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mercoledì 8 aprile 2020

lunedì 6 aprile 2020

Coronavirus: IL NUERO DEI CONTAGI

IORESTOACASA



Fonte
Il Corriere della Sera 4 aprile 2020

Ognuno di noi che non rispetta le regole agevola l'aumento del numero dei contagi

sabato 4 aprile 2020

Accademia Militare Stemmi di Corso 24° e dal 150° al 153°

ARCHIVIO
Uniformologia e Distintivi






I Corsi che qui sono riportati si riferiscono
 con distintivi
 fino al 24° Corso, uguale per tutti 
da sinistra a destra
150° Corso Montello
la numerazione riprese quella interrotta nel 1944 per via della guerra e si ricollega a quella generale
in occasione del 50° della fine della Grande Guerra 1918-1968
1968 - 1970
151° Corso 1969-1971
152° Corso 1970-1972
153° Corso 1971-1973


venerdì 3 aprile 2020

Circolare n. 2 del 2020

NOTIZIE CESVAM


ISTITUTO DELNASTROAZZURRO 
FRA COMBATTENTIDECORATIALV.M. 
Eretto in Ente Morale conR.D.31 Maggio1928n.1308 E.T.S.

 Il Presidente Nazionale
A:
Presidenti e Commissari di Federazioni
Direttore Periodico “Il Nastro Azzurro”
Direttore CESVAM
Prot.n. 213 Roma, 24 marzo 2020 
OGGETTO: Circolare 2-2020.
 ^^^^^^^^^^^^^^^^
Aggiornamento della situazione dell’Istituto:

 Bilanci delle Federazioni: la scadenza del 31 marzo non è più vincolante in quanto probabilmente l’approvazione del bilancio dell’Istituto subirà uno spostamento temporale;
 Periodico: il numero 1 è stato consegnato allo spedizioniere all’inizio della settimana scorsa; il numero 2 è stato predisposto e vedremo se sarà possibile stamparlo;
 Labari delle Federazioni Provinciali ordinati con l’offerta della ditta Molini: sono tutti pronti ma, vista la chiusura di molte Federazioni, non verranno spediti per evitare che vadano persi;
 Lutto nell’Istituto: è mancato il Presidente della Federazione di Monza Brianza, gen. Umberto Raza.


