera straniera per ridurre la paga e non darla ai contadini spagnoli.

Alle continue rivolte non violente si rispose ripristinando la legge marziale. Quando nelle Asturie, soprattutto i minatori, organizzarono uno sciopero generale, venne impiegata la Legione straniera richiamata dal Marocco che si macchiò di crimini anche contro donne e bambini. Oltre mille furono i morti e trentamila gli arresti, tra violenze inimmaginabili e torture.

Azana non fece più di tanto e fu necessario un rimpasto di governo, mentre l’esercito venne riformato, soprattutto modernizzandolo, in vista di una guerra civile.

Scosso da due scandali, il governo cadde verso la fine del 1935.

Vennero indette nuove elezioni, mentre Azana stesso tramava per deporre Zamora, troppo conservatore, riuscendo ad essere nominato Presidente della Repubblica, con Prieto primo ministro che tuttavia non appoggiò il governo che cadde. Alla fine, il nuovo capo del governo fece intervenire la Guardia Civil a favore degli agrari, non risolvendo ancora la situazione di tensione.

Alle elezioni del 1936 vinceranno di nuovo i partiti di sinistra riuniti nel Fronte popolare. Il risultato elettorale stavolta non verrà accettato dalla destra, ma le formazioni di sinistra cercarono di ostacolarla, organizzando anche attentati a personalità politiche rivali, tanto che venne assassinato de Rivera.

Nel governo le posizioni intransigenti di tutti non avrebbero portato ad un’intesa e quell’atteggiamento convinse i più che dovesse intervenire l’esercito, in modo da riportare l’ordine nel Paese. Il governo capiva che il potere dei generali era molto alto e, quindi, rimosse Francisco Franco a capo di Stato Maggiore dell’Esercito, provvedendo a trasferirli in altre zone, in modo da ostacolarne l’iniziativa.

I rivoltosi nazionalisti poterono contare sull’appoggio dell’esercito, in modo particolare le truppe di stanza in Marocco, e sulla Legione straniera spagnola ancora al comando del generale Francisco Franco al quale la zona venne assegnata. Venne infatti organizzata una rivolta miliare che, a partire dal 17 luglio, portò quattro armate a ribellarsi al governo repubblicano.

Il complotto venne organizzato dal generale Mola, mentre alcuni falangisti il 12 luglio uccisero l’ufficiale delle Guardie d’assalto repubblicane e il leader dell’opposizione.

Francisco Franco, che era stato trasferito alle Canarie, venne portato in aereo in Marocco dove le sue guarnigioni lo attendevano e da dove la guerra civile prese avvio. Forte di 34mila uomini, il generale ottenne subito successi, ma quello che davvero fece la differenza fu l’ammutinamento della flotta navale che rifiutò di collaborare con i fascisti, portando un vantaggio alla Repubblica, in quanto le truppe di Franco dovettero essere trasferite nel continente in modo alternativo al più pratico trasferimento navale.

Grazie all’appoggio di Italia e Germania, infatti, venne organizzato un ponte aereo inimmaginabile fino ad allora. Lo sbarco avvenne a Siviglia da dove Franco ordinò di procedere verso Madrid: la presa della capitale veniva ritenuta fondamentale.

Franco, diventato noto per aver imposto l’ordine nelle Asturie durante la rivolta dei minatori del 1934, passò in Spagna e formò un governo a Burgos, conservatrice e clericale che non si ribellò come altre città, appoggiato da Germania e Italia, mentre il legittimo governo riusciva a mobilitare la resistenza popolare e i quadri militari rimastigli fedeli, ottenendo l’appoggio dell’Unione Sovietica.

Anche se la destra non lo aveva esattamente calcolato, molta parte della popolazione insorse e occupò città, creando due fronti divisi. La Repubblica decise di armare il popolo, frammentando ancor più la difesa e indispettendo i generali, ma comunque la fragilità degli equilibri fu sempre più chiara.

I nazionalisti non avevano una precisa idea del governo futuro, ma di certo la posizione era centralista, alla quale la Chiesa diede una mano affermando che la loro era una crociata contro le forze del male comuniste e anarchiche. Questo diede coraggio nel cercare di normalizzare le zone occupate dalle armate golpiste che, per portare o riportare l’ordine, si credettero investite della crociata e attuarono delle stragi organizzate, a differenza degli eccidi nelle zone occupate dalle truppe repubblicane che, se c’erano, li vedevano perpetrati da elementi isolati o comunque non organizzati dall’alto.

