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sabato 20 giugno 2026

Progetto 2024/1 Valore Militare alle Fosse Ardeatine. MOVM Dardano Fenulli

 ARCHIVIO
( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)



Tenente Colonnello dell’Arma dei Carabinieri Reali (Servizio Informazioni Militari)

Dardano FENULLI

(Reggio Emilia, 3 agosto 1889 – Roma, 24 marzo 1944)

 

Nel 1906 si arruola volontario nel Regio Esercito nel Reggimento "Lancieri di Milano" e venendo ammesso nel 1910, col grado di sergente maggiore, alla Scuola Militare di Modena venendo promosso nel maggio del 1912 quale Sottotenente di Cavalleria. Nello stesso anno il padre Saverio muore nel corso di un combattimento a Derna in Libia, durante la guerra italo-turca, venendo decorato nell’occasione con la Medaglia d'Argento al Valor Militare alla Memoria.

Nel 1913 è assegnato al Reggimento “Cavalleggeri di Lucca” ed inviato in Tripolitania dove rimane fino all’anno successivo.

Nel corso della Prima Guerra Mondiale prende parte a diverse azioni di combattimento meritando due Encomi Solenni, anche se dal luglio del 1916 esce dall’arma di appartenenza per essere assegnato al 13° Reggimento Artiglieria da campo. Dopo che nel 1917 ha perso il fratello minore Saverio, al termine del conflitto fa ritorno all’arma di cavalleria e, promosso Capitano, passa al Reggimento “Nizza Cavalleria”.

Divenuto Tenente Colonnello nel 1934, passa al Reggimento “Cavalleggeri di Saluzzo”, prendendo parte alle operazioni in Africa Orientale quale capo della base intendenza di Euda Jesus e, terminato il ciclo operativo, è assegnato all'Intendenza di Asmara come Capo dell'Ufficio di Stato Maggiore.

Durante il periodo trascorso in Africa Orientale ha modo, quale comandante di Reparti del Regio Corpo Truppe Coloniali, di far valere le proprie capacità, nel corso delle operazioni di polizia coloniali volte a stroncare la resistenza etiope, meritando una Medaglia d'Argento al Valor Militare: “Durante un lungo ciclo operativo, al comando di tre battaglioni coloniali e due gruppi di squadroni costituiva un formidabile sbarramento su di una importante via di comunicazione, impedendo ad agguerrite formazioni di ribelli di attraversare la zona affidata alla sua sorveglianza e di sfuggire alla pressione delle altre colonne operanti. Si portava più volte, alla testa di aliquote delle sue truppe laddove il nemico tenacemente inseguito tentava il passaggio, riuscendo ad arrestarlo ed a volgerlo in fuga dopo avergli inflitto sanguinose perdite. Magnifica tempra di soldato e di combattente sagace ed ardito”.

Il suo impegno in colonia a dicembre del 1939 gli vale una Promozione per Merito di Guerra quale: “Ufficiale Superiore di provata capacità professionale ed esperienza, di vaste risorse, di alto valore. In tre successivi cicli operativi di grande polizia coloniale, annientava agguerrite formazioni nemiche, alla testa di colonne costituite da reparti di fanteria, cavalleria e artiglieria”.

Designato quale comandante del Reggimento Lancieri "Vittorio Emanuele II" prende parte alle operazioni d’invasione della Jugoslavia e al ciclo operativo conseguente all’occupazione del territorio bosniaco. Ad aprile del 1943 è nominato Generale di Brigata assumendo l’incarico di Vicecomandante e Comandante della V Brigata Corazzata della 135a Divisione Cavalleria Corazzata "Ariete" (o Divisione Corazzata “Ariete II”).

Il giorno seguente alla notizia dell’armistizio la Divisione “Ariete II, schierata a Nord Ovest di Roma, contrasta con fermezza i tentativi tedeschi di raggiungere Roma. Il 10 settembre, in un clima di confusione generato dall’abbandono della capitale da parte del re e mentre sono in corso trattative con i tedeschi, Fenulli si pone alla testa di alcune compagnie per fornire supporto al 1° Reggimento "Granatieri di Sardegna", nella zona Porta San Paolo e Ardeatina contro l’azione offensiva portata da elementi della 2. Fallschirmjäger-Division. Quando l'operazione è ancora in atto e sta portando al successo degli italiani, che avevano neutralizzato alcuni nuclei germanici, giunta la notizia dell’accordo raggiunto con i tedeschi, il comandante della Divisione Raffaele Cadorna fa rientrare i reparti alle basi di partenza.

Dopo lo scioglimento della Divisione, avvenuto il 12 settembre 1943, Fenulli entra in clandestinità divenendo uno dei primi organizzatori del FMC e prendendo parte a diverse operazioni. Ospitato, a sua insaputa, a casa di una spia che lo denuncia ai tedeschi, viene da questi arrestato a gennaio del 1944 e condotto a Via Tasso. Interrogato personalmente da Kappler e sottoposto a torture e a sevizie, sopporta stoicamente senza rivelare alcun particolare che possa nuocere all’organizzazione del FMC. Inserito nell’elenco dei prigionieri da fucilare per rappresaglia all’attentato di Via Rasella, termina, coraggiosamente, la sua vita di soldato al servizio dell’Italia il 24 marzo 1944.

Gli sarà concessa con Decreto Luogotenenziale del 5 giugno 1946 la Medaglia d’oro al Valor Militare (alla “memoria”).

Riposa al sacello n. 41 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 19 dicembre 2025

https://www.anacgenova.it/FattiStorici/DardanoFenulli.pdf

https://www.combattentiliberazione.it/m-o-v-m-dall8-settembre-1943/movm-regione-lazio/fenulli-dardano

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

https://www.regioesercito.it/pages/divcor135.html

https://www.roma8settembre1943.it/i-personaggi/i-personaggi-di-parte-italiana/gen-brig-dardano-fenulli/

https://www.mausoleofosseardeatine.it


 


venerdì 19 giugno 2026

La Decostruzione del Mondo

 DIBATTITI


Prof. Sergio Benedetto Sabetta

E’ stato osservato che vi è attualmente in atto la tendenza a sostituire l’immagine di Dio con l’A.I., la tecnologia che sostituisce la Fede come nuova religione secondo una visione che passa dal Transumanesimo al Postumanesimo e Antiumanesimo, fino ad un nuovo materialismo, ognuna di queste correnti è a sua volta distinta in ulteriori filoni, come il Transumanesimo che si suddivide in Libertario, che promuove il libero mercato, Democratico, che sostiene la parità di accesso ai poteri tecnologici, ed Estropianesimo, ottimismo in un progresso perpetuo.

Il Transumanesimo allargando i concetti di razionalità, progresso e ottimismo si pone quale ulteriore estensione della razionalità dell’Illuminismo, finendo per essere definito come “ultra-umanesimo”, ad esso si contrappone il Postumanesimo che vuole superare quello che in Occidente è stata descritta simbolicamente come la “Grande Catena dell’Essere”, dove la vita e la materia sono rappresentate come una struttura gerarchica con in cima Dio, in un sogno libertario assoluto.

Entrambe le correnti condividono tuttavia la nozione di tecnogenesi, quale smantellamento dei rigidi confini tra organismo e macchina, tra la tecnologia e l’essere, nel Postumanesimo si supera tuttavia il primato umano senza creare altri primati, rifiutando il centralismo rigido a favore di centralità mutevoli e pluraliste, il primato umano viene pertanto superato senza sostituirlo con quello delle macchine, rimane comunque la necessità di una identità pena il dissolversi dell’Io, questo presuppone una relazione che potrà essere conflittuale o collaborativa.