Il Presidente Nazionale 
Carlo Maria Magnani

giovedì 2 aprile 2020

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione

NOTIZIE CESVAM
Progetto
Dizionario minimo della Guerra di Liberazione

OSVALDO BIRIBICCHI


L’idea di scrivere il Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione, del periodo che va dall’annuncio dell’Armistizio l’8 settembre 1943 alla Liberazione il 25 aprile del 1945, è nata nell’ambito del progetto Storia in Laboratorio, diretto dal Generale Massimo Coltrinari, avente il fine di trasmettere i valori della Liberazione agli studenti delle Scuole Superiori di I e II grado. Constatato che non è possibile parlare di Guerra di Liberazione senza la conoscenza degli eventi principali che hanno preceduto e seguito l’Armistizio, è stata presa la decisione di porre mano a questo lavoro che nelle intenzioni non deve essere solo una raccolta asettica di dati ma vuole stimolare riflessioni critiche proprio a partire dalla data armistiziale su cui poniamo l’attenzione.
Il Dizionario, strutturato su quattro volumi (Parte Generale, Personaggi e Protagonisti, Luoghi e Battaglie, Unità), si articola in due parti; nella prima vengono considerati cinque fronti: Sud; Nord; Internamento in Germania e negli altri Paesi; Resistenza dei Militari all’Estero e Prigionia mentre nella seconda parte viene posta l’attenzione sulla cosiddetta Campagna d’Italia e sugli Alleati, sulla Coalizione hitleriana in Europa e nel Mondo nonché sulla Repubblica Sociale Italiana.
La struttura delineata suggerisce un quadro sommario di ciò che avvenne all’indomani dell’Armistizio, un evento conosciuto in maniera superficiale che invece merita di essere approfondito in quanto a partire da quel momento l’Italia si dividerà in due: quella del Sud liberata, dagli Alleati con gli sbarchi in Sicilia (9 luglio 1943), Salerno (8 settembre 1943, lo stesso giorno in cui fu comunicata la resa) ed Anzio (22 gennaio 1944), e quella del Nord dove fu creata la Repubblica Sociale Italiana decisa a continuare una guerra ormai persa al fianco dei tedeschi.
In realtà di armistizi fra l’Italia e gli Alleati ce ne furono due: il primo detto armistizio corto conteneva solo clausole militari, fu firmato segretamente a Cassibile in provincia di Siracusa il 3 settembre 1943 ed annunciato cinque giorni dopo dal Generale Eisenhower e poche ore dopo da Badoglio. Il secondo detto armistizio lungo o anche armistizio di Malta fu firmato il 29 settembre e precisava le condizioni della resa senza condizioni già contenute genericamente nell’armistizio corto. La semplice conoscenza di questi elementi stimola riflessioni profonde su quei cinque giorni tra il 3 e l’8 settembre in cui i soldati italiani continuarono a combattere e morire al fianco dei tedeschi contro gli anglo-americani e la mattina del 9 settembre si ritrovarono all’improvviso gli alleati del giorno prima nemici. Le forze armate tedesche presenti sul territorio italiano divennero automaticamente forze di occupazione.
Dopo l’8 settembre tutta la popolazione italiana senza distinzione di credo politico e condizione sociale pagò un prezzo altissimo. Nei territori della Repubblica Sociale, in particolare, iniziò una durissima guerra partigiana contro i nazi-fascisti che a loro volta reagirono con feroci rappresaglie nei confronti dei civili che come se non bastasse subivano anche i violenti bombardamenti aerei diurni e notturni degli Alleati che avanzando verso Nord colpivano sia obiettivi militari che città e paesi[1]. Nel dizionario si fa riferimento anche ai quarantacinque giorni di governo Badoglio che precedettero l’armistizio. Nella notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943 Mussolini fu esautorato nel Gran Consiglio del Fascismo ed il giorno dopo arrestato e destituito da Vittorio Emanuele III che contemporaneamente assumeva il comando delle Forze Armate e nominava il Maresciallo Badoglio capo del Governo.
Un periodo confuso in cui il governo italiano, che in quel momento aveva fuori dal territorio nazionale oltre 31 divisioni dell’Esercito, avviò contatti segreti con gli Alleati per uscire dalla guerra pur continuando formalmente a professare la propria lealtà all’alleato germanico.
L’8 settembre fu dunque una data spartiacque tra un periodo ormai concluso ed un dopo, ovvero l’inizio della Guerra di Liberazione chiamata dagli Alleati Campagna d’Italia. Una guerra combattuta da tutto il popolo italiano su cinque fronti (e qui mi ricollego alla struttura del dizionario):
1)   dell’Italia libera, a Sud, liberata dagli Alleati i quali consentono al Governo del Re d’Italia, riconosciuto sia dagli Alleati che dall’Unione Sovietica, di esercitare seppure con delle limitazioni le proprie prerogative. Nell’Italia libera furono gettate le basi delle nuove Forze Armate. L’Esercito contribuì alla Guerra di Liberazione inizialmente con il I Raggruppamento Motorizzato che combatté a Monte Lungo (8 dicembre 1943) successivamente con il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) che si distinse a Filottrano (8 luglio 1944) ed infine con i Gruppi di Combattimento che parteciparono all’offensiva finale contribuendo a liberare gran parte delle città del nord Italia[2];

2)   dell’Italia occupata dai tedeschi. Qui il fronte fu clandestino e la lotta politica condotta dal Corpo Volontari della Libertà, composto dai rappresentanti di tutti i partiti antifascisti, riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.)[3]. Fu il grande movimento partigiano del nord Italia all’interno della Repubblica Sociale Italiana;

3)   della Resistenza dei militari italiani all’estero, un fronte questo non conosciuto, dimenticato. È la lotta contro i tedeschi dei soldati italiani inseritisi nelle formazioni partigiane locali (Jugoslavia, Grecia, Albania);

4)   della Resistenza degli Internati Militari Italiani, oltre 600 mila militari che pur andando incontro consapevolmente a privazioni ed umiliazioni opposero un deciso rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana;

