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venerdì 20 maggio 2022

Internamento militare in Germania 1943-1945

 DIBATTITI


Massimo Coltrinari


Ai primi di aprile, in previsione della disfatta tedesca, nell’Italia del Nord, in previsione del rientro in Italia degli Internati in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Polonia, furono approntati studi che prevedevano una organizzazione così articolata:

-         centri avanzati a contatto con la frontiera

-         centri mediani sulla linea Torino Milano Verona Treviso

-         centri arretrati sulla linea Piacenza- Forlì per lo smistamento degli internati diretti nell’Italia centrale e Meridionale.

Nei centri mediani ed arretrati si inserì anche l’organizzazione militare incaricata del trattamento amministrativo e matricolare dei reduci militari ed in Milano venne costituito un Centro Alloggio totalmente militare.

A rinforzo di questo, l’Ufficio Autonomo attivò centri alloggio a Firenze, Arezzo, Roma, e posti di transito e sosta a Civitavecchia, Messina, cagliari, e Trapani.

 

Nel periodo Maggio-settembre 1945, transitarono ne centri alloggi dell’Italia settentrionale e centrale:

reduci dalla Germania e dalla Svizzera………………….circa 404.500

reduci dala Francia (cooperatori)………………………..circa   13.700

reduci dalla Francia (4° armata)…………………………circa     7.100

 

Nel periodo Ottobre- Dicembre 1945

reduci dalla Germania e dalla Svizzera………………….circa 204.600

reduci dala Francia (cooperatori)………………………..circa   21.200

reduci dalla Russia………………………………………circa     9.500

 

Nel periodo Gennaio- Marzo 1946

reduci dalla Germania ……………….………………….circa  18.300

 

Nel periodo Aprile- Luglio 1946

reduci dalla Germania ………………….……………….circa   6.000

 (continua)

giovedì 19 maggio 2022

Internamento militare in Germania 1943-1945. IV Parte

 DIBATTITI

Massimo Coltrinari


Ufficio Autonomo Reduci da prigionia di Guerra e Rimpatriati nella sua fase iniziale dovette superare notevoli difficoltà, soprattutto in relazione alla grossa confusione esistente in tema di rimpatri.

Le autorità Alleate, che di fatto comandavno in Italia, appellandosi alle Istruzioni Amministrative della M.M.I.A., i quali testualemte recitavano:

“ Gli individui che sono stati mebri del passato esercito italiano sono considerati sivili fino a che essi non siano stati arruolati o richiamati secondo la procedura militare italiana attuale”.

Queste attestazioni applicative  quindi non riconoscevano la qualità di “militari” ai rimpatriandi, cosa in palese contrasto con la realtà. Di conseguenza essendo i ripatriandi “civili”, le organizzazioni che li dovevano accogliere non dovevano essere militari e ma organizzazioni con personale civile.

Nella primavera del 1945 il compito principale dellìUfficio Autonomo fu quello di sottrarsi da ogni influenza  o competenza di enti non Militari e trattare direttamente con la Commissione Alleata, la War Materials Disposal and Italian P.W. Sub Commission, accentrado al Ministero della Guerra il delicato problema dei reduci. Investire di responsabilità alcuni organi del Ministero della Guerra la trattazione di materie di loro competenza in relazione ai reduci. Fare accettare alle autorità Alleate il principio morale e giuridico che dovesse essere l’’autorità militare a ricevre i reduci. Con la fine della guerra l’Uffcio Autonomo riuscì a rendere indipendente la sua organizzazione.

Nelle stesso tempo l’Ufficio Autonomo ha chiesto aiuto ed assistenza ad altri Enti, quali la Croce Rossa Italiana, La Pontificia Commissione Assistenza, UNRRA, ed il Vaticano.

 

L’azione dell’Ufficio Autonomo sul campo si è materializzata con la creazione di Centri Alloggio, che non erano altro che i vecchi campi contumaciali, ma che per ragioni di opportunità e psicologiche cambiarono nome,  in corrispondenza dei principali porti e passi di frontiera. L’Organizzazione dei Centri Alloggi provvedeva a ricevere, assistere, vettovagliare, amministrare, immatricolare, smistare i reduci. In particolare queste operazioni erano fatte tenendo in evidenza la provenienza dei reduci, ovvero da campi di concentramenti; vi si tentava di dare una calda accoglienza a chi aveva tanto sofferto, cercando di smussare o eliminare quegli aspetti burocratici che spesso sono più deleteri di ogni altra cosa.

Per lo smistamento si creavano ogni categoria (civili, militari dell’esercito, marina, aeronautica, guardia di finanza, carabinieri, ecc,) destinazioni “ad hoc, presso le organizzazioni di competenza.

L’Ufficio Autonomo, nell’aprile 1945, creò a Milano un suo Distaccamento chiamato Delegazione di Milano, che nel suo massimo sviluppo impiegò 2100 Militari e 1070 impiegati civili

 

I criteri che sotenne l’opera dell’Ufficio Autonomo sono stati:

-         nessun ostacolo o remora al rimpatrio dei reduci

-         massima accelerazione ad ogni pratica per il rimpatrio

-         massima assistenza possibile in termini materiali

Questi criteri sono stati contrastati da oggettive difficoltà, quali da esempio la carenza di mezzi di trasporto, la cui priorità era assegnata ai rifornimenti ed ai avvicendamenti dei reparti e da fattori contingenti, quale ad esempio la necessità, per l’Inghilterra. Di utilizzare nei lavori di campagna nel regno Unito, la mano dìopera dei prigionieri italiani, considerata pregiata, sino a che non è stato possibile sostituirla con aliquote di prgionieri tedeschi.

