APPROFONDIMENTI
Alessia Biasiolo
Centotrent’anni
fa, il primo marzo 1896, si concludeva disastrosamente per il Regno
d’Italia la battaglia di Adua, durante la guerra di Abissinia
condotta contro l’esercito etiope del negus Menelik II, nell’ambito
del tentativo di creare un impero coloniale nel Corno d’Africa.
Le
attenzioni sulla zona datavano dal 1882 con i possedimenti
dell’Eritrea e il protettorato, che poi divenne colonia, sulla
Somalia; nel frattempo l’Etiopia rimase indipendente nell’ambito
della spartizione dell’Africa.
Per
anni, tuttavia, tra momenti di silenzio e altri di maggiore
attenzione, si parlava dell’Etiopia e della necessaria sua
conquista, soprattutto con il governatore eritreo Jacopo Gasparini,
per lo sfruttamento di alcune zone fertili o ricche di materie prime.
Nel
dicembre 1925, un patto tra Italia e Gran Bretagna riconosceva gli
interessi italiani nella regione dell’alta Etiopia e la giusta
richiesta italiana di collegare i suoi possedimenti di Somalia ed
Eritrea con una ferrovia.
Dovettero
trascorrere altri anni perché le mire diventassero una più concreta
realtà, con l’impegno fascista di costituire un impero coloniale
vero e proprio.
Si
iniziò quindi, negli anni Trenta, a preparare l’opinione pubblica
con ragionamenti sull’inferiorità degli africani neri e la
caratteristica degli italiani di adattarsi ai climi africani, per
sostenere un colonialismo necessario politicamente. Inoltre, i
ragionamenti in chiave razzista erano comodi per tenere a bada i
concorrenti coloniali francesi e britannici che, invece, avevano
impostato una politica di promiscuità tra popolazione francese o
inglese e popoli delle colonie, malvista dall’Italia fascista per
la compromissione della razza ariana. Veniva quindi pubblicizzata la
superiorità della civiltà italiana, così autorizzata a condurre
una guerra di conquista.
I
discorsi altisonanti in chiave razziale, tuttavia, non furono seguiti
da un’effettiva preparazione militare, né in tema di costruzione
di aeroporti (dato che si pensava sarebbe stato utile condurre una
rapida guerra aerea) o di approntamento di adeguati equipaggiamenti,
né in chiave di collaborazione tra esercito e aeronautica militare
per il miglior risultato sul campo.
Pertanto
si conducevano discorsi che prospettavano una guerra, senza una vera
e propria preparazione sul campo: ad esempio, non si considerava la
scarsa rete stradale eritrea, etiopica o somala sulla quale fare
circolare le truppe, oppure la piccolezza del porto di Massaua.
Anche
il necessario accordo preventivo con Francia e Regno Unito non venne
adeguatamente calcolato, come importanza o come tempi diplomatici.
Sul
campo, i soggetti più critici o con mire più personali sul
territorio da conquistare, venivano sostituiti con personale più
apprezzato dal regime.
Il
punto di svolta si ebbe con un incidente avvenuto il 5 dicembre 1934,
quando il presidio italiano di Ual Ual respinse un attacco abissino
intenzionato a riprendersi i territori occupati dagli italiani
precedentemente.
La
propaganda fascista usò quel caso per portare avanti la propria
politica, anche citando la necessità di rivincita dello smacco di
Adua, e il 30 dicembre successivo, il Duce inviò alle autorità del
regime un promemoria in cui dettava le direttive per risolvere la
questione tra il Regno e l’Abissinia, di fatto avviando la
mobilitazione per una guerra rapida e moderna entro l’autunno del
1935.
Mussolini,
che si assumeva ogni responsabilità dell’imminente guerra, voleva
riprendere il prestigio internazionale creando un impero coloniale,
mantenendo il suo peso rispetto a Francia e Regno Unito, ma anche
rispetto all’avanzare del prestigio hitleriano.