5)   della Prigionia Militare Italiana della seconda guerra mondiale. I prigionieri italiani in mano alleata all’annuncio dell’Armistizio dovettero, come tutti, fare delle scelte. La stragrande maggioranza scelse di cooperare con gli ex-nemici; quelli in mano agli angloamericani furono organizzati in Italian Service Units (ISU), compagnie di 150 uomini addetti a particolare lavori di carattere logistico. Negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna furono impiegati negli arsenali o nelle basi militari ma anche in Australia in attività non propriamente belliche. 
Nel dizionario, inoltre, non si dimentica di evidenziare il ruolo particolare avuto dalla Puglia, Regione d’Italia che per sei mesi, dal 10 settembre 1943 data di arrivo del Re all’11 febbraio 1944 data in cui la corte si trasferì a Salerno in attesa della liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno 1944 (ben 134 giorni dopo lo sbarco di Anzio), costituì il fulcro del Regno del Sud. In questo periodo, infatti, Brindisi ne divenne la capitale. È da Brindisi che il governo Badoglio, il 13 ottobre 1943, trentacinque giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, dichiara guerra alla Germania. A partire da questa data, l’Italia assume la posizione di “cobelligerante” ovvero non è più considerata nemica dagli anglo-americani ma neanche alleata nel senso stretto del termine.
Un spazio non secondario viene riservato infine al ruolo delle donne negli avvenimenti bellici dal settembre 1943 all’aprile 1945, a quelle che hanno partecipato attivamente alla Guerra di Liberazione ricoprendo vari ruoli sia logistici che combattenti ed alle donne della Repubblica Sociale Italiana impiegate nel Servizio Ausiliario Femminile con compiti di carattere logistico.
In sintesi possiamo affermare che ognuno partecipò alla Guerra di Liberazione nei modi e nelle forme più disparati.
Se non si comprendessero questi aspetti sarebbe difficile parlare di un argomento così complesso e delicato. Per questo motivo ci siamo avviati alla stesura del dizionario con l’intento di dare un supporto didattico allo studio ed alla conoscenza di un periodo storico complesso ma fondamentale per comprendere l’origine delle nostre odierne istituzioni e in ultima analisi della nostra democrazia.
                                                                                                                                          
                                                                                                                                                                           





[1] In realtà, i bombardamenti sulle città italiane iniziarono subito dopo la dichiarazione di guerra, l’11 giugno 1940, di Mussolini alla Francia ed al Regno Unito.

[2] L’Esercito dell’Italia libera diede il proprio contributo alla Guerra di Liberazione anche mettendo a disposizione degli Alleati oltre 200.000 uomini che furono impiegati nelle Divisioni Ausiliarie ovvero nell’attività logistica, non meno importante ed indispensabile di quella combattente.
[3] Il C.L.N. fu costituito a Roma il 9 settembre 1943 dai rappresentanti dei partiti antifascisti. Tra i fondatori: Ivanoe Bonomi (Presidente), Alcide de Gasperi, Giorgio Amendola, Alessandro Casati, Pietro Nenni, Ugo La Malfa e Giuseppe Romita. Successivamente, i rappresentanti dei vari partiti antifascisti costituirono CLN locali nelle varie città del nord Italia per dare impulso e direzione politica alla Resistenza.

mercoledì 1 aprile 2020

Epidemie italiane: il colera “politico”