Anche nel più radicale concetto di “mind uploading”, detto “emulazione cerebrale completa”, in cui vi è un ipotetico processo di trasferimento della mente cosciente dal biologico al non biologico del digitale, resta la problematica dell’aspetto predatorio insito nella specie umana, che diventa prevalente in alcuni individui i quali nel supere una certa percentuale vengono a distruggere il tessuto collaborativo, prevalendo per imitazione a seguito del loro successo sociale.

Vi è inoltre il problema nel Postumanesimo del rifiuto della dicotomia natura/cultura con una eccessiva astrazione, come osservato nel Nuovo Materialismo, anche se con l’aspetto relazionale emerge la necessità di valorizzare l’ecosistema essendone l’umano parte, come già osservato in varie culture compresa quella classica, infatti in ogni civiltà nel ricavare nuove informazioni vanno perdute quelle precedenti, finché nel recuperarle diventano nuove. (I. Velikovsky, Mankind in Amnesia, New York, 1982).

I limiti dell’A.I. è la performance, la necessità di ricorrere l’efficienza di per sé, una volta che si è disegnata la struttura questa si evolve autonomamente, si scoprono così le sue possibilità che diventano capacità politiche, ne deriva una possibile strategia che l’A.I. pianifica senza etica, dove l’estrema ratio diventa elemento usuale della politica ma senza la prevedibilità dell’esito.

I rischi riguardano la verità, il lavoro e la libertà, ossia la democrazia, il rischio è quindi sostanzialmente di ridurre l’umanità alla sola efficienza sotto un potere transnazionale anonimo, un neo - feudalesimo in cui i privati surclassano lo Stato con il passaggio da una economia industriale ad una economia finanziarizzata, ossia una tecnocrazia finanziaria fondata sull’A.I. che nel sostituire l’umano crea una nuova Torre di Babele eretta sull’arroganza e la superbia.

Vi è pertanto la necessità di elaborare una nuova responsabilizzazione che deve peraltro essere imposta dall’esterno, da contropoteri, a causa dell’impossibilità di operare dall’interno per la pressione concorrenziale.

I pericoli si possono vedere nelle attuali guerre che secondo il metodo dell’efficienza per logica digitale diventano “guerre selvatiche”, con obiettivi apparentemente definiti che tuttavia vanno per esaurimento, mediante una serie di tregue, non potendo fermare la marea montante del gelido mondo informatico questo va infiltrato eticamente, ecco il nuovo campo di umanizzazione evangelica che la Chiesa propone mediante l’enciclica “Magnifica Humanitas”.

Infatti non è il solo mondo che cambia ma stiamo cambiando noi, l’algoritmo procede autonomamente così che le macchine ci guidano autonome, ma l’automaticità tecnica può portare alla guerra automatica, in assenza di una morale condivisa si tenta di normare tutto ma non essendovi una condivisione etica tutto rimane piuttosto vago, infatti se il centro del sistema va in crisi questa si espande, come dimostra un sondaggio negli USA dove un cittadino su tre è depresso e sette su dieci non crede più nel sogno Americano.

Le attuali guerre hanno riposto al centro dell’attenzione l’importanza statuale nelle dinamiche economiche e politiche globali, occorre tuttavia evitare che il potere tecnico diventi un potere politico con la gestione dei dati raccolti, mediante l’A.I. si ha un controllo assoluto, nasce il problema di tracciare i dati raccolti per individuarne la provenienza.

Dobbiamo considerare che l’umano fiorisce entro il limite e non superando qualsiasi limite perché si rischia di diventare autoreferenti, si deve quindi superare il concetto assoluto di performance nel desiderio di eliminare le differenze, questo in favore di un raffronto equilibrato.

La digitalizzazione rischia di indebolire la soggettività individuale con la parcellizzazione e precarizzazione del lavoro, come la dissoluzione delle grandi ideologie ha indebolito la soggettività dei corpi intermedi, la finanziarizzazione e il neo-feudalesimo a loro volta hanno indebolito Stato e Costituzione, erodendo la certezza del diritto, mentre i processi comunicativi digitali se non disciplinati possono produrre un autismo linguistico.

Nella necessità di dare un’etica all’A.I. non si deve supporre l’esistere di una sua possibile coscienza, essa non possiede un riflesso del sé, non agisce riflettendo sul contesto secondo una priorità di valori, ne deriva la necessità che vengano imposte delle regole etiche dall’esterno che, come già detto, non possono essere date dall’interno causa anche le pressioni commerciali e concorrenziali.

BIBLIOGRAFIA

  • F. Ferrando, Postumanesimo, transumanesimo, antiumanesimo, meta umanesimo e nuovo materialismo. Relazioni e differenze, Riv. di filosofia “Lo Sguardo”, n. 24/2017 (II);

  • M. Luciani, Il mondo vuoto. L’ordine sociale nel crepuscolo del soggetto, Laterza 2026;

  • O.Roy, L’appiattimento del mondo: La crisi della cultura e il dominio della norma, Feltrinelli 2024.

giovedì 18 giugno 2026

Sessione di Laurea estiva dei Master di 1*Liv in Politica Militare Comparata e Storia Militare Contemporanea

 NOTIZIE CESVAM

La sessione estiva dell'anno Accademico 2025 2026 dei Master in oggetto si è tenuta il 16 giugno 2026 con la partecipazione rispettivamente di 4 iscritti per l'uno di 4 iscritti per l'altro

mercoledì 17 giugno 2026

Novanta anni dalle Olimpiadi di Berlino

ALESSIA BIASIOLO 


Nell’agosto del 1936 vennero disputati i Giochi della XI Olimpiade, assegnati alla Germania dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1931, quando ancora non era al governo il cancelliere Adolf Hitler.

All’elezione di questi, il Comitato rifiutò di cambiare la sede olimpica; allo stesso tempo però, il Cancelliere non aveva grande interesse per i Giochi.

Sarà però il suo ministro della propaganda, Joseph Goebbels, a spiegargli come invece l’occasione sarebbe stata propizia per divulgare i principi del nazismo, convincendo le nazioni che fosse una politica giusta.

Il concetto di cura del corpo, di appartenenza del corpo allo Stato, di potenza fisica sostenuta dai principi politici nazisti, poteva avere la sua apoteosi proprio nella grande parata delle Olimpiadi. L’evento poi avrebbe emulato il Campionato del Mondo di Calcio organizzato nell’Italia fascista del 1934.

Per questo motivo gli sforzi per organizzare al meglio i Giochi furono ampi, cercando di non trascurare niente, dall’esempio della più alta modernità, al quotidiano dedicato.

Venne realizzato lo stadio olimpico a Berlino, con capienza di centomila spettatori e foggia greco-romana, con accanto un campo di parata per almeno mezzo milione di persone, dove la parata sarebbe stata la celebrazione della nuova Germania del Terzo Reich; la cerimonia di apertura fu sorvolata da un altro simbolo della Germania nazista, il dirigibile Hindenburg, con Richard Strauss che dirigeva la musica trionfante di sottofondo.

Il Villaggio olimpico, chiamato “Villaggio di pace”, venne invece costruito a quattordici chilometri dallo stadio. Accoglieva solo gli atleti maschi, circa 3500, mentre le donne vennero ospitate in un villaggio più piccolo. Esso consisteva in 136 case con vario numero di posti letto e tutti i servizi annessi.

Gli sport ammessi ai Giochi berlinesi andavano dalla maratona al ciclismo, poi la pallamano, l’equitazione, il pentathlon moderno, il pugilato, il sollevamento pesi, il canottaggio, la scherma, il calcio, l’hockey su prato, la vela, il polo, il nuoto e i tuffi, il basket, il tiro e il golf.

