DIBATTITI
LEGGERE è NIENTE:
IL DIFFICILE è DIMENTICARE CIO' CHE SI E' LETTO
Il blog è espressione del Centro Studi sul Valore Militare - Ce.S.Va.M.- istituito il 25 settembre 2014 dal Consiglio Nazionale dell'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valore Militare.Lo scopo del CEsVAM è quello di promuovere studi sul Valore Militare.E' anche la continuazione on line della Rivista "Quaderni" del Nastro Azzurro. Il Blog è curato dal Direttore del CEsVAN, Gen. Dott. Massimo Coltrinari (direttore.cesvam@istitutonastroazzurro.org)
ARCHIVIO
Giovanni Riccardo Baldelli
Saggi di singoli o più autori e curatele
AA.VV., Le Trasmissioni dell’Esercito nel tempo a cura di A. Scheggi e F. Astuto, Rivista Militare, Roma, 1995
S. Ales e A. Viotti, Struttura, uniformi e distintivi dell’Esercito Italiano 1946-1970 Tomo 1, Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2007
AA.VV., Le Forze Armate della Repubblica Italiana 1946-1996 a cura di A. Buonocore, Edizioni Laterza, Bari, 1996
F. Botti e V. Ilari, Il pensiero militare italiano dal primo al secondo dopoguerra (1919-1949), Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1985
F. Botti, La Logistica dell’Esercito Italiano (1831-1981). Volume IV. Tomo 2, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1995
O. Bovio, Storia dell’Esercito Italiano (1861-2000), Ufficio Storico Dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2010
F. Cappellano e E. Mosolo, Le artiglierie a traino meccanico dell’Esercito Italiano (1945-2018), in Storia Militare Dossier, n. 40, Anno VII, Edizioni Storia Militare, Parma, 2018
F. Cappellano e E. Mosolo, Armi portatili e di reparto (1945-2020) Parte 1a in Storia Militare Dossier, n. 52, anno IX, Edizioni Storia Militare, Parma, 2020
F. Cappellano e F. Esposito, Gli autoveicoli tattico-logistici dell'esercito italiano (1945-2023) in Storia Militare Dossier, n. 68, anno XII, Edizioni Storia Militare, 2023
R. Carretta e M. D’Accordi, L‘Aviazione dell’Esercito Italiano (1951-2003), in Storia Militare Dossier, n. 69, Anno XII, Edizioni Storia Militare, Parma, 2023
F. Cappellano, Le Artiglierie Contraerei dell’Esercito Italiano (1945-2018), in Storia Militare Dossier, n. 71, Anno XIII, Edizioni Storia Militare, Parma, 2024
F. Cappellano e F. Esposito, M109 Semovente d’Artiglieria Corazzata NATO, in Storia Militare Briefing, n. 52, Anno IX, Edizioni Storia Militare, Parma, 2025
E. Cerquetti, Le Forze Armate dal 1945 al 1975. Struttura e dottrina, Feltrinelli editore, Milano, 1975
L. Ceva, Storia delle Forze Armate in Italia, UTET Libreria, Feltrinelli editore, Torino, 1999
B. Croce, Contro l’approvazione del dettato di pace, Laterza, Bari, 1947
F. Dell’Uomo e R. Puletti, L’esercito Italiano verso il 2000. Storia dei Corpi dal 1861, Volume Primo. Tomo I, Ufficio Storico Dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1998
F. Dell’Uomo e R. Puletti, L’esercito Italiano verso il 2000. Storia dei Corpi dal 1861, Volume Primo. Tomo II, Ufficio Storico Dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1998
F. Dell’Uomo e R. Di Rosa, L’Esercito verso il 2000. I corpi disciolti. Volume Secondo, Tomo I, Ufficio Storico Dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2001
F. Dell’Uomo e R. Di Rosa, L’Esercito verso il 2000. I corpi disciolti. Volume Secondo, Tomo II, Ufficio Storico Dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2001
M. Franzinelli, Il Piano Solo, Oscar Mondadori, Milano, 2010
V. Ilari, Storia del servizio militare. Volume quinto. La difesa della patria (1945-1991). Tomo primo. Pianificazione operativa e sistema di reclutamento, Centro Militare di Studi Strategici – Rivista Militare, Roma, 1992
V. Ilari Il dibattito sul sistema di reclutamento e sulla durata della ferma dal 1944 al 1975 in Storia delle Forze Armate Italiane. Aspetti ordinativi e tecnologici a cura di C. Jean, Franco Angeli editrice, Milano, 1994
G. Liuzzi, Italia difesa?, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1963
P. Maccagnano, M. Borean, A. Canevese, L. Malatesta, S. Cogni, Ultimo bunker a Nord Est. La Fanteria d’arresto, Editrice Storica, Treviso, 2020
P. Masotti, All’inseguimento dei malfattori. Storia della motorizzazione della polizia italiana, Ufficio Storico della Polizia di Stato, Roma, 2021
Ministero degli Interni-Direzione Generale della Pubblica Sicurezza. Le Scuole di Polizia in Italia, a cura di Divisione Scuole di polizia, Edizione arti Grafiche Palombi, Roma, 1971
M.G. Pasqualini, Carte segrete dell'Intelligence italiana 1918-1949. Parte Terza (8 settembre 1943-1°settembre 1949), Edizione fuori commercio, Raggruppamento Unità Difesa, Roma, 2007
N. Pignato e F. Cappellano, Gli autoveicoli da combattimento dell’Esercito Italiano. Volume Terzo (1945-1955), Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2007
N. Pignato e F. Cappellano, Gli autoveicoli da combattimento dell’Esercito Italiano. Volume Quarto (1956-1975), Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2010
L. Nuti, L’Esercito italiano nel secondo dopoguerra 1945-1950, Ufficio Storico Dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1989
A. Sannino, Le forze di polizia nel dopoguerra, Ugo Mursia Editore, Milano, 2004
C. Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi, Atlante, Roma, 1952,
Stato Maggiore dell’Esercito, La ristrutturazione dell'Esercito supplemento alla Rivista Militare n. 3/1975, Roma Edizione giugno 1975
F. Stefani, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'esercito italiano, Volume terzo, Tomo I, Dalla Guerra di Liberazione all’arma atomica tattica, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1987
F. Stefani, La storia della Dottrina e degli ordinamenti dell’Esercito Italiano. Volume Terzo. Tomo II. Dagli anni Cinquanta alla ristrutturazione, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1989
F. Stefani, Storia dell'artiglieria italiana. Volume XVII, SME - Ispettorato dell'Arma di artiglieria e Difesa NBC, Roma, 1996
Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, L’Esercito e i suoi corpi. Sintesi storica. Volume Secondo. Tomo I, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1973
Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, L’Esercito e i suoi corpi. Sintesi storica. Volume Secondo. Tomo II, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1973
DIBATTITI
11 Volumi di documentazione
All’indomani della realizzazione del al progetto “Le riforme militari tra il 1919 ed il 1939. Evoluzione degli ordinamenti del Regio Esercito tra le due guerre. Capire come affrontammo la Seconda Guerra Mondiale” presentato al Ministero della Difesa nel 2020 ed accettato, che ha visto la edizione del primo volume dedicato agli ordinamenti, è stato dato corso, nel 2023, alla realizzazione del secondo volume riguardante gli ordinamenti del Regio Esercito dal 10 giugno 1940 al dal 2 giugno del 1946. Entrambi questi primi due volumi ebbero come titolo onnicomprensivo: “Un ventennio di preparazione ed una conclusione amara”.
