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mercoledì 29 novembre 2023

Editoriale Novembre 2023


 Riprende la striscia, interrotta lo scorso ottobre per dare spazio ad un assioma suggerito dai classici, di dedicare l'editoriale alla conclusione di una ricerca. In questo mese vede la luce il volume dedicato ai 40° anni della conclusione della missione in Libano, la prima esperienza di impiego delle Forze Armate italiane in missione di interposizione in aree di crisi. La scheda di presentazione viene riportata integralmente:

Massimo Coltrinari, Antonio Trogu, Libano, la prima esperienza fuori area. Riflessioni nel 40° anniversario, Roma. Roma Viterbo, Collana I Libri del Nastro Azzurro, 110 pagine, 10 euro

La presente pubblicazione, nel quarantesimo anniversario della Missione “Italcon”, vuole ricordare e rendere omaggio a tutti i partecipanti in quella che é stata la prima esperienza fuori area delle Forze Armate Italiane, in uno scenario geopolitico nuovo, con l’impiego di forze armate che ancora si basavano sulla leva generalizzata.Come noto la Missione “Italcon” (o "Contingente italiano in Libano") è stata un'operazione di peacekeeping condotta dalle forze armate italiane nella terra dei Cedri nell'ambito della MFL, sigla che sta per Forza Multinazionale in Libano, a cui partecipavano anche la Francia, gli Stati Uniti d’America e, in misura minore, la Gran Bretagna. Sì svolse dal 1982 al 1984, in due fasi, denominate "Libano 1" e “Libano 2" e, occorre sempre ribadirlo era la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale che elementi delle nostre Forze Armate di terra, di mare, di cielo, era chiamato ad operare in missione fuori dai confini italiani, con il compito di svolgere azione di interposizione tra le parti in conflitto primariamente di difendere la popolazione civile. Non era la prima volta, come il volume ampiamente mostra che le nostre Forze Armate erano chiamate a svolgere questi compiti. In epoca contemporanea, già il Regno di Sardegna aveva chiamato le sue unità a compiti diversi da quelli istituzionali, soprattutto la Marina, che svolse numerosi missioni anche a protezione degli interessi dei sudditi sabaudi, sia a protezione dei propri emigranti soprattutto nel nuovo continente. All’indomani della Unità d’Italia sia fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, che all’indomani della Vittoria, le “missioni di pace” furono variegate e numerose, continuando a svolgersi fino allo scoppio della II Guerra Mondiale. Il secondo dopoguerra vede un arco di circa 30 anni in cui la nostra politica di difesa vede le Forze Armate rimanere entro i confini nazionali, per arrivare al Libano nel 1982, con cui si apre la grande stagione delle nostre missioni fori area. Come gli autori indicano nella loro Nota, il volume ha due versanti: quello dottrinale e quello rievocativo, dando al lettore un quadro ampio sia della materia che si sta trattando sia del come le nostre forze armate interpretarono e realizzarono la loro partecipazione.

Un ulteriore approfondimento su www.storiainlaboratorio.blogspot.com, a cui si rimanda. Il volume è espressione del Progetto 2021/1, che prevede lo sviluppo di una ricerca correlata, quella di dare spazio e voce al Museo di Montevarchi dedicato alle Missioni Umanitarie, che nel 2017 ha ospitato il convegno  sulle Missioni all'Estero nel quadro della Giornata del decorato  di quell'anno. Una ricerca che vuole raccogliere anche le testimoniane dei soldati italiani che sono stati protagonisti di queste missioni. Stefano Mangiavacchi appoggia questa ricerca, garanzia sicura di realizzazioni positive.