 

mercoledì 18 maggio 2022

Internamento Militare in Germania 1943-1944. III Parte

 DIBATTITI

Massimo Coltrinari


Nel quadro generale delle attività del Governo per l'assistenza ai militari internatie fu costituito l’Ufficio Autonomo Reduci da prigionia di Guerra e Rimpatriati ( Decreto Ministeriale del 9 novembre 1944 n. 4300) in cui si specificavano chiaramente le sue attribuzioni, che erano

 

a)     Questioni di carattere generale attinenti all’organizzazione dell’accoglimento in Patria dei reduci da prigionia e rimpatriati; rapporti con l’Autorità Alleate e con gli Alti Commissariati prigionieri e profughi di guerra nonché con le autorità italianecentrali e perifericheeventualmente interessate

b)    Comunicazioni di volta in volta agli enti interessati dell’arrivo di scaglioni di reduci e rimpatriati

c)     Organizzazione delle operazioni di ricevimento nei porti di sbarco e nelle zone di confine dei reduci e dei rimpatriati e loro smistamento nelle formazioni sanitarie e logisticheall’uopo predispote ( campi di sosta e contumaciali (denominati Centri Alloggio) ospedali, convalescenziari, commissioni interrogatori.

d)    Avviamento dei reducie rimpatriaiti (previa licenza) alle formazioni militari (per gli aventi obbligo) e contatto con le organizzazioni civili (per i congedati) tramite l’Alto Commissario profughi e ministeri eventualmente interessati

e)     Trattazione per quanto di competenza del Ministero della Guerra, delle questioni relative allo stato giuridico (collaboratori, ex collaboratori, prigionieri e liberati sulla parola, militari italiani repubblicani fatti prigionieri dagli alleati, matrimoni di prigionieri di guerra con donne straniere ecc.

f)      Pratiche amministrative relative ai reduci e rimpatriati in accordo con gli organi amministrativi competenti (centrali e periferici)

Le questioni amministrative di carattere generale e normativo e che comunque implicano impegni di spesa sul bilancio saranno trattae tramite il Gabinetto.

 

Trattandosi di militari era logico che tale attività fosse affidata all’Autorità militare, unica che poteva disporre, con minore dispendio, dell’attrezzatura necessaria, che aveva diramazione organica in tutto il territorio liberato e di competenza specifica per i trattamento matricolare, amministrativo e disciplinare del reduce.

 

I reduci, a mano a mano che venivano restituiti alla vita civile entravano nella sfera di competenza del Ministero dell’Assistenza post-bellica, istituto con Decreto Legge  del 21 giugno 1945 n. 380 e del 31 luglio 1945 n. 425. Questo Ministero sostituì ed assunse le attribuzioni dei tre Alti Commissariati istituti nel 1944.  (continua)

martedì 17 maggio 2022

Internamento Militare in Germania 1943 -1945 II Parte

 DIBATTITI

L’attività del Governo per l’assistenza agli Internati

Massimo Coltrinari

Sin dai primi mesi del 1944, il Governo del Sud, in relazione al problema dei profughi civili, e poi dei prigionieri di guerra, aveva istituito:

L’Alto Commissariato per i prigionieri di Guerra, con decreto-legge 6 aprile 1944, che doveva sovrintendere allo stato, trattamento impiego ed assistenza dei prigionieri di guerra “sino all’atto del loro loro rimpatrio”

L’Alto Commissariato per l’Assistenza dei Profughi di Guerra, con decreto-legge  29 maggio 1944, che era destinato a trattate le materie “nei confronti dei civli profughi di guerra internati e deportati in conseguenza di eventi bellici.

L’Alto Commissariato per i reduci, con decreto-legge 1 marzo 1945 n. 110, per occuparsi dei reduci al momento del loro collocamento in congedo

Per nessuno dei tre Enti era previsto il compito di predisporre l’organizzazione del rimpatrio dei prigionieri, ne essi avrebbero avuto, del resto, l’attrezzatura necessaria.

 

Nell’ottobre 1944, allorché l’andamento della guerra stava autorizzando a pensare che si poteva profilare un inizio di rietnro dei militari reduci dalla Prigionia e dall’Internamento, si affrontò il tema di come mettere sul campo le attrezzature necessarie e chi vi dovesse provvedere.

La Presidenza del Consiglio, preso atto che gli Alleatiintendevano che l’Esercito si dovesse disinteressare a questo problema, in quanto gli Alleati non intendevano distrarre dalla loro organizzazione logistica e in parte operativa, alcun elemento italiano, decise didare mandato al Sottosegretario alla Guerra di predisporre un piano per l’ccoglimento dei reduci, in accorto con i due Alti Commissariati esistenti.

(continua)

lunedì 16 maggio 2022

Internamento Militare in Germania 1943-1945. I Parte

 DIBATTITI

La Consistenza delgi Internati Militari Italiani


 Massimo Coltrinari 

Secondo studi recenti[1] l'Italia schierava, alla data dell'armistizio oltre  1 milione e mezzo di uomini; complessivamente ne sono stati disarmati 1006730, mentre i rimanenti 493.000 sono riuscite a sfuggire alla cattura tedesca, o a raggiungere la montagna, o le proprie case oppure, se all'estero, i movimenti di resistenza  già attivi contro la coalizione antihitleriana.