Pertanto, è in corso di edizione un terzo volume vuol essere la continuazione dei precedenti che conclude il cerchio della storia degli ordinamenti dell’Esercito Italiano in quasi sessanta anni di storia. In totale sono tre volumi articolati su vari tomi che permettono di seguire in modo organico questa tematica, propedeutica per ogni altro approfondimento dedicato alle vicende dell’Esercito Italiano sia in pace che in guerra.
NOTIZIE CESVAM
NEL MESE APPENA CONCLUSOSI, LUGLIO 2026, QUESTO BLOG CHE OSPITA QUADERNI ON LINE HA AVUTO UN TOTALE DI ACCESSI PARI A 57.653. DALLA SUA APERTUTA IL TOTALE DEGLI ACCESSI è STATO DI 504815.
ARCHIVIO
Progetto 2024/1
Gli Eccidi in Toscana
Il Campo di
Biala Podlaska
Nella
pubblicazione dedicata a renato Mariani, è riporta questa sceda di un campo di
internamento.
Per la cortese adesione del Giornale settimanale di
vita internazionale “Cosmopolita“ mi è dato di poter riprodurre un articolo soldati italiani deportati in Polonia
pubblicato nel n. 19 del 9 dicembre 1944 dello stesso Giornale, a firma Roberto
Ballarati. Casualmente, l’Autore si riferisce proprio al Campo di Biala
Podlaska che spezzò la vita di mio figlio e indubbiamente a Lui allude ove
parla che “un Sottotenente giovanissimo morì per una inspiegabile infezioni
biliare“.
Sulla linea
ferroviaria Varsavia-Minsk a cinquanta chilometri dal Bug e da Brest Litowsky,
e a meno di trecento dalla linea del fuoco, all’inizio dell’inverno sul 52º
parallelo.
Non più di
questo poteva suggerire al fortunato destinatario l’indirizzo timbrato: “stalag
366 - Zweiglager-Biala Podlaska“, sulle cartoline dell’Internierten-Post dalla
data lontana. Del testo, c’era poco da fidarsi per il suo ottimismo forzato
dalla censura; la firma forse garantiva che il caro lontano era ancora in vita.
Tre giorni era
durato il nostro viaggio dallo Stalag IX C di Torn al nuovo campo. Consueto
trattamento di carro bestiame piombato senza riscaldamento nè sportelli
laterali. Alle 15,30 e con un buio pesto ci accolse Biala Podlaska.
Il campo era
vicino. Il cammino fu rischiarato da un aereo-faro che rasentando le nostre
teste, ci venne incontro e non ci abbandonò fino all’arrivo; aveva un enorme
riflettore sulla fusoliera che ora in testa, ora in coda dalla colonna,
lanciava lame di luce accecanti. Tutti i riflettori del campo si diressero
sull’ingresso al nostro arrivo. Per cinque, passammo le teorie dei tre ordini
esterni di filo spinato. Ci fecero poi sostare sul viale d’accesso al campo
“vero“, dove dopo altri tre ordini di reticolati si indovinavano nell’ombra
tutte le baracche. Era un campo vuoto, in approntamento ancora.
Come a teatro si
accesero tutti i proiettori e il dramma-per alcuni la tragedia-incominciò. Il
prologo lo recito il comandante del campo. Mentre il nevischio cadeva, ci tenne
mezz’ora per dirci che eravamo “benvenuti nel campo“, che avessimo pazientato
perché tutto non era all’altezza per un campo di prigionieri… ad ogni modo era
stato tutto disinfettato e pulito d’ogni residuo dei prigionieri russi evacuati
da qualche giorno (tifo petecchiale in vista). Due avvertimenti: non bere
l’acqua perché inquinata (cadaveri non molto lontani) e non accendere fuochi di
nessun genere (aerei russi di passaggio). Poi da amorevole padrone di casa ci
dette un’utile informazione. A dieci passi dal triplice reticolato interno
cominciava la “zona proibita“: chi vi si fosse avventurato si sarebbe procurato
un rosario di pallottole dei mitra che giorno e notte, erano puntate dalle
vedette poste sugli osservatori, ad ogni angolo dei reticolati esterni.
Sempre per
cinque, ci dettero una copertina, una ciotola e una tazza di coccio, poi nel
buio instabile, infastiditi dai riflettori impazziti, raggiungemmo le baracche.
La Germania si
può dire il regno della baracca. Ma fino allora le avevamo soltanto viste.
Viverci e tutt’altra cosa. Una baracca: bassa, quasi un vagone ferroviario
privo dei carrelli e delle ruote, messo a contatto col suolo. Un ingresso con
tre scalini per ognuno dei due o tre vani di cui è composta; la porta è pesante
e da uno stanzino dove a sinistra a destra c’è un’altra porta: si entra poi nel
vano dove si vive in ventiquattro o anche più. Le baracche ospitano dai quarantotto
ai settantadue prigionieri. Grosse travi troneggiano a mezz’aria e danno
l’aspetto di un retroscena o d’un deposito; in fila, sfruttando anche il più
piccolo spazio, i “castelli“ di legno per dormire, a due posti uno sull’altro.
Dopo la prima
mezza giornata di prigionia, le porte di ingresso avevano il sistema di
“chiusura automatica“ con una cordicella e il mattone legato all’estremità per
contrappeso. Dentro, dei tappetini di carta intagliata coprivano i recipienti
che, da un minimo di tre a un massimo di dodici, erano il “completo da tavola“
formato con mezzi vari di fortuna. Un angolo era tappezzato con le foto d’un
bimbo in tutte le pose. Sopra il
“castello“ una mensola portava una ciotolina portacenere, uno stecco
forse nettaunghie, spatole e cucchiaini di legno di ogni misura, un
portaritratti sconnesso con una foto di una donna giovane. Chiudi dovunque per
appendere la borraccia, il cappotto, le scarpe umide da asciugare.
Se un tavolo
c’era, non c’erano posto per tutti; e se c’era posto, mancava qualcosa su cui
ci si potesse sedere. Molti perciò vivevano in alto, fuori dal contatto con la
terra: mangiavano appollaiati sul castello, si svestivano lassù e dormivano sul
posto; gli abiti pendenti ai lacci del soffitto, facevano da schermo alla poca
luce delle finestrine. L’ora tormentosa era quella del rancio: tormentosa oltre
che per la fame mai soddisfatta anche per lo spazio ristretto che aveva come
conseguenza e gli alterchi più violenti della giornata. Quel poco che si
ingoiava era amareggiato dall’urto del vicino o dalle pedate sulla testa
dell’uomo “dall’alto“ che mangiava sul castello con le gambe penzoloni.