Il CESVAM mantiene quindi i suoi ritmi, in un quadro di attività veramente soddisfacente, che sottolinea il costante apporto di tutti i suoi componenti che hanno adottato in pieno l'assioma: è dando che si riceve. (massimo coltrinari) 

martedì 28 novembre 2023

Copertina Novembre 2023







QUADERNI



 Funerali di Nazario Sauro













                                                   Anno LXXXIV, Supplemento on line, XI , 2023, n. 93

 Novembre 2023
valoremilitare.blogspot.com
www.cesvam.org 



 

lunedì 27 novembre 2023

ALBO D'ORO Macerata

 ARCHIVIO

Una Medaglia D’ORO alla  Mamma dei Soldati

La  Croce Rossa Italiana ha così voluto premiare la generosità di

 

VITTORIA GIAMPAOLI

 

 

 

 


 

 

  

 

 

 

 

           Si è svolta a Porto Potenza Picena, ai piedi del monumento ai caduti di guerra la cerimonia ufficiale per la consegna della bandiera al fiduciariato dei

          mutilati ed invalidi di guerra ed alla locale sezione combattenti e reduci. 

          La bandiera dei mutilati ed invalidi ha avuto a madrina la signora Margherita Eleuteri vedova della medaglia d’ORO al valor militare capitano Zincone, mentre quella dei combattenti e reduci è stata tenuta a battesimo dalla signora Franca Giustini sorella del caduto Carlo Giustini.  L’offerta delle bandiere, per le cui cerimonie sono stati oratori rispettivamente  il maestro Giuseppe Gaggegi e il maestro Gioele Bianchini, è stata preceduta dalla consegna della medaglia d’oro della Croce Rossa Italiana alla vegliarda  87enne signora Vittoria Giampaoli Germondari, resasi degna di tanta onorificenza per le prestazioni umanitarie compiute con spirito di cristiano e civico affetto durante la guerra 1940-45, nei confronti dei militari su tradotta di transito per la stazione ferroviaria di Potenza Picena –Montelupone, ma più particolarmente verso i feriti e malati dei treni ospedale, ai quali ella portava il saluto materno di tutte le mamme d’ITALIA e un cestino ricolmo di paste, dolciumi, sigarette medicine, che si procurava in quotidiane peregrinazioni, unitamente ad altre giovanette volenterose, nelle campagne potentine. La medaglia d’ORO della Croce Rossa Italiana le è stata appuntata al petto dalla nobildonna Buglione di Monale, consorte del Prefetto di Macerata. La lettura della motivazione è avvenuta da parte del comm. Azzolino Clementoni, che aveva promosso la concessione dell’onorificenza in qualità di presidente della Pro Loco.







domenica 26 novembre 2023

Etica e logica nell'adattamento evolutivo

 APPROFONDIMENTI


Sergio  Benedetto  Sabetta

 

            Nell’ etica Spencer vede l’adattamento progressivo dell’uomo al contesto in cui vive, come risultato di esperienze generazionali nel suo tentativo di adattarsi all’ambiente, quindi vi è alla base una causalità dovuta alla necessità della sopravvivenza in ambienti diversi.

            Le diverse etiche sono pertanto modi diversi di prove di adattamento all’ambiente che i gruppi umani e le società hanno tentato in una osmosi – competizione con l’ambiente e con gli altri gruppi umani, di cui ne sono prova gli innumerevoli successi e insuccessi testimoniati dalla storia.

            Questa visione affonda nell’utilitarismo individualista (Mill ) che viene ad esaltare e cercare di contabilizzare quello che Benthan           individua nella ricerca di calcolo del piacere per evitare il dolore, questa visione imposta esclusivamente sul singolo sembra porsi in termini nettamente alternativi alla morale altruistica sostenuta da Comte , un conflitto che dall’800 oppone il liberismo politico al positivismo sociale.

            L’apparente inconciliabilità di queste posizioni opposte ha indotto Russell e con lui i positivisti logici a negare l’oggettività dell’etica per ripiegare su una soggettività psicologica sentimentale, come tale non misurabile in quanto non comprovabile con le asserzioni di vero o falso, quindi dei puri desideri.

