DIBATTITI
I Martiri di Fiesole
Manuel Vignola
Comandante Generale Generale C.A. Enrico Cerica
Il blog è espressione del Centro Studi sul Valore Militare - Ce.S.Va.M.- istituito il 25 settembre 2014 dal Consiglio Nazionale dell'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valore Militare.Lo scopo del CEsVAM è quello di promuovere studi sul Valore Militare.E' anche la continuazione on line della Rivista "Quaderni" del Nastro Azzurro. Il Blog è curato dal Direttore del CEsVAN, Gen. Dott. Massimo Coltrinari (direttore.cesvam@istitutonastroazzurro.org)
DIBATTITI
Fedeli solamente al Re
I
Carabinieri Reali non stavano simpatici né ai fascisti né ai nazisti. È un dato
oramai acquisito. I fascisti sapevano bene che la prima Arma era fedele non
tanto al Governo in carica, men che meno a quello fascista, ma al Re d’Italia,
tant’è che nelle prime fasi delle squadre d’azione molte volte i carabinieri
resistettero all’azione delle camicie nere, basti ricordare i tragici fatti di
Sarzana del luglio 1921, in cui il Capitano Guido Jurgens e pochi altri (nove
carabinieri, quattro soldati di fanteria e due funzionari di Pubblica
Sicurezza) si opposero a più di 400 fascisti con la forza facendoli desistere
dopo un breve scontro a fuoco. Ancora durante la Marcia su Roma del 22 ottobre
1922, i carabinieri, fino a quando il Re Vittorio Emanuele III non diede
ufficialmente l’incarico a Benito Mussolini di costituire un nuovo Governo,
dando inizio all’era fascista, informati in merito al previsto proclama sullo
stato d’assedio che tuttavia non venne firmato dal Sovrano, resistettero ad
alcuni attacchi dei fascisti con fermezza prima di essere avvisati
dell’evolversi degli eventi e di ricevere il contrordine.
Da
quel momento in poi, i carabinieri prestarono servizio, oltre che sul
territorio italiano nei consueti compiti di tutela dell’ordine e della
sicurezza pubblica, anche su tutti i teatri bellici in cui l’Italia era impegnata,
sempre per spirito di obbedienza al Re d’Italia. Lo dimostra il fatto che
proprio all’Arma, che aveva appena perso il proprio Comandante Generale Azolino
Hazon il 19 luglio 1943, perito con il suo Capo di Stato Maggiore Colonnello
Ulderico Barengo sotto il bombardamento alleato del quartiere romano di San
Lorenzo dove si era recato per constatare i danni e organizzare i soccorsi,
toccò il compito di arrestare Benito Mussolini a seguito della riunione del
Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio, che lo mise in minoranza, e alla
successiva decisione reale di affidare il Governo al Maresciallo d’Italia
Pietro Badoglio. Il nuovo Comandante Generale Angelo Cerica su ordine del Re
organizzò “l’arresto”(non si trattò di un arresto nel senso giuridico del
termine in realtà) del Duce a seguito dell’incontro con il Sovrano e il suo
successivo trasferimento in diversi luoghi sino a quello definitivo a Campo
Imperatore, in modo tanto mirabile da confondere per diverso tempo i servizi
segreti nazisti (finché se ne occupò solamente l’Arma).
DIBATTITI
I Martiri di Fiesole 12 agosto 1944
Ricerca di Manuel Vignola
Il Comandante Generale Azolino Hazon, Caduto a Roma il 19 luglio 1943
ARCHIVI
( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)
Colonnello del Genio in Servizio di Stato Maggiore
Giuseppe CORDERO
LANZA DI MONTEZEMOLO
(Roma, 26 maggio 1901 – Roma-Fosse Ardeatine, 24
marzo 1944)
A
diciassette anni nel giugno del 1918 si arruola volontario negli alpini
partecipando ai combattimenti sui Monti Lessini ottenendo la promozione a
caporale. A dicembre del 1918, ad un mese dalla fine delle ostilità, è ammesso
alla frequenza del corso speciale per Ufficiali di Complemento del Genio presso
la Regia Accademia per le Armi di Artiglieria e Genio di Torino classificandosi
al primo posto in graduatoria e prestando giuramento alla Patria e al re il 2
novembre 1919.
Dopo
il conseguimento della laurea in ingegneria civile avvenuta il 29 luglio 1923,
trova impiego presso una ditta di costruzioni genovese quale ingegnere. Ad agosto
dello stesso anno sposa Amalia Dematteis da cui ha cinque figli.
A
dicembre del 1924 decide di intraprendere nuovamente la carriera militare, partecipando
al concorso riservato ai laureati reduci di guerra bandito dal governo per
l’ammissione di Ufficiali in Servizio Attivo Permanente dell’Arma del
Genio. Nominato tenente del Genio il 18 dicembre 1924, a gennaio del 1928 è
promosso Capitano divenendo comandante della 1a compagnia del
Reggimento Ferrovieri del Genio di Torino, diventando docente di Scienza
delle Costruzioni alla Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio. Nel
1930, frequenta per un triennio la Scuola di Guerra, classificandosi
primo su 71 e venendo trasferito alla 40ª Squadriglia della Regia
Aeronautica. Nel 1934 alla nomina di Primo Capitano è destinato al Comando
del Corpo d’Armata di Torino, continuando gli studi a carattere scientifico
e dando alle alcuni studi dottrinali di notevole spessore.
Allo scoppio della guerra d’Etiopia, nel
1935, è chiamato a Roma all’Ufficio Servizi del Corpo di Stato
Maggiore. Nel 1937 chiede e ottiene di essere inviato in Spagna con il Corpo
Truppe Volontarie, dove dapprima assume il comando di un Battaglione
Telegrafisti e diventando poi Capo di Stato Maggiore della
Brigata “Frecce Nere”; questo ultimo incarico gli vale:
-
una
Promozione per Merito di Guerra a Tenente Colonnello “Capo di S.M. di
un Comando di Brigata mista durante un ciclo operativo particolarmente
importante e difficile si è distinto per servizio e valore personale al comando
di reparti, per spiccate doti organizzative dando così un valido contributo ai
successi della Brigata stessa”;
-
una
Croce di Guerra al Valor Militare “Capo di S.M. di un comando di
Brigata mista, incaricato di portarsi presso un Comandante di Reggimento,
impegnato sulle linee avanzate per dirigere il contrattacco delle sue truppe,
assolveva completamente il compito assegnatogli, malgrado avesse avuta
ripetutamente colpita la sua vettura dal fuoco di fucileria e di mitragliatrici
nemiche, cooperando arditamente alla vittoriosa riuscita dell’azione”.