La piccola stufa
era allora letteralmente sommersa dalle gavette, gamelle e pentoline che con
ganci ingegnosi la ricoprivano sino alla base; ma per tutti non c’era posto e i
litigi erano immancabili. Il sole quasi sempre assente dai primi di novembre,
alle dieci del mattino si esibiva, quando c’era, in una specie di tramonto
aranciato per poi scomparire nel nebbioso mezzogiorno. Dopo tre ore, la notte.
In campo la luce artificiale non c’era come non c’era l’acqua (si beveva dal
tiglio bollito a reazione). Il Major più volte si “scusò” dicendo che era un
campo inabitabile, forse si sarebbe provveduto.
Fuori dalla
baracca, nelle sere in cui il tempo era calmo, si poteva udir passare la
guerra, in terra e in aria. Eravamo a meno di trecento chilometri dal fronte
russo, vicino ad una linea ferroviaria di rifornimento delle più importanti.
Passavano lunghi convogli ferroviari con un’intensità spettacolo osa, della
durata di cinquantasei minuti ognuno. Dal vicino campo di aviazione, aerei
esamotori erano in continuo movimento, forse per portare o riportare dal
fronte, uomini e materiali. Quindi i
tedeschi mettendoci dietro sei ordini di filo spinato, avevano come al solito
“ottemperato“ alle norme della convenzione di Ginevra. Al minimo sentore di
allarme aereo nella zona, si affrettavano a spegnere i fari di segnalazione
regolamentari e ogni luce in campo, di modo che le baracche, alla luce dei
razzi illuminanti, sembravo accampamenti di truppa. E i “raids“ russi erano
continui.
Il 7 novembre
cadde la prima neve. Problematico era passare l’inverno nordico in quelle
condizioni di vita e di denutrizione. Quanti avrebbero superato la prova?
Nell’inverno 42-43 erano deceduti nel campo per tifo petecchiale e scorbuto
oltre quattromila prigionieri russi su di un totale di quindicimila circa.
Grazie a Dio, la
stagione fu mite: media 30° sotto zero e la salute generale fu relativamente
soddisfacente. I tedeschi dettero a chi non aveva nulla dei pastrani di belgi,
francesi e russi morti. Molti erano ancora macchiati di sangue. Ogni capo di
vestiario aveva il suo bucherello.
In baracca il
freddo imperava. Un secchio di fradicia poltiglia nero fangosa, detta carbone
doveva bastare (quando si riusciva ad accenderla) per farci sopravvivere. Il
secchio non bastava: era chiaro.
Il freddo
annebbiata la vista, annienta ogni volontà; cominciare una “sparire“ tavoli e tavole dalle baracche disabitate:
ogni giorno un vuoto totale si creata in quelle baracche in fondo al campo.
Fuochi, veramente di gioia, si accendevano con mille rischi: il calduccio, che
lieve e brive ridava la sensazione di vivere, ripagava l’azzardo.
Gli organismi
leggermente tarati, privi di cure, indeboliti degli anni o dagli stenti
cedettero insieme ai più forti. Un capitano degli alpini morì in sette giorni
di broncopolmonite, un sottotenente giovanissimo per un inspiegabile infezioni
biliare. La tubercolosi fulminante pizzicava qua e là le sue vittime. Medici
italiani si offrirono per lottare col male e col “sanitario“ tedesco che non
voleva dare nulla, nemmeno la carta velina al posto del cartone idrofilo.
Costui, vero “criminale di guerra“, aveva ordinato di togliere a tutti noi
qualsiasi medicinale. Così il diabetico aveva un po’ di scorta di insulina, il
malarico che aveva le perle del chinino, il sofferente di dispepsia con il
bicarbonato, e perfino il miope con i suoi occhiali furono spogliati.
La realtà era
che i medicinali arrivati in campo passavano al Lazzarett tedesco, o
riapparivano sotto forma di borsa nera in cambio di stivaloni e suole. I
medicinali richiesti non arrivarono mai ai medici italiani. Le cure ai malati
venivano o dal compagno “facoltoso“ o dall’aiuto divino. Un “numero“ moriva con
accanto i compagni di baracca che a turno gli avevano portato qualcosa di
buono; una bianca scatoletta, una pasticca di menta, un cioccolatino stantivo;
quella lieve ombra di affetto forse rendeva meno ghiaccia la morte. Poi la
veglia, le orazioni del cappellano e l’adunata generale sullo spiazzo: passava
una cassa fatta con assi di “baracca”, e con l’”Ausweis” del Major del campo
“buono per quattro compagni più il cappellano” si andava a due passi dal campo
al cimitero, già occupato da tanti russi. Fu il cappellano che ottenne per noi
italiani il privilegio di una croce sul tumulo-ai russi “non concesso” e ci
disse il Major-come a chi si dà un premio. I compagni poi facevano il suo
pacco, riunivano le sue foto su cui non fissavano lo sguardo per non cedere, e
tutto veniva affidato alla Feldpost -se la sua casa era nella mezza Italia
martoriata dei tedeschi. Se no a, rimaneva lì.
I cappellani,
con la loro opera suadente e diplomatica, ottennero che ci fosse concessa una
“baracca convegno“. Da quel giorno essa fu per noi la Chiesa, l’auditorium, il
teatro, la piazza principale, il ritrovo di moda dalla vita elegante: fu
insomma il luogo da cui si usciva ristorati almeno nello spirito. La domenica
in esse venivano celebrate ogni ora, ma la Messa solenne era alle ore dieci. Il
Major tentò di forzare il sacerdote a introdurre nell’esercizio del suo
ministero una parte politica, per provocare quell’orientamento,
quell’avvicinamento a “loro“ che non avvenne mai.
Un vecchio
sottotenente attraversare il campo ogni sera con la sua lanterna. Andava alla
“baracca“ per le prove dove attendevano infreddoliti e tremanti una dozzina di
“cantori“. Posava le sue carte ingiallite accanto alla lanterna fumosa,
toglieva da sotto i cenci una asticella e si iniziava allora il colloquio delle
anime canore con le melodie celesti. Alla Messa delle dieci, il vecchio aveva
il suo angolo riservato ed era attorniato dai suoi discepoli, l’organo c’era,
era la fisarmonica salvata ai tedeschi tenuta orizzontalmente da due serventi.
Il pomeriggio domenicale era dedicato ai cori celebri. Il Nabucco, i Lombardi,
la Forza del Destino.
La fame aveva
come alleati i secchi della cucina e come nemico il mercato nero. I “pasti”
erano due: alle 13, brodaglia di cavoli aciduli o di carote gialle sporche di
terra in un secchio, nell’altro patate lesse (tre piccole e razioni). Alle
diciassette nel secchio c’era fanghiglia di bucce di patate con un quadruccio
di margarina persona. Il “dito“ di pane era sempre più bagnato e il pioppo di
ghiande tradiva l’origine legnosa.