            Se la cooperazione comunitaria aumenta la possibilità di trarre per ognuno profitto nella lotta per la sopravvivenza, Trives (Teoria dell’altruismo reciproco) ha ipotizzato una distinzione tra “amici” e “non amici” nell’instaurare un rapporto di fiducia che superi la difficoltà di mantenere un registro esatto del dare e avere nei rapporti quotidiani, in tal modo facilitando la reciproca utile convivenza in una comunità, con una maggiore memoria del dare e avere con gli estranei.

            Questo tuttavia non garantisce dalle truffe in presenza di un valore biologico delle merci e delle persone in rapporto alla quantità, così che scatta la necessità non solo di punire ma anche eventualmente di espellere dalla comunità i profittatori, sostituendo il tipo di relazione (Teoria del mercato biologico).

            Il conflitto egoisti – cooperatori si trasforma in un conflitto tra truffatori – cooperatori e quindi tra produttori – parassiti, nel vantaggio competitivo che gli egoisti hanno a seguito del risparmio di energie che ottengono, vi è un progressivo assorbimento culturale di tale comportamento tra gli individui che compongono la popolazione, fino ad ottenere la disgregazione sociale in sottogruppi e l’abbattimento dell’efficienza media della comunità nel suo insieme.

            Interviene quindi la necessità della presenza di una forte leadership cosciente che imponga il rispetto delle regole mediante punizioni, premi ed espulsioni, al fine di impedire lo sfaldamento della rete sociale per sfiducia e aggressività nell’interazione dei rapporti sociali.

            Si possono quindi individuare tre aspetti dell’etica:

·        Verso se stessi (centro );

·        Verso la comunità (gruppo);

·        Verso il mondo (esterno).

Ognuno di questi è una parte di spazio delimitato in forma frastagliata, con aree grigie e incerte di confine, dal limite variabile nel tempo, così da potersi parlare di dinamicità dell’etica nella quale la frontiera più profonda è tra la comunità e il resto del mondo.

L’etica è un modo di delineare i fatti e pertanto nel gruppo diventa un’intelligenza collettiva in grado di definire una comprensione comune dei fatti stessi la quale dia un senso agli eventi, nel suo scorrere entro la rete sociale acquista il valore di una verità in prospettiva.

L’uomo nel suo rapporto con il mondo opera per schemi che sono strutturati nel linguaggio, nella costruzioni verbali con quali viene trasmessa l’informazione, diventa pertanto etica del linguaggio, tanto da obbligare un gruppo sociale prima di formarsi di creare una propria forma di comunicazione in grado di trasmettere i propri valori.

La normativa diventa una formalizzazione dell’etica esistente nell’organizzazione e per tale via determina i confini etici del sistema nell’interfaccia con gli altri sistemi organizzativi, ma essa è anche la mediazione tra le posizioni etiche individuali, impedendo che la compromissione dello scambio tra l’individualità sprofondi il sistema in una anarchia caotica, con la nascita di nuovi centri autonomi in concorrenza con le strutture precedenti.

Il controllo diventa espressione dell’etica imperante, parte del sistema e attraverso di esso si ha una lettura del funzionamento dell’insieme, ma questi è anche portatore di interessi ed esigenze individuali, il suo apparente assurgere a vertice dei canali informativi e centra del feedback  crea attrazione verso quelle personalità che, nella frustrazione di una mancata affermazione personale, si gratificano sperando di imporre attraverso il controllo la visione del proprio sé.

In realtà l’etica del controllo si fonda sulla conoscenza, valore supremo e garanzia su cui si misurano tutti gli altri valori (Monod), in un continuo passaggio dal caso alla necessità senza mai negare la contingenza degli eventi (Bellone), in questo continuo feedback occorre evitare di pensare in termini di una loro “naturalizzazione” (Latouche), ossia di una necessità naturale, non essendo questi che frutto di una interpretazione umana delle sue richieste e come tale va sempre riconsiderata.