Il 4 giugno 1940, pochi giorni prima
dell’ingresso dell`Italia nel Secondo Conflitto Mondiale, è trasferito al Comando
Supremo presso il Ministero della Guerra, dove diviene in seguito
responsabile dello scacchiere africano e infine capo dell’Ufficio Operazioni.
Ugo Cavallero, Capo di Stato Maggiore Generale dal 1940 al 1943, si
avvalse regolarmente della sua collaborazione.
Nel corso del conflitto è insignito
della Croce di Ferro Tedesca di Seconda Classe e di:
-
una
Medaglia di Bronzo al Valor Militare ad aprile del 1941 in Africa
Settentrionale durante “In ricognizione al fronte, in un momento in cui un
improvviso attacco nemico costringeva alcuni reparti ad arretrare ed elementi
corazzati avversari stavano già penetrando nel nostro dispositivo, arrestava i
reparti ripieganti, li rincuorava e li disponeva efficacemente a difesa.
Contribuiva così col suo pronto intervento e con la sua serena calma, a
ristabilire una situazione compromessa”;
- una
Medaglia d’Argento Valor Militare, sempre in Africa Settentrionale, nel
periodo dicembre 1941-gennaio 1942 in quanto “Ufficiale di Stato Maggiore
inviato dal Comando Supremo quale Ufficiale di Collegamento con il Comando
superiore, in più di una circostanza si prestava per rischiose missioni presso
le truppe operanti per recapitare ordini, raccogliere dati statistici, chiarire
situazioni; dava prova di alto senso del dovere, capacità con comune e sprezzo
del pericolo”.
Dopo il 25
luglio del 1943, Pietro Badoglio sceglie Montezemolo per recuperare documenti
da Mussolini e gestire la sua segreteria. Montezemolo è designato quale
comandante dell'11º Raggruppamento Genio Motocorazzato. Dopo
l'armistizio di Cassibile, partecipa alla resistenza contro i Tedeschi a Roma.
Il 10 settembre, fa parte di una delegazione italiana per discutere la resa e
riconoscere Roma come città aperta. Il 23 settembre, dopo l'occupazione
tedesca, entra in clandestinità, mettendosi in abiti civili e scappando dai
sotterranei del Ministero della Guerra; per proteggere la sua famiglia ottiene
documenti falsi cambiando nome prima in ingegnere Cataratto e Professor Martini
poi.
Cordero Lanza
di Montezemolo è il promotore, l’anima e la guida del FMC di Roma, un centro operativo che riesce ad inquadrare in un unico
dispositivo, assieme a numerosi soldati e Ufficiali datisi alla macchia, le
molteplici formazioni militari che si sono costituite dopo la dissoluzione del
Regio Esercito nei giorni successivi all’armistizio.
Montezemolo
imprime al FMC un carattere
eminentemente nazionale e si batte affinché le bande militari siano
riconosciute come aliquote delle Forze Armate Italiane rimaste isolate in
territorio occupato. Si stabilisce così un regolare contatto radio col Comando
Supremo che, in una delle prime comunicazioni, designa Montezemolo suo
diretto rappresentante in Roma e lo investe del compito di organizzare e
dirigere la lotta di liberazione. Siglati da una «M», i messaggi inviati
quotidianamente al governo del Sud e, per suo tramite, agli alleati contengono informazioni
strategiche e politiche di notevole rilievo.
Il 10 dicembre
1943 Montezemolo scrive le “Direttive per l’organizzazione e la condotta
della guerriglia” e le dirama ai Comandanti Militari Regionali del FMC. Le disposizioni ammettono la
guerriglia esclusivamente al di fuori del territorio urbano per evitare
ritorsioni nemiche, impostazione strategica diametralmente opposta a quella dei
partiti antifascisti, soprattutto del Partito Comunista, le cui avanguardie
armate praticano la lotta aperta senza quartiere anche all’interno delle mura
cittadine.
Il suo ordine
scritto è precisamente questo: ..."Nelle grandi città la gravità delle
conseguenti rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la
guerriglia", un ordine che tende esclusivamente alla salvaguardia dei
civili evitando loro rappresaglie da parte dei nazifascisti.
Montezemolo
mira a promuovere solidarietà e cooperazione all'interno del FMC, concentrandosi sulle varie
componenti del movimento di Resistenza, indipendentemente dalle inclinazioni
politiche. Il FMC stabilisce
una collaborazione costante con i partiti del Comitato di Liberazione
Nazionale, dove Montezemolo svolge il ruolo di osservatore militare.
Inoltre, istituisce un comitato permanente, rappresentando il governo militare
insieme a Manlio Brosio e Riccardo Bauer, oltre che a sé stesso.
Il 25 gennaio 1944 verso le
13, Montezemolo si reca assieme al Generale Quirino Armellini (che il 25 marzo
1944 subentrerà dopo la morte del primo al comando del Fronte Militare Clandestino di Resistenza) in via
Tacchini 7, nel quartiere Parioli, all'interno 13, a casa dell’amico
diplomatico Filippo De Grenet, napoletano, Tenente di complemento di Artiglieria,
conosciuto la notte di capodanno del 1944 nella residenza dell'ambasciatore
Viola di Campalto e divenuto subito suo solerte collaboratore. Alle 14 squilla il
campanello: è il segretario di Montezemolo, Multedo, che porta con sé una busta
con 1 milione e 600 mila lire, frutto di una donazione di una ditta per il FMC.
Somma che sparirà misteriosamente dopo l’arresto. A casa De Grenet è atteso anche il figlio di
Montezemolo, Manfredi, corriere dell’organizzazione clandestina. Ma è in
ritardo; una circostanza che lo salverà dall'arresto. Dopo pranzo, intorno alle 15, Armellini esce di casa,
accompagnato dallo stesso Multedo. Appena fuori dal portone, Multedo s’accorge
che sono sorvegliati da cinque uomini in borghese in evidente appostamento e da
due automobili che sembrano attendere qualcuno. «Non alzi lo sguardo, continui
a camminare», dice sottovoce al generale. Come voltano l'angolo, compaiono
Montezemolo e De Grenet, che vengono fermati e arrestati dai poliziotti italiani.
Il travestimento di Montezemolo
baffi finti e occhiali cerchiati d'oro, non è servito, finge stupore e dichiara
di essere il professor Martini, estraendo dalla tasca il documento falso, ma i
poliziotti non danno retta: conoscono benissimo la sua identità. Qualcuno
evidentemente ha parlato, rivelando il luogo e l'orario dell'incontro ai
Parioli.
De Grenet si divincola e
prova a reagire, ma Montezemolo lo blocca, dicendogli che è inutile.