In
gennaio, Mussolini firmò con il ministro degli Esteri francese
Pierre Laval gli accordi che permettevano all’Italia di rettificare
la frontiera tra la Libia e l’Africa Equatoriale Francese, fra
l’Eritrea e la costa francese della Somalia.
La
Francia si impegnava anche a non aprire nuovi interessi in Etiopia, a
parte la linea ferroviaria. L’Italia, di rimando, si impegnava ad
inviare nove divisioni se i possedimenti francesi fossero stati
minacciati dalla Germania. Era chiaro che la nuova guerra avrebbe
sconvolto gli equilibri esistenti, ma forse le intenzioni francesi
erano di avvicinare Italia e Francia, rispetto alla preponderanza
tedesca. Gli inglesi, invece, avrebbero voluto che Mussolini fosse
fermato, mentre anche l’opinione pubblica italiana dimostrava una
certa insofferenza verso una nuova guerra, compresi degli
ammutinamenti di reparti in partenza per l’Africa.
Si
passò quindi, sempre grazie alla propaganda, a rendere necessarie le
conquiste, per dare terra e materie prime agli italiani, sempre
pensando di vendicare Adua.
La
conferenza di Stresa della primavera 1935 vide Mussolini al centro
della diplomazia europea, con un ruolo di primaria importanza, ma gli
inglesi non si espressero sul conflitto imminente, mentre sembrava
che i francesi avessero dato il loro appoggio.
Mussolini
voleva la guerra per molti vari motivi e così ci si arrivò,
confermando il carattere imperialista del regime e il suo voler
creare un grande impero italiano.
Dovendo
essere una guerra fascista, la sua direzione veniva affidata a Emilio
De Bono, confidando nell’ampia adesione della Milizia al progetto.
La
preparazione fu rapida e la relazione del sottosegretario alla guerra
scriveva di 21mila ufficiali, 443mila sottufficiali e truppa, 97mila
civili, 82mila quadrupedi, 976mila tonnellate di materiali; 560mila
uomini della Regia Marina, tre milioni di tonnellate di armi e
materiali portati a destinazione.
Le
classi richiamate alle armi furono quelle dal 1911 al 1915, con sei
divisioni inviate in Eritrea in un anno. Altre sei furono le
divisioni dei volontari della Milizia, indispensabile per dare un
carattere fascista all’impresa. Una parte piccola l’ebbero anche
le truppe coloniali, dal momento che la preferenza era per le truppe
italiane.
De
Bono arrivò ad Asmara il 16 gennaio 1935 e aveva nove mesi di tempo
per organizzare l’offensiva.
Ritenne
indispensabile organizzare le attrezzature dei porti, migliorare le
strade, costruire una teleferica, altrimenti non si sapeva dove
sbarcare tutti i materiali e le truppe, così come farli arrivare a
destinazione. Furono anche create sei basi aeree, diciotto aeroporti
e molti campi di atterraggio, corredati dei servizi necessari.
Aspettandosi
un attacco, il negus Hailé Selassié iniziò il riarmo dalla fine
del 1934.
Fino
all’embargo della Società delle Nazioni, l’Etiopia importò
dall’Europa fucili, mitragliatrici e proiettili. La Francia, dalla
quale l’Etiopia si aspettava un aiuto, trattenne molti carichi di
armamenti senza motivazione, in realtà al seguito dell’accordo con
l’Italia. Fu invece la Germania a rifornire segretamente il Paese
di armi, in modo che l’Italia rimanesse impegnata a lungo in Africa
e di avere campo libero per l’annessione dell’Austria.
Anche
la posizione del Regno Unito fu ambigua, dato il delicato equilibrio
della zona. L’opinione pubblica internazionale era dalla parte
dell’Etiopia, ma non ci fu una vera e propria mobilitazione in suo
favore.
Il
terreno sul quale si sarebbe combattuto era difficile per varie
ragioni, non ultime le divisioni regionali, e quindi la guerra
imminente non si prospettava di semplice risoluzione.