Solo la conoscenza in rapporto alle risorse disponibili diventa fondamento per le scelte, secondo una lettura di valori che non devono ridursi esclusivamente all’immediato ma aprirsi a futuri scenari di sviluppo per l’intero sistema.

Wittgenstein nella seconda tesi “estensionale” per le proposizioni distingue tra “proposizioni atomiche”, quindi semplici, e “proposizioni molecolari”, ossia complesse, facendo dipendere queste ultime dalla verità o falsità delle componenti atomiche e dal loro interagire con le regole semantiche necessarie all’opera di composizione.

La rigorosità del pensiero logico-matematico investe la stessa analisi degli eventi nel controllo, in particolare l’esattezza della raccolta dei dati pertinenti e il loro riscontro.

Si ha, come derivazione dalla distinzione formulata da Morris e Carnap, una lettura “sintattica” dei dati che compongono gli eventi e delle regole di connessione e trasformazione, a cui segue e si sovrappone una lettura “semantica” degli enunciati per cui si disquisisce sulla lettura qualitativa delle cose a partire dal vero o falso dei dati estrapolati, secondo i principi logici di contraddizione, ossia di una costruzione di linguaggio comune (Carnap), e di fondamento, la consequenzialità giustificativa del ragionamento senza salti logici (Kant).

Più problematici sono i principi del terzo escluso e di identità, per cui non sempre una volta riferiti i valori a determinati dati si potranno sempre mantenere, come la possibilità sempre esistente di creare un terzo valore di indeterminatezza (Heyting).

Feyerabend osserva che spesso lo sviluppo di nuove idee e istituzioni non nasce dalla soluzione logica di problemi ma da causalità irrilevanti che inaspettatamente offrono, successivamente, la soluzione di problemi non percepiti come tali.

Solo in un secondo momento emerge l’apparato concettuale che ne definisce i limiti, in un fortissimo intreccio anarcoide tra razionalità scientifica e irrazionalità intuitiva, richiamando i termini della “Teoria sistemica”, in cui gli errori sono parte integrante del progresso e quindi dell’analisi.

Qualsiasi fatto nuovo è tale non perché semplicemente nuovo rispetto ad un programma, ma in quanto estraneo ai presupposti logici che hanno regolato la costruzione del programma stesso e dell’ipotesi (Zahar), si introduce nell’analisi del fatto nuovo il concetto di “euristica positiva”, quale tecnica atta ad inserire le anomalie che si presentano (Lakatos).

Kuhn parla di un procedere da paradigma a paradigma e della necessità e volontà di articolare il paradigma stesso sui fatti della natura, vi è la necessità nell’uomo di confermare le ipotesi consolidate al fine di evitare la riformulazione dei fatti secondo nuove ipotesi che creano cambiamento e quindi nuovi sforzi nella riformulazione delle necessarie nuove regole, tutto al fine di risparmiare energie e salvare situazioni consolidate.

Pertanto le crisi del paradigma possono portare alla perdita di intuizioni e pratiche precedenti, ossia di informazione, vi è quindi la necessità nel controllo di effettuare i cambiamenti salvando l’informazione stessa, interpretando l’affermazione di Kuhn per cui il paradigma precedente va dimenticato.

Un ente esiste per noi solo quando si precisa il modo di osservarlo, la sua esistenza è tutta nella sua osservabilità (Geymonat) , altrimenti ne subiamo gli effetti senza averne la coscienza, da questo ne consegue il controllo dell’essenza dell’ente stesso mediante procedure quali la “coerenza” con la totalità degli eventi (Neurath), la “falsificabilità” di un sistema in contrapposizione alla semplice “verificabilità” (Popper), sempre considerando l’instabilità dei sistemi nel lungo periodo a fronte di un loro equilibrio nel breve, con uno scema concettuale: instabilità (caos) – probabilità – irreversibilità (Prigogine).