Pochi passi e i poliziotti italiani li
consegnano alle SS tedesche, che sono in attesa a bordo di due automobili nere,
parcheggiate all'angolo con via dei Martiri Fascisti.
E un colpo formidabile per
la polizia tedesca. Fino a quel momento, testimonierà Herbert Kappler
all'omonimo processo, le SS non erano riuscite ad “arrestare Montezemolo
[...] perché il colonnello si comportò molto cautamente, cambiando sempre i
luoghi di appuntamento. Le difficoltà erano anche rappresentate dal fatto che
aveva una guardia personale di una decina di uomini […] si arrivò
all’arresto di Montezemolo tramite il pedinamento degli uomini che costituivano
il suo corpo di guardia›”.
Montezemolo e De Grenet
vengono tradotti nel carcere di via Tasso, dove li accoglie Kappler, in
compagnia del capitano Schütz, vecchio conoscente del capo del FMC ai
tempi del suo incarico allo Stato Maggiore del Regio Esercito, trasformatosi in
uno dei più terribili aguzzini delle SS. Inizialmente Montezemolo nel corso dei
lunghi interrogatori a cui è sottoposto, nell’inutile tentativo di estorcergli
informazioni, è picchiato duramente dalle SS ma non è letteralmente torturato,
quello avverrà in seguito quando gli aguzzini gli strapperanno i denti uno ad
uno e le unghie dei piedi.
In un’intervista rilasciata
alcuni anni fa Adriana la figlia di Montezemolo così si esprimeva “Del resto papà
aveva già dato le disposizioni per occupare i posti di comando sensibili quando
sarebbero arrivati gli Alleati. Ne aveva di cose da dire e di nomi da fare, ma
non parlò”.
[…] . “Mio
padre era contrario agli attentati in città. Si rischiava di compromettere il
lavoro per una transizione quanto più possibile pacifica. Ma soprattutto si
mettevano in pericolo i civili, a causa delle inevitabili rappresaglie che ne
sarebbero seguite”.[…]
La
famiglia Montezemolo cerca in tutti i modi di liberare il proprio congiunto. Si
rivolge tramite un prelato tedesco alle autorità naziste, chiede l’intervento
della Segreteria di Stato Vaticana mediante Monsignor Giovanni Battista Montini
(futuro Papa Paolo VI). Il fratello Renato, Ufficiale della Regia Marina, si
apposta su un palazzo di fronte alla prigione di via Tasso per cercare di
studiare l’edificio dove è rinchiuso Giuseppe e pianificare un assalto che
porti alla sua liberazione. Tentativi che si risolvono in un nulla di fatto.
Dalla
prigione di Via Tasso Montezemolo riesce a far pervenire alla famiglia tre
biglietti autografi, ripiegati nel collo di una camicia, l’attentato del 23
marzo del 1944 pone fine ad ogni altra comunicazione in quanto Kappler
inserisce il suo nome tra coloro che dovranno essere giustiziati per
rappresaglia.
Con
il Regio Decreto del 26 maggio 1944 gli sarà concessa la Medaglia d’Oro al
Valor Militare “motu proprio” “sul campo” (alla “memoria”).
Riposa al sacello n. 32 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.
Fonti
URL consultate il 23 dicembre 2025
https://www.anpi.it/bibliografia/il-partigiano-montezemolo
https://www.anpi.it/biografia/giuseppe-cordero-lanza-di-montezemolo
https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2012/37-40_biblioteca.pdf
https://www.mausoleofosseardeatine.it/vittime
https://www.letteraturacapracottese.com/post/partigiano-montezemolo-capracotta
https://www.storiain.net/storia/giuseppe-montezemolo-il-partigiano-gentiluomo/
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ARCHIVIO
( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)
Colonnello SPE Genio del Regio Esercito in Servizio
di Stato Maggiore
Ugo DE CAROLIS
(Caivano (NA), 18 marzo 1899– Roma-Fosse Ardeatine, 24
marzo 1944)
Appena
compiuti i diciotto anni il 30 aprile 1917 è ammesso alla frequenza del
Corso Allievi ufficiali di Complemento della Scuola Militare di Caserta.
Nominato Sottotenente il 22 novembre 1917 è assegnato all’87° Reggimento Fanteria
per poi transitare volontariamente il 15 gennaio 1918 nella specialità degli arditi
quale effettivo del XII Reparto d’Assalto. Si distingue nei
combattimenti della Battaglia del Solstizio, del giugno del 1918; nella
zona del Piave quando, benché ferito, merita una Medaglia d’Argento al Valor
Militare. Leggendo la motivazione traspaiono già la sua capacità di comando
e di leadership pronta e sicura, che avrà modo di dimostrare un quarto di
secolo dopo“…prima alla testa del suo plotone e poi quale comandante
volontario di varie pattuglie di combattimento, compì brillantemente le sue
mansioni, battendosi brillantemente le sue mansioni, battendosi con valore e
riportando utili informazioni”. Promosso Tenente a pochi giorni dalla fine
del Primo Conflitto mondiale, nel 1921 transita, mantenendo il grado
conseguito, nell’Arma dei Carabinieri Reali prestando servizio nelle Legioni
Carabinieri Reali di Trento e Trieste Inviato nel 1924 in Tripolitania è
inquadrato nella Divisione Carabinieri della Tripolitania. prendendo
parte alle operazioni di riconquista e svolgendo anche incarichi politici. Nel 1926
rientrato in Italia è assegnato alla Legione Carabinieri di Roma prestandovi
servizio per cinque anni per essere poi impiegato alla Scuola Centrale di
Firenze. È promosso Capitano nel 1934.
Con
le operazioni in Etiopia nel 1936 ottiene di essere assegnato volontariamente
in Somalia, dove al comando della 4a Banda Autocarrata della
Somalia ha modo di distinguersi nella battaglia di Gunu Gadu e meritando
una Medaglia di Bronzo al Valor Militare in quanto anche in questa
occasione ha modo di evidenziare le sue proverbiali doti di comando: “…la
guidò con slancio, valore e perizia durante un aspro combattimento”.