Per la Germania divenne penalizzante l’esclusione, per motivi politici e razziali, di atleti ebrei e rom (come Erich Seelig espulso nel 1933 dall’Associazione Pugilistica Tedesca, oppure il tennista Daniel Prenn, escluso dalla squadra della Coppa Davis), fatta eccezione per Gretel Bergmann, capace di stabilire il record di salto in alto, ma sospesa dalla squadra a un mese dall’inizio dei Giochi. La donna soffrì molto l’esclusione, ma fortunatamente riuscì a lasciare la Germania nel 1937 e a sopravvivere alla follia antisemita.

L’esclusione valeva anche per i tecnici, gli allenatori, i giornalisti sportivi.

L’atleta tipo tedesco doveva essere ariano anche nelle fattezze, pertanto alto, bello, biondo, con gli occhi azzurri. Esempio ne era Carl Ludwig Long, uno studente di Lipsia, specialista nel salto in lungo, tanto che aveva già superato per due volte il record olimpico stabilito ad Amsterdam nel 1928. Terzo ai Campionati Europei di Atletica nel 1934, Long era il beniamino non solo del pubblico ma anche di Hitler, che guardava a lui come a chi poteva al meglio rappresentare la nazione tedesca nell’atletica.

Intanto la politica antisemita tedesca del tempo aveva causato la nascita di un movimento per il boicottaggio delle Olimpiadi di Berlino, che interessò anche il presidente statunitense Roosevelt, che inviò un osservatore in Germania per rendersi conto della situazione.

Essa però apparve tra le migliori: per le due settimane di durata dei Giochi olimpici gli ordini furono di rimuovere i cartelli di divieto di accesso agli ebrei in luoghi pubblici e altri similari, come si fermò o rallentò la persecuzione, facendo apparire la Germania un Paese tollerante, aperto e moderno.

Venne allentato il controllo degli omosessuali, vietati in Germania, per i turisti che fossero giunti in occasione dei Giochi, così come quasi nessuno seppe che vennero rastrellati i rom presenti a Berlino per “garantire” l’ordine pubblico.

L’esperto di propaganda Goebbels convinse quindi Hitler a cercare di tacitare le polemiche permettendo ad almeno un atleta ebreo di partecipare ai Giochi olimpici in rappresentanza del Terzo Reich.

La scelta cadde sulla fiorettista Helene Mayer, medaglia d’oro ad Amsterdam e poi quinta alle Olimpiadi di Los Angeles. La Mayer decise di restare negli Stati Uniti per motivi di studio e quindi venne richiamata in patria nel 1936 per partecipare alle Olimpiadi berlinesi dove si qualificò seconda. Salita sul podio dichiarerà “Heil Hitler!”, facendo il saluto nazista al dittatore, quasi un ringraziamento per averle permesso di dimostrare di “essere una persona”.

Comunque il movimento antinazista si attivò all’estero, organizzando manifestazioni di richiesta del boicottaggio delle Olimpiadi per gli atleti di vari Paesi, per chi solidarizzava con gli ebrei e per chi non credeva in una politica corretta da parte del dittatore tedesco. Ad esempio, Barcellona organizzò una contro-olimpiade (che era prevista in estate, ma venne fermata dallo scoppio della guerra civile), e lo stesso accadde a New York (una manifestazione sportiva di due giorni appoggiata dal sindaco Fiorello La Guardia), in Olanda, Francia, Svezia, Gran Bretagna, Cecoslovacchia, Israele (dove a Tel Aviv venne organizzata una contro-olimpiade nel 1935).

In alcuni casi degli atleti decisero autonomamente di boicottare le Olimpiadi, come accadde, ad esempio, per il Congresso Ebraico Americano, oppure per il Comitato Ebraico dei Lavoratori.

La decisione dell’Unione Atleti Dilettanti degli Stati Uniti di partecipare alle Olimpiadi, fece svanire o comunque tolse visibilità a chi non intendeva omaggiare il regime nazista andando a Berlino.

Altro problema era quello degli atleti neri: la richiesta informale di non farli partecipare non venne accolta dagli Stati Uniti, ad esempio, che inviò in Germania 18 atleti neri accanto agli altri; nel Paese comunque vigeva ancora il segregazionismo razziale. Quindi le contraddizioni non mancavano, nel lento cammino del superamento dei pregiudizi e per la parità di diritti e leggi nei vari Paesi.

L’apertura dei Giochi avvenne il primo agosto 1936 in un clima festoso e di modernità, sotto gli occhi delle telecamere che riprendevano per osannare il Cancelliere che dava ufficialmente inizio alla kermesse: essendoci ancora poche televisioni private nelle case, vennero organizzati punti di visione dei filmati che cominciavano a rendere evidente la presa del nuovo mass media sulla popolazione. Per la prima volta venne organizzata la torcia olimpica, portata da un tedoforo dalla Grecia fino alla sede attuale dei Giochi, Berlino in questo caso.

I Paesi partecipanti all’undicesima edizione erano 49, il numero più alto fino ad allora, con la Germania rappresentata da un altissimo numero di atleti, 348, seguita dagli Stati Uniti. L’Unione Sovietica decise di non prendervi parte.

L’Italia risultò quarta nel medagliere dopo Germania (con ottantanove medaglie di cui trentatré d’oro), Stati Uniti e Ungheria.

Tra gli eventi di cronaca più discussi, ci furono le vittorie del nero americano Jesse Owens, che vinse quattro medaglie d’oro nel salto in lungo, nella staffetta 4x100 e nei 100 e 200 metri, rivelandosi più forte di Long che divenne suo amico, costituendo entrambi uno smacco per la politica corrente e per Hitler stesso, che vide l’atleta considerato inferiore svettare nel salto e diventare amico di chi avrebbe dovuto prendere da lui le distanze.

Una olandese, Rie Mastenbroek, che vinse tre medaglie d’oro; la tuffatrice statunitense Marjorie Gestring che vinse la medaglia d’oro a soli 14 anni, battendo il record mondiale; Trebisonda detta Ondina Valla, la prima donna italiana che vinse una medaglia d’oro negli 80 metri a ostacoli, per citare solo alcuni esempi.

Soltanto alcuni commentatori capirono che si trattasse solo di una facciata, che in realtà il vero volto tedesco non fosse quello mostrato durante le Olimpiadi. La maggior parte delle persone, dei giornalisti, dei turisti, pensava che fosse stata l’occasione per cancellare i mormorii sul razzismo, davanti ad una Germania che si presentava degna di stare nel consesso delle nazioni, risollevatasi definitivamente dalla Grande Guerra.

La propaganda olimpica tedesca si concluse con l’uscita del film “Olympia” avvenuta nel 1938.

Si trattava del film commissionato dal governo alla regista filo nazista Leni (Helene Bertha Amalie) Riefenstahl. Dopo aver frequentato con ottimi risultati la Scuola d’Arte di Berlino, ed essere diventata famosa per aver sciato in bikini, tanto che la sua fotografia venne usata per la copertina di “Times”, non ottenne il ruolo di angelo azzurro in un film di Sternberg (affidato a Marlene Dietrich), ma cominciò la carriera di regista. Questo la introdusse nel Partito nazista, e la sua popolarità la portò ad essere contattata da Goebbels che cercava una regista, ma che divenne ben presto un suo detrattore.

Poco tempo dopo, Hitler la invitò alla Cancelleria del Reich per conoscere come proseguiva il suo film sul Congresso del Partito di cui Leni non sapeva nulla, tenuta all’oscuro da Goebbels, e questo fece sì che il rapporto di lavoro divenne diretto con il Fuhrer. Il successo dei suoi lavori l’avrebbe portata anche a Roma, convocata da Mussolini per realizzare un film sulla bonifica delle paludi pontine, ma Leni declinò l’invito.