La Spagna divenne il banco di prova dei rapporti di forza tra chi cercava di impegnarsi a porre un freno al dilagare del fascismo, e chi voleva fermare, invece, il bolscevismo di stampo sovietico, mentre la prova delle nuove armi sarà importante in vista di una nuova guerra mondiale.

Il fronte repubblicano, comunque, era molto diviso al suo interno, rispetto alla compattezza di idee del fronte franchista: in Aragona e Catalogna lavoratori e contadini collettivizzano trasporti, industrie, commercio e acqua, espropriandone i proprietari per gestire le imprese direttamente.

Nel settore agricolo vennero messi in comune raccolti e attrezzature, creando delle comuni che però mantenevano una forte violenza nei confronti del ceto borghese e, soprattutto, del clero, tanto che si conteranno moltissimi religiosi e religiose assassinati. Prevarranno atteggiamenti soprattutto anarchici, denunciati anche da Stalin che riteneva ingiustificati comportamenti che spaventavano la società, pericolosamente creando la necessità di sostenere la parte politica avversa.

Per tutta risposta, i franchisti risposero con eccidi di massa.

In ogni parte del Paese la rabbia anticlericale sconvolse paesi e città, reazione a secoli di repressione, e questo fu uno degli aspetti che maggiormente impressionò della Spagna ultracattolica.

Mentre quasi in ogni zona si moltiplicavano i massacri da una parte e dall’altra, le cifre storicamente accettate dell’uccisione di preti e suore si attestano a 13 vescovi, oltre quattromila sacerdoti, oltre duemila religiosi e circa trecento suore, quasi tutti assassinati nel 1936. I nazionalisti, dal canto loro, uccisero sacerdoti baschi o protestanti, ottenendo nel settembre 1936 l’appoggio alla loro causa da parte di papa Pio XI.

Voci di protesta si levavano da ogni dove.

Il primo ottobre 1936 Francisco Franco ebbe l’investitura di capo di Stato, come prese a chiamarsi da allora, accanto al temine Caudillo, duce, di provenienza medievale.

In questo frangente della guerra civile spagnola, la posizione diplomatica italiana era di orientarsi sempre più verso una politica di preponderanza sul mar Mediterraneo (essenzialmente per evitare un accordo tra Parigi e Madrid), per il momento lasciando da parte le mire sulla regione adriatica, allo stesso tempo avvicinandosi sempre più al Terzo Reich.

Questi, infatti, aveva riconosciuto il dominio italiano sull’Etiopia, riconoscimento che per Mussolini era importantissimo. Intervenire in Spagna esporrà molto il governo fascista italiano: ci furono tra i volontari italiani circa quattromila morti, oltre 11mila feriti, circa sei miliardi di lire di materiale bellico impiegato che non verrà, se non parzialmente, rimborsato dai nazionalisti spagnoli, e soprattutto, non vennero registrate sul campo soltanto vittorie (infatti Franco in futuro bollerà come solo parziale l’aiuto ricevuto dall’Italia).

Ad una battuta d’arresto delle truppe franchiste, Mussolini tra la fine del 1936 e il febbraio 1937, decise di inviare un corpo di spedizione composto da quattro divisioni di Camicie nere costituenti il Corpo Truppe Volontarie al comando del generale Mario Roatta, con un gruppo di forze aeree dell’Aviazione legionaria. Il comando supremo sarebbe stato di Franco, ma con un’ampia autonomia.

Le truppe italiane al comando di Roatta e le truppe nazionaliste spagnole al comando di Quipo de Llano si diressero sulla popolosa Malaga che, pesantemente bombardata e grazie agli agili carri armati italiani, cadde. Il successo, al quale seguirono molti massacri, diede l’idea di una facile vittoria nazionalista, con nuovi obiettivi sia verso Valencia, sia di ipotesi di successo su Madrid. I nuovi scontri portarono ad un numero impressionante di morti, quasi 50mila sui due fronti, senza grandi conquiste territoriali.

A Guadalajara, l’8 marzo seguente, gli uomini al comando del generale Roatta, appoggiati controvoglia dai nazionalisti, attaccarono per cercare di chiudere il cerchio intorno alla capitale.