Lo
scoppio si ebbe tra il 2 e il 3 ottobre 1935 senza formale
dichiarazione di guerra.
Il
generale De Bono ordinò l’avanzata verso la linea che avrebbe
condotto ad Adua, attraverso il corso di due corsi d’acqua asciutti
in quel periodo dell’anno. La penetrazione dell’Etiopia era
iniziata, protetta dall’aviazione.
Il
negus ordinò il ritiro delle proprie truppe per dimostrare
chiaramente l’aggressione, e quindi le truppe italiane non
incontrarono resistenza; peraltro gli etiopi avanzavano lentamente a
piedi per centinaia di chilometri, quindi l’attacco vero e proprio
avrebbe dovuto aspettare giorni. Mussolini non sentì ragioni e
ordinò l’avanzata verso Macallè, quando già sapeva che le decise
sanzioni della Società delle Nazioni non sarebbero state
determinanti per l’azione bellica (non venne chiuso il canale di
Suez, non vennero meno le forniture di petrolio, carbone e acciaio,
ad esempio) e non avrebbero comportato gravi perdite per il Regno.
La
possibilità di conciliazione in seno alla Società, entro il 18
novembre 1935, grazie alla mediazione di Francia e Regno Unito, di
fatto era solo una spartizione dell’Etiopia. Infatti, il piano
complessivo venne respinto sia dall’Italia che dall’Etiopia,
entrambe insoddisfatte delle decisioni territoriali.
Nel
frattempo, Mussolini approfittò delle sanzioni per dichiarare
l’Italia accerchiata e assediata, dove diventava necessaria
l’autarchia. Fu così che presero piede giornate come quella della
fede in cui venivano donate le fedi nuziali allo Stato, ad esempio, e
che vennero ridotti i consumi da importazione.
L’avanzata
su Macallè, capitale del Tigrè, organizzata da De Bono, trovò poca
resistenza, perché il 27 ottobre il negus aveva ordinato di
abbandonarla e di unirsi alle forze del ras Sejum.
Macallè
venne occupata l’8 novembre. De Bono era insoddisfatto, perché la
linea era stata molto allungata e, in effetti, erano sfuggiti alle
ricognizioni aeree i gruppetti di combattenti nemici comandati dai
ras.
All’ennesimo
ordine di avanzata arrivato da Mussolini, De Bono fu molto contrario,
dato che il fronte da presidiare era lunghissimo e molto c’era da
operare per le strade da sistemare.
Tre
giorni dopo venne sostituito da Pietro Badoglio che intese costruire
a Macallè una posizione fortificata, consolidando il fronte,
rafforzando i fianchi; fare arrivare le divisioni disponibili e
continuando rapidamente i lavori stradali e aeroportuali:
sostanzialmente la stessa posizione del suo predecessore. Tuttavia,
il prestigio di cui godeva il maresciallo Badoglio gli diede ampia
libertà di azione, allo stesso tempo rassicurando i militari che lo
stimavano. Egli vietò anche ai giornalisti di recarsi al fronte per
non rendere evidenti i problemi organizzativi italiani.
Il
nuovo ordine del Duce di marciare sull’Amba Alagi ottenne il
diniego di Badoglio, almeno fino all’anno seguente. In effetti a
dicembre ci fu la controffensiva etiope, preparata da movimenti
notturni per sfuggire ai mitragliamenti aerei. I combattenti si
scontrarono lungo tutto il fronte di duecento chilometri, con
attacchi non contro Macallè, rinforzata, ma nella più scoperta
regione di Tembien, a un centinaio di chilometri da Adua. I
combattimenti furono molti, fino a quando le truppe italiane si
diressero a Selaclacà, anche con l’uso dell’iprite (seppur
vietata dai trattati internazionali) su Tacazzè, senza che gli
etiopi si fermassero.
L’ampio
attacco portò Badoglio a chiedere altre due divisioni dall’Italia,
mentre gli italiani continuavano a subire attacchi nemici, malgrado
l’uso di gas che avvelenò l’acqua anche per i civili.