Rientrato
in Madrepatria in Italia nel 1937, assume incarichi diversi: Aiutante Maggiore
nella Legione Carabinieri di Trieste e nel 1937 diviene Comandante della
compagnia Tribunali di Roma. Nel 1942 è promosso al grado superiore
prendendo parte alla Commissione d’Armistizio con la Francia. Ha modo di
svolgere importanti missioni all’estero dove svolge attività informativa sulle
attività svolte dai nazisti nei paesi occupati, mansioni che non sfuggono
all’occhio degli apparati informativi nazisti. Nel 1942, infatti, durante una
missione, mentre è in viaggio in treno per raggiungere Budapest, scopre di
essere pedinato dalla GESTAPO. Relatore di un rapporto segreto,
custodito nella borsa, in cui esprime la sua contrarietà all’azione svolta dai
tedeschi. De Carolis, però, ha già preparato una finta relazione in cui
descrive la lealtà e l’amicizia dell’Italia verso la Germania che lascerà nella
borsa di cuoio portando con sé l’originale al vagone ristorante: al ritorno
noterà che la borsa è aperta e il documento vi è stato sottratto.
L’8
settembre 1943 coglie De Carolis a Torino, ma riesce fortunosamente a rientrare
a Roma dove organizza il Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri,
comandato dal Generale Filippo Caruso, nel quale espleta le funzioni di Capo
di Stato Maggiore. Inizia così l’opera di organizzazione e di collegamento,
sia con i militari dell’Arma in clandestinità sia con i membri del Centro
Militare del Colonnello Montezemolo, radunando in pochi mesi una formazione di
circa mille uomini.
Ricercato
e braccato dalle polizie nazifasciste, è costretto a numerosi spostamenti con
documenti falsi della Questura di Napoli intestati a Roberto Tessitore un
religioso dell’ordine dei lassalliani e indossando l’abito talare. Il 23
gennaio 1944 viene arrestato in seguito a delazione dalle SS tedesche e
rinchiuso prima a Via Tasso e poi al III Braccio di Regina Coeli. Viene
trucidato il 24 marzo 1944, alla sua memoria sarà poi concessa la Medaglia
d’Oro al Valor Militare.
Riposa al Sacello n. 31 del Mausoleo delle Fosse
Ardeatine.
Gli sarà concessa con Decreto
Luogotenenziale del 25 febbraio 1946 la Medaglia d’oro al Valor Militare
(alla “memoria”).
Fonti
URL consultate il 22 novembre 2025
https://www.combattentiliberazione.it/m-o-v-m-dall8-settembre-1943/movm-regione-lazio/de-carolis-ugo
https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/
https://www.giovannilaurenza.com/uploads/9/3/7/6/9376624/ugo_de_carolis.pdf
https://www.mausoleofosseardeatine.it
DIBATTITI
Titolo:
L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la risposta di Israele: analisi delle strategie operative e l'evoluzione delle tattiche di Intelligence
Anno Accademico 2025/2026
Dott. Jacopo Catalongo
Premessa
Il 7 ottobre 2023 segna una data di svolta nella storia del conflitto israelo-palestinese e, più in generale, nel panorama del terrorismo internazionale contemporaneo. In quella giornata, Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono “Operazione Al-Aqsa Flood”, un attacco coordinato e multidimensionale contro Israele che combinò strumenti convenzionali e non convenzionali, includendo incursioni di terra, attacchi aerei, l’uso di droni e intrusioni cyber, generando un trauma profondo nella sicurezza interna israeliana e nella percezione globale della minaccia terroristica. L’evento rese evidente il fallimento dei meccanismi di prevenzione e raccolta informativa israeliani, tradizionalmente considerati tra i più efficienti al mondo. Tale circostanza aprì un ampio dibattito internazionale sull’evoluzione delle tecniche di intelligence, sulle forme di guerra ibrida e sull’adattamento delle metodologie antiterroristiche in un contesto caratterizzato da attori non statali dotati di capacità tecnologiche e strategiche sempre più sofisticate. La tesi si propone di indagare le dinamiche operative, politiche e strategiche dell’attacco di Hamas, esaminando parallelamente la risposta militare e di intelligence di Israele. L’analisi si muove su un duplice binario: da un lato, lo studio del contesto storico, ideologico e socio economico del conflitto; dall’altro, la ricostruzione della dimensione tecnologica e tattica delle operazioni, comprese le innovazioni nell’uso dell’intelligenza artificiale, della sorveglianza elettronica e della guerra dell’informazione. Attraverso un approccio interdisciplinare che integra analisi geopolitica, studi di intelligence e diritto internazionale, l’elaborato mira a mettere in luce come l’attacco del 7 ottobre rappresenti non solo un fallimento di prevenzione ma anche un caso di studio paradigmatico sull’evoluzione del terrorismo ibrido e delle risposte antiterroristiche nel XXI secolo.
La Tesi è deposita presso il CESVAM Centro Studi sul Valore Militare. Roma
DIBATTITI
Master Terrorismo ed Anti Terrorismo internazionale
Titolo:
L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la risposta di Israele: analisi delle strategie operative e l'evoluzione delle tattiche di Intelligence
Anno Accademico 2025/2026
Candidato Dott. Jacopo Colalongo
PREMESSA 1. Obiettivi, metodologia e struttura
CAPITOLO 1: Il contesto storico e politico 1.1 L’origine di Hamas: evoluzione, ideologia e strategia 1.2 Il conflitto israelo-palestinese: tappe salienti fino al 2023 1.3 Situazione geopolitica e tensioni regionali antecedenti il 07 ottobre 2023 1.4 Cause e motivazioni dell’attacco 1.5 Il ruolo delle condizioni socio-economiche e della radicalizzazione
CAPITOLO 2: L’attacco del 07 ottobre 2023 2.1 Cronaca degli eventi: fasi operative e modalità di azione 2.2 Obiettivi dichiarati e impliciti di Hamas 2.3 Le modalittà tecnico-operative: offensiva multidimensionale (terra, aria, cyber) 2.4 Il ruolo delle tattiche ibride e innovative
CAPITOLO 3: La risposta israeliana e le strategie di anti-terrorismo 3.1 La reazione immediata: operazioni militari e strategie di sicurezza 3.2 Evoluzione delle tattiche delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) 3.3 Analisi delle strategie di contenimento, rappresaglia e intelligence 3.4 Il ruolo delle operazioni psicologiche, dell’informazione e della diplomazia
CAPITOLO 4: Evoluzione delle tattiche di intelligence 4.1 Errori e fallimenti del sistema di intelligence israeliano 4.2 Adattamenti e innovazioni post-attacco: HUMINT, SIGINT, intelligence artificiale 4.3 Reti di tunnel, comunicazioni clandestine e contromisure tecnologiche di Hamas 4.4 Concorrenza tra Mossad e Shin Bet
CAPITOLO 5: Implicazioni e prospettive per la sicurezza internazionale 5.1 Conseguenze regionali e globali dell’attacco 5.2 Riflessioni sulle future sfide di intelligence nel contesto del terrorismo ibrido 5.3 Prospettive della gestione politica e militare del conflitto
Conclusioni • Sintesi dei risultati e riflessioni critiche
(segue in data 4 giugno 2026
P
ARCHIVIO
( A cura di Giovanni Riccardo Baldelli)
Maggiore del
Genio del Regio Esercito in Servizio di Stato Maggiore
Antonio AYROLDI
(Ostuni, 10
settembre 1906 – Roma-Fosse
Ardeatine, 24 marzo 1944)
Arruolatosi
nel 1925 quale Allievo Sottufficiale dell’8° Reggimento Genio,
specialità telegrafisti, ed assegnato, come aggregato, al termine del periodo
di formazione, al 71° Gruppo Aeroplani Osservazione Aerea. Ayroldi nel
1933 diviene Ufficiale e sei anni dopo nel 1939 fu ammesso a frequentare i
corsi dell’Istituto Superiore di Guerra di Torino.