Dopo un iniziale successo, le piogge torrenziali del pomeriggio fermarono l’avanzata, mentre l’aviazione non poteva decollare.

I repubblicani ne approfittarono, ottenendo un clamoroso successo e una sonora sconfitta per i fascisti, soprattutto sul piano politico e dell’immagine. Tuttavia, dal punto di vista militare, se non si erano persi troppi chilometri di territorio, si perse molto materiale bellico, documenti importanti e molti militari che vennero presi prigionieri. Per tutta risposta, i nazionalisti si resero conto che le forze avversarie erano molto forti nel cuore della Spagna, e che quindi dovevano essere battute in altre aree, ad esempio dove le risorse minerarie e le fabbriche erano più concentrate e attive.

Il generale Roatta venne sostituito da Ettore Bastico e Gastone Gambara che procedettero alla riorganizzazione delle truppe volontarie, anche se divenne evidente la perdita di fiducia nelle truppe italiane a favore di quelle tedesche.

Venne presa d’assalto Bilbao, assieme ad altre cittadine, mentre in pochi giorni si assistette alla tristemente famosa azione contro Guernica, antica capitale dei Paesi Baschi, che il 26 aprile 1937 venne colpita pesantemente dall’aviazione provocando il massacro di civili che suscitò l’indignazione internazionale.

Bilbao cadde il 19 giugno seguente. La risposta repubblicana non si fece attendere con un attacco a sorpresa su Brunete che rischiò di isolare le truppe nazionaliste verso Madrid, ritardando la conquista franchista dei Paesi Baschi.

Verso la metà di agosto, i nazionalisti ripresero la marcia verso Santander, che si arrese il 26 del mese ad una divisione di volontari. Nei due mesi seguenti continuarono i combattimenti sulle Asturie.

Il governo di Largo Caballero si dimostrava incapace di gestire i quadri repubblicani, soprattutto anarchici, con i comunisti che sostenevano un nuovo ministero repubblicano, ma convinti dell’indifendibilità di Madrid che, in effetti, veniva difesa da forze provenienti da molti altri Paesi, mantenendo la resistenza che si protrasse per ventotto mesi grazie allo stoicismo della popolazione e delle truppe volontarie.

Il 16 maggio 1937 Caballero perse la fiducia del governo che venne poi formato da Negrìn. Egli sostenne la politica dei comunisti che cercavano sia di vincere la guerra, sia di accentrare il comando nelle mani del partito, ritenuto lo strumento essenziale per salvare la Repubblica, mentre altri partiti speravano in una maggiore presa dei liberali, appoggiati da Azana che auspicava la sostituzione di Francia e Gran Bretagna all’Unione Sovietica, sostenitrice dei repubblicani spagnoli.

Morti gli altri generali, Franco procedette all’acquisizione dei poteri politici, istituendo il primo governo regolare alla fine di gennaio del 1938, chiudendo la parentesi di Burgos.

L’inverno freddo fermò per un paio di mesi le operazioni militari che, comunque, vedevano la netta predominanza nazionalista, e si arrivò alla battaglia dell’Ebro iniziata l’8 marzo 1938.

Alla metà di marzo venne bombardata Barcellona, una sorta di rivincita di Mussolini che aveva dovuto incassare l’annessione tedesca dell’Austria; il 5 aprile cadde Lleida, mentre il governo di Negrìn si trovò ad avere ampio consenso, ma a dover cedere la maggior parte dei comandi ai comunisti.

Se a questo punto Franco avrebbe dovuto concludere la conquista della Catalogna, ricca di industrie preziose per lo sforzo bellico, vi rinunciò perché aveva più mire politiche che militari. Lasciare sul campo troppi repubblicani poteva esser controproducente per i risultati politici al termine della guerra, e di quella lentezza si lamentarono ripetutamente anche Mussolini e i tedeschi.

La battaglia dell’Ebro fu fermata a favore dell’attacco su Valencia, perché il Caudillo voleva mantenere l’impegno tedesco in Spagna, tanto che aumentò le concessioni minerarie a favore del Reich, così come aumentò l’impegno italiano, con l’invio di nuove forze di terra, per dare ancora più forza ai nazionalisti.

Il governo repubblicano chiuse i confini con la Francia per rendere difficile l’approvvigionamento della Catalogna.