DIBATTITI
 A margine della crisi in essere
 note storiche

Alessia Biasiolo

L’epidemia di colera che ricorda Pellegrino Artusi in un suo aneddoto, colpì l’Italia a ondate successive nel 1854 e nel 1855.
Nel 1854 aveva colpito gli Stati sardi, parte della Lombardia e il Sud, mentre l’anno seguente colpirà tutta la penisola causando migliaia di morti.
Appena ci si rese conto di avere anche in Sardegna un caso di malattia, si formò una commissione medica che aveva lo scopo di coordinare le operazioni di soccorso e di studiare quel nuovo fenomeno patologico. L’eccessiva disponibilità ad ospitare in zone libere dall’infezione dei sassaresi immigrati, fece diffondere l’epidemia, almeno così pensò la popolazione alla morte per colera di uno dei sassaresi ospiti.
Il morbo si diffuse con una rapidità impressionante. A Ozieri ci furono casi di caccia all’untore, come da manzoniana memoria. Subito il paese sardo colpito dall’epidemia venne cordonato per impedirne l’accesso e l’uscita, in modo da circoscrivere il danno. I negozi vennero chiusi, tranne le spezierie e un caffè, e venne vietato il consumo di cocomeri, cetrioli e meloni, oltre che di ortaggi in genere, perché erano stati individuati come i principali responsabili del veicolo del morbo; le case degli ammalati vennero trattate a calce, per disinfettarle. Vietati i salassi a chi era nella prima fase della malattia, come pure l’esposizione dei cadaveri in piazza prima del funerale; ogni settimana si doveva sezionare un cadavere, evidentemente per studiarne gli effetti della malattia stessa.
I più colpiti erano i poveri, come spesso accadde, e in fretta si diffuse di nuovo, come già nella ricorrenti epidemie precedenti, il sospetto di veleni diffusi a scopo politico.
La stessa medicina ufficiale era divisa tra contagionisti e anticontagionisti, in aperta e aspra polemica tra loro, con tanto di battaglie tra le colonne di vari opuscoli medici e dando contraddittori consigli al governo in tema di misure da prendere per cercare di arginare il contagio.
Dalle colonne della “Gazzetta medica italiana”, ad esempio, Gaetano Strambio diffondeva le sue idee contagiste, contestate da Cavour che sollecitò il deputato e medico Angelo Bo, a controbattere l’assurda credenza della propagazione della malattia con un contagio ad arte.
In particolar modo, era credenza comune nella povera gente che fosse proprio il governo a volerla ammazzare tutta, attraverso i medici che avrebbero dovuto curarla.
Addirittura i deputati comunali o i parroci altalenavano nelle credenze, combattuti all’idea che nelle teorie complottiste ci fosse qualcosa di vero. Spesso scoppiavano disordini, perché si temeva l’uso politico di una malattia diffusa appunto dai politici e le persone, oltre ad organizzare le rivolte, rifiutavano l’ospedalizzazione per timore di essere ammazzate in ospedale. Soltanto lo spaventoso numero dei morti, salito ad oltre ventimila nella città di Torino ad esempio, farà sedare gli animi e li rese più disponibili ad ascoltare le parole del sindaco.
In Sardegna, il colera fece scattare una forte opposizione antipiemontese, data l’unione delle due regioni in un unico Regno.
Nella “colta e civilissima” Firenze, come veniva definita al tempo, il caso di colera tra i carcerati fece diffidare dei pubblici poteri.
Al Sud, si pensava male dei Piemontesi, alludendo alla guerra di Crimea da dove molti soldati erano in effetti tornati ammalati, ma si pensava anche a un “veleno” sparso tra la popolazione dalle autorità napoletane per sfoltirla e intimorire i sopravvissuti, memori della pesante azione antiliberale messa in atto dopo i moti del 1848 che avevano portato con sé fucilazioni e arresti.
Anche a livello politico si vigilava affinché non ci fosse utilizzo del colera come arma contro il governo, o di una parte politica contro l’altra.
Nel 1856, una lettera anonima accusava un deputato di avere avvelenato l’acqua con il verderame e di avere attribuito a Ferdinando II il colera-veleno. Altri avevano diffuso la voce che un fornaio, a Silvi, aveva avvelenato il pane, sperando così di causare un’insurrezione e di mettere a sacco il forno.
Alcuni gridavano all’avvelenamento delle spighe di grano con fosfato di fiammiferi.
Nei territori di Chieti e Pescara, venne fatta comminare una buona dose di legnate a chi propagava notizie sediziose sul morbo. Fu subito chiaro che dove le misure repressive adottate erano più drastiche, il popolo rispettava maggiormente le indicazioni date e i disordini furono nulli, per evitare che si ripetessero le sommosse viste nel 1837.
La repressione era utile anche contro gli allarmisti, che spesso erano donne popolane, perché il panico diventava pericoloso tanto quanto la malattia.