Con
l’ingresso dell’Italia nel Secondo Conflitto Mondiale Ayroldi viene inviato in
Africa Settentrionale assegnato, quale Ufficiale in Servizio di Stato
Maggiore, al Comando del XX Corpo d’Armata, rimanendovi dal febbraio
1941 a dicembre 1942.
Per
l’impegno e il coraggio dimostrato nel corso del ciclo operativo dell’avanzata
su Tobruk-Marsa Matruh-El Alamein, tra maggio e luglio del 1942, “…nel corso
di violento combattimento notturno, incurante d’ogni pericolo si offriva per
recarsi presso un reparto fortemente attaccato e quasi accerchiato, riuscendo,
con felice iniziativa e recapitare al reparto stesso ordini tempestivi…”
gli viene concessa la Croce di Guerra al Valor Militare e la Croce di
Guerra tedesca.
Ma
Ayroldi, nonostante il coraggio dimostrato e l’abnegazione al servizio ha già
maturato la propria scelta. In una lettera sigillata lasciata ad Ostuni prima
di partire per l’Africa scrive parole forti: “… Voi non avrete la
soddisfazione, riservata ad altri, di vedere pubblicata sui giornali la lettera
di addio dei loro cari, perché la presente non inneggerà né a quell’uomo che si
fa chiamare duce né ad altri che non lo meritano”. Ma non rinnega il suo
giuramento di soldato ed Ufficiale in quanto si dichiarava pronto “a
combattere una guerra di cui nessuno è convinto”. “Ci vado perché ho il
dovere di salvare la Patria prima da quello che chiamano nemico, poi dai veri
nemici: quelli che, con anima e camicia nera, oggi la stanno martoriando”.
È
logico dedurre che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Ayroldi non aderì ai
bandi di richiamo emessi dalle autorità militari della Repubblica Sociale entrando,
invece, in clandestinità e nascondendosi inizialmente a Roma alla clinica Villa
Bianca Maria.
Dopo
aver preso i contatti con il FMC del Colonnello Montezemolo aderisce al
gruppo del Colonnello Ezio De Michelis, assumendo l’incarico di Comandante
del Raggruppamento Patrioti Lazio Sud e Zona Castelli con compiti di
collegamento tra le varie formazioni, trasporto d’armi e di munizioni.
Il
2 marzo 1944 mentre è in corso un incontro con altri partigiani viene arrestato
dalle SS tedesche, con ogni probabilità a causa di una segnalazione di
un delatore, in quanto trovato in possesso di documenti falsi e di una ingente somma
di denaro di cui non riesce a giustificare la provenienza.
Portato
a Via Tasso è sottoposto ad interrogatori durissimi e torture, per poi essere
assassinato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine.
Riposa al Sacello n. 65 del Mausoleo delle
Fosse Ardeatine.
Fonti
URL consultate il 19 novembre 2025
https://www.anpibrindisi.it/scheda-anagrafica/ayroldi-antonio-antonio-ayroldi/https://archive.is/20131030065911/http:/www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettereanagrafe.php?ricerca=691&presentazione=1&lingua=it
https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/
https://www.mausoleofosseardeatine.it/vittime/
QUADERNI ON LINE
MAGGIO 2026
L'attenzione che si vuole dedicare in questo editoriale è al comprato della pubblicistica riferito alle Occasional Papers. Dal 2019 si è avviata la pubblicazione di queste ricerche che sono espressioni di lavori che hanno uno sviluppo superiore al saggio ed all'articolo, ma che non hanno la portata per essere trasformate in un volume. Questa fase intermedia permette di avere il materiale sempre a disposizione per sviluppare ulteriori ricerche al fine di giungere ad un opera equilibrata e completa.
Siamo entrati nell'VIII anno di edizione e l'elenco delle dizioni (alcune delle quali occorre dirlo hanno bisogno di un ulteriore affinamento) sono riportate in "www. Biblioteche. Fondocoltrinari.blogspot.com"
In questo blog poi vengono date notizie in merito agli apporti e alle consistenze dei volumi delle Biblioteche in cui si ha particolare attenzione a fornire i volumi editi dal CESVAM attraverso le ricerche
In merito si può dire che dal prossimo mese di giugno l'intesa con la Casa Editrice si è concretizzata: esiste la possibilità di acquisto diretto dei volumi presso la stessa Casa Editrice Come da sempre i volumi editi hanno lo scopo di sostenere le ricerche sviluppate s temi particolari, che altrimenti cadrebbero nell'oblio., volti ad alimentare una Memoria che non può essere disattesa, in raccordo quindi con i fini statutari. Il risvolto finanziario della vendita dei volumi è secondario; per questo i volumi, per un ampio ventaglio di condizioni, sono ceduti a titolo gratuito comprensivo meno delle spese postali.
Un maggio quindi interessante sotto il profilo della editoria che mantiene vivo ed efficiente un segmento del perimetro del CESVAM degno di nota.
(massimo coltrinari)
ARCHIVIO
( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)
Maggiore di Fanteria (Riserva) del Regio Esercito
Carlo AVOLIO
(Siracusa, 14 settembre 1895– Roma-Fosse
Ardeatine, 24 marzo 1944)
Nato
nella città di Archimede da Federico e di Francesca Maltese in seguito alla
maturità classica ottenuta presso il locale Liceo Gargallo, si arruola
volontario nel Regio Esercito prendendo parte al Primo conflitto mondiale.
Nel
1916 Avolio inizia il percorso costellato di decorazioni al Valor Militare
conseguite sia in servizio nel Regio Esercito sia quale Prefetto, una volta
dismessa l’uniforme.