 

Secondo le stesse fonti i 10076780 militari italiani catturati dai tedesci, sono stati presi dai seguenti reparti germanici: Comando gruppo Armate B, Rommel, in Italia, 415.682, Comando 19° Armata, in  Francia, 58722, Comando Sud Italia, Kesserling, 102.342, Comdando gruppo Armate Est, Grecia ed Egeo, 265.000 e Comando  2a Armata Corazzata, Balcani, 164.986.

 

La stessa fonte offre il seguente quadro generale di situazione sui militari italiaani internati in  Geermania:

-         militari italiani alle armi, oltre 1.500.000

-         militari italiani sfuggiti alla cattura, 493.000

-         militari italiani catturati, 1006.780

-         militari italia sfuggiti ai tedeschi dopo la cattura, 190.000

-         militari italiani internati, 725.000

-         militari italiani che hanno aderito alla RSI dopo l'ingresso nei lager, 114.500

-         militari italianiconsiderati prigionieri ed inviatial fronte dell'est come ausiliari, 12000

-         militari italiani internati nei lagr del III Reich e territori occupato, 598.000

 

Da questo riepilogo emerge che il 19% ( 190.000) del totale di 1.006730 militari disarmati sono sfuggiti ai tedeschi o col loro consenso o per abilità personale, mentre circa il 20% hanno collaborato con i tedeschi sia la momento del disarmo (90.000) sia con le successive adesioni dall'ottobre 1943 al gennaio 1944 (114.500), cifra che rappresenta il 16% degli italiani internati nei campi di concentramento (725.000).

 

I dati che sono stati riuportati presentano discrepanze dell'ordine dell1% e quindi dovrebbero corrispondere o essere quanto meno piuttosto vicine alla realtà storica.

(Continua) 



[1] Schreiber G., I Militari Italiani Internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943 -1945, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'esercito, ufficio Storico, Roma, 1992

domenica 15 maggio 2022

Giornata del Decorato 2022. Latina

  APPROFONDIMENTI
Nel ricordare questa Medaglia d'Oro ricordiamo
e celebriamo con lui tutti i Decorati al Valor Militare


M. O. V. M.  ALDO GASTALDI

BISAGNO”

 

Sergio Benedetto Sabetta

 

            La figura genovese di “Bisagno”, comandante della Divisione garibaldina “Cichero” ed attualmente in corso di beatificazione, è emblematica delle contraddizioni e dei conflitti che attraversarono la resistenza.

            Nato a Granarolo (GE) il 17.09.1921 da Paolo Gastaldi e Maria Lunetti, cresce nella fede cattolica con un forte senso di responsabilità, perito elettrotecnico e studente alla Facoltà di Economia e Commercio, viene chiamato alle armi nel 1941.

            Sottotenente nel 15° Reggimento Genio presso la caserma di Chiavari, l’8 settembre 1943 nasconde le armi e con pochi uomini si stabilisce alle pendici del monte Ramaceto, in località Cichero da cui il nome dell’unità.

            Eletto comandante assume il nome di “Bisagno”, dal torrente che attraversa Genova, nei mesi seguenti si imposta il reparto secondo ben precise regole militari e morali, dando vita alla celebre “scuola di Cichero”.

            L’unità si accresce con nuove leve a partire dalle diserzioni a seguito dei bando di reclutamento della R.S.I. nel 1944, ma cresce anche nella stima delle popolazioni contadine per la correttezza nei rapporti imposta da Bisagno.

            Il comando non viene interpretato come potere o a finalità partitiche, ma quale dovere morale e si fonda prevalentemente sull’esempio, esponendosi ai pericoli con i propri uomini e vivendo con loro tutte le difficoltà.

            La sua capacità di comando e correttezza morale è riconosciuta anche dai nemici, evitando sempre inutili massacri o atti di giustizia sommaria, riconoscendo la sua capacità di mantenere la parola data e non piegarsi alla ferocia degli ideologismi imperanti.

            Si giunge così nel novembre 1944, a seguito di ripetuti colloqui con il   Maggiore Paroldo, comandante del battaglione Vestone della Divisione “Monterosa”, al passaggio del reparto alpino tra le file partigiane.

            Nel 1945, con l’avvicinarsi della fine della guerra, vengono a prevalere gli aspetti partitici e vi è un continuo tentativo di politicizzazione delle formazioni messo in atto dal Partito Comunista.

            Bisagno si oppone a questa ideologizzazione partitica delle formazioni partigiane da lui comandate, circostanza che lo pone ben presto in urto con parte del CLN, fino ad arrivare allo scontro avvenuto nel marzo 1945 nella riunione sul Monte Fascia.

            Il Comando militare unico della Liguria chiede a Bisagno di cedere il comando della “Cichero” e di trasferirsi dalla Sesta Zona alla Quarta Zona, i sui uomini venuto a saperlo fanno irruzione con le armi nella sede della riunione. Lo scontro viene evitato grazie anche alla mediazione dello stesso Bisagno che raffredda gli animi, si giunge a dividere indebolendola la Divisione “Cichero”.

            Durante la liberazione di Genova vi sono innumerevoli regolamenti di conti che Bisagno, sceso in città con le formazioni di montagna, disapprova pubblicamente.