L’uso sapiente della macchina da presa da parte di Leni fa dei suoi film dei vari capolavori di studio del cinema. Per queste ragioni, la troviamo a Berlino in occasione delle Olimpiadi, su richiesta di Hitler stesso che le mise a disposizione un budget impressionante per l’epoca ma, soprattutto, la massima libertà di decisione sulle riprese. Per esempio, la regista fece scavare delle buche, una sorta di trincea, nello stadio per poter posizionare le telecamere, così come organizzò delle riprese subacquee.

In tutto produsse 400mila metri di pellicola che elaborò nel film “Olympia” in due anni. Leni aveva prodotto un film artistico, che segnò la storia dei documentari sportivi; fu un film innovativo, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 1938, dove ottenne il premio come miglior film.

Alessia Biasiolo

martedì 16 giugno 2026

Sessione di Laurea Master di 1 Liv Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale

 NOTIZIE CESVAM


La sessione estiva dell'anno Accademico 2025-2026 del Master in oggetto si è tenuta ieri 15 giugno 2026. Hanno partecipato a questa sessione 47 iscritti

lunedì 15 giugno 2026

Progetto 2024/2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine. MOVM Giorgio Ercolani

 ARCHIVIO

(a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

 

 

Tenente Colonnello in Servizio di Stato Maggiore del Regio Esercito

Giorgio ERCOLANI

(Cremona, 2 ottobre 1908– Roma, 24 marzo 1944)

 

Ufficiale in Servizio di Stato Maggiore, nel corso del Secondo Conflitto Mondiale nel 1942 è impiegato con il VI Corpo d’Armata guadagnandosi una Croce di guerra al valor Militare per aver dimostrato molte volte “…prove di calma e sprezzo del pericolo”.

All’indomani dell’8 settembre del 1943 aderisce al FMC del Colonnello Montezemolo divenendone stretto collaboratore. Impiegato nel “Centro R”, il servizio informativo della Resistenza capitolina, cooperava in sinergia con la N. 1 Special Force britannica al fine di predisporre gli aiuti e coordinare le azioni delle formazioni della resistenza nell’Italia occupata dai nazifascisti.

Ercolani viene stato arrestato, con ogni probabilità a causa di una delazione di infiltrati fascisti nel FMC, dalle SS il 24 gennaio 1944 insieme alla fidanzata, che sarà rilasciata, e condotto a Via Tasso. Esattamente due mesi dopo sarà trucidato dagli uomini di Kappler.

Gli sarà concessa nel 1950 la Medaglia d’Argento al Valor Militare (alla “memoria”).

Riposa nel sacello n. 92 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 20 novembre 2025

https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/

https://www.mausoleofosseardeatine.it

 


domenica 14 giugno 2026

Fenomenologia del culturalmente corretto Ricerca sulla verità

 DIBATTITI

La sua ultima sensazione fu quella di affondare nel vortice di un’antichissima melodia.” (Ernest Junger, Il Tenete Sturm, 89, Guanda Editore,2015)

Prof. Sergio Benedetto Sabetta


PREMESSA

Nel Secolo XIX del 14 dicembre 2014 a pag. 18 si leggeva il rammarico di una pensionata di 87 anni delusa dall’Italia di oggi, l’articolo iniziava “ Papà, perdona la Patria. Ha fatto due guerre per un Paese migliore inutilmente”, richiamato due volte nel 1914 – 18 e 1940 – 45, invalido di guerra, leva 1895 era stato in guerra per 10 anni.

Attualmente si attraversa una crisi della coesione sociale attraverso il “ritiro sociale”, il consumismo produce un “corto terminismo” fattore di individualismo e non di collettivizzazione, nasce la tendenza di normare tutto, questo deriva dalla perdita di tradizione a cui si aggiunge la deculturazione, la cui conseguenza è la perdita della capacità di tradurre e comunicare mediante la scrittura.

In questi anni si è vista una progressiva diminuzione del Q. I. in controtendenza rispetto alla sua crescita nel corso del Novecento ( Effetto Flynn ), varie ne possono essere le cause da una eccessiva disponibilità mediatica con predisposizione a verità predefinite, alla diminuzione degli stimoli culturali e del relativo bagaglio lessicale sempre più scarso soprattutto sul piano umanistico, con la riduzione del pensiero filosofico e della conseguente riflessione, questo anche a seguito di eccessi tecnicismi quali copia – incolla.

Musica ed arte demandate ai soli mezzi tecnici con scarso stimolo di precise aree cerebrali, nonché abuso di alcool, sostanze chimiche che alterano la coscienza e pornografia che compromettono attenzione e memoria molto importanti per la capacità creativa, oltre al sovraffollamento con la mancanza di spazi fisici necessari per la formazione della personalità e di una intelligenza integrale, costituita tanto da una intelligenza fluida che da quella cristallizzata.

In tal modo si favorisce una disgregazione che si estende anche alla politica nella mancanza di un chiaro progetto, in presenza di un vuoto culturale e di valori, dove le regole saltate non vengono ricostituite favorendo il controllo morbido di centri di potere non chiaramente riconoscibili, nel caos di appelli al popolo, ricorsi alle corti di giustizia, dando voce agli interessi più disparati senza coordinamento e riflessioni, dissipando in tal modo le risorse disponibili e aumentando il debito ( C. Donolo, L’ Italia sperduta. La sindrome del declino e le chiavi per uscirne, Donzelli 2011).

Quanto detto si innesta in una crisi internazionale e nella ridefinizione delle nuove aree di influenza con l’emergere dei nuovi centri di potere al ritiro degli USA.

Lo sbandamento che ne consegue favorisce l’assalto alla diligenza già in atto, ma attraverso l’affluire di masse di migranti di varie culture, nelle attuali nostre difficoltà di identità culturale e di regole, si creano e in prospettiva aumenteranno ulteriori problematiche di gestione della res publica, oltre al formarsi di nuovi interessi non trasparenti ( G. Craoz, Storia della Repubblica, Donzelli 2016), una liquidità dell’identità utile all’accentramento di nuovi poteri a livello globale.



LA RICERCA DELLA VERITA’

Vi è una ricerca continua di razionalizzare e ricondurre al logos l’universalità omni partecipabile dell’essere, una pluridimensionalità su cui la singolarità del soggetto dice solo indirettamente qualcosa sulla possibilità dell’essere e sulla sua verità, il pensiero razionale ragiona secondo un universo logico sistematico contrapposto al pensiero ermeneutico dove il riferimento è l’esperienza che interpreta la sistematicità.

La riflessione sull’essere umano è indiretta quale interpretazione del reale, permane con l’ermeneutica la possibilità di un pensiero dialettico che esprima la contraddittorietà del rapporto uomo/realtà, nel quale il pensiero è disvelato attraverso la parola rivelativa ma anche insieme semplicemente espressiva di un prodotto storico e quindi di un portato ideologico, è nella maturità della persona rifarsi alla capacità rivelativa superando la pura contingenza, facendo confluire storicità, personalità e ricerca della verità interpretativa (Pareyson).

La verità diventa qualcosa di inesauribile, in un superamento della finitezza storica, della adeguatezza della norma per il momento storico, una verità infinita supera nella sua unità la frammentazione relativista che la necessità storica vorrebbe imporre, essa si muove nella persona affiancata alla possibilità del fallimento interpretativo, una coincidenza che si richiama al “bel rischio” platonico, il pensiero nel mantenere la distanza critica dall’oggetto costituito in ordine (Habermas), non può tuttavia esimersi dalla sua storia e dall’esperienza vissuta.

La verità contiene in sé una trasmissione storica di valori e modelli culturali trasmessi attraverso il mezzo del linguaggio (Vattino), essa acquista pertanto una radicale storicità che ha comunque nel suo essere un “principio di fiducia” legato alla possibilità del reale (Eco), fondato sull’autorevolezza acquisita o trasmessa, ma l’ermeneutica non è che il riflesso della fenomenologia come questa dell’ermeneutica stessa.