Il
7 ottobre 1916 consegue la Promozione Straordinaria per Merito di Guerra
con la nomina a Sottotenente in Servizio Permanente come da Bollettino
Ufficiale Dispensa n. 98 dell’11 novembre 1916 (Decreto Luogotenenziale
del 5 novembre precedente), su proposta inoltrata dal Comando Supremo in
data 7 ottobre 1916.
Passato
alla specialità mitraglieri quale Ufficiale della 2145a compagnia
mitraglieri nel corso della Battaglia del Solstizio del giugno 1918
si guadagna sul Montello una Croce di Guerra al Valor Militare “nonostante
fosse dal suo comandante di compagnia invitato a recarsi al posto di medicazione,
si portava in linea con la sua sezione”.
Il
Primo Conflitto Mondiale lascerà sul corpo di Avolio numerosi segni, subendo
mutilazioni (perderà un occhio ed alcune costole) e ben quattordici operazioni.
Durante
la sua permanenza nella città natale viene iniziato alla massoneria nella
Loggia Archimede 342 del Grande Oriente d’Italia.
Questo
suo attaccamento al servizio nei confronti delle istituzioni e della
popolazione porterà Avolio, divenuto Maggiore della Riserva, quale funzionario
del Ministero dell’Africa Italiana, a guadagnarsi nel 1940 sul campo,
nel primo mese del Secondo Conflitto Mondiale, una Croce di Guerra al Valor
Militare accorrendo “di persona, durante i più duri bombardamenti, a
dirigere le opere di soccorso, a portar aiuto a feriti ed infortunati,
incurante della sua persona…”
Un
anno dopo sul fronte della Marmarica ad Avolio, quale Prefetto di Bengasi,
rinnovava il suo modo di essere a disposizione del prossimo, visto che gli
veniva concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare in quanto “…incurante
del pericolo, con spirito di abnegazione e sacrificio, cooperava validamente a
ché venissero limitati gli effetti dell’offesa nemica e a mantenere alto il
morale della popolazione…”
Rimpatriato,
dopo l’8 settembre 1943 prende parte alla resistenza in seno al Partito
d’Azione con compiti di propaganda fino a che viene arrestato su delazione
il 28 gennaio 1944 dalle SS, viene portato a via Tasso e sottoposto a
maltrattamenti e torture. Dopo quindici giorni è tradotto al carcere di Regina
Coeli al III Braccio e rinchiuso nella cella 345.
Il
suo nome viene inserito nell’elenco di coloro che saranno trucidati il 24 marzo
1944.
Gli sarà concessa nel 1954 la Medaglia d’Argento
al Valor Militare (alla “memoria”).
Riposa al Sacello n. 24 del Mausoleo delle Fosse
Ardeatine.
Fonti
URL consultate il 19 novembre 2025
https://www.antoniorandazzo.it/siracusani/avolio-carlo.html
https://www.combattentiliberazione.it/memoria/?p=644
https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/
https://www.mausoleofosseardeatine.it/a_gallery/?id=15&ord=0
DIBATTITI
Il Campo di
Biala Podlaska
Per la cortese
adesione del Giornale settimanale di vita internazionale “Cosmopolita“ mi è
dato di poter riprodurre un articolo soldati italiani deportati in Polonia
pubblicato nel n. 19 del 9 dicembre 1944 dello stesso Giornale, a firma Roberto
Ballarati.
Casualmente,
l’Autore si riferisce proprio al Campo di Biala Podlaska che spezzò la vita di
mio figlio (Renato Mariani) e indubbiamente a Lui allude ove parla che “un Sottotenente giovanissimo
morì per una inspiegabile infezioni biliare“.
Sulla linea
ferroviaria Varsavia-Minsk a cinquanta chilometri dal Bug e da Brest Litowsky,
e a meno di trecento dalla linea del fuoco, all’inizio dell’inverno sul 52º
parallelo.
Non più di
questo poteva suggerire al fortunato destinatario l’indirizzo timbrato: “stalag
366 - Zweiglager-Biala Podlaska“, sulle cartoline dell’Internierten-Post dalla
data lontana. Del testo, c’era poco da fidarsi per il suo ottimismo forzato
dalla censura; la firma forse garantiva che il caro lontano era ancora in vita.
Tre giorni era
durato il nostro viaggio dallo Stalag IX C di Torn al nuovo campo. Consueto
trattamento di carro bestiame piombato senza riscaldamento nè sportelli
laterali. Alle 15,30 e con un buio pesto ci accolse Biala Podlaska.
Il campo era
vicino. Il cammino fu rischiarato da un aereo-faro che rasentando le nostre
teste, ci venne incontro e non ci abbandonò fino all’arrivo; aveva un enorme
riflettore sulla fusoliera che ora in testa, ora in coda dalla colonna,
lanciava lame di luce accecanti. Tutti i riflettori del campo si diressero
sull’ingresso al nostro arrivo. Per cinque, passammo le teorie dei tre ordini
esterni di filo spinato. Ci fecero poi sostare sul viale d’accesso al campo
“vero“, dove dopo altri tre ordini di reticolati si indovinavano nell’ombra
tutte le baracche. Era un campo vuoto, in approntamento ancora.
Come a teatro si
accesero tutti i proiettori e il dramma-per alcuni la tragedia-incominciò. Il
prologo lo recito il comandante del campo. Mentre il nevischio cadeva, ci tenne
mezz’ora per dirci che eravamo “benvenuti nel campo“, che avessimo pazientato
perché tutto non era all’altezza per un campo di prigionieri… ad ogni modo era
stato tutto disinfettato e pulito d’ogni residuo dei prigionieri russi evacuati
da qualche giorno (tifo petecchiale in vista). Due avvertimenti: non bere
l’acqua perché inquinata (cadaveri non molto lontani) e non accendere fuochi di
nessun genere (aerei russi di passaggio). Poi da amorevole padrone di casa ci dette
un’utile informazione. A dieci passi dal triplice reticolato interno cominciava
la “zona proibita“: chi vi si fosse avventurato si sarebbe procurato un rosario
di pallottole dei mitra che giorno e notte, erano puntate dalle vedette poste
sugli osservatori, ad ogni angolo dei reticolati esterni.
Sempre per
cinque, ci dettero una copertina, una ciotola e una tazza di coccio, poi nel
buio instabile, infastiditi dai riflettori impazziti, raggiungemmo le baracche.
La Germania si
può dire il regno della baracca. Ma fino allora le avevamo soltanto viste.