            Rifiuta eventuali incarichi di governo a lui offerti, per questo entra in ulteriore conflitto con i settori più ideologizzati del CLN, viene consigliato dai propri uomini di ritirarsi in montagna dove è più facile proteggerlo da eventuali attentati.

            A maggio decide di accompagnare gli alpini del Vestone nelle loro case in Lombardia e Veneto, al fine di evitare possibili rappresaglie.

            Nel ritorno, a Desenzano del Garda, dopo che tutti i suoi uomini sono tornati a casa, il 21 maggio cade in viaggio dal tetto del camion e rimane ucciso. L’incidente viene attribuito a disgrazia nella relazione del commissario politico della Divisione, restano tuttavia molti dubbi.

            A Bisagno è attribuito il titolo di “primo partigiano d’Italia” e recentemente viene iniziato il processo di beatificazione, su impulso del Cardinale Angelo Bagnasco, già Arcivescovo di Genova.

            La figura di Bisagno e la sua tragica fine rientra a pieno titolo nei conflitti e nelle tensioni che sconvolsero l’Italia nel 1945 con la fine della guerra, basti pensare i tragici avvenimenti di Porzus nel Friuli e alle vicissitudini dei confini orientali.

 

Bibliografia

·         AA.VV., a cura di Marco Gandolfo, Bisagno. La Resistenza di Aldo Gastaldi, edizione Itaca 2018;

·         E. A. Rossi, L’Italia tra le grandi potenze, Il Mulino 2019.

sabato 14 maggio 2022

Fortificazioni Bastionate. XVI -XVIII Secolo

 DIBATTITI


Ten. Cpl.  Art. Pe.  Sergio  Benedetto  Sabetta

 

Premessa

                L’assedio di Mariupol e la resistenza nei bunker delle acciaierie su un’area di circa 10 Kmq, ha non solo un valore militare sul campo, ma acquista e richiama antichi significati legati alle fortezze .

                Solo in parte la fortezza è l’erede del castello del Medio Evo, questo è legato prevalentemente al concetto feudale di Signore. In esso risiede il potere del feudatario, sia quale legislatore che protettore del circondario dalle aggressioni esterne, estremo rifugio per il contado.

                Il castello acquista quindi un significato mitico, dei tempi eroici persi nella memoria popolare, per diventare nell’Evo moderno del XVII e XVIII secolo sede del tiranno oppressore, qualcosa di oscuro dove risiede il male e le devianze del vecchio regime, un simbolo da abbattere, per riacquistare nel XIX secolo l’aere nostalgica di un tempo eroico.

                Basti pensare al castello dell’Innominato nei Promessi Sposi o all’opposto al ciclo di Wagner in Baviera.

                Diversa è la fortezza, qui prevale l’immagine della resistenza, della tenuta di fronte alle forze avverse, tanto che il termine assume il significato positivo nella lingua corrente di tenuta morale.

                Vi è qui pertanto un significato che assume aspetti ideologici, di difesa non solo di un singolo o di una comunità, ma più astrattamente di un ideale, di una idea nella saldezza delle proprie certezze.

                Ecco che i recenti fatti di Mariupol ,nella loro violenza, fanno riemergere la memoria dell’idea di fortezza e della resistenza che in essa si oppone all’imposizione violenta di un dominio e di una ideologia.

                L’evoluzione storica della fortezza si salda pertanto al significato corrente di resistenza morale e, per tale via, alle attuali vicende in Ucraina, che nel loro richiamare precedenti storici ci ricorda i corsi e ricorsi vichiani, ma anche la necessità di avere una propria saldezza morale in una società “liquida”.

 

Introduzione

                Le tavole che seguono vanno dal XVI al XVIII secolo, esse mostrano una parabola determinata dall’introduzione delle bocche da fuoco e dal continuo perfezionarsi della metallurgia, sia nella fusione che nei metodi di lavorazione, una capacità che in Inghilterra diede vita sul finire del XVIII secolo alla Rivoluzione Industriale dei telai meccanici.

                Vi fu un continuo miglioramento che rimane tuttavia entro i parametri delle bocche da fuoco ad anima liscia ed alla limitata potenza del propellente costituito dalla polvere nera.

                Con il XIX secolo vi è l’introduzione di nuove polveri, la rigatura delle bocche da fuoco e l’uso di nuovi metalli, che manifestano il loro effetto già dalla metà del secolo, basti pensare in America alla guerra civile, in Europa alla guerra franco-prussiana ed in Italia agli assedi di Gaeta e Messina, fino a rivoluzionare totalmente il concetto di fortificazione con la nuova potenza delle armi e i nuovi mezzi aerei e cingolati della Grande Guerra.

                Il maggiore del Genio E. Rocchi nell’introduzione alla sua opera, “Le origini della fortificazione moderna” edizioni Voghera Enrico, Roma 1894, così si pronuncia: “Le forme primitive dell’architettura militare del Rinascimento, fondate sul concetto del fiancheggiamento e della difesa radente, contengono in germe gli elementi dal quale, nei secoli successivi,  di fronte al perfezionarsi dei mezzi d’offesa e in corrispondenza al progresso delle scienze fisiche e meccaniche, potenti sussidiarie dell’ingegneria militare, trassero origine i più svariati sistemi di fortificazione.