Si moltiplicarono i raid aerei italo-tedeschi su Alicante, Barcellona, Valencia e sulla flotta britannica. Gli inglesi, malgrado tutto, mantennero un atteggiamento debole nei confronti del governo spagnolo.

Ripresa la battaglia dell’Ebro, i risultati furono deludenti e molto criticati: i risultati certi da entrambe le parti furono l’impressionante numero di morti e feriti. Le truppe repubblicane, comunque, ebbero la peggio soprattutto per il morale sempre più basso che portò a numerose defezioni nell’arco del 1938, soprattutto di socialisti e anarchici, mentre le condizioni per la popolazione erano misere e senza speranza.

Alla Conferenza di Monaco del settembre 1938, Negrìn cercò di porre la questione spagnola come di un affare interno, annunciando che ogni truppa volontaria avrebbe lasciato il Paese: dopo le ulteriori annessioni tedesche, Negrìn sperava in un coinvolgimento bellico di Germania e Italia che avrebbe portato le due dittature a ritirare le proprie truppe dal suolo spagnolo, ma ancora una volta la comunità internazionale si piegò alle volontà di Hitler.

In realtà anche l’Unione Sovietica ridusse il suo impegno spagnolo, determinando la fine dell’appoggio ai repubblicani.

Franco sferrò l’attacco finale su Madrid il 23 dicembre 1938, anticipato dall’azione del generale Gambara.

Il 15 gennaio 1939 cadde Tarragona, il 10 febbraio la Catalogna era completamente in mano ai nazionalisti. Azana andò in esilio rassegnando le dimissioni, seguito da Negrìn e dal generale Rojo.

Francia e Gran Bretagna riconobbero il governo franchista il 27 febbraio 1939 e la Repubblica, che controllava ancora circa un terzo del territorio nazionale, si trovò nel caos.

Il mese seguente venne firmato un patto di non aggressione con il Portogallo retto dal dittatore Salazar.

Il colonnello Casado, per porre fine alla guerra civile, costituì a Madrid una Giunta di Difesa Nazionale opponendosi a Negrìn e ai comunisti che volevano continuare la lotta.

Cercava una resa condizionata che Franco non accettò, marciando su Madrid mentre le truppe repubblicane deponevano le armi. Il 27 marzo la città cadde nelle mani dei nazionalisti, la Spagna all’ultimo giorno del mese.

Il primo aprile 1939 Franco annunciò la fine della guerra.

L’epurazione che seguì fu crudele, come scrisse Galeazzo Ciano in un suo rapporto.

Franco divenne capo di una nazione piegata dagli anni di rivolte e conflitti, con l’agricoltura quasi ferma, il popolo alla fame, i materiali distrutti, la manodopera persa. Uno dei primi provvedimenti del regime fu la restituzione delle terre ai proprietari, cancellando l’illusione della modernità che si stava faticosamente raggiungendo.

Al termine della guerra civile, la Spagna si trovò alle porte di un secondo conflitto mondiale, nel quale gli alleati dell’Asse la volevano coinvolta, se non altro per il contributo datole e per evitare un accordo con la Francia. Francisco Franco mantenne molti uomini sotto le armi, ma era ben consapevole di dover rifondere i suoi sostenitori, di non avere materiale bellico adatto ad un’altra guerra (anche quello datogli dai sostenitori era logoro e, comunque, doveva essere pagato) e la situazione interna non lo faceva propendere per un intervento. 

Uscì comunque dalla Società delle Nazioni, come avevano fatto Italia e Germania, pensando che, ancora una volta, tutti avrebbero lasciato fare a Hitler e nessuna guerra ci sarebbe stata in Europa.

Quindi dopo il primo settembre 1939 dichiarò la neutralità spagnola, pur se le simpatie per le dittature dell’Asse non era cambiata.

La sua lentezza fu evidente anche in questo caso: in attesa di vedere come procedeva la guerra sul campo, e pronto ad entrarvi se davvero l’Asse fosse stata sul punto di vincere, Franco si rendeva sempre più conto dell’inadeguatezza della Spagna ad un conflitto e le vicende del Nord Africa in breve gli diedero ragione.

Intanto la repressione proseguiva, anche con l‘aiuto nazista che, arrestati dei repubblicani in Francia, li consegnò alla Spagna dove vennero giustiziati. L’occupazione tedesca della Francia fu un altro momento terribile per i rifugiati repubblicani, infatti, perché gli esuli che non riuscirono a fuggire all’estero caddero nelle mani degli occupanti tedeschi o dei loro affiliati.