Viverci e tutt’altra cosa. Una baracca: bassa, quasi un vagone ferroviario
privo dei carrelli e delle ruote, messo a contatto col suolo. Un ingresso con
tre scalini per ognuno dei due o tre vani di cui è composta; la porta è pesante
e da uno stanzino dove a sinistra a destra c’è un’altra porta: si entra poi nel
vano dove si vive in ventiquattro o anche più. Le baracche ospitano dai
quarantotto ai settantadue prigionieri. Grosse travi troneggiano a mezz’aria e danno
l’aspetto di un retroscena o d’un deposito; in fila, sfruttando anche il più
piccolo spazio, i “castelli“ di legno per dormire, a due posti uno sull’altro.
Dopo la prima
mezza giornata di prigionia, le porte di ingresso avevano il sistema di
“chiusura automatica“ con una cordicella e il mattone legato all’estremità per
contrappeso. Dentro, dei tappetini di carta intagliata coprivano i recipienti
che, da un minimo di tre a un massimo di dodici, erano il “completo da tavola“
formato con mezzi vari di fortuna. Un angolo era tappezzato con le foto d’un
bimbo in tutte le pose. Sopra il
“castello“ una mensola portava una ciotolina portacenere, uno stecco
forse nettaunghie, spatole e cucchiaini di legno di ogni misura, un
portaritratti sconnesso con una foto di una donna giovane. Chiudi dovunque per
appendere la borraccia, il cappotto, le scarpe umide da asciugare.
Se un tavolo
c’era, non c’erano posto per tutti; e se c’era posto, mancava qualcosa su cui
ci si potesse sedere. Molti perciò vivevano in alto, fuori dal contatto con la
terra: mangiavano appollaiati sul castello, si svestivano lassù e dormivano sul
posto; gli abiti pendenti ai lacci del soffitto, facevano da schermo alla poca
luce delle finestrine. L’ora tormentosa era quella del rancio: tormentosa oltre
che per la fame mai soddisfatta anche per lo spazio ristretto che aveva come
conseguenza e gli alterchi più violenti della giornata. Quel poco che si
ingoiava era amareggiato dall’urto del vicino o dalle pedate sulla testa
dell’uomo “dall’alto“ che mangiava sul castello con le gambe penzoloni.
La piccola stufa
era allora letteralmente sommersa dalle gavette, gamelle e pentoline che con
ganci ingegnosi la ricoprivano sino alla base; ma per tutti non c’era posto e i
litigi erano immancabili. Il sole quasi sempre assente dai primi di novembre,
alle dieci del mattino si esibiva, quando c’era, in una specie di tramonto
aranciato per poi scomparire nel nebbioso mezzogiorno. Dopo tre ore, la notte.
In campo la luce artificiale non c’era come non c’era l’acqua (si beveva dal
tiglio bollito a reazione). Il Major più volte si “scusò” dicendo che era un
campo inabitabile, forse si sarebbe provveduto.
Fuori dalla
baracca, nelle sere in cui il tempo era calmo, si poteva udir passare la
guerra, in terra e in aria. Eravamo a meno di trecento chilometri dal fronte
russo, vicino ad una linea ferroviaria di rifornimento delle più importanti.
Passavano lunghi convogli ferroviari con un’intensità spettacolo osa, della
durata di cinquantasei minuti ognuno. Dal vicino campo di aviazione, aerei
esamotori erano in continuo movimento, forse per portare o riportare dal
fronte, uomini e materiali. Quindi i
tedeschi mettendoci dietro sei ordini di filo spinato, avevano come al solito
“ottemperato“ alle norme della convenzione di Ginevra. Al minimo sentore di
allarme aereo nella zona, si affrettavano a spegnere i fari di segnalazione
regolamentari e ogni luce in campo, di modo che le baracche, alla luce dei
razzi illuminanti, sembravo accampamenti di truppa. E i “raids“ russi erano
continui.
Il 7 novembre
cadde la prima neve. Problematico era passare l’inverno nordico in quelle
condizioni di vita e di denutrizione. Quanti avrebbero superato la prova?
Nell’inverno 42-43 erano deceduti nel campo per tifo petecchiale e scorbuto
oltre quattromila prigionieri russi su di un totale di quindicimila circa.
Grazie a Dio, la
stagione fu mite: media 30° sotto zero e la salute generale fu relativamente
soddisfacente. I tedeschi dettero a chi non aveva nulla dei pastrani di belgi,
francesi e russi morti. Molti erano ancora macchiati di sangue. Ogni capo di
vestiario aveva il suo bucherello.
In baracca il
freddo imperava. Un secchio di fradicia poltiglia nero fangosa, detta carbone
doveva bastare (quando si riusciva ad accenderla) per farci sopravvivere. Il
secchio non bastava: era chiaro.
Il freddo
annebbiata la vista, annienta ogni volontà; cominciare una “sparire“ tavoli e tavole dalle baracche disabitate:
ogni giorno un vuoto totale si creata in quelle baracche in fondo al campo.
Fuochi, veramente di gioia, si accendevano con mille rischi: il calduccio, che
lieve e brive ridava la sensazione di vivere, ripagava l’azzardo.
Gli organismi
leggermente tarati, privi di cure, indeboliti degli anni o dagli stenti
cedettero insieme ai più forti. Un capitano degli alpini morì in sette giorni
di broncopolmonite, un sottotenente giovanissimo per un inspiegabile infezioni
biliare. La tubercolosi fulminante pizzicava qua e là le sue vittime. Medici
italiani si offrirono per lottare col male e col “sanitario“ tedesco che non
voleva dare nulla, nemmeno la carta velina al posto del cartone idrofilo.
Costui, vero “criminale di guerra“, aveva ordinato di togliere a tutti noi
qualsiasi medicinale. Così il diabetico aveva un po’ di scorta di insulina, il
malarico che aveva le perle del chinino, il sofferente di dispepsia con il
bicarbonato, e perfino il miope con i suoi occhiali furono spogliati.
La realtà era
che i medicinali arrivati in campo passavano al Lazzarett tedesco, o
riapparivano sotto forma di borsa nera in cambio di stivaloni e suole. I
medicinali richiesti non arrivarono mai ai medici italiani. Le cure ai malati
venivano o dal compagno “facoltoso“ o dall’aiuto divino. Un “numero“ moriva con
accanto i compagni di baracca che a turno gli avevano portato qualcosa di
buono; una bianca scatoletta, una pasticca di menta, un cioccolatino stantivo;
quella lieve ombra di affetto forse rendeva meno ghiaccia la morte. Poi la
veglia, le orazioni del cappellano e l’adunata generale sullo spiazzo: passava
una cassa fatta con assi di “baracca”, e con l’”Ausweis” del Major del campo
“buono per quattro compagni più il cappellano” si andava a due passi dal campo
al cimitero, già occupato da tanti russi. Fu il cappellano che ottenne per noi
italiani il privilegio di una croce sul tumulo-ai russi “non concesso” e ci
disse il Major-come a chi si dà un premio. I compagni poi facevano il suo
pacco, riunivano le sue foto su cui non fissavano lo sguardo per non cedere, e
tutto veniva affidato alla Feldpost -se la sua casa era nella mezza Italia
martoriata dei tedeschi. Se no a, rimaneva lì.