La soggettività è operante solo come intersoggettività di relazioni e interessi di prospettive singolari, soggettività plurale, l’intersoggettività non si realizza da una coscienza collettiva bensì dalla singolarità, vi è pertanto una interconnessione di piani che solo apparentemente è una contrapposizione dove l’io si costituisce originariamente, i problemi fondamentali sono l’esperienza dell’altro come altre soggettività a me irriducibili e una autentica esperienza che non si riduca ad una mera deduzione o postulato.

La percezione e rappresentazione diventa lo spazio da cui muoversi per una comprensione positiva dell’estraneità, dove non vi è un semplice allargamento della soggettività bensì una sua crescita, pur rimanendo l’io punto di partenza fattuale, l’esperienza del “mondo” e degli “altri” diventa quindi un’esperienza trascendentale rispetto alla prospettiva singola (Husserl).

Vi è nel singolo una solitudine radicale insita nel suo stato la quale è fondamento esplicativo per i fenomeni più complessi senza che sia definita una qualsiasi priorità temporale, se per il proprio essere vi è una percezione originale per l’alter ego vi è solo un’esperienza indiretta attraverso il medium dell’empatia, perdendosi altrimenti la singolarità dell’io (Husserl), l’io quale punto di partenza di ogni interrogazione lo è soltanto per me, il terreno comune tra me e l’altro avviene nell’oggettivazione della coscienza del tempo, quale condizione formale costitutiva dell’unità e identità degli oggetti su cui avviene la co-esperienza (Husserl).

L’appaiamento quale relazione percettiva inter-corporea nel rappresentare analogico dei miei possibili vissuti che avrei se mi ritrovassi nell’altro, fa sì che il singolare tantum dell’unico mondo oggettivo risieda nell’intersoggettività e non solo nell’io, sebbene l’io sia portato in molti casi a concentrarsi riflessivamente sul proprio essere a rinforzo ed esaltazione di se stesso, l’insorgenza di anomalie è da Husserl presa seriamente in considerazione quale riconoscimento dei limiti al paradigma di una “normalità” razionale.

L’esperienza percettiva è un processo nel quale il protendersi al futuro trattiene il passato, è un progressivo prendere atto dei nuovi aspetti possibili e percepibili dove vi è al contempo un continuo svuotamento ma anche una progressiva sedimentazione, si ha quindi un costante spostamento dell’orizzonte con una continua moralizzazione della coscienza, dove orizzonti indefinitamente aperti danno non una totalità ma un orizzonte complesso, la prospettiva cambia al cambiare della distanza dell’oggetto da me in una molteplicità di aspetti co-esistenti in ogni istante sullo stesso oggetto.

L’impossibilità di una adeguata percezione attuale fa sì che si modifichi la percezione dell’oggetto in una nuova esperienza da un “altro lato”, in questo si entra nell’esperienza dell’altro attualizzandola , si ha una prospettiva intersoggettiva aperta che supera la soggettività finita, gli altri possono sì essere tagliati ma rimane la loro possibilità aderente alla mia prospettiva, questa è una prospettiva sull’assoluto e in questo è per me trascendentale ma non è il possesso sull’assoluto, l’altro è un tempo a sé da me non percepibile.

L’unificazione avviene in un’altra temporalità che tra passato e futuro dia luogo a un orizzonte temporale comune , dove si forma la coscienza della finitezza e della successibilità quale continuità, la reazione è l’accettazione quale condizione della possibilità dell’esistenza degli altri o al contrario la negazione del limite con il semplice ignorarlo o con l’aggredire l’altro nel tentativo di dissolverlo (Husserl).

Ogni coscienza risulta essere il riflesso di una pluralità di coscienze, l’essere dell’altro non posso conoscerlo se non da me verificato nell’insieme dei miei vissuti, l’io solitario non è che un elemento di una stratificazione del concetto di io che emerge come polo di atti e affezioni dall’intersoggettività, quello che risulta non è la solitudine ma la singolarità, l’io nel suo “assoluto” si amplia nell’intersoggettività con una connessione sistematica dell’esperienza che mantiene comunque i limiti di una chiusura all’esterno, essendo comunque la connessione mia da dove viene a manifestarsi la dimensione linguistica della comunicazione (Husserl).

Appare pertanto evidente l’impossibilità logica di impedire all’io di esprimersi se non in termini da “altri” definiti culturalmente corretti, dove l’espressione non è un aggredire ma bensì un semplice esprimere, definizione di un proprio pensiero, accettato o respinto comunque libero e tale da non compromettere la libera intersoggettività, la definizione è presupposto di una domanda a cui la risposta non può essere definitiva, diventando a sua volta elemento di nuove interrogazioni, dubbi ed equivoci.

Il fallimento della domanda porta a riflettere sul soggetto della stessa, sulla impossibilità di una risposta universalmente valida e quindi sul fallimento di ogni tentativo di unicità, il venire meno di ogni unità fa sì che l’essere appaia frammentato come gli oggetti finiti del suo conoscere, una possibilità insieme alle altre possibilità che negano il concetto di totalità dell’essere, tanto da indurre Jaspers ad affermare una relatività della verità, circostanza che non deve indurre al relativismo ma alla continua ricerca, in una domanda riflettente sul soggetto in una insoddisfazione della ricerca, nella quale i simboli linguistici rimangono in sospensione, soggetti al fraintendimento dell’interpretazione (Jaspers), nel tempo ma al di là del tempo nel quale il lettore per il solo fatto di esistere ne determina l’esistenza nel momento stesso della decodifica.



Bibliografia



  • E. Husserl, Esercizi fenomenologici, Nimesis, 2013.

  • J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, Vol. I, Il Mulino, 2022.

  • L. Pareyson, Estetica. Teoria della formatività, Bompiani, 2002.

  • K. Jaspers, Ragione e antiragione nel nostro tempo, SE, 2018.

  • B. Russel, Storia della filosofia occidentale, Longanesi, 2014.

  • G. Vattino – P. A. Rovatti ( a cura di), Il pensiero debole, Feltrinelli, 2010.






sabato 13 giugno 2026

Progetto 2024/1 Valore Militare alle Fosse Ardeatine. MOVM Antonio De Segni

 ARCHIVIO

(a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Maggiore dell’Arma dei Carabinieri Reali

Armando DE SEGNI

(Roma, 27 giugno 1913– Roma, 24 marzo 1944)

 

Di religione ebraica, aveva meritato durante la Guerra d’Etiopia due Croci di Guerra al Valor Militare (brevetti n. 7120 del 27 dicembre 1937 e 33238 del 3 gennaio 1937) poi revocate in seguito alla promulgazione delle Leggi razziali del 1938.

Arrestato dalle SS Italiana il 24 marzo 1944 dopo essere stato tradotto al carcere di Regina Coeli, dove rimase per poche ore, fu portato direttamente sul luogo della strage per essere fucilato.

Riposa nel sacello n. 226 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

 

Fonte URL consultate il 19 novembre 2025

https://www.mausoleofosseardeatine.it/a_gallery/?id=104&ord=0

 

 

venerdì 12 giugno 2026

La guerra: classica, rivoluzionaria, sovversiva

 DIBATTITI

massimo coltrinari

Guerra Classica, guerra rivoluzionaria, guerra sovversiva.