Perciò il mercato nero si infiltrava in ogni parte. È da premettere che per il
comando non esisteva moneta in campo, dato che era acceso una specie di conto
corrente dove veniva accreditata la paga di 72-81-96-108-120-150 marchi mensili
rispettivamente da sottotenente al colonnello; qualunque moneta trovata in
baracca veniva sequestrata. Molti morivano di fame pur essendo quasi ricchi
sulla carta. Inutile dire che nessuno ebbe mai liquidato il conto. Ma il denaro
che correva c’era, nascosto nelle scarpe o nella fodera della giubba e serviva
per far salire i prezzi ogni volta che tentava l’uscita, spinto dalla fame del
suo possessore. Enorme la domanda, esigua l’offerta. Mercanti erano i soldati
di cucina. Essi non erano favoriti oltre che dal luogo di lavoro, anche dal
fatto che uscivano per scaricar patate alla stazione, e allora lungo il
tragitto avevo modo di arrangiarsi, ricevendo anche doni dai contadini locali.
Un uovo fu venduto a 900 lire; della pasta a 2200, una sigaretta 30 lire e una
patata cruda per 60. Poi questi magnati del mercato si dettero la voce di non
vendere più ma solo barattare. A lungo andare, dopo scambi di camice per due
pani, stivali per cinque pani e un po’ di fagioli, berretti per un pane, si
videro gli ufficiali laceri e malandati, mentre i cucinieri mi salutavano con
uno scatto perfetto degli stivaloni lucidi; la camicia pulita, il volto
paffuto, il capo coperto da un elegante berretto rigido.
Nottetempo, come
dei lupi, la fame faceva uscire i sette od otto procacciatori d’affari dalle
loro baracche. Sapevano che al posto IV c’era Leopold l’ucraino. Li seguiva il
collega che sapeva il tedesco; al posto IV un fischio. La sentinella
infagottata e coperta fino alla punta del naso, si voltava. Quando il proiettile
si allontanava, i colloqui in tedesco aveva inizio e si incrociavano le
domande: cibo da un lato; vestiario dall’altro. Gran richiesta dall’esterno per
penne stilografiche stivaloni. Una sera una sentinella disse in tedesco che
eseguiva l’ordine di un ufficiale chiedendo suole in cambio di due pani. I pani
arrivarono dal cielo, lanciati dal poderoso ucraino al di sopra dei fili
spinati.
Ma a chi non
aveva il sufficiente per coprirsi, non restava altro che sentire la fame,
assaporarla bene, e trovare in essa l’assillo nelle ore serali quando il
vegliare era un tormento uguale al sonno senza pace. Si andava col pensiero a
qualche cosa, a qualcuno che potesse sollevare la pena dello stomaco con un
aiuto. E la Croce Rossa?
Il 7 dicembre un
comunicato affisso alla baracca-convegno diceva testualmente: “nessuno può
scrivere né rivolgersi con qualsiasi mezzo e per qualunque ragione al Comitato
della Croce Rossa Internazionale a Ginevra, al Vaticano, nell’Ambasciata
d’Italia a Berlino, dato che questo comando - considerando i “soldati del duce“
come ospiti graditi da restituire gradualmente alla madrepatria-gli assiste
direttamente per quanto è in suo potere“. Firmato: il la Major. Per questo la
Croce Rossa brillò per la sua assenza nei 70 campi di prigionia della
Polonia?...
La posta era
un’altra piaga.
Vidi un
sottoufficiale tedesco cestinare nella posta in arrivo solo perché scritta sui
moduli commerciali o su carta da lettera affrancata con francobolli recanti
l’effigie del re; se c’era la testa di Hitler, graziava per rispetto.
In campo si
leggeva, si aveva sete di carta stampata, ma purtroppo questa difettava.
Giravano dei libri, ma erano pochi. Si leggevano I due prigionieri di
Zilahy con la stessa voracità con cui si digerivano i minuti i caratteri d’un
trattato di ostetricia o le aride novelle svedesi di Lagerkvist. E i tedeschi
sapevano dell’esistenza di questa malattia di prigionieri, e dopo averla fatta
sviluppare fecero venire un sottile narcotico, un veleno che avrebbe prima o
poi senza fallo intossicato tutti, sotto forma di un ignobile foglio stampato
settimanalmente, e distribuito con larghezza in tutti i campi dei deportati.
Aveva una testata attraente e un dolce titolo: “la Voce della Patria“. Carità
di essa vuole che se ne taccia.
Il Mese di luglio si conclude sulla scia lunga del successo del Convegno dedicato al Passaggio del Fronte tenutosi ad Osimo il 18 luglio scorso. Il CESVAM ha concentrato tutte le sue energie su questo avvenimento, nel quadro della realizzazione del progetto 2025/2.
Lo spirito che è emerso fa si che, in questo periodo in cui si chiudono tutte le attività per le giuste vacanze, si prende in considerazione la linea da seguire per la seconda parte dell'anno. Una linea incentrata sulla realizzazione dei progetti, ovvero portare a termine quelli in corso, e alimentare ancor più quelli in fase di esecuzione. Tralasciare le attività che non siano di ricerca e di editing, concentrarsi sulla finalizzazione dei progetti stessi, realizzare quanto più possibile gli obiettivi indicati in termini di pubblicazione.
SE la concentrazione degli sforzi produce quello che si spera, allora è necessario mettere in piedi un segmento che curi in sommo grado la divulgazione, la diffusione, saltando a più pari tutta la filiera delle federazioni in quanto ormai è esperienza consolidata che queste non sono in grado di recepire i fondamenti operativi del CESVAM, e rivolgersi ad altri settori e ad essere presenti nella società civile
Creare questa entità sarà uno degli obiettivi fondamentali da realizzare alla ripresa delle attività a settembre. Intanto per il mese di agosto, nel bellissimo clima che lega le componenti del CESVAM sviluppare a ritmo sostenuto la realizzazione dei progetti, a cominciare da quelli approvati anche per il 2026, mentre la progettazione per quelli del 2027, ormai completata, deve essere calibrata sulle esigenze che verranno poste come tradizione.
Un agosto di vacanza, ma di sostanziale effervescenza realizzativa che rappresenta una continuità del nostro motto, esplicato dalla lettera di Niccolò Machiaveli a Francesco Settori ", "senza lo ritener...."
Massimo Coltrinari, direttore del CESVAM
QUADERNI ON LINE
Anno LXXXVII, Supplemento on line, VII, 2026, n. 124
LUGLIO 2026
NOTIZIE CESVAM
Nota per il Presidente Nazionale.