 I colossali ordinamenti difensivi dell’epoca odierna, favoriti o resi necessari dalla potenza e dalla gittata delle artiglierie, dall’impiego del vapore e dell’elettricità e dalla mole degli eserciti, sono informati, nell’insieme e nei particolari, agli stessi concetti che guidarono gli architetti italiani dei secoli XV e XVI alla ricerca della magistrale bastionata e dalla costruzione di piazze di limitatissima estensione, rispondenti alle esigenze militari e proporzionate alle risorse della tecnica e dell’industria di quell’epoca. Così, ad esempio, l’azione fiancheggiante, limitata a poche centinaia di metri, che gli architetti italiani ottennero mirabilmente con l’organizzazione difensiva dei fianchi dei baluardi, risponde allo stesso concetto di quella estesa a parecchi chilometri che, nelle fronti difensive degli odierni campi trincerati, è affidata alle bocche da fuoco corazzate, disposte in batterie sul rovescio delle opere o in torri girevoli.

                L’identità del concetto direttivo dell’odierna arte fortificatoria e di quella che seguì l’introduzione delle armi da fuoco, porta pertanto a comprendere le forme difensive, in apparenza le più disparate, in un solo periodo storico: il periodo della fortificazione moderna, della quale la magistrale bastionata rappresentala primitiva manifestazione”.

Evoluzione storica

 Il progressivo perfezionamento delle fortificazioni con il rinforzo dei bastioni e la costruzione di opere esterne, quali i rivellini, atti a mantenere a distanza le fanterie nemiche, fece sì che si procedette a perfezionare la guerra per mine e si introdusse la costruzione lenta ma progressiva delle parallele per l’avvicinamento alle opere difensive.

La guerra per mine, mediante scavi alle fondamenta delle fortificazioni assediate, viene già teorizzata a partire dal XV secolo da Domenico da Firenze nel 1403 durante l’assedio di Pisa, ma le prime prove pratiche avvengono all’assedio di Belgrado contro Amurath nel 1439 e nell’assedio di Costantinopoli nel 1453.

Mariano da Jacopo detta le prime rudimentali regole nell’uso delle mine a polvere, ma è solo con Francesco di Giorgio Martini che vi è una teorizzazione completa nell’esecuzione delle mine, con l’adozione di un tracciato a risvolti.

La prima applicazione ben documentata delle mine a polvere avviene nel 1495 all’assedio di Castelnuovo a Napoli da parte degli Aragonesi a danno del presidio francese lasciato da Carlo VIII una volta ritiratosi.

La storia si ripete nel 1503 all’assedio di Castello dell’Ovo, sempre a Napoli, ad opera degli spagnoli di Consalvo di Cordova, sempre contro i francesi di Francesco I, precedentemente battuti a Cerignola. Altre mine da ricordare sono quelle dei turchi all’assedio di Rodi nel 1522 per la loro grandiosità e nel 1550 all’assedio di Aphrodiscum, fortezza tra Tunisi e Tripoli, ad opera dell’ingegnere Antonio Ferramolino, per le difficoltà tecniche del terreno che imposero scavi a trincea protetti lateralmente e superiormente da travate e panconi.

Sempre nel XVI secolo si devono ricordare le prime mine offensive a partire dall’assedio di Padova nel 1509, in cui sotto i bastioni o baluardi furono preparate delle “cave” caricate con barili di polvere da fare brillare se gli assalitori avessero occupato l’opera difensiva, come effettivamente avvenne nel bastione di Codalunga quando il capitano Giovanni Gregori di Perugia, detto il “Citolo”,   fece scoppiare la mina seppellendo gli assalitori spagnoli e salvando dalla presa Padova, inducendo così l’imperatore Massimiliano a levare dopo 40 giorni l’assedio.

In opposizione alle mine con polvere si studiarono delle contromisure che riducessero l’effetto delle esplosioni dando sfogo alla pressione dei gas, furono ideati quindi i pozzi a campana, gli androni a piramide e altri vuoti, quali corridoi e le casematte in serie ricavate dalle muraglie, di cui maestri ne furono Giuliano e Antonio da Sangallo nella Rocca d’Ostia (1483) e nel baluardo Ardeatino (1535), descritti nel “Trattato” di Luigi Marini.

Ma è con lo scritto di Francesco de Marchi,  “Architettura militare”, che vi fu una descrizione completa delle contromisure, che trovarono una prima completa applicazione nel 1572 per volontà di Emanuele Filiberto nella cittadella di Torino eretta nel 1564.

Le contromisure erano a due ordini, con piazze allargate e collegate tra loro, nelle quali si aprivano dei fornelli con esplosivi per le contromine, un sistema che salvò Torino nell’assedio del 1706, quando Pietro Micca con il proprio personale sacrificio fece saltare una delle gallerie all’avvicinarsi dei granatieri francesi.

Altri miglioramenti furono ottenuti nel XVII secolo dai francesi ad opera del Vauban e del Belidor, anche a seguito dell’esperienza maturata nell’assedio di Candia (1666-69), ma sempre rifacendosi agli studi degli ingegneri italiani, di cui resta una magnifica traccia nella cittadella di Alessandria e nel sistema difensivo sulle alture di Genova.

Si giunge quindi all’ultimo periodo, quello tra la metà dell’Ottocento e la Grande Guerra, con le fortificazioni francesi di Verdun ed il sistema dei forti sulla fronte italo-austriaca, il cui risultato fu differente per il metodo di costruzione e i materiali utilizzati.