La guerra classica. Per guerra classica intendiamo il confronto con la forza di due Stati, o di due coalizioni di Stati, definiti “belligeranti”, in cui si esercita la violenza bellica, secondo le norme del Diritto Internazionale, sulle persone e cose dell’altro Stato o dell’altra Coalizione di Stati, che sono definiti “nemici” o “avversari” al fine di costringere il “nemico” o “l’avversario” ai dettami della nostra volontà e dei nostri interessi. In questo caso si ha la “vittoria” di una parte sull’altra; viceversa si ha la “sconfitta”. La guerra classica inizia con la Dichiarazione di guerra e termina con il Trattato di pace. In questo arco di tempo si esercita appunto la violenza bellica. In questo arco di tempo si può avere l’’armistizio, concordato ed accettato dalle parti, in cui la violenza bellica è sospesa. L’armistizio può concludersi con il Trattato di pace, oppure con la ripresa delle ostilità. Nell’esercizio della violenza bellica si devono osservare le norme del Diritto Internazionale e questa può essere esercita solo sui cittadini del “nemico” o “avversario” atti a portare le armi e quindi in grado di esercitare loro stessi la violenza bellica. Al resto della popolazione, i cosiddetti “civili” non può essere esercitata la violenza bellica direttamente e devono essere rispettati. Questi peraltro possono essere coinvolti nell’esercizio della violenza bellica nel momento questa è esercitata contro le proprietà materiali del “nemico” o “avversario”. Il cittadino in armi che viene ridotto a non più esercitare la violenza bellica, va rispettato, ma reso innocuo, ovvero “fatto prigioniero” e trattenuto in speciali luoghi ( campi di concentramento) fino al termine della guerra. Speciali convenzioni regolano questa detenzione e danno origina a diritti e doveri del prigioniero, cosi come della Potenza che lo detiene. Il cittadino non in armi che cade in potere del “nemico” o “avversario “può essere “internato” fino alla fine della guerra. Anche in questo caso il Diritto internazionale ha predisposto delle Convenzioni che gli garantiscono dei diritti e dei doveri. Lo Stato, ma anche il singolo cittadino, che viola le norme del Diritto Internazionale nell’esercizio della violenza bellica, cioè nella conduzione della guerra commette reati che sono definiti “crimini di guerra” “crimini contro l’umanità”, “genocidio” che come tutti i reati sono perseguibili. Il processo di Norimberga (1946-1948) ed il processo di Tokyo (1946- 1950) ha nell’ambito del Diritto Internazionale sviluppato un precedente di norme accettate dalla Comunità Internazionale.

La guerra rivoluzionaria è una forma di guerra condotta all’interno di una collettività nazionale volta al rovesciamento del regime politico vigente ed alla instaurazione di uno nuovo. Mentre la guerra classica ha come soggetti gli Stati, la guerra rivoluzionaria ha come soggetti i cittadini di uno Stato che si raggruppano in parti o partiti o fazioni che si combattono tra loro. Il Diritto Internazionale non regola la guerra rivoluzionaria, che se ha delle regole si possono far risalire alla Diritto dello Stato interessato. Le parti coinvolte non hanno alcuna protezione giuridica, ma solamente la umana pietà.

La guerra rivoluzionaria diventa guerra rivoluzionario-sovversiva o semplicemente sovversiva quando il rovesciamento del regime dominante non è accompagnato da una trasformazione della struttura etica, politica, economica e sociale dello Stato, ma imposta da una parte, partito, fazione con la violenza, anche bellica, alla parte, partito o fazione “nemica” o “avversaria”. Ovvero il sistema-paese rimane lo stesso, ma cambiano gli esponenti di essa.[1]

Nel nostro approccio della Guerra di Liberazione in Italia, 1943-1945, di cui a seguito diamo conto e sarà riportato in forma di sintesi nel secondo volume[2] possiamo dire, in una visione interna, che è guerra classica nel fronte del sud, il I fronte; e assimilabile alla guerra classica, nel III fronte, l'Internamento in Germania e nel V fronte, quello della prigionia, mentre è rivoluzionaria nel II fronte, il movimento partigiano, o ribellistico, al Nord, e nel IV la resistenza dei militari italiani all'estero, mentre è sovversiva nel fronte avversario, quello della RSI. Infatti la fondazione di questa repubblica è un atto di volontà; tutte le azioni della Repubblica erano volte al ripristino del Regime Fascista, quale era stato dal 1922 al 1943, con alcune varianti, in Italia, innestato sul sistema giuridico del Regno d’Italia. Nel considerare questi avvenimenti è necessario tenere presente queste differenziazioni per evitare equivoci e confusioni. Uno di questi è la "cosiddetta guerra civile", una espressione che genera solo confusione in quanto, basandosi sul principio di nazionalità, presuppone solo la guerra classica. Infatti tutte le guerre rivoluzionarie e sovversive sono "civili" per definizione. Se adottiamo il principio della unità dei popoli europei, l’Unione Europea oggi, domani la Federazione degli Stati d’Europa, allora dobbiamo considerare la I Guerra mondiale una "guerra civile" cosa questa che forza i temi e genera, appunto, confusione ed equivoci. Così se introduciamo il rapporto tra religione e politica abbiamo la guerra giusta, la guerra legittima, la guerra santa si aggiunge ancora più confusione e si è in difficoltà a ricostruire un avvenimento storico-militare.[3] In questo quadro si inserisce il nostro approccio alla guerra di liberazione. Per questo volume abbiamo voluto mettere questi cenni introduttivi in quanto le varie figure giuridiche che sono oggetto di studio (belligeranti, patrioti, ribelli, civili, soldati ecc.) sono riferibili al tipo di guerra che essi combattono. Ad esempio in toscana i tedeschi combattevano una guerra “classica”, così come gli alleati. Gli Italiani a seconda della loro natura di belligeranti combattevano una guerra “classica”, “rivoluzionaria” o “sovversiva” oppure erano estranei ad ogni tipo semplicemente facendo parte dei “non belligeranti” o “civili”.

 

 



[1] Ilari V., Teoria politica della guerra di popolo, in “Memorie Storico-Militari 1983, Roma Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1987in cui si interpreta criticamente il pensiero di Clausewitz, Schmit

Liddell Hart sulla guerra di popolo; inoltre vds. AA.VV., La guerra rivoluzionaria, Roma, Volpe, 1965, Atti di un convegno organizzato dall'Istituto Pollio, in cui si può analizzare, in chiave ideologica, forme di strategia indiretta, ed infine, Hobsawn E., I rivoluzionari, Torino, Einaudi, 1978, che riporta saggi sul comunismo, l'anarchia, il marxismo, e scritti su "soldati e guerriglia", "ribelli e rivoluzione”.

[2]  Mangiavacchi M., Coltrinari, M., I Martiri di Fiesole del 12 agosto 1944. La resistenza. Gli eccidi in Toscana e la Memoria, Roma-Viterbo, Edizioni Archeares, 2026, Volume II.

[3][3]  Coltrinari M., Coltrinari L., La ricostruzione e lo studio di un avvenimento militare. Note del “Massimo” storico. Roma, Università Sapienza, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pag. 131. Cfr. al riguardo Pavone C., Una guerra civile, Torino, Bollati Boringheri, 1991; Battaglia R., Storia della Resistenza Ita-liana, Torino, Einaudi, 1964; Bocca G., Storia dell'Italia partigiana, Bari, Laterza, 1967; Deakin F.W., Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1966.