CENTRO STUDI SUL VALOR MILITARE
CESVAM
Il Centro Studi sul Valor Militare (CESVAM), che opera in seno all’Istituto dal 2014 e conta oltre un centinaio di collaboratori, ha proseguito la sua attività di ricerca studi ed editoriale sulla base dei progetti indicati dal Ministero della Difesa. Edito, in base al progetto 2022/2 dedicato alla Divulgazione, il Catalogo dei Libri a Stampa, in cui sono riportate in forma didascalica le -- pubblicazioni edite dal 2014 al 2025 dall’Istituto del Nastro Azzurro tramite il CESVAM. È stato distribuito ad oltre un centinaio di scuole, insieme al Manifesto (16 quadri che spiegano che cosa è èestato e sarà l’Istituto del Nastro Azzurro) ai predisposti sei segnalibri in cui sono riportate le copertine e note esplicative degli ultimi volumi editi, soprattutto quelli dedicati agli Ordinamenti dell’Esercito Italiano durante la II Guerra Mondiale (7 Volumi), al Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione (8 Volumi) e a quelli della Serie Università (3 Volumi) e agli Ordinamenti dell’Esercito Italiano (1919 -1939: due volumi), 1940-1946: quattro volumi) e ultime edizioni dedicate alla Guerra in A.O.I e alla epopea di Monte Marrone. Per il mese di Gennaio 2026 è prevista la edizione di due Volumi “La Fabbrica che costruisce la Storia. Analisi della produzione industriale italiana fra Ottocento e Novecento” , a premessa del volume dedicato alla azione di difesa degli impianti industriali nel nord Italia nell’Aprile-Maggio 1945. (info per una vione completa delle pubblicazioni: www.storiainlaboratorio.blogspot.com)
Procede come da pianificazione la Creazione dell’Albo d’Oro dei Decorati Italiani e Stranieri dal 1792 ad oggi. Alla data del 31 dicembre 2026 sono stati inseriti oltre 6.000 Decorati, tra individuali e collettivi. Lo Stato di avanzament è nella edizione del Bollettino “INFOCESVAM” ANNESSO con indicate le situazioni mese per mese “L’ANNESSO” è pubblicato su “www.associazionismomilitare.blogspot.com” e sul sito dell’Istituto.
Sono attivi ancora i Master di 1° livello in collaborazione con l’Università degli Studi “N Cusano” Telematica Roma:
Storia Militare Contemporanea dal 1796-1960 ad oggi, VIII Edizione AA. AA 26/27 ( 16 Iscritti in questo anno)
Politica Militare Comparata. Obiettivi Piani e mezzi, VI Edizione, AA. AA 26/27 (14 Iscritti in questo anno)
Terrorismo e antiterrorismo internazionale, IìV Edizione, AA, AA 26/27 (132 Iscritti in questo anno)
Inoltre è attivo il Corso di Approfodimento e Specializzazione in Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale AA. AA 26/27 (Riservato ai Diplomati) (6 Iscritti in questo anno
A sostegno di tale offerta didattica, continua ad essere edita la Rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”, Trimestrale, a Stampa, BN 128 pagine (euro 8) giunta al suo 38° Numero (dal 2015)
Il Centro Studi sul Valore Militare – CESVAM pubblica, trimestralmente, il suo Bollettino (INFOCESVAM) e, mensile, come già l’Annesso (INFOCESVAM –ANNESSO) dedicato principalmente al Progetto albo d’oro che sono pubblicati sull’edizione QUADERNI ON LINE (www.valoremilitare.blogspot.com) e sulla Piattaforma Informatica (www.cesvam.org) INFOCESVaAM è pubblicato sulle pagine di apertura del “Il Nastro Azzurro” periodico nazionale dell’Istituto oltre che sulle filiere informatiche del CESVAM
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Progetto 2024. I Eccidi in Toscana
L'OBBROBRIO DELLA
DEPORTAZIONE E LA SUA FINE.
La sera del 6
ottobre Egli tornò a casa all'ora solita. Mentre stava cenando, ebbe però una
chiamata telefonica. Era un suo collega di caserma, il quale lo avvertiva che,
per ordine del Maggiore, l'indomani mattina doveva trovarsi in sede alle ore
cinque. In quel momento, già ora di coprifuoco, pioveva abbondantemente, come
sa piovere a Roma di ottobre quando ci si mette. Intesi che Egli opponeva
difficoltà per l'ora troppo mattutina, per l'assenza del tram e anche per la
pioggia, che probabilmente non sarebbe cessata. Si lasciò col collega,
pregandolo che almeno lo mandassero a prendere a mezzo di un camion. Tuttavia,
prima di coricarsi Egli caricò la sveglia e alle quattro e mezzo del mattino
già si stava vestendo. Venne a salutarmi e poco dopo, nonostante la pioggia,
era al portone. Sento ancora nel silenzio della notte il colpo di chiusura del
medesimo. Egli uscì indossando la divisa nera con stivaloni e l'impermeabile di
prescrizione. Poco dopo che se ne andò, sentii passare un primo tram. Mi
augurai che potesse prenderlo, perché gli fossero evitati 4-5 chilometri di
cammino sotto la pioggia.
Ho motivo di credere
che, appena giunto in caserma, Egli si sia reso conto dell'ignobile agguato che
gli era stato teso, tanto che a testimonianza di un compagno ora tornato dalla
prigionia - si accingeva ad abbandonare la caserma. Malauguratamente venne
fatto raggiungere e gli fu imposto di trattenersi. Più tardi il Maggiore e il
Colonnello pretesero da ciascuno la parola di non tentare la fuga, asserendo
che, in caso contrario, grave responsabilità sarebbe ricaduta su sé stessi. In
sostanza anche Egli era caduto in mano ai tedeschi, alla cui cattura era
riuscito a scappare soggiacendo all'odissea del settembre.
Tuttavia, forse con
un filo di speranza nel cuore che potesse trattarsi di un momentaneo fermo per
semplici chiarificazioni, prima delle 7 Egli mi telefonò dalla caserma,
rassicurandomi che non c'era nulla di nuovo.
Io andai al lavoro
come al solito, ma, verso le 10, una brava Signora mi chiamò al telefono,
pregandomi di passare da lei per una urgente comunicazione. Vi corsi sull’istante
e fui informato che in un'altra caserma, a lei vicina, stava perpetrandosi la
cattura di tutti i Carabinieri. Mi precipitai allora al a caserma Podgora, che
non sapevo neanche ove fosse di preciso, ma appena giunto in quei paraggi mi
apparve subito che anche lì il fatto fosse compiuto. Gruppi di paracadutisti
tedeschi nell'odiosa divisa e in pieno assetto di guerra erano a tutti gli
angoli del vecchio Trastevere a compiere la grande eroica impresa della cattura
dei Carabinieri Reali d'Italia, consegnati inermi da mani italiane.
Con la guida di
qualche popolano, riuscii a portarmi fino al cancello della caserma e vidi che
Renato passeggiava con altri compagni nell'ampio cortile per asciugarsi della
pioggia presa al mattino ad uno scialbo raggio di sole. Nel suo sconfortato
saluto, vidi tutto il suo profondo avvilimento ed ebbi la netta percezione di
quanto sarebbe capitato al nostro disgraziato paese.
Da persona che in
quel momento usciva, Egli mi fece sapere che sperava di poter venire a casa
prima di sera, almeno per cambiarsi e per rifornirsi. Io tornai a riaffacciarmi
nelle vicinanze della caserma durante il pomeriggio, ma tutte le vie di accesso
erano sbarrate e presidiate dai tedeschi armati fino ai denti e non mi fu
possibile vederlo. Passò la sera, sopraggiunse la notte ed Egli non venne.