Un povero girovago di Brindisi, Francesco D’Alessio, ad esempio, entrato da un pizzicagnolo, venne visto toccare dei ceci arrostiti, forse perché ne avrebbe voluto per mangiare; poi venne visto entrare in un’osteria dove da solo si servì di un bicchiere di vino al banco. La voce circolò subito e venne accusato di avvelenamento: rincorso dalla folla inferocita, trovò rifugio in chiesa. Il piglio divertito del giudice istruttore fa comprendere la tragicommedia che denota la paura diffusa in tempi drammatici.
Lo smarrimento dinanzi all’impossibilità di azioni contro la malattia, faceva aumentare il timor panico, l’odio verso qualcuno, il pregiudizio e a volte si innestava sulla criminalità usuale. Spesso si rispondeva al contagio dicendo di stare in casa, a finestre tappate, soprattutto laddove si pensava che nubi di aglio bruciato stessero vagando portando il colera.
Si ebbe poi un colera nazionalpopolare nel 1865-67 quando si ribadisce dalle colonne del saggio di Michele Lessona “Volere è potere” che non era vero che il colera fosse inviato al popolo dal governo liberale, ma di certo il detto governo aveva le sue colpe, dal momento che i liberali non si erano fatti scrupoli di mantenere viva nel popolo la credenza degli untori politici se faceva comodo.
Comparso nelle Marche, poi in Campania e Puglia nel 1865, diffusosi in alcune zone della Sicilia nel 1866, il morbo dilagò ampiamente nel 1867 in Lombardia, Puglia, Calabria e Sicilia, diffondendo ancora una volta il timore verso ospedali e medici che non solo erano centro di diffusione del contagio, ma accusati di farlo apposta, come emissari forse del governo oppure di chissà chi. Ignazio Cantù scrisse che alle superstizioni si dovevano gran parte dei mali dell’umanità.
Gaetano Strambio notò con orrore che, ancora, si ripetevano i deliri sull’ampollino dei medici, con rapimento o occultamento dei malati per non lasciarli in mano ai sanitari: secondo Strambio, il problema della mancanza di autorità, in un periodo di contrasto tra Stato e Chiesa, lasciava ampio spazio a chi predicava che erano i castighi di Dio a impossessarsi dell’umanità italiana, per punirla delle empietà liberali, mentre lui stesso ipotizzava che fossero proprio dei maneggi dei clericali più conservatori a provocare distruzione e morte.
Contro medici e presunti avvelenatori insorsero a Castellammare e Torre Annunziata, ad esempio, mentre ad Amalfi ebbero la peggio degli uomini di Positano perché galantuomini, pertanto sospettati di diffondere il morbo tra i poveri.
Interessante notare come, a Palermo, si sostenesse con una certa logica per chi voleva pescare nel torbido dell’untore politico, che “se era veleno quando c’era Ferdinando non avrà cessato di esserlo perché c’è Vittorio Emanuele”. In Sicilia, nel 1860 Giuseppe Garibaldi aveva promesso la leva militare al posto del colera, ma ora era evidente che non fosse cambiato molto, quindi la colpa doveva essere del governo per forza.
Perciò venne organizzata, da capipopolo già impegnati nei tumulti del 1848 e del 1860, una rivolta popolare, causata dalla peggiorata condizione economica, la malattia dilagante, la disoccupazione, la liquidazione dell’asse ecclesiastico.
Tra il 16 e il 22 settembre 1866, migliaia di persone calarono dalle zone circostanti e arrivarono a Palermo dove misero a sacco gli uffici pubblici, impadronendosi della città. I Borboni avevano favorito la rivolta, soffiando sul pericoloso fuoco della disperazione, ottenendo un pesantissimo intervento governativo che acuì l’odio nei confronti del Piemonte che governava dalla capitale Firenze.
Le truppe al comando di Cadorna sbarcarono sull’isola diffondendo ancor più il colera. Le fucilazioni e gli arresti si moltiplicarono, con tribunali militari e rastrellamenti. Si contarono migliaia di morti, con la reazione popolare che non si fece attendere, soprattutto per l’aumento della pressione fiscale. Il colera poteva solo essere italiano, nemico, contro un’isola che, quindi, tanto italiana in quel momento di novella unità nazionale non si sentiva. Ogni azione del governo, anche la distribuzione di viveri e medicinali, non venne accettata, perché sospettata di essere soltanto un altro metodo per diffondere il morbo ed eliminare i popolani locali.
Nello stesso 1867, in Calabria i reazionari incolpavano del colera la scomunica da parte di Pio IX. Per fronteggiare il morbo, il popolo beveva litri di olio d’oliva e cercava di linciare gli untori. Anche in questo caso, borbonici e clericali alimentarono le credenze popolari sperando di poterne avere la meglio e di ripristinare lo status politico precedente.
Il prefetto di Cosenza addita anche i cittadini agiati ed educati, cioè colti, di credere nella diffusione del colera come veleno; oltretutto in Calabria era diffusa l’idea di una setta responsabile dei tumulti e in tal senso si organizzarono anche delle indagini. La psicosi dei veleni e degli untori, insomma, colpiva non solo l’immaginario collettivo della plebe, ma tutta la società civile.