 


giovedì 11 giugno 2026

mercoledì 10 giugno 2026

I Carabinieri nella Guerra di Liberazione. II Parte

 DIBATTITI

Fedeli solamente al Re

 di Manuel Vignola

I Carabinieri Reali non stavano simpatici né ai fascisti né ai nazisti. È un dato oramai acquisito. I fascisti sapevano bene che la prima Arma era fedele non tanto al Governo in carica, men che meno a quello fascista, ma al Re d’Italia, tant’è che nelle prime fasi delle squadre d’azione molte volte i carabinieri resistettero all’azione delle camicie nere, basti ricordare i tragici fatti di Sarzana del luglio 1921, in cui il Capitano Guido Jurgens e pochi altri (nove carabinieri, quattro soldati di fanteria e due funzionari di Pubblica Sicurezza) si opposero a più di 400 fascisti con la forza facendoli desistere dopo un breve scontro a fuoco. Ancora durante la Marcia su Roma del 22 ottobre 1922, i carabinieri, fino a quando il Re Vittorio Emanuele III non diede ufficialmente l’incarico a Benito Mussolini di costituire un nuovo Governo, dando inizio all’era fascista, informati in merito al previsto proclama sullo stato d’assedio che tuttavia non venne firmato dal Sovrano, resistettero ad alcuni attacchi dei fascisti con fermezza prima di essere avvisati dell’evolversi degli eventi e di ricevere il contrordine.

Da quel momento in poi, i carabinieri prestarono servizio, oltre che sul territorio italiano nei consueti compiti di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, anche su tutti i teatri bellici in cui l’Italia era impegnata, sempre per spirito di obbedienza al Re d’Italia. Lo dimostra il fatto che proprio all’Arma, che aveva appena perso il proprio Comandante Generale Azolino Hazon il 19 luglio 1943, perito con il suo Capo di Stato Maggiore Colonnello Ulderico Barengo sotto il bombardamento alleato del quartiere romano di San Lorenzo dove si era recato per constatare i danni e organizzare i soccorsi, toccò il compito di arrestare Benito Mussolini a seguito della riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio, che lo mise in minoranza, e alla successiva decisione reale di affidare il Governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Il nuovo Comandante Generale Angelo Cerica su ordine del Re organizzò “l’arresto”(non si trattò di un arresto nel senso giuridico del termine in realtà) del Duce a seguito dell’incontro con il Sovrano e il suo successivo trasferimento in diversi luoghi sino a quello definitivo a Campo Imperatore, in modo tanto mirabile da confondere per diverso tempo i servizi segreti nazisti (finché se ne occupò solamente l’Arma).

martedì 9 giugno 2026

I Carabinieri nella Guerra di Liberazione. I Parte

 DIBATTITI

I Martiri di Fiesole 12 agosto 1944

 Ricerca di Manuel Vignola


Il Comandante   Generale Azolino Hazon, Caduto a Roma il 19 luglio 1943

lunedì 8 giugno 2026

Progetto 2024/ 2 Il Valore Militare alle Fosse Ardeatine Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo

ARCHIVI

( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)

Colonnello del Genio in Servizio di Stato Maggiore

Giuseppe CORDERO LANZA DI MONTEZEMOLO

(Roma, 26 maggio 1901 – Roma-Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944)

 


A diciassette anni nel giugno del 1918 si arruola volontario negli alpini partecipando ai combattimenti sui Monti Lessini ottenendo la promozione a caporale. A dicembre del 1918, ad un mese dalla fine delle ostilità, è ammesso alla frequenza del corso speciale per Ufficiali di Complemento del Genio presso la Regia Accademia per le Armi di Artiglieria e Genio di Torino classificandosi al primo posto in graduatoria e prestando giuramento alla Patria e al re il 2 novembre 1919.

Dopo il conseguimento della laurea in ingegneria civile avvenuta il 29 luglio 1923, trova impiego presso una ditta di costruzioni genovese quale ingegnere. Ad agosto dello stesso anno sposa Amalia Dematteis da cui ha cinque figli.

A dicembre del 1924 decide di intraprendere nuovamente la carriera militare, partecipando al concorso riservato ai laureati reduci di guerra bandito dal governo per l’ammissione di Ufficiali in Servizio Attivo Permanente dell’Arma del Genio. Nominato tenente del Genio il 18 dicembre 1924, a gennaio del 1928 è promosso Capitano divenendo comandante della 1a compagnia del Reggimento Ferrovieri del Genio di Torino, diventando docente di Scienza delle Costruzioni alla Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio. Nel 1930, frequenta per un triennio la Scuola di Guerra, classificandosi primo su 71 e venendo trasferito alla 40ª Squadriglia della Regia Aeronautica. Nel 1934 alla nomina di Primo Capitano è destinato al Comando del Corpo d’Armata di Torino, continuando gli studi a carattere scientifico e dando alle alcuni studi dottrinali di notevole spessore.

Allo scoppio della guerra d’Etiopia, nel 1935, è chiamato a Roma all’Ufficio Servizi del Corpo di Stato Maggiore. Nel 1937 chiede e ottiene di essere inviato in Spagna con il Corpo Truppe Volontarie, dove dapprima assume il comando di un Battaglione Telegrafisti e diventando poi Capo di Stato Maggiore della Brigata “Frecce Nere”; questo ultimo incarico gli vale:

-      una Promozione per Merito di Guerra a Tenente Colonnello “Capo di S.M. di un Comando di Brigata mista durante un ciclo operativo particolarmente importante e difficile si è distinto per servizio e valore personale al comando di reparti, per spiccate doti organizzative dando così un valido contributo ai successi della Brigata stessa”;

-      una Croce di Guerra al Valor Militare “Capo di S.M. di un comando di Brigata mista, incaricato di portarsi presso un Comandante di Reggimento, impegnato sulle linee avanzate per dirigere il contrattacco delle sue truppe, assolveva completamente il compito assegnatogli, malgrado avesse avuta ripetutamente colpita la sua vettura dal fuoco di fucileria e di mitragliatrici nemiche, cooperando arditamente alla vittoriosa riuscita dell’azione”.

Il 4 giugno 1940, pochi giorni prima dell’ingresso dell`Italia nel Secondo Conflitto Mondiale, è trasferito al Comando Supremo presso il Ministero della Guerra, dove diviene in seguito responsabile dello scacchiere africano e infine capo dell’Ufficio Operazioni. Ugo Cavallero, Capo di Stato Maggiore Generale dal 1940 al 1943, si avvalse regolarmente della sua collaborazione.

Nel corso del conflitto è insignito della Croce di Ferro Tedesca di Seconda Classe e di:

-      una Medaglia di Bronzo al Valor Militare ad aprile del 1941 in Africa Settentrionale durante “In ricognizione al fronte, in un momento in cui un improvviso attacco nemico costringeva alcuni reparti ad arretrare ed elementi corazzati avversari stavano già penetrando nel nostro dispositivo, arrestava i reparti ripieganti, li rincuorava e li disponeva efficacemente a difesa. Contribuiva così col suo pronto intervento e con la sua serena calma, a ristabilire una situazione compromessa”;

-      una Medaglia d’Argento Valor Militare, sempre in Africa Settentrionale, nel periodo dicembre 1941-gennaio 1942 in quanto “Ufficiale di Stato Maggiore inviato dal Comando Supremo quale Ufficiale di Collegamento con il Comando superiore, in più di una circostanza si prestava per rischiose missioni presso le truppe operanti per recapitare ordini, raccogliere dati statistici, chiarire situazioni; dava prova di alto senso del dovere, capacità con comune e sprezzo del pericolo”.

Dopo il 25 luglio del 1943, Pietro Badoglio sceglie Montezemolo per recuperare documenti da Mussolini e gestire la sua segreteria. Montezemolo è designato quale comandante dell'11º Raggruppamento Genio Motocorazzato. Dopo l'armistizio di Cassibile, partecipa alla resistenza contro i Tedeschi a Roma. Il 10 settembre, fa parte di una delegazione italiana per discutere la resa e riconoscere Roma come città aperta. Il 23 settembre, dopo l'occupazione tedesca, entra in clandestinità, mettendosi in abiti civili e scappando dai sotterranei del Ministero della Guerra; per proteggere la sua famiglia ottiene documenti falsi cambiando nome prima in ingegnere Cataratto e Professor Martini poi.