Un esempio è Largo Caballero che venne arrestato, trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen dove morì nel 1944.

Molti spagnoli, si calcola circa 15mila, vennero impiegati nell’Organizzazione Todt, soprattutto per la costruzione del Vallo Atlantico.

Si realizzò un vero e proprio terrore franchista, con campi di internamento e prigionieri utilizzati come forza lavoro, soprattutto nelle cave o per la ricostruzione delle cittadine distrutte.

Alessia Biasiolo

martedì 23 giugno 2026

Fiesole 12 agosto 1944

  ARCHIVIO
 Progetto 2024/1 
 Manuel Vignola


Tessera  del fronte della Resistenza appartenuta al Carabiniere Francesco Naclerio




lunedì 22 giugno 2026

Progetto 2024/2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine.

 ARCHIVIO

(a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Generale di Divisione Ruolo d’Onore Regio Esercito

Aldo FINZI

(Legnago (VR), 20 aprile 1891 – Roma, 24 marzo 1944)


 

La vita di Aldo Finzi rappresenta come si possa passare da un momento all’altro dallo zenith del successo nadir in poco tempo e come un regime di cui si è stati promotori possa poi portarti al patibolo quale traditore. Di tutti i giustiziati, ai più, il nome di Finzi non rappresenta nulla se non l’indicazione fornita dal cognome di origine ebraica.

Aldo Finzi nasce in una famiglia di religione ebraica, non praticante, nella provincia veronese da Emanuele proprietario di tre molini e Rosa Roggia.

Dopo gli studi liceali effettuati a Parma presso il collegio “Maria Luigia” e la frequenza di un Istituto Tecnico in Germania, da dove rientra nel 1911, inizia a scrivere quale redattore sportivo al Corriere del Polesine di Rovigo e in seguito al Corriere del Mattino di Como, iniziando ad avvicinarsi all’ambiente motoristico ed aviatorio, non disdegnando la partecipazione a competizioni sportive di entrambe le discipline. Nel 1913 scende in politica ed essere eletto al Consiglio comunale di Badia Polesine.

All’entrata in guerra dell’Italia nel primo Conflitto Mondiale, benché fosse stato già riformato per insufficienza toracica, chiede di entrare volontariamente nel Regio Esercito nel quale viene ammesso ed assegnato al Reggimento Artiglieria a Cavallo come staffetta motociclistica. Ammesso al Corso per Ufficiali di Complemento, al termine del quale diviene Aspirante e trasferito nel gennaio del 1916 al 21° Reggimento Artiglieria da Campagna.

La permanenza presso il Reggimento di artiglieria è breve in quanto riesce a farsi trasferire al Battaglione Aerostieri, successivamente al Corpo Aeronautico ed infine al Battaglione Scuole Aviatori dove il 30 giugno del 1916 diviene infine Allievo Pilota.

Alla promozione a Tenente è assegnato alla 48a Squadriglia Aeroplani nella quale svolge diverse missioni di ricognizione, pericolose, poco appaganti per la sua indole, in quanto effettuate con aeroplani obsoleti. Nonostante tali problematiche caratteriali e materiali, si guadagna, ad aprile del 1917, durante una missione di ricognizione sopra i cieli sudtirolesi, una Medaglia di Bronzo al Valor Militare: ”Pilota audace e calmo, compita un’ardita ricognizione strategica in Val d’Adige e sul cielo di Bolzano, trattenendovisi a lungo, nonostante fosse fatto segno ad intenso fuoco di artiglieria antiaerea. Personalmente riportava precise ed utili informazioni. Due giorni dopo, eseguiva un’altra ricognizione strategica su Franzesfeste e Bressanone”.

Finzi consegue altri brevetti di aeroplano e il 26 gennaio 1918 entra nella neoformata 87a Squadriglia “Serenissima”, nella quale si distingue nel volo propagandistico di D’Annunzio sui cieli viennesi del 9 agosto successivo meritando una Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Superando ogni precedente ardimento, con magnifico volo, affermava su Vienna la potenza delle ali d’Italia, esempio meraviglioso di fede, di tenacia e di superbo valore”.