Ad un sostanziale risultato positivo dei francesi le cui strutture resistevano anche ai colpi da 420 degli obici, vi fu un risultato dubbio sul fronte italiano essendo le strutture testate per i calibri medi da 150, a parte l’eroica difesa nel novembre 1917 di Forte Festa sulle Alpi Carniche, come descritto ampiamente nel testo di Leonardo Malatesta “I forti della Grande Guerra. Le opere italiane ed austriache protagoniste della guerra dei forti 1915-1917”, Pietro Macchione editore 2015.

La guerra dei forti dal 23 maggio al 25 luglio 1915, non fu che un lungo duello di artiglieria, a cui seguì il loro disarmo per la nostra iniziale carenza di artiglierie sui fronti trincerati dell’Isonzo.

Questo  loro risultato positivo indusse tuttavia i francesi ad appoggiarsi negli anni tra le due guerre sulla speranza della linea Maginot, rinunciando a sviluppare le nuove tecniche di combattimento nate dai progressi tecnici, fino alla sconfitta del giugno 1940.

Sempre nella Grande Guerra si deve rammentare l’ultimo utilizzo delle “mine di polvere” per demolire i campi trincerati  posti sulle cime montagnose, come pure fu perfezionato il sistema delle trincee attraverso parallele, piazzole, collegamenti e casermaggi interrati.

Bibliografia

E. Rocchi, Le origini della fortificazione moderna, Roma 1894;

Trattato di fortificazione moderna per giovani militari italiani, di Antonio  Soliani Raschini, in Venezia 1748.

Maresciallo Zorn: il medagliere

 ARCHIVIO




venerdì 13 maggio 2022

giovedì 12 maggio 2022

Mario Pereira. Contributo alla Tavola Rotonda

 BIBATTITI

Chi Siamo

 

Il CESVAM è l’espressione della ricerca della cultura del Valore Militare, e si identifica nella passione che ciascuno di noi mette nelle proprie ricerche, per dare lustro ed onore dovuto a chi ha donato il meglio di se nelle molteplici situazioni avverse in cui ha dimostrato le proprie doti e gli alti valori di cui era portatore.

 

Cosa Facciamo

Vogliamo rendere il dovuto omaggio a quanti hanno mantenuto alto un vessillo di integrità dimostrando la propria indole e la capacità di andare oltre gli ostacoli, oltre se stessi, oltre la vita.

 

Cosa Vogliamo

La ricerca è la nostra arma per mantenere ancora alti quegli ideali. Trovare i dati certi, veri, univoci delle gesta e di quanto è stato messo in campo da chi ci ha preceduto, oggetto oggi dei nostri studi. Personalmente mi occupo di una storia molto sconosciuta (FEB) che vorrei contribuire a divulgare soprattutto ai giovani che oggi mancano di valori per mancanza di una identità che non viene formata nelle famiglie e tantomeno nelle scuole.

 

Dove Andiamo

La nostra direzione è certamente la costante applicazione delle nostre forze  per migliorare le nostre conoscenze e far fruttare le nostre scoperte divulgando i risultati e condividendo quanto più possibile sia il Valore Militare che quello Umano che si cela dietro ogni  atto di eroismo di cui veniamo a conoscenza. Da soli non riusciremmo a avere voce, ascolto, ma tutti insieme e sotto l’egida del CESVAM e del Nastro Azzurro possiamo ottenere grandi risultati.

 

 

Mario Pereira

Federazione Nastro Azzurro Pistoia

 

mercoledì 11 maggio 2022

Società tarquinense di Arte e Storia. Conferenza: Cina ed il rapporto con le altre potenze.

DIBATTITI

Dopo il successo della conferenza dedicata all Turchia, la STAS propone un nuovo incontro dedicato alla Cina. Di serguito la locandina dell'evento.


 info:censtrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

martedì 10 maggio 2022

Convegno La Giornata del Decorato ed il Valore Militare. Roma 21 maggio 2022.. PROGRAMMA

 NOTIZIE CESVAM

 

ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO

FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALOR MILITARE

CENTRO STUDI SUL VALORE MILITARE- CESVAM

Convegno di Studi e Ricerca:“La Giornata del Decorato ed il Valore Militare.

Verso nuove forme di comunicazione e partecipazione                  

Roma, 21 maggio 2022 – Sala Grande della Presidenza Nazionale

PROGRAMMA

Ore 09,00 – APERTURA DEL CONVEGNO

                                    ORE 09,00 – Saluto del Presidente Nazionale o suo delegato

                                    A seguire, Saluto del Direttore del Cesvam.  Apertura del Convegno

                                    Coordina: Il Direttore del CESVAM

MATTINA

 

Ore 09,15 Relazioni

Massimo Coltrinari, “La Giornata del Decorato ed il Valore Militare. Verso nuove forme di   

                                   comunicazione e partecipazione”

Roberto Olevano, “La Giornata del Decorato ed il Valore Militare. Il Valore Militare nelle armate

                                   napoleoniche

Giorgio Madeddu, Ila Giornata del Decorato ed il Valore Militare. Il Valore Militare nel su della

                                   Sardegna”

Valentina Trogu, L’aspetto sociologico del Valore Militare”

Giovanni Riccardo Baldelli, “La Giornata del Decorato e il Valore Militare. La Divisione Emilia””

Osvaldo Biribicchi, “La Giornata del Decorato ed il Valore Militare. La Tuscia ed il Valore Militare”

Antonio Trogu, “La Giornata del Decorato ed il Valore Militare. El Alamein”

Alessia Biasiolo, "la Giornata del Decorato ed il Valore Militare. I Cavallegeri dell'Oriente a Trento

Renato Hagman, "La Giornata del Decorato ed il Valore Militare. Decorati bresciani al Tonale"

 ore 13. LUNCH

POMERIGGIO  ore 14 – 17

Tavola Rotonda: Tema:

“Verso nuove forme di comunicazione e partecipazione”

Presiede il Direttore del CESVAM.