L'8 mattina corsi di
nuovo a Ponte Sisto che trovai, però, sguarnito dalla soldataglia. Fui riconosciuto
da un vecchietto trasteverino, che doveva aver notato il giorno innanzi il mio
affanno paterno, e con gli occhi umidi di lacrime mi disse che, durante le ore
della notte e nelle prime ore del mattino, erano stati portati via tutti. «Poveri
figli nostri, aggiunse, li abbiamo salutati noi del rione per le proprie
famiglie e abbiamo loro battute le mani».
Credevo che Renato
fosse già partito. Nelle prime ore pomeridiane mi raggiunse, invece, in casa
questa secca telefonata (chi parlava non volle dire chi fosse):» Il S. Tenente
Mariani parte tra poco dalla stazione Ostiense. Potete portargli un necessaire da viaggio e qualche cosa per
mangiare stasera». Ci precipitammo la domestica ed io alla lontana stazione. Aldo, dovè, per prudenza, rinunziarvi, dato
che i giovani venivano allora braccati. Là trovammo lo zio Innocenzo, che vi
era accorso anch'egli nella speranza di salutarlo.
I pressi della
stazione erano pieni di animazione, perché, oltre i familiari chiamati a
salutare i partenti, vi affluivano in quel momento grossi reparti dei bravi
Ufficiali delle Divisioni Piave, Ariete e Montebello, i quali, avendo
combattuto contro i tedeschi, da vari giorni erano stati isolati in campi di
concentramento ad Ostia e che sarebbero partiti con lo stesso treno. Nel volto
di quei giovani, consci del loro destino, non c'erano che odio e fierezza.
L'ingresso alla
stazione era vietato: alle urla selvaggie dei tedeschi faceva però degno
riscontro il comportamento zelantissimo degli azzimati militi della Polizia
Africa Italiana (P. A. I.). In un primo momento sembrò che si dovesse
consegnare soltanto i pacchi, che furono anzi bruscamente ritirati, senza che i
familiari potessero essere ammessi a vedere i loro cari. Venne poi dato,
invece, l'ordine di accesso alla pensilina della stazione, dalla quale, a
distanza di una cinquantina di metri, si poteva vedere nel più lontano binario
il treno formato per la partenza. I finestrini del convoglio erano affollati
dai deportandi, ma io riuscii ad individuare mio figlio e ci salutammo alla
voce. Lo invitai con i gesti a scendere sul marciapiede ed Egli scese, seguito
subito da altri compagni. In quel momento, però, fu dato il consenso di
avvicinarsi al treno per un breve saluto. Potemmo così abbracciarci e scambiare
in fretta qualche parola. Egli partiva con quel che indossava, ma mi disse di
avere in tasca abbastanza denaro e di essersi procurato qualche maglia e un po'
di biancheria. Dove avrebbero avviati tanti giovani Ufficiali? I pareri erano
discordi. Chi parlava vagamente dell'alta Italia, chi di Bolzano, Egli accennò a
Tarvisio. Ritenevano tutti di dover essere soltanto interrogati: per lui, che
si trovava a Roma solo da pochi giorni, l'affare avrebbe potuto essere ancora
più semplice.
Se questa poteva
essere la nostra coscienza, quale logica risultante del nostro pensiero, ma
anche ora non so se lo fosse, il presentimento dell'animo e la voce del cuore
erano però ben altri. Sentivamo tutti che un gran fatto stava per compiersi.
Egli si sforzava a vincere la sua interna emozione ed io bramavo quasi che il
treno affrettasse la partenza per non fargli apparire la mia. Notai che il
lungo convoglio era tutto formato di vetture di seconda classe, a carico
completo, con otto Ufficiali per ogni scompartimento. Presi il nome di qualche
suo compagno di vettura che per essere di famiglia romana poteva riuscirmi di
utile collegamento. Quindi, con gli ultimi saluti e l'abbraccio più affettuoso,
rivolsi a Renato una speciale raccomandazione che in altri distacchi mai mi ero
sognato di fargli, quella di riportare a casa la pelle.
Poi ce ne andammo,
prima che il treno si muovesse, tanto la scena era dolorosa per tutti. L'ultima
nostra occhiata fu di quelle che non si dimenticano.
Quale sarebbe stato
da allora il suo destino? Egli aveva come sempre una sola preoccupazione, quella
di non farci stare in pena per lui. Già, da Firenze, il 9 scriveva: «Caro
babbo, il viaggio va ottimamente. Stai tranquillo per me che tutto andrà bene.
Cari saluti a tutti». Sulla cartolina, di mano non sua, c'era però già la
scritta a lapis «Prigioniero di guerra» e il timbro postale della Croce Rossa
Italiana, Ufficio notizie prigionieri di guerra.
Lo stesso giorno 9,
da Ferrara, Egli mandava quest'altra cartolina: «Cari saluti, morale
altissimo». E il 10 da Tarvisio, faceva impostare da una compiacente Signora,
che aggiunse anche il proprio indirizzo, questa cartolina: «Continuiamo il
nostro viaggio. Io sto benissimo. Non scrivere nulla di me a Maria e ad Anna».
Quanta finezza d'animo nel voler risparmiare un immediato dolore alle sorelle!
Da allora, un cupo
periodo di silenzio passò per noi fino al 28 novembre, allorché ricevemmo da
Biala Podlaska (Distretto di Lublino in Polonia) una cartolina a stampa con la
sua semplice firma, dalla quale risultava che era internato in quel Campo N.
366.
Altre notizie non
giunsero più tardi che il 7 e il 13 dicembre. Con la prima cartolina, portante
la data del 13 novembre, egli scriveva: «Babbo carissimo non darti pensiero di
me. In salute sto benissimo, il morale è alto e non ho bisogno di alcuna cosa. Attendo
notizie di tutti voi e particolarmente di Aldo. Stai pure tranquillo, presto ci
rivedremo, la cara Mamma mi aiuterà a passare questo difficile periodo. Ti
bacio con affetto». Come era prudente, accorto, misurato, sapendo che ogni
parola avrebbe formato oggetto di spietata censura.
Con la seconda ed
ultima cartolina del 25 novembre, illudendosi di poter avere pacchi; scriveva
infine: «Caro babbo, le mie condizioni di salute sempre ottime. Fino al 15
dicembre puoi inviare liberamente pacchi da 5 chilogrammi che potrai farmi
spedire anche da amici. Oltre tale data, dovrai servirti di tagliandi che ti
farò pervenire. Preferisco roba da mangiare, ma stai tranquillo che non mi
manca nulla. Scrivimi molto spesso, non ho ancora vostre notizie, puoi usare
anche carta comune. Ti bacio con tanto affetto».