Purtroppo un’epidemia di colera colpisce l’Italia anche nel 1884-85, ma il Paese risponde in maniera meno impreparata. Infatti, nel 1883 Koch ha scoperto la causa del morbo, un vibrione, che si debella già portando a ebollizione l’acqua.
Il governo, guidato da Depretis, mette in atto una azione efficace, con una strategia precisa e coerente: l’urto contro la malattia è la scrupolosa igiene personale, dei locali, l’isolamento, la disinfezione, la distruzione degli oggetti infetti.
Malgrado l’attacco delle opposizioni, la vigilanza in tutta Italia porta sicuri risultati, ma spiegabili anche con l’aumentata istruzione, una buona profilassi e buoni progressi economici. Tuttavia, l’idea degli avvelenamenti non passa: si crede ancora che gli ampollini dei medici, le polverine, le caraffine per contenere il colera, fossero un’azione politica o di qualcuno contro il popolo.
Il “Corriere della Sera” titola “Cose da Medioevo”, anche quando si credeva che l’Italia fosse cresciuta abbandonando le superstizioni. Addirittura si assicurava che gli avvelenatori, medici e farmacisti, venissero pagati 25 lire al giorno.
Sono passati anni, l’istruzione è migliorata in Italia, ma le superstizioni riappaiono prepotenti quando la situazione, soprattutto sanitaria, porta al panico collettivo.
Se infatti i Borboni dovevano diffondere il colera perché le bocche da sfamare erano troppe, erano i carabinieri a gettare in giro il morbo sotto Umberto. E non si fanno attendere anche le polemiche dalle colonne dei giornali, dal momento che il Sud italiano, Palermo in testa, era stato dipinto come in preda all’anarchia e alla barbarie, pertanto i giornali palermitani insorsero rispondendo per le rime.
Francesco Crispi, dalla sua, lamentava che il clero non aveva utilizzato la sua potenze spirituale e parzialmente temporale per convincere le persone che non c’erano veleni e untori. In effetti non era vero: il vescovo di Palermo e di Catania, ad esempio, avevano scritto ai preti di predicare che il colera aveva un’origine naturale, pertanto non solo doveva essere accettato come una calamità naturale, ma dovevano essere accettati anche gli aiuti dalle autorità, che ancora una volta al Sud non venivano considerati positivi.
C’era chi pensava addirittura, allora, che i preti avvelenassero l’ostia della comunione, proprio perché stavano con il governo.
Un buon curato, allora, doveva citare la Bibbia, dove era chiara l’origine divina della peste; metteva in guardia di non lasciare le case per paura degli untori, perché i ladri ne approfittavano ad arte per svaligiare le case e, inoltre, come poteva un prete stare dalla parte di un governo che non li amava affatto? In più, se già non ce n’era abbastanza, era chiaro che erano stati proprio i liberali ad inventare la storia del veleno in odio ai Borboni: una verità che, rivelata in quel momento, non portò comunque a convincimenti seri.
All’idea dell’avvelenamento politico si rifaranno in Italia anche nel 1910-11, in occasione di un’altra epidemia che riporterà alla parola Medioevo per indicare l’arretratezza di pensiero tornata a credenze popolari che si pensavano superate, mentre si ricorrerà ancora all’idea di untori o di avvelenatori nel caso dell’epidemia di spagnola che colpirà l’Europa tra la fine della prima guerra mondiale e i primi mesi di pace.
Di quell’epidemia non abbiamo molte notizie scritte, dato che la censura interverrà a man bassa per fare sparire ogni notizia che poteva demoralizzare il popolo, dal momento che i primi segni del dilagare dal morbo si ebbero nei momenti decisivi per il conflitto.
Ci sono anche in quell’occasione dei provvedimenti dei prefetti che vietano i funerali, ma anche di portare il viatico e di suonare le campane in segno di qualcuno agonizzante, proprio per non dare nelle persone l’idea del vero impatto della malattia.
Ancora una volta il governo confida nei parroci per divulgare idee di positività e negare che fosse in atto un’epidemia e lo stesso Vittorio Emanuele Orlando, capo del governo, tuona contro chi metteva in giro voci su una malattia terribile in circolazione.
Il nemico imputato di diffondere una malattia, tra le superstizioni circolanti sommessamente, era il tedesco, ma anche il governo di Roma che a molte masse era ancora inviso.
Finita la guerra, si rimarcava il concetto che il “regalo” dell’influenza che mieteva migliaia di vittime fosse stato lasciato dai tedeschi.
Proprio quando un amico di Pellegrino Artusi, Olindo Guerrini, nome d’arte Lorenzo Stecchetti, pubblica il suo libro “L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa”, manualetto molto diffuso, anche se non ebbe la fortuna del libro dell’amico. In quel momento di penuria di cibo e soldi, infatti, avere un ricettario che nobilitava la casalinga abitudine di non buttare via niente e di provare ad utilizzarlo al meglio, dava un ché di moderno e alla moda.
Un modo come un altro per cercare di risollevarsi da una terribile guerra.