Introduzione, Giovanni Cecini

Partecipano, oltre ai relatori, Giancarlo Ramaccia, Luigi Marsibilio, Cesare Ciocca, Goffedro Mencagli, Mario Rino Me e Antonio Daniele.

CONCLUSIONI

. Direttore del CESVAM  

La Partecipazione al Convegno è su invito ed è subordinata al rispetto leale delle norme in vigore anti Covid

Contatto: Chiara Mastrantonio. Usare esclusivamente la email:ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org

 

 

 


Convegno di Ricerca e Studi " La Giornata del Decorato ed il Valore MIlitare.Verso nuove forme di comunicazione e partecipazione” Roma 21 Maggio 2022

 post in progress

lunedì 9 maggio 2022

Mario Rino Me."...... una ulteriore medaglia d’oro a un “sardo stato dei primi a dar l’esempio di valore"

 DIBATTITI

La Prima Medaglia d’Oro al Valor Militare[1]

Il metodo di ricerca scientifica applicato alla Storia ci ha consentito di scoprire nuove verità. La fiducia nella ragione è un tratto della cultura occidentale, cui abbiamo la fortuna di appartenere e di cui dobbiamo essere fieri.  In questa prospettiva, ci siamo abituati a dare per scontata che la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare (MOVM) sia stata quella conferita  al Nocchiero Domenico Millelire in base al dispaccio di Corte del 3 Aprile 1793, in cui il Segretario di Stato di Guerra e Marina, signor di Cravanzana[2], faceva conoscere al Viceré Balbiano ”il ben giusto gradimento manifestato da SM per il buon successo della valorosa difesa di codesto Regno e come abbia la MS stimato di far sentire con ricompense d’onore e di beneficenze proporzionalmente gli effetti della sua soddisfazione”. Nello stesso atto, mentre le ricompense agli ufficiali sono costituite da promozioni,  al “bravo nocchiere Millelire  è accordata “una medaglia d’oro con avergli pure la Maestà Sua aggiunto un trattenimento annuo di lire 300 annue”. Con successivo dispaccio del 17 Aprile, sempre per la difesa di La Maddalena viene concessa una Medaglia d’Argento a un soldato nella Compagnia Torrente del reggimento di Courten, di nome Asmar e concesse tre medaglie d’oro per tre torrieri di Cagliari (Pio Monteleone, Gioanni Frongia, Angelo Migone), distintisi nel respingimento del tentativo di sbarco di fine gennaio 1793 , e ”. Quest’ultima medaglia fu inviata al Vescovo di Iglesias perché la facesse pervenire all’interessato. Per attribuire un nome a questo decorato sarebbe dunque opportuno effettuare una ricerca  presso l’archivio della Curia di Iglesias. Interessante sotto il profilo delle modalità di consegna le indicazioni del predetto decreto del 3 Aprile, che, a riguardo prescrive si aggiunge inoltre “si compiaccia ella di farne seguire la distribuzione con quelle pubbliche testimonianze che crederà più atte a eccitare negli isolani e negli equipaggi l’idea di emulare il zelo dei soggetti che se ne meritarono la decorazione”., Sin qui nulla di nuovo, salvo il fatto che l’istituto della concessione delle Medaglie al Valore  viene disciplinato nel 1793  attraverso uno specifico Regolamento[3].  A questo punto, resta solo da verificare se i riconoscimenti di cui sopra siano stati recepiti negli Albi d’Oro del Regio Esercito poi Esercito Italiano.