Anche
le truppe comandate dal generale Rodolfo Graziani, malgrado alcuni
successi, subirono gli attacchi etiopi, tanto da essere costrette
all’immobilizzazione, a parte la conquista di Neghelli, molto
pubblicizzata dalla propaganda fascista, ma di scarsa efficacia.
Dal
dicembre 1935, il negus, malgrado i successi etiopi, si rendeva conto
di non avere più rifornimenti e nemmeno soldi per proseguire
l’azione bellica, e di quello Mussolini era informato dallo
spionaggio.
Badoglio
era molto prudente e il Duce voleva che rompesse gli indugi, proprio
a seguito di quelle notizie.
L’attacco
a tenaglia, per mettere in sicurezza il proprio schieramento, iniziò
il 19 gennaio contro le armate di Cassa e Sejum, ma l’offensiva
causò la forte reazione abissina che falcidiò una colonna di
camicie nere al comando del generale Diamanti.
La
prima battaglia del Tembien si concluse il 24 gennaio con un niente
di fatto, ma Mussolini rinnovò il proprio appoggio a Badoglio.
A
febbraio la situazione era come la voleva il maresciallo Badoglio:
sette divisioni nella piana di Macallè, con mezzi e protezione
aerea, i rifornimenti garantiti.
Il
10 febbraio venne ordinato l’attacco e la battaglia fu feroce da
ambo le parti. Si arrivò alla dichiarazione di operazioni concluse
il 19 febbraio con la conquista dell’Amba Aradam. Il 28 gli
italiani occuparono l’Amba Alagi, mentre si moltiplicavano le
diserzioni delle truppe etiopi. Badoglio decise di proseguire le
operazioni fin verso lo Scirè, informato dal servizio
intercettazioni delle difficoltà del nemico; quelle continuarono
fino in marzo, verso Selaclacà, con furiosi bombardamenti aerei, sia
incendiari che esplosivi e d’iprite, che portarono alle vittoriose
battaglie del Tigrè.
Hailé
Selassié, raccolti i suoi uomini, decise l’attacco di Mai Ceu per
riportare una vittoria, anche se marginale: il 31 marzo decise
l’attacco contro un presidio che si era molto rinforzato e, dopo
vari e accesi combattimenti, il 15 aprile si ritirò a Lalibela e
quindi ad Addis Abeba, dove arrivò il 30 aprile e sulla quale
Badoglio, il 24, aveva ordinato di avanzare. Il 2 maggio si seppe che
il negus si era rifugiato a Londra, mentre nella capitale regnava il
caos. L’ingresso trionfale in città da parte delle truppe italiane
avvenne il 5 maggio 1936, data nella quale Mussolini proclamò
l’impero dal balcone di Palazzo Venezia, il cui titolo veniva
assunto dal re Vittorio Emanuele III.
Non
venne tuttavia firmata alcuna resa da parte etiope, pertanto le
operazioni militari non potevano dirsi concluse.
Furono
necessarie lunghe operazioni di polizia coloniale per sedare le
ribellioni che, di fatto, erano guerriglie vere e proprie in varie
regioni, spesso represse con metodi brutali, seguendo le indicazioni
fasciste che non erano propense alla magnanimità.
Verso
la fine del 1937, Graziani venne sostituito dal duca Amedeo di
Savoia-Aosta che stabilì una nuova politica sul territorio.
I
ribelli vennero poi sostenuti da Francia e Gran Bretagna e,
soprattutto dal 1941, collaborarono per rimettere sul trono il negus,
fatto che avvenne nel maggio 1941.
A
partire dal 4 febbraio 1942, con la firma degli accordi
italo-britannici, i civili italiani vennero rimpatriati o internati
in campi di concentramento assieme agli uomini abili e ai
combattenti, circa 40mila, catturati.
L’Italia
rinunciò definitivamente alle colonie con il Trattato di Parigi del
1947.
Alessia
Biasiolo