martedì 31 marzo 2020

Indici Mese di Marzo 2020


SOMMARIO
ANNO MMXX, Supplemento on line, III, n.51
Marzo 2020
Massimo Coltrinari, Editoriale, Marzo 2020
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Massimo Coltrinari, Copertina, Marzo 2020
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IL MONDO DA CUI VENIAMO: LA MEMORIA

APPROFONDIMENTI

DIBATTITI
Redazionale, Le Ricognizioni. I
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Redazionale, Le Ricognizioni. II
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Redazionale, Giornata dedicata a Dante
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ARCHIVIO

Redazionale, Prima Guerra Mondiale I Corpi d'Armata fino al 1914
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Redazionale, Prima Guerra mondiale. I Corpi d'Armata fino al 1914. II
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Redazionale, Prima Guerra Mondiale. I Corpi d'Armata sui fronti I
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Redazionale, Prima Guerra Mondiale. I Corpi d'Armata sui Fronti II
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Redazionale, Sonnino e la dichiarazione di Guerra 23 maggio 1915
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MUSEI, ARCHIVI,BIBLIOTECHE
 IL MONDO IN CUI VIVIAMO: LA REALTA' D'OGGI

UNA FINESTRA SUL MONDO
Redazionale, Heeresgeschichtliches Museum I Parte
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Redazionale, Heeresgeschichtliches Museum II Parte
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 GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE

 SCENARI, REGIONI, QUADRANTI

 CESVAM NOTIZIE
CENTRO STUDI SUL VALORE MILITARE
Redazionale, CESVAM: L'Editoria
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Redazionale, Giornata del Decorato 2020
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Redazionale, Il N. 3 del 2019 dei QUADERNI - Relazione generale del CESVAM
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Redazionale, Istituzione del CESVAM 26 settembre 2014
su www. valore militare.blogspot.com con post in data 8.03.2020
Redazionale, Report della attività del CESVAM - Articolazione
                              su www. valore militare.blogspot.com con post in data 9.03.2020
Redazionale, N. 1 del 2020 Notiziario del Nastro Azzurro
                              su www. valore militare.blogspot.com con post in data 10.03.2020
Chiara MastrantonioSITO DEL NASTRO AZZURRO. CONTRIBUTI
                            su www. valore militare.blogspot.com con post in data 11.03.2020
Redazionale, La Rivista QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO
                              su www. valore militare.blogspot.com con post in data 12.03.2020
Redazionale, Rivista QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO
                              su www. valore militare.blogspot.com con post in data 16.03.2020
Chiara Mastrantonio, Sito del Nastro Azzurro. Segnalazioni
                              su www. valore militare.blogspot.com con post in data 17.03.2020
Chiara Mastrantonio, Contributi al Sito del Nastro Azzurro
                              su www. valore militare.blogspot.com con post in data 18.03.2020
Redazionale, CESVAM - La Emeroteca
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Redazionale, CESVAM - Emeroteca. Struttura
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Redazionale, Conclusa la Ia Edizione del Master in Storia
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Redazionale, QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO n. 2 del 2019
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Redazionale, QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO n. 2 del 2019. Sommario
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Redazionale, QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO n. 2 del 2019 Nota Redazionale
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SEGNALAZIONI LIBRARIE

Redazionale, Volume: Gli artefici della Vittoria
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Redazionale, Diario di Guerra- Giuseppe Tofano
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 AUTORI

Pecce Alessio, ricercatore
Bottoni Roberta, Istituto del Nastro Azzurro
Coltrinari, Massimo direttore CESVAM
Francesco Attanasio, Presidente della federazione di Siracusa
Mario Pereira, Vice presidente Federazione di Pistoia
Carandente  Chiara, Istituto del Nastro Azzurro
Baldoni, Massimo, pseudonimo
Giorgio Lavorini, Presidente Federazione di Prato
Federico Levy, collaboratore
Elsa Bonacini, collaboratrice CESVAM
Osvaldo Biribicchi, Associato CESVAM
Alessia Biasiolo, collaboratrice CESVAM
Luigi Marsibilio, membro del Collegio dei redattori della Rivista
Giancarlo Ramaccia, vice direttore CESVAM
Giovanni Cecini membro del Collegio dei redattori della Rivista