Un ulteriore rischio   è la distorsione della memoria che l’informatica tramite false notizie e i social può creare, con il risultato di modificare tra l’altro i nostri concetti etici adattandoli ad esigenze di breve periodo, fino a far dubitare di noi stessi e cancellare le elaborazioni culturali ereditate dalla nostra storia senza un vero esame critico (Valerio).

Un problema che si presenterà nel futuro è l’intelligenza artificiale “organoide” che nel progresso scientifico arriverà ad essere “senziente”, ossia cosciente con proprie aspettative (Aluffi).

 

Bibliografia

 

-         AA. VV., Filosofia della scienza, Raffaele Cortina,2004;

-         Abbagnano N., Storia della filosofia, Vol. III, UTET, 1974;

-         Aluffi G., Un’intelligenza artificiale ma non troppo, 29, in La Repubblica, 3/3/2023;

-         Bellone E. , Il Regno e le tenebre, in Le Scienze, 22, 471, 11/2007;

-         Cipollini D. , Punizione uguale cooperazione, in Le Scienze, 454, 6/2006;

-         Donnetta C. D., l’idea pericolosa di Darwin: l’evoluzione e i significati della vita, Boringhieri , 2004;

-         Feyerabend P. K., Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, 1979;

-         Latouche S., L’invenzione dell’economia, Bollati Beringhieri, 2010;

-         Lakatos I. e Feyerabend P. K. , Sull’orlo della scienza. Pro e contro il metodo, Raffaele Cortina, 1995;

-         Prigogine I. , Le leggi del caos, Laterza, 1993;

-         De Waal F. B. M. , L’economia delle scimmie, in Le Scienze, 66 – 73, 442, 6/2005;

-         Kuhn T.S., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi 1969;

-         Valerio C. , La tecnologia è religione, Einaudi, 2023.

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venerdì 24 novembre 2023

Presentato il Calendario Azzurro 2024

 NOTIZIE CESVAM


Presentato nella storica cornice del Museo dei Granatieri  a Roma, Venerdì 17 novembre 2023 è stato presentato il Calendario Azzurro 2024.  Ideato e predisposto da Antonio Daniele, che continua la sua azione brillante ed incisiva nella edizione dei Calendari Azzurri, Il Calendario Azzurro del 2024 riverbera tutte le  cerimonie  che sono state messe in atto in occasione della data centenaria del 2023. Una idea lodevole in quanto affida alla memoria le belle giornate che si sono avute  nel ricordo dei protagonisti di allora e dei padri fondatori, e che segna una tappa nella storia dell'Istituto. Nel contempo, come ha sottolineato il Presidente Carlo Maria Magnani con questa presentazione terminano le celebrazioni per il centenario della fondazione dell'Istituto. Il Calendario è in corso di distribuzione ai soci, ai simpatizzanti. Per richieste: segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org

giovedì 23 novembre 2023

Operazioni per la riconquista della Libia. Settembre 1923. RICOMPENSE AL VALORE MILITARE

 DIBATTITI

Partecipazione della Milizia alla riconquista della Libia

La 171 Legione costituisce la difesa di Misurata Marina ed effettua lavori di riattamento; servizio di pattuglie ogni notte;

la 176* Legione, a Tripoli, presidia la linea di comunicazione Tripoli-Azizia-Garian. Il 22 settembre, da Azizia, esce un camion con vari ufficiali dell'Esercito ed uno della Milizia, il Centurione Guido Collu, della 176". Imprudentemente il camion si spinge in ricognizione oltre il limite di sicurezza e viene sorpreso dai ribelli presso Ras Fuligge. Il Centurione Collu viene ritrovato ucciso e denudato assieme ad altro ufficiale dell'Esercito carbonizzato nel rogo del camion; gli altri ufficiali sono stati fatti prigionieri e condotti a Beni Ulid. Una pattuglia di CC.NN. immediatamente uscita alla riscossa, riusciva a scovare alcuni ribelli che avevano partecipato all'eccidio: nello scontro cinque arabi vengono catturati e saranno poi giusti- ziati ad Azizia. I nostri ufficiali prigionieri, che erano stati trascinati a Beni Ulid, furono fucilati il 27 dicembre poco prima della conquista dell'abitato da parte delle CC.NN.