I cappellani,
con la loro opera suadente e diplomatica, ottennero che ci fosse concessa una
“baracca convegno“. Da quel giorno essa fu per noi la Chiesa, l’auditorium, il
teatro, la piazza principale, il ritrovo di moda dalla vita elegante: fu
insomma il luogo da cui si usciva ristorati almeno nello spirito. La domenica
in esse venivano celebrate ogni ora, ma la Messa solenne era alle ore dieci. Il
Major tentò di forzare il sacerdote a introdurre nell’esercizio del suo
ministero una parte politica, per provocare quell’orientamento,
quell’avvicinamento a “loro“ che non avvenne mai.
Un vecchio
sottotenente attraversare il campo ogni sera con la sua lanterna. Andava alla
“baracca“ per le prove dove attendevano infreddoliti e tremanti una dozzina di
“cantori“. Posava le sue carte ingiallite accanto alla lanterna fumosa,
toglieva da sotto i cenci una asticella e si iniziava allora il colloquio delle
anime canore con le melodie celesti. Alla Messa delle dieci, il vecchio aveva
il suo angolo riservato ed era attorniato dai suoi discepoli, l’organo c’era,
era la fisarmonica salvata ai tedeschi tenuta orizzontalmente da due serventi.
Il pomeriggio domenicale era dedicato ai cori celebri. Il Nabucco, i Lombardi,
la Forza del Destino.
La fame aveva
come alleati i secchi della cucina e come nemico il mercato nero. I “pasti”
erano due: alle 13, brodaglia di cavoli aciduli o di carote gialle sporche di
terra in un secchio, nell’altro patate lesse (tre piccole e razioni). Alle
diciassette nel secchio c’era fanghiglia di bucce di patate con un quadruccio
di margarina persona. Il “dito“ di pane era sempre più bagnato e il pioppo di
ghiande tradiva l’origine legnosa.
Perciò il mercato nero si infiltrava in ogni parte. È da premettere che per il
comando non esisteva moneta in campo, dato che era acceso una specie di conto
corrente dove veniva accreditata la paga di 72-81-96-108-120-150 marchi mensili
rispettivamente da sottotenente al colonnello; qualunque moneta trovata in
baracca veniva sequestrata. Molti morivano di fame pur essendo quasi ricchi
sulla carta. Inutile dire che nessuno ebbe mai liquidato il conto. Ma il denaro
che correva c’era, nascosto nelle scarpe o nella fodera della giubba e serviva
per far salire i prezzi ogni volta che tentava l’uscita, spinto dalla fame del
suo possessore. Enorme la domanda, esigua l’offerta. Mercanti erano i soldati
di cucina. Essi non erano favoriti oltre che dal luogo di lavoro, anche dal
fatto che uscivano per scaricar patate alla stazione, e allora lungo il
tragitto avevo modo di arrangiarsi, ricevendo anche doni dai contadini locali.
Un uovo fu venduto a 900 lire; della pasta a 2200, una sigaretta 30 lire e una
patata cruda per 60. Poi questi magnati del mercato si dettero la voce di non
vendere più ma solo barattare. A lungo andare, dopo scambi di camice per due
pani, stivali per cinque pani e un po’ di fagioli, berretti per un pane, si
videro gli ufficiali laceri e malandati, mentre i cucinieri mi salutavano con
uno scatto perfetto degli stivaloni lucidi; la camicia pulita, il volto
paffuto, il capo coperto da un elegante berretto rigido.
Nottetempo, come
dei lupi, la fame faceva uscire i sette od otto procacciatori d’affari dalle
loro baracche. Sapevano che al posto IV c’era Leopold l’ucraino. Li seguiva il
collega che sapeva il tedesco; al posto IV un fischio. La sentinella
infagottata e coperta fino alla punta del naso, si voltava. Quando il
proiettile si allontanava, i colloqui in tedesco aveva inizio e si incrociavano
le domande: cibo da un lato; vestiario dall’altro. Gran richiesta dall’esterno
per penne stilografiche stivaloni. Una sera una sentinella disse in tedesco che
eseguiva l’ordine di un ufficiale chiedendo suole in cambio di due pani. I pani
arrivarono dal cielo, lanciati dal poderoso ucraino al di sopra dei fili
spinati.
Ma a chi non
aveva il sufficiente per coprirsi, non restava altro che sentire la fame,
assaporarla bene, e trovare in essa l’assillo nelle ore serali quando il
vegliare era un tormento uguale al sonno senza pace. Si andava col pensiero a
qualche cosa, a qualcuno che potesse sollevare la pena dello stomaco con un
aiuto. E la Croce Rossa?
Il 7 dicembre un
comunicato affisso alla baracca-convegno diceva testualmente: “nessuno può
scrivere né rivolgersi con qualsiasi mezzo e per qualunque ragione al Comitato
della Croce Rossa Internazionale a Ginevra, al Vaticano, nell’Ambasciata
d’Italia a Berlino, dato che questo comando - considerando i “soldati del duce“
come ospiti graditi da restituire gradualmente alla madrepatria-gli assiste
direttamente per quanto è in suo potere“. Firmato: il la Major. Per questo la
Croce Rossa brillò per la sua assenza nei 70 campi di prigionia della
Polonia?...
La posta era
un’altra piaga.
Vidi un
sottoufficiale tedesco cestinare nella posta in arrivo solo perché scritta sui
moduli commerciali o su carta da lettera affrancata con francobolli recanti
l’effigie del re; se c’era la testa di Hitler, graziava per rispetto.
In campo si
leggeva, si aveva sete di carta stampata, ma purtroppo questa difettava.
Giravano dei libri, ma erano pochi. Si leggevano I due prigionieri di
Zilahy con la stessa voracità con cui si digerivano i minuti i caratteri d’un
trattato di ostetricia o le aride novelle svedesi di Lagerkvist. E i tedeschi
sapevano dell’esistenza di questa malattia di prigionieri, e dopo averla fatta
sviluppare fecero venire un sottile narcotico, un veleno che avrebbe prima o
poi senza fallo intossicato tutti, sotto forma di un ignobile foglio stampato
settimanalmente, e distribuito con larghezza in tutti i campi dei deportati.
Aveva una testata attraente e un dolce titolo: “la Voce della Patria“. Carità
di essa vuole che se ne taccia.