Numero chiuso in data 31.03.2020

(indici a cura di Chiara Mastrantonio)

lunedì 30 marzo 2020

Copertina Marzo 2020





QUADERNI ON LINE





Anno LXXXI, Supplemento on line, II, 2020, n. 51
 Marzo 2020

www.valoremilitare.blogspot.com
www.cesvam.org

domenica 29 marzo 2020

Editoriale Marzo 2020 Ce la faremo

La tremenda crisi che il nostro Paese sta attraversando mette in secondo piano ogni questione, Tutti i nostri comportamenti, che devono essere virtuosi, sono essere indirizzati al superamento di questa crisi, in unità di intenti. Mai come in questi momenti si esalta il Valore, che in questo caso non è quello militare, ma civico, di dedizione completa di ogni propria attività alla causa della collettività colpita e minacciata da un nemico invisibile e spietato. Tutta la nostra solidarietà va a chi è impegnato in prima linea a fronteggiare questa emergenza; noi lo aiutiamo non solo con le parole ma anche con i comportamenti, ispirati al rispetto delle regole, anche quelle dettate dal governo ed anche quelle che non condividiamo, ma che si devono accettare ed eseguire prima fra tutte quella di rimanere tassativamente a casa, limitando ogni contatto ed ogni rapporto con altri, che è il veicolo privilegiato di questa epidemia; a seguire quella di essere umili, e farsi guidare dagli uomini di scienza, emarginando ed ignorando i soliti esperti tuttologi di circostanza; ed infine stare calmi, pazienti e tolleranti, evitando di creare paure, panico e simili cose.
I tempi sono lunghi quindi si chiede uno sforzo prolungato, una resistenza che non può che essere sostenuta dal valore, ovvero dai comportamenti virtuosi sopra detti.
Per quanto riguarda il CESVAM la forzata permanenza a casa agevola la attuazione della programmazione in atto. E' anche un modo per impiegare bene il tempo, che altrimenti potrebbe essere un peso. Si stanno sviluppando in modo armonico le attività in essere, di cui daremo nel prossimo mese note informative. Un augurio a tutti e un sentimento di comprensione e vicinanza per chi tra noi abbia da soffrire per questa epidemia.

Massimo Coltrianari

sabato 28 marzo 2020

Giornata dedicata a Dante

DIBATTITI
L'identità di
 essere italiani, espressione propedeutica
 al valore militare


Si è festeggiato il 25 marzo, il Dantedì, la giornata dedicata al poeta e padre della lingua italiana Dante Alighieri.

"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"
( Inferno vv.118-120, Canto XXVI)


I versi di Dante tornano alla mente di ognuno nei momenti più incredibili e inaspettati, strappandolo via dalla situazione nella quale si trova e catapultandolo nel mondo dei ricordi, delle terzine imparate a memoria sui banchi di scuola e poi studiate di nuovo, con infinito piacere, negli anni della maturità. Ed è così che Dante fa capolino anche ad Auschwitz, in una delle parti più toccanti e liriche di"Se questo è un uomo" di Primo Levi.
Jean, il compagno di prigionia alsaziano di Levi,  gli dichiara il suo amore per l'Italia e la volontà di imparare l'italiano. E Levi inizia improvvisamente a pensare a Dante:
"Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia, come è distribuito l'Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia".
A quel punto riaffiorano dentro di lui i versi del celebre Canto XXVI dell'Inferno dedicati ad Ulisse e la sua fame e ingordigia di conoscenza. Dante diventa la lingua e la lingua la casa che per alcuni istanti riaccoglie con l'Uomo, non fatto per vivere come un bruto ma per inseguire e perseguire il sapere.
Dante significa casa per Giorgio Bassani, che costruisce la struttura del "Giardino dei Finzi-Contini" senza perdere mai di vista la Commedia e lascia tanti piccoli indizi e citazioni pronti per essere colti dai lettori e gli amatori del ghibellin fuggiasco. Rivelatore della passione di Bassani è anche il meno noto "Dietro la porta", romanzo breve che racconta la vita tra i banchi del liceo di Ferrara, il cui protagonista fa del verso dantesco "L’essilio che m’è dato, onor mi tegno" il suo motto.
Esule, minacciato di morte, aggrappato alla sua identità e alla patria, Dante riecheggia anche in Giorgio Voghera, scrittore e ultimo testimone dell'età d'oro di Trieste, nella quale Umberto Saba e Italo Svevo diventano due campioni rispettivamente della poesia e della prosa del Novecento.

Scappato nella Palestina mandataria per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste, Voghera nel suo "Quaderno d'Israele" sembra aggrapparsi ai celebri versi del primo canto infernale "E come quei che con lena affannata/ uscito fuor del pelago a la riva/ si volge a l'acqua perigliosa e guatta, / così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,/ si volse a retro a rimirar lo passo/ che non lasciò già persona viva".
Perché anche se si è lontani, anche se immersi nelle difficoltà della vita, nelle peripezie, gli imprevisti, le fughe e i ritorni, i versi di Dante Alighieri continuano a significare casa, lingua comune, umanità.