Per questi avvenimenti si hanno le seguenti concessioni di decorazioni al Valor Militare:

Medaglia d'Argento al V.M. al Seniore Giovanni Frau

“Con indefesso slancio e grande amore alla M.V.S.N. allenò alle lunghe marce ed ai sacrifici della campagna le centurie delle Legioni "Guide di Sardegna" e "Monte Velino" temprando gli ani- mi ed i corpi in modo da dar loro, in ogni circostanza, la possibilità di gareggiare in valore e resistenza con le truppe indigene più agguerrite. Nel combattimento fu anima ed esempio ai suoi dipendenti guidandoli con eroismo ovunque il loro concorso fu richiesto e precedendoli animosamente nell'ultimo slancio che condusse le CC.NN. al castello di Beni Ulid insieme con le valorose truppe indigene”

 Medaglia di Bronzo al V.M. al Capomanipolo Enrico Casu - 176 Legione

. Benché sofferente si offriva per una pericolosa ricognizione con alcuni militi del suo manipolo che, condotti abilmente ed arditamente, piombavano su forti nuclei ribelli dei quali sventavanoil tentativo di aggiramento di altro reparto >».

FONTE LUCAS E., DE VECCHI G, STORIA DELLE UNITA' COMBATTENTI DELLA MSVN, ROMA VOLPE  PAG.. 41,42.

mercoledì 22 novembre 2023

Albo d'Oro. Il Valore Militare nella provincia di Pordenone

 ARCHIVIO

PROVINCIA DI PORDENONE Medaglia d'Oro al Valor Militare


 Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, le popolazioni della Destra Tagliamento, in seguito divenuta provincia di Pordenone, reagirono alla spietata oppressione degli occupatori tedeschi e dei fascisti con una lotta lunga, coraggiosa e tenace. I numerosi nuclei autonomi di resistenza e le brigate della "Garibaldi" e della "Osoppo", unitariamente organizzate, in pianura e sui monti, validamente sostenute dalla popolazione, condussero per venti mesi una strenua resistenza armata per la riconquista della libertà. Non valsero a frenare lo slancio generoso né la precarietà dei mezzi, né la preponderanza delle forze avversarie, né le barbarie a cui queste ispirarono la loro feroce opera di repressione con arresti, deportazioni, fucilazioni, distruzione di interi paesi. Oltre 2.000 caduti, partigiani e civili, furono il prezzo di questa lotta. Il grande contributo di sangue, i sacrifici e le sofferenze sopportate da tutta la popolazione della provincia testimoniano la sua volontà di combattere la tirannide, confermano la tradizione di dedizione alla Patria della sua gente, rinnovano la sua fede negli ideali di giustizia, di libertà e di pace

Pordenone, 8 settembre 1943 - 1° maggio 1945 


Nella Provincia:

 Medaglie d'Oro 26 

Medaglie d'Argento 321 

Medaglie di Bronzo 449 

Croci al Valor Militare 450 

Medaglie d’Oro: 

Attilio Basso, Aldo Bortolussi, Francsco Saverio Campolo, 

Eugenio Candon, Antonio Maria Cavarzerani, Dario Chiaradia, 

Giuseppe De Carli, Nicolò De Carli, Giuseppe Del Mei,

 Vincenzo De Michiel, Tito Terzo Drusin, Virginio Fasan, 

Marcello Floriani, Enrico Gabbana, Luigi Gabelli, 

Olivo Maronese, Franco Martelli, Pietro Maset, 

Pietro Mittica, Guido Monti, Federico Morozzo della Rocca, 

Alceo Sampaoli, Virginia Tonelli, Pietro Venuti, Ugo Zannier, Giuseppe Ziggiotti


PER INFO E CONTATTI:

albodoro@istitutonastroazzurro.org

martedì 21 novembre 2023

ALBO D'ORO Macerata. Croce Rossa Italiana Decorazioni

 ARCHIVIO






                           Sulla tomba di una

                           Crocerossina

                            nel cimitero

                            di Redipuglia

                            si legge:

 

                        DI NOI FRA BENDE FOSTI DI PIETA’

                       L’ANCELLA, MORTE FRA NOI TI

                           COLSE, RESTA CON NOI SORELLA”.