Quale contrasto tra
l'affannosa richiesta di pacchi e quel preferisco roba da mangiare con
l'assicurazione che non gli mancava nulla. Inutile dire che, appena ricevuto il
suo indirizzo e assai spesso in seguito, noi gli scrivemmo e gli demmo
incoraggianti notizie. Vincendo non poche difficoltà, si riuscì anche a
spedirgli un pacco, proprio il 15 dicembre. Un pensiero assillante ci era
sempre compagno in ogni ora della nostra vita, quello del freddo della Polonia
e dei disagi, forse della fame del campo di concentramento. Venne il Natale, si
iniziò l'anno nuovo e le sue notizie non giungevano ancora. Secondo il suo
desiderio, con le sorelle lontane avevo fino allora mantenuto il segreto della
sua prigionia.
Soltanto il I 6
gennaio tornò indietro, respinta dal campo al mittente, una mia lettera alla
quale era stata aggiunta una annotazione a lapis: «Deceduto 28. 12 ». Questa
lettera capitò in mano ad Aldo, il quale ebbe cura di tenermela gelosamente
nascosta. Ma si può comprendere come questi abbia vissuto da allora, tutto
chiuso in sè stesso, ore tremende. L'unica sua speranza era riposta nel fatto
che la notizia non era ufficiale. Tuttavia, con l'aiuto di amici, riuscì a far
telegrafare al Campo per tre diverse vie.
Le risposte giunsero
tutte insieme i primi giorni di febbraio e confermarono purtroppo la tragica
realtà.
Ormai questa era a
conoscenza di molti. Soltanto io continuavo a lambiccarmi il cervello,
chiedendomi perché dal 13 dicembre non avevo avuto notizie, tanto più che altri
compagni romani avevano successivamente scritto alle proprie famiglie. Mi
sforzavo a giustificare il ritardo, ed era questa tutta la mia speranza,
attribuendolo al fatto di uno spostamento di Campo, oppure di uno smarrimento
postale. Nelle nostre veglie serali, avevo però notato due volte che, mentre mi
accingevo a scrivere a Renato, Aldo me ne aveva sconsigliato, come cosa che
avrei potuto rinviare al domani. Al che, naturalmente, non mi ero piegato. Anche
un'altra sera, mi ero accorto che, al momento di andare al letto, Aldo aveva
gli occhi arrossati dal pianto. Mi balenò alla mente qualche sospetto e gliene
chiesi ragione; ma egli mi rispose che era molto raffreddato. Alle sorelle,
alle quali in gennaio avevo dovuto alfine far sapere la verità, scrivevo spesso
di Lui, nella speranza di poter loro comunicare un prossimo suo ritorno.
Ma la triste
irreparabile notizia venne ed io la appresi -
strana coincidenza con l'analoga data da lui notata ad Arsia - proprio nel giorno del mio compleanno, il 4
febbraio. Avevo da poco terminato di desinare, senza che Aldo, più serio che
mai, mi avesse rivolto un augurio, allorché sopraggiunse lo zio Innocenzo. La
sua visita ad ora insolita e le prime battute del suo discorso bastarono a
farmi capire tutto. Presi la mazzata con sufficiente rassegnazione, pur
sentendo che tutto il mondo mi crollava addosso. Si dice che un padre non
dovrebbe mai perdere un figlio. Che dire allora per una perdita che avviene a
25 anni e per giunta tra gli stenti del freddo e della fame?
Ringrazio ancora la
Provvidenza di avermi fatto apprendere la fatale notizia in un particolare
momento, quando i doveri del mio ufficio non ammettevano - per chiunque avesse
coscienza - defezioni o possibili soste dal lavoro. Dal 14 dicembre, mentre
Egli cadeva infermo, ero costretto infatti ad assumere la direzione dei Servizi
dell'Alimentazione di Roma e delle 16 provincie ad essa circostanti; e
l'approvvigionamento della Capitale, con i suoi due milioni di abitanti e i
suoi cento mila bimbi affamati, costituiva per me l’incubo più tremendo. Così che, dopo 24 ore di meditazione sulla
Sua fine immeritata, fu per me giocoforza tornare al mio tavolo e rimettermi al
lavoro, che è il migliore lavacro e il più fido compagno del dolore.
Intanto, mentre la
conferma della sua morte giungeva a Roma, a Milano perveniva la pietosa
comunicazione del Cappellano del Campo di concentramento. Questa era data al
cognato Scarponi con lettera del 31 dicembre e faceva risalire il decesso a
setticemia causata dalla disfunzione del fegato. La lettera continuava: «il
buon Renato, da me assistito nel decorso di sua malattia manifestatasi l'11
corrente, si è spento serenamente alle 6,30 del 28 dicembre 1943 col pensiero
rivolto al babbo e a tutti i suoi cari. Rassegnato e forte ha aspettato senza
timore la chiamata di Dio. Egli fu sepolto con solenni onori militari e
accompagnato da fedeli amici nel Cimitero militare del Campo, e tutto è stato
disposto perché, se un giorno lo si volesse, le Sue ossa possano essere
recuperate».
Si può immaginare
come tale lettera, che a primo acchito fu ritenuta proveniente da Lui, venne
letta da Maria e da Pippo, i quali la ricevettero insieme. E quale angoscia
essa determinò poi a Bordighera, ove Anna apprese la Sua morte appena una
settimana dopo di aver saputo della sua prigionia.
È toccato attendere
il ritorno di qualche suo compagno e del Cappellano per avere il conforto di
qualche ulteriore ragguaglio. Non è una novità che ogni guerra, oltre la strage
dei morti e dei feriti, rende assai penosa la sorte dei prigionieri catturati
sul campo di battaglia. Ma la sorte degli internati di guerra in Germania costituisce
e dovrà costituire una pagina di dolore e di vergogna per il nostro Paese, tanto
più che non si tratta di un ristretto numero di vittime, di poche centinaia o
migliaia di uomini, ma di circa un milione. Orbene, nulla si è fatto per
impedire la cattura di questi sventurati, che a Roma almeno furono rastrellati
col zelante concorso di altri Corpi di Polizia italiani, e nulla si è fatto per
assisterli o per mitigarne le sofferenze. Anche l'invio della corrispondenza e
dei pacchi ha avuto luogo in modo deplorevole. Venivano spesso annunziate sui
giornali e alla radio, da parte del comando tedesco o dell'allora Governo,
istruzioni in apparenza benevoli, ma che gli uffici della Croce Rossa, chiamati
ad applicarle, recisamente smentivano. Un'altro episodio potrebbe bastare.
L'unico modulo a stampa di richiesta di un pacco, evidentemente redatto prima
del dicembre, perché munito della sua firma, è pervenuto il 19 aprile, quattro mesi
dopo la Sua morte. Meno ancora efficace è stato l'interessamento delle nostre
autorità militari e del Ministero della Guerra durante il risuscitato Governo
fascista, verso questi compagni di sventura. Personalmente, io mi rivolsi in
novembre, all’ora Comando dell'Arma dei Carabinieri di Roma per avere qualche
notizia sulla sorte di mio figlio. Ebbi l'onore di parlare con un Generale, dal
quale non partivano che invettive contro coloro che non avevano aderito o che
ancora non aderivano al nuovo regime. Non mi restò che voltargli le spalle, né
ci tornai più. Eppure, anche oggi, a un anno dalla Sua morte, non si è avuta
ancora una notizia ufficiale che lo riguardi, non si è avuta la restituzione di
un suo ricordo personale, nulla.