A pochi mesi dal volo su Vienna sempre nella stessa unità si merita una seconda Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Pilota ardito, tenace e valoroso, si offriva costantemente per qualsiasi impresa, anche la più arrischiata. Rientrando da una ricognizione aerea durata quasi tre ore, accortosi che apparecchi nemici volavano sul nostro territorio, li attaccava risolutamente, mettendone in fuga due da caccia e abbattendone uno da ricognizione”

Trasferito nei ranghi della 1a sezione SVA e terminato il conflitto, è assegnato al Commissariato Generale di Aeronautica per essere congedato il 25 settembre del 1919. Nello stesso si laurea a Ferrara in giurisprudenza.

Un anno dopo Finzi, rimasto attratto da quanto espresso dai Fasci di combattimento, neo movimento nato nel 1919 che alle elezioni dello stesso anno ottiene a livello nazionale poco più di 5.000 voti, o dal suo fondatore Mussolini, vi aderisce entusiasticamente.

Eletto in parlamento nel 1921 Finzi, che si oppone al patto di pacificazione con i socialisti, esordisce a Montecitorio aggredendo il deputato comunista Francesco Misiano noto per il suo antimilitarismo e che sarà processato dal Tribunale di Palermo per diserzione. L’anno seguente è colui che guida gli squadristi all’assalto di Palazzo Marino a Milano, sede del comune meneghino, inducendo la giusta socialista a rassegnare le dimissioni.

Ad agosto del 1922 Mussolini incarica Finzi di contattare i direttori dei quotidiani milanesi al fine di indurli a perorare la causa fascista. Finzi è nella sede del Popolo d’Italia con Mussolini la sera del 28 ottobre 1922 in attesa di notizie da Roma; è sempre Finzi che accompagna il futuro duce nella capitale per ricevere dal re l’incarico di formare il nuovo governo. Questa dedizione e fedeltà verso il capo di fascismo si traducono nella nomina di Finzi a Sottosegretario all’interno. In tale carica, Finzi si adopera affinché l’apparato statale sia a totale disposizione il regime fascista, inquadrando anche quegli elementi violenti del partito che potessero nuocere al partito e placare gli animi delle opposizioni, prima su tutte la dura contrapposizione con gli scout cattolici.

Finzi è anche colui che riavvicina, in qualche modo, il fascismo alla chiesa cattolica. Anche se l’episodio non può essere riconducibile all’inizio di una effettiva conversione, allorché il 21 febbraio 1923 a Roma, nella cappella di Palazzo Vannutelli, alla celebrazione del matrimonio fra Finzi e la giovane Maria Luigia Clementi di fede cattolica, Mussolini rimane in ginocchio per tutta la durata della cerimonia celebrata dal cardinale Vincenzo Vannutelli.

Fonti diverse attribuiscono a Finzi il merito della stesura del Regio Decreto 24 gennaio 1923 n. 62 “Che istituisce il Commissariato per l'Aeronautica” con al vertice Mussolini e quale vice proprio Finzi. Nemmeno due mesi dopo , il 28 marzo 1923, nasce la Regia Aeronautica e per il Vice Commissario inizia un percorso che porta all’istituzione il 31 luglio 1923 al Regio Corpo del Genio Aeronautico, al Commissariato Militare dell’Aeronautica, ai Ruoli del Personale Civile, Tecnico ed Amministrativo, tanto da fare della nuova Forza Armata un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo.

Finzi, non appena assunto il Commissariato per l'Aeronautica, si accorge rapidamente della scarsa qualità dei materiali aeronautici. Scopre che alcuni motori avanzati dalla guerra non erano stati venduti e si stavano deteriorando o potevano facilmente danneggiarsi, mettendo in pericolo la vita dei piloti e gravando sul bilancio dello Stato a causa degli alti costi di manutenzione. Finzi viene a conoscenza di una direttiva del 1922 che permette di vendere vecchi motori nei settori dell'aviazione invece di distruggerli, cosa che potrebbe aiutare le finanze statali. Vista la situazione, è cruciale organizzare il delicato settore dei materiali aeronautici. Il rifiuto di Douhet di un ruolo offerto da Mussolini fece sì che il generale Riccardo Moizo rimanesse a capo dell'aviazione militare, che secondo lui si avrebbe dovuto limitare il suo ruolo al supporto ausiliario alle forze di terra durante la guerra di trincea, influenzato dalle sue esperienze nella Prima Guerra Mondiale. I vincoli di bilancio complicavano ulteriormente la situazione; il budget proposto da Moizo evidenziava tagli significativi ai fondi per nuovi aerei e per il miglioramento delle basi.