 

 

 

 

 

PROFILO STORICO

 

La Croce Rossa Italiana deriva dalla omonima organizzazione internazionale, alla quale l’Italia ha aderito e, per effetto delle Leggi esistenti nel nostro paese, è stata sempre interessata agli interventi in situazioni di emergenza sia per eventi bellici che nei casi di pubblica calamità.

Essa dispone fra le varie sue componenti di un proprio Corpo militare ausiliario delle Forze armate dello Stato, composto di elementi arruolatisi volontariamente in tutte le sue categorie.

La C.R.I. ha preso parte a tutte le guerre combattute in Italia dal 1866 al 1945.

Queste le sue tappe gloriose:

Custozza e Lissa (,1866) Porta Pia (1870), Eritrea (1895), Libia (1911), Fronte Balcanico (1911-1913), Prima Guerra Mondiale (1015 – 1918), Africa Orientale (1935 – 1936). Seconda Guerra Mondiale (1940 – 1943), Guerra di Liberazione (1943 – 1945).

Anche in tempo di pace, la benefica, alacre, tempestiva opera del Corpo della C.R.I. ebbe modo di rifulgere in numerosissimi eventi di emergenza ed in pubbliche calamità.


lunedì 20 novembre 2023

Castello di Ragogna: Militaria 28 29 ottobre 2023

 






 il  28 e 29 ottobre 2023 il Volume "Il Genio Telegrafisti nella Grande Guerra " di Monica Apostoli è stato esposto  presso il Castello di Ragogna nel corso dell'evento Militaria al Castello. Anche in questa circostanza,il Volume ha riscosso  moltissimi complimenti. Inoltre l'Autrice ha avuto modo di confrontarsi con diversi studiosi e appassionati tra cui Andrea Vazzaz (già laureato con il Master in Storia Militare Contemporanea). Il programma di presentazione e divulgazione del volume nei prossimi mesi probabilmente si riuscirà ad organizzare  altre presentazioni




domenica 19 novembre 2023

Guerra di Liberazione. Gruppo di Combattimento Legnano

 DIBATTITI



Il “Legnano” entrò in linea il 23 marzo 1945, nel settore dell’Idice, avendo alla sua destra la 10ª divisione indiana (8ª Armata) e alla sua sinistra la 91ª divisione statunitense (5ª Armata), quindi nel delicato punto di saldatura fra le due Grandi Unità alleate. Il tratto di fronte affidato al Gruppo italiano si estendeva per circa 9 chilometri in un terreno di limitato sviluppo altimetrico, ma dalle caratteristiche morfologiche della montagna: declivi scoscesi, avvallamenti e calanchi profondi, creste sottili, agglomerati rocciosi a pareti verticali. Il nemico, sistemato a difesa sulla linea Poggio Scanno-Monte Armato, dominava l'intera zona a cavallo dell'Idice.

All'alba del 10 aprile, in esecuzione di un piano inteso a disorientare l'avversario sui tempi e sulle direttrici della ormai imminente avanzata generale, una compagnia e un plotone del IX reparto d'assalto investirono Parrocchia del Vignale e q. 459.

Il giorno 16 il "Legnano" mosse con obiettivo Bologna. Gli alpini del battaglione "Piemonte" conquistarono il caposaldo nemico di q. 363, i fanti del II/68° le posizioni dei roccioni di Pizzano. Il 20 aprile il battaglione bersaglieri "Goito" espugnò il sistema difensivo di Poggio Scanno e, mentre il battaglione alpino "L'Aquila", il IX reparto d'assalto e i fanti del 68° raggiungevano tutti i loro obiettivi, puntò su Bologna, facendovi il suo ingresso l'indomani alle 9.30.