Sulla base dell’inizio calendariale delle assegnazioni delle Medaglie al Valora diversi autori, tra cui Il Contrammiraglio C. Marchese, danno la primazia al Decorato Domenico Millelire, pur a conoscenza di un precedente evento . A questo proposito, la  ricerca de Dr Salvatore Sanna, presso l’Archivio di Stato di Cagliari , ha reperito una provvisione datata 22 maggio1787 e controfirmata dal Ministro per la Guerra e Marina Cocconito[4],  ha permesso verificare nei dettagli il conferimento di due Medaglie d’oro per un episodio di lotta contro la secolare minaccia dei pirati delle reggenze barbaresche avvenuto nell’arcipelago maddalenino il 15 aprile 1787 e costellato di abbordaggi e speronamenti. Anche se si riuscì a predare la lancia dello sciabecco. L’evento fu particolarmente apprezza to dal Re Vittorio Amedeo III che intervenne personalmente con una provvisione in data 22 maggio si conferisce  al “ piloto Millelire e il capo cannoniere Laghé sebbene feriti in combatto continuarono a riempire coraggiosamente i loro doveri sino al termine dell’affare un annuo trattenimento di lire 50 del Piemonte, facendo altresì per loro maggior distinzione rimettere  all’uno e all’altro una medaglia d’oro, che perciò due ed entrambe uguali vi facciamo pervenire unite al presente“. Pur nel linguaggio essenziale dei documenti, non può sfuggire il più corposo contenuto dei questo decreto in materia di valore. Infatti lungi dall’avere carattere commemorativo ad personas, esso si inquadra perfettamente nelle logiche dei successivi atti sovrani sul tema del Valore, tanto da poter affermare incontrovertibilmente  che esso ne è l’archetipo. Difatti, gli atti appena citati mettono in luce la chiara ed evidente volontà del sovrano di conferire premi per atti di valore, come pure la sua decisione di dare continuità alla prassi delle ricompense al valor militare. Dunque il fatto che la concessione regia delle prime due medaglie a un Maddalenino e a un cittadino di Villafranca (oggi Villefranche sur Mer)  costituisce un diritto dei due premiati a certi benefici materiali e morali. Tra questi, oltre a restituire alla Storia un atto di valore di quella che era all’epoca la missione primaria della Real Marina Sarda (lotta alla pirateria),  quello di far parte di una cerchia di eletti da tramandarsi ai posteri. Per questo il fatto di essere annoverati nell’Albo d’Oro dei decorati, non può essere impedito da interpretazioni restrittive di natura amministrative, che prescindono dal significato dell’evento. Il fatto in questione  è reale e, per di più, certificato da atti d’archivio e non frutto di narrativa. Altrimenti si farebbe torto anche alla loro memoria, che è invece nostra responsabilità conservare.

Peraltro, i contenuti dei documenti regi appena riportati, al di là dello status giuridico dei soggetti (agli ufficiali risultano conferiti avanzamenti di grado) ci fanno intravedere gli elementi salienti dei riconoscimenti in questione: sono dei distintivi d’onore materiali (decorazioni della divisa) e morali (da emulare), conferiti per atti valorosi,  da cui emanano per i meritevoli ricompense all’onore e beneficenze in solido  proporzionalmente al livello dell’atto, In questa scala valoriale, le decorazioni saranno materialmente in Medaglie d’oro, d’argento e di bronzo e parimenti l’entità dei “trattenimenti” in lire.

 È bene precisare inoltre che gli attestati in questione in mettono in rilievo carenze sui nominativi completi e dunque inesattezze che si riflettono sulla dimensione amministrativa. I Millelire  menzionati sono due, entrambi fratelli e Agostino, il più grande, è il decorato per l’evento del 1787. È lui il comandante dell’isola principale dell’arcipelago e l’interlocutore privilegiato di Nelson, durante il soggiorno dell’Ammiraglio inglese nella Baia di Mezzo Schifo, in cui si trova talmente bene da scrivere all’Ammiragliato che chi possiede la Sardegna domina il Mediterraneo. Accenni questi che, per completezza,  non sfuggono alla Corte, che non può non preoccuparsi di questo interesse  per cui, a quanto risulta, suggeriscono all’interessato l’adozione di una certa cautela. Difficile sottrarsi alle attese di chi Governava i Mari.

Quanto alla primazia della Medaglia D’Oro concessa nel 1793, non vi è dubbio che sulla concessione a Domenico Millelire e al suo apparire come prima MOVM, senza nulla togliere al suo valore, abbiano anche influito motivi di natura politico Militare  come la capacità di difesa autonoma da un nemico di peso come la Francia. Aspetto che si presenterà negli anni di crisi con i governi transalpini che portarono l’ingresso del nostro paese nella triplice Alleanza prima e  nell’alleanza con la Germania Nazista dopo la Guerra in Etiopia. Sta dunque a noi rimettere a posto le zone d’ombra della nostra Storia a causa di discutibili motivazioni di natura burocratica.

Una nota conclusiva per quanto riguarda il luogo d’origine del decorato Laghé, Villafranca, poi Villefranche sur Mer. E bene tener presente ricordare che, prima dell’Annessione della Repubblica di Genova, la città era sede della Scuola di Marina del Regno di Sardegna. Come tale dette un notevole contribuito alla formazione di ufficiali ed equipaggi e divenne uno dei tre dipartimenti della Real Marina. A tal proposito basta ricordare una famosa frase di Giuseppe Garibaldi, divento cittadino di La Maddalena, in quanto si sentiva !straniero in casa”. Per questo formulo richiesta di dar corso all’istruttoria per l’inserimento nell’Albo delle due medaglie succitate

Ammiraglio di Squadra (R) Mario Rino Me

PS in occasione dell’ottantennale della Perdita della NB  Roma e dei CCTT Da Noli e Vivaldi nonché della Battaglia di La Maddalena (9-13 Settembre 1943)  si potrebbe pensare di invitare il Comune di Villefranche Sur Mer, informandolo che un concittadino fu tra i primi insigniti dell’Alta Ricompensa al VM. del Regno di Sardegna. Aspetto da considerare per eventuale estensione  a Marine Nationale

A

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Elementi storici ricavati da Almanacco Maddalenino III, Novembre 2004,Salvatore Sanna, Le prime medaglie d’Oro al Valore della Marina, Paolo Sorba Editore.

[2] Al secolo, verosimilmente Gianbattista  Fontana di Cravanzana

[3] Collezione Duboin .Editti e Manifesti della Casa di Savoia fino al 1798, pag 2368 e seguenti

[4]  Almanacco Maddalenino Nov. 2004, citato pag. 54