Pertanto, l'assegnazione di 256 milioni per il periodo da luglio 1923 a giugno 1924 difficilmente può essere considerata significativa. Di fronte a un bilancio insufficiente per il 1924-25, Finzi presentò persino una decisa lettera di dimissioni a Mussolini. Tuttavia, i resoconti storici concordano sul fatto che Finzi lasciò un'organizzazione efficiente al suo successore, il generale Alberto Bonzani, e Mussolini non accusò Finzi di alcun illecito riguardo all'aviazione.

Ma se l’ascesa è stata così veloce altrettanto saranno la discesa e la successiva caduta.

Quando il gruppo squadrista capitanato da Dumini rapisce il 10 giugno del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti, il cui cadavere sarà ritrovato il 16 agosto successivo, l’Italia è scossa ed indignata e Mussolini, che teme la sua fine, ha necessità di trovare dei capri espiatori che individua in Finzi che costringe alle dimissioni insieme a Cesare Rossi, addetto stampa del duce e del generale Emilio De Bono Capo della Polizia.

Il ruolo di Finzi è difficile da definire. Sebbene Cesare Rossi lo accusi di aver dato denaro a Dumini per la fuga, il memoriale di Dumini lo scagiona. Nel 1989, lo storico Valentino Zaghi ha confermato che non ci sono prove del coinvolgimento di Finzi nell'assassinio. Il problema principale per Finzi non è tanto la sua presunta responsabilità quanto il suo legame con l'opposizione, che lo ha reso inaffidabile. Nonostante il suo siluramento, Finzi mantiene il mandato parlamentare fino al 1928, quando non viene più ricandidato alla Camera. Dichiarandosi estraneo alla vicenda Matteotti, Finzi si ritira dalla vita pubblica nella casa di Palestrina nella campagna romana, dedicandosi all'agricoltura e alla coltivazione del tabacco divenendone uno dei principali coltivatori. Nel 1938 manifesta il proprio fermo dissenso nei confronti dei provvedimenti per la difesa della razza anche se si professa di fede cattolica e di non appartenere alla “razza ebraica”.

Raggiunto il grado di Tenente Colonnello nella riserva, continua a frequentare, almeno fino al 1938 l’aeroporto del Littorio a Roma, per mantenere il brevetto di pilota d’aeroplano per il quale viene sempre dichiarato “ottimo pilota con punti 19/20”.

Nel 1941 alcune affermazioni contro il regime gli costano l’invio al confino ad Ischia, a Ustica, alle Tremiti e infine a Lanciano e, infine, l’espulsione dal partito fascista avvenuta nel 1942.

All’atto dell’armistizio dell’8 settembre del 1943 partecipa ai combattimenti per le vie di Roma e ritirandosi nella sua villa di Palestrina, dove costituisce la “Banda Finzi” che si rende protagonista di atti di sabotaggio contro le truppe tedesche e facendo saltare anche la polveriera di Valmontone. A questo si aggiunge anche l’attività di informazione condotta a favore degli alleati in merito ai movimenti delle truppe tedesche, visto che il comando nazista si era insediato nella sua proprietà abitativa.

Scoperto, Finzi viene arrestato a Palestrina dalle SS Il 28 febbraio 1944 e tradotto a Regina Coeli e poco meno di un mese dopo è massacrato nella cava di pozzolana sull’Ardeatina.

In ogni caso, di una cosa siamo certi: il giudizio su Finzi può essere negativo o, per certi versi, anche positivo se consideriamo gli ultimi anni della sua esistenza, ma certamente pagò di persona i suoi errori compiuti in vita.

Riposa al sacello n. 59 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 28 dicembre 2025

https://www.barbadillo.it/123107-storia-aldo-finzi-un-fascista-da-mussolini-alle-fosse-ardeatine/

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/10/28/marcia-su-roma-accompagno-il-duce-dal-re-e-fu-ucciso-alle-fosse-ardeatine-la-vita-in-breve-di-aldo-finzi-fascistissimo-ucciso-dai-nazisti/6853334/

https://www.mausoleofosseardeatine.it

https://www.quellidel72.it/storie/aviatori/finzi.htm

https://www.treccani.it/enciclopedia/aldo-finzi_(Dizionario-Biografico)/