Cordero Lanza di Montezemolo è il promotore, l’anima e la guida del FMC di Roma, un centro operativo che riesce ad inquadrare in un unico dispositivo, assieme a numerosi soldati e Ufficiali datisi alla macchia, le molteplici formazioni militari che si sono costituite dopo la dissoluzione del Regio Esercito nei giorni successivi all’armistizio.

Montezemolo imprime al FMC un carattere eminentemente nazionale e si batte affinché le bande militari siano riconosciute come aliquote delle Forze Armate Italiane rimaste isolate in territorio occupato. Si stabilisce così un regolare contatto radio col Comando Supremo che, in una delle prime comunicazioni, designa Montezemolo suo diretto rappresentante in Roma e lo investe del compito di organizzare e dirigere la lotta di liberazione. Siglati da una «M», i messaggi inviati quotidianamente al governo del Sud e, per suo tramite, agli alleati contengono informazioni strategiche e politiche di notevole rilievo.

Il 10 dicembre 1943 Montezemolo scrive le “Direttive per l’organizzazione e la condotta della guerriglia” e le dirama ai Comandanti Militari Regionali del FMC. Le disposizioni ammettono la guerriglia esclusivamente al di fuori del territorio urbano per evitare ritorsioni nemiche, impostazione strategica diametralmente opposta a quella dei partiti antifascisti, soprattutto del Partito Comunista, le cui avanguardie armate praticano la lotta aperta senza quartiere anche all’interno delle mura cittadine.

Il suo ordine scritto è precisamente questo: ..."Nelle grandi città la gravità delle conseguenti rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia", un ordine che tende esclusivamente alla salvaguardia dei civili evitando loro rappresaglie da parte dei nazifascisti.

Montezemolo mira a promuovere solidarietà e cooperazione all'interno del FMC, concentrandosi sulle varie componenti del movimento di Resistenza, indipendentemente dalle inclinazioni politiche. Il FMC stabilisce una collaborazione costante con i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, dove Montezemolo svolge il ruolo di osservatore militare. Inoltre, istituisce un comitato permanente, rappresentando il governo militare insieme a Manlio Brosio e Riccardo Bauer, oltre che a sé stesso.

Il 25 gennaio 1944 verso le 13, Montezemolo si reca assieme al Generale Quirino Armellini (che il 25 marzo 1944 subentrerà dopo la morte del primo al comando del Fronte Militare Clandestino di Resistenza) in via Tacchini 7, nel quartiere Parioli, all'interno 13, a casa dell’amico diplomatico Filippo De Grenet, napoletano, Tenente di complemento di Artiglieria, conosciuto la notte di capodanno del 1944 nella residenza dell'ambasciatore Viola di Campalto e divenuto subito suo solerte collaboratore. Alle 14 squilla il campanello: è il segretario di Montezemolo, Multedo, che porta con sé una busta con 1 milione e 600 mila lire, frutto di una donazione di una ditta per il FMC. Somma che sparirà misteriosamente dopo l’arresto. A casa De Grenet è atteso anche il figlio di Montezemolo, Manfredi, corriere dell’organizzazione clandestina. Ma è in ritardo; una circostanza che lo salverà dall'arresto. Dopo pranzo, intorno alle 15, Armellini esce di casa, accompagnato dallo stesso Multedo. Appena fuori dal portone, Multedo s’accorge che sono sorvegliati da cinque uomini in borghese in evidente appostamento e da due automobili che sembrano attendere qualcuno. «Non alzi lo sguardo, continui a camminare», dice sottovoce al generale. Come voltano l'angolo, compaiono Montezemolo e De Grenet, che vengono fermati e arrestati dai poliziotti italiani.

Il travestimento di Montezemolo baffi finti e occhiali cerchiati d'oro, non è servito, finge stupore e dichiara di essere il professor Martini, estraendo dalla tasca il documento falso, ma i poliziotti non danno retta: conoscono benissimo la sua identità. Qualcuno evidentemente ha parlato, rivelando il luogo e l'orario dell'incontro ai Parioli.

De Grenet si divincola e prova a reagire, ma Montezemolo lo blocca, dicendogli che è inutile.
Pochi passi e i poliziotti italiani li consegnano alle SS tedesche, che sono in attesa a bordo di due automobili nere, parcheggiate all'angolo con via dei Martiri Fascisti.

E un colpo formidabile per la polizia tedesca. Fino a quel momento, testimonierà Herbert Kappler all'omonimo processo, le SS non erano riuscite ad “arrestare Montezemolo [...] perché il colonnello si comportò molto cautamente, cambiando sempre i luoghi di appuntamento. Le difficoltà erano anche rappresentate dal fatto che aveva una guardia personale di una decina di uomini […] si arrivò all’arresto di Montezemolo tramite il pedinamento degli uomini che costituivano il suo corpo di guardia›”.

Montezemolo e De Grenet vengono tradotti nel carcere di via Tasso, dove li accoglie Kappler, in compagnia del capitano Schütz, vecchio conoscente del capo del FMC ai tempi del suo incarico allo Stato Maggiore del Regio Esercito, trasformatosi in uno dei più terribili aguzzini delle SS. Inizialmente Montezemolo nel corso dei lunghi interrogatori a cui è sottoposto, nell’inutile tentativo di estorcergli informazioni, è picchiato duramente dalle SS ma non è letteralmente torturato, quello avverrà in seguito quando gli aguzzini gli strapperanno i denti uno ad uno e le unghie dei piedi.

In un’intervista rilasciata alcuni anni fa Adriana la figlia di Montezemolo così si esprimeva “Del resto papà aveva già dato le disposizioni per occupare i posti di comando sensibili quando sarebbero arrivati gli Alleati. Ne aveva di cose da dire e di nomi da fare, ma non parlò”. […] . “Mio padre era contrario agli attentati in città. Si rischiava di compromettere il lavoro per una transizione quanto più possibile pacifica. Ma soprattutto si mettevano in pericolo i civili, a causa delle inevitabili rappresaglie che ne sarebbero seguite”.[…]

La famiglia Montezemolo cerca in tutti i modi di liberare il proprio congiunto. Si rivolge tramite un prelato tedesco alle autorità naziste, chiede l’intervento della Segreteria di Stato Vaticana mediante Monsignor Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI). Il fratello Renato, Ufficiale della Regia Marina, si apposta su un palazzo di fronte alla prigione di via Tasso per cercare di studiare l’edificio dove è rinchiuso Giuseppe e pianificare un assalto che porti alla sua liberazione. Tentativi che si risolvono in un nulla di fatto.

Dalla prigione di Via Tasso Montezemolo riesce a far pervenire alla famiglia tre biglietti autografi, ripiegati nel collo di una camicia, l’attentato del 23 marzo del 1944 pone fine ad ogni altra comunicazione in quanto Kappler inserisce il suo nome tra coloro che dovranno essere giustiziati per rappresaglia.

Con il Regio Decreto del 26 maggio 1944 gli sarà concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare “motu proprio” “sul campo” (alla “memoria”).

Riposa al sacello n. 32 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Fonti URL consultate il 23 dicembre 2025

https://www.anpi.it/bibliografia/il-partigiano-montezemolo

https://www.anpi.it/biografia/giuseppe-cordero-lanza-di-montezemolo  

https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2012/37-40_biblioteca.pdf

https://www.mausoleofosseardeatine.it/vittime

https://www.letteraturacapracottese.com/post/partigiano-montezemolo-capracotta

https://www.roma8settembre1943.it/i-personaggi/i-personaggi-di-parte-italiana/col-giuseppe-montezemolo/

https://www.storiain.net/storia/giuseppe-montezemolo-il-partigiano-gentiluomo/