Solo i suoi
compagni, i suoi cari compagni di prigionia, oggi miei figli anch'essi pur se
ne taccio i nomi, mi hanno portato l'eco fedele delle pene condivise da tutti,
l'eco lontana dei desideri e dei rimpianti comuni, una vera parola sulla Sua
fine.
Guardo ora negli occhi
la cara Sua immagine, che mi sta quì da canto e che sembra avermi fino ad ora
tenuto la penna, per essere anche più sobrio e sereno in queste ultime parole.
So finalmente come ebbe luogo l'infame cattura, avvenuta con la complicità di
superiori diretti e per tassativa disposizione del nuovo Comandante dell'Arma.
Fu detto agli interessati che, per subire un interrogatorio, sarebbero stati
condotti in alta Italia e che, chiarita la personale situazione di ciascuno,
sarebbero tornati al loro normale servizio. Ma, dopo Ferrara e Padova, non vi
fu più dubbio che la loro sorte era quella della deportazione.
Taluni provvidero a
scappare mentre erano ancora in territorio italiano, in essi compreso qualche
comandante della caserma Podgora che maggiormente aveva fatto pressione sugli
altri per una fedele obbedienza. Renato non scappò e ne intuisco le ragioni.
Egli aveva ancora sul gobbo la penosa odissea di venti giorni prima e, come ho
ricordato, io gli avevo raccomandato, in partenza, di riportare a casa la
pelle. Quanti invece la perdettero nel tentativo di evasione, a seguito della
sparatoria che le sentinelle tedesche facevano dal treno nei propizi
rallentamenti, fraternamente escogitati dai nostri bravi ferrovieri. Si dice
che venissero recuperate le giacche insanguinate dei colpiti, perché dai
documenti in esse contenuti potesse compiersi il riconoscimento del caduti.
Ma questo accadeva ancora
in Italia. Dopo Tarvisio, la scena cambiò aspetto. Dai vagoni di seconda classe
gli Ufficiali italiani, del paese «alleato» vennero passati e chiusi per due
giorni in carri bestiame. L'affollamento era tale che essi dovevano alternarsi
per potere qualche volta stendersi un poco. E così attraversarono l'Austria e
la Germania per essere condotti fino a Meppen, sul confine olandese. Ma appena
dieci giorni dopo l'arrivo colà, un altro penoso, più lungo viaggio si
profilava verso l’Europa orientale, verso la Polonia.
L'arrivo a destino, al campo di Biala Podlaska, nel distretto
di Lublino, avvenne in una data già fatidica per il nostro paese, il 28
ottobre. Il campo di Biala era stato adibito fino allora ai prigionieri russi,
ma, su ricorso della Croce Rossa Internazionale, venne riconosciuto inospitale
per la completa mancanza di acqua potabile e di servizi igienici. Quello che
non era utilizzabile per i prigionieri di guerra poteva, però, ottimamente «passare»
per i deportati della nazione alleata. E lì, in pieno inverno, suddivisi in
tante baracche, cominciò la dolorosa via
crucis di tanti cari giovani, fatta non solo di privazioni alimentari, ma
di sofferenze morali, di umiliazioni patite, di mancanza assoluta di
corrispondenza da parte delle proprie famiglie.
Era così, con questi sistemi, che si voleva strappare una adesione
al nuovo regime. Soltanto con la rinunzia al giuramento prestato e violentando
la propria coscienza si sarebbe potuto aspirare a un migliore trattamento
alimentare e al desiderato ritorno in patria.
Quali interni affanni,
quali intime lotte per la sua indomita fierezza!
Unico refrigerio
nelle brevi, ma interminabili giornate, deve essere stato per Lui il pensiero
della famiglia. Dicono i suoi più cari compagni che Egli parlava spesso delle
sorelle, come se le avessero anch'essi conosciute, del fratello, dei nipotini,
di me; che progettava viaggi in loro compagnia per recarsi insieme ad Osimo e a
Bordighera: che non poteva rassegnarsi alla mancanza di nostre notizie. Poi
venne la malattia. Non soltanto Renato venne colpito da una forma ittero
catarrale, nè i primi giorni essa suscitò serie preoccupazioni. Lo avevano
trasportato nell'infermeria del Campo ed era
curato da un medico
tedesco e da uno italiano. Chissà che Egli non abbia ancora scritto dopo il 25
novembre e che la lettera sia andata smarrita. Certo è che il giorno di Natale
parve star meglio, che si era alzato dal letto, che aveva riveduto alcuni compagni.
La sera, invece, ebbe luogo il peggioramento e ogni speranza di salvarlo fu
subito perduta. Anche nel delirio della febbre, Egli invocava le nostre
lettere, le nostre notizie e parlava di Osimo. . . forse come mèta ormai
irraggiungibile per la sua estrema dimora.
La morte lo colse il
28 dicembre, giorno dedicato ai SS. Innocenti e Martiri. E finalmente, il 30,
prima che Egli venisse sepolto, giunsero al Campo quelle nostre lettere da lui
tanto invocate.
Anch'io ho ora
ricevuto dalla pietà dei suoi compagni qualche ricordo: il suo sgualcito
berretto da ufficiale, il suo cinturone, i suoi speroni, un calzettone da lui
adattato a copri apo, forse per ripararsi dal freddo della notte, le bretelle,
una ciocca dei suoi bei capelli. Tutto qui della sua fiorente esistenza, dei
suoi 25 anni, delle speranze in Lui riposte. Le altre piccole cose da Lui
lasciate, e che sarebbero dovute venire per il tramite dell'Ufficio-notizie
dell'esercito tedesco, chissà se giungeranno mai più.
Nell'angoscioso
rimpianto per la Sua fine immatura, mi sono talvolta domandato se, come padre,
non avessi potuto fare qualche cosa di più per Lui, soprattutto negli ultimi
tempi, per evitargli la tremenda sorte che gli è toccata. Può essere una
ingenuità anche questa, ma preferisco aver lasciato agire l'inesorabile
destino. Attraverso il suo sacrificio, e a quale prezzo, abbiamo pagato anche
noi il doloroso tributo agli orrori della guerra.
Per quanto la dura
prova non sia purtroppo finita, un barlume di pace sta profilandosi
all'orizzonte.
Possa essa
realizzarsi al più presto, perché sia posta fine a tante sciagure e a tanti
lutti e perché gli innumerevoli assenti siano finalmente restituiti alle
proprie famiglie.
A coloro che come
Renato non tornarono, ai combattenti di qualunque arma che più non torneranno,
a tutte le vittime della guerra sanguinosa, salgano il ricordo più commosso e
la fede che - accolti in una vita che nulla può più troncare e avvilire - Essi saranno presso Iddio pietoso che con
le eterne misericordie li compensa da ogni mortale patimento, gli intercessori
più degni.
21 dicembre 1944·
Mario Mariani