L'impegno del Gruppo si protrasse ancora. Una colonna di formazione raggiunse Brescia il 29 e Bergamo l’indomani; reparti alpini il 2 maggio entravano a Torino. Lo stesso giorno una compagnia del I/68° fanteria ebbe la meglio su elementi tedeschi in Val di Sabbia.

Il ciclo operativo del "Legnano", pur esauritosi nel breve arco di quaranta giorni, era stato contrassegnato da significativi successi. Questo fu il bilancio delle perdite subite: 55 caduti, 279 feriti.       


sabato 18 novembre 2023

ALBO D'ORO Macerata

 ARCHIVIO





IL VALORE SENZA MEDAGLIA

 

 

Questa pubblicazione è dedicata al valore conosciuto e riconosciuto ma vuole, come impegno d’onore, anche prima di iniziare una rassegna di nomi e motivazioni, rivolgere il devoto, affettuoso pensiero ai protagonisti di atti di valore non riconosciuti, a tutti coloro che la Patria, finita la prima guerra mondiale, volle identificare con il <<Soldato Ignoto>>.

 

Un pensiero devoto ed affettuoso al soldato che in terra, in mare, nel cielo è stato fedele alla Bandiera ed al Dovere.  Al soldato crollato nella neve, risucchiato dal fango, annullato nel deserto di sabbia, scomparso negli abissi del mare o abbattuto nel cielo.  Al soldato la cui drammatica vicenda è mortificata nella pargoletta <<disperso>>.  Al soldato il cui atto di valore non è potuto essere testimoniato perché chi lo ha visto, è a sua volta caduto.  Al soldato che soffrì la disperata solitudine umana dei campi di concentramento.  Al prigioniero che ha tentato di evadere.  Al soldato che è tornato vivo, soffre di una pena intima perché gli sembra,anche se si tratta di sensazione negativa, che un suo atto di valore sia stato ignorato o misconosciuto.

 

Ai feriti in combattimento, ai mutilati ed invalidi.  Al soldato che fece tutto ed anche più del proprio dovere, ignorando la retorica che rende catastrofiche le sconfitte e fastidiose le vittorie.  Al <<mucchio senza piastrino eroe senza medaglia>>, come dice una canzone della grande guerra, il cui valore è conosciuto soltanto da Dio.

 

Si può considerare la guerra come contributo individuale al dolore universale che è nel destino dell’uomo: a tutti coloro che hanno dato con onore il proprio contributo, va il nostro devoto ed affettuoso pensiero.  Nel rispetto e nella considerazione trovano giustamente collocazione le donne, le care donne del soldato, madri, spose, figlie, sorelle che soffrirono con lui, proprio perché sono l’altra <<metà del cielo>>; le care donne del soldato che soffrirono in proprio offrendo a pieni mani, in dignitoso silenzio, dedizione coraggio e umiltà.

 

Trovano posto anche quei non combattenti, che nella loro anonima umiltà fecero quotidianamente la loro parte.  Tutti vogliamo qui ricordare, noti ed ignoti, perché non muoiano: la morte vera, la morte che cancella non è quella fisica ma è la indifferenza.

 

Nella Bibbia la frase <<il tuo nome sarà dimenticato>> è una maledizione.

Ma il nostro cuore non può dimenticare ciò che ha amato.

  

Per “maceratesi” qui abbiamo inteso soltanto coloro che sono nati in Macerata e nella Provincia, ma anche coloro che sono divenuti cittadini maceratesi per essere o essere stati qui residenti da circa mezzo secolo, avendo da molti e per molti decenni prestato servizio in enti militari della Provincia.

 

Naturalmente l’elencazione, che rispecchia le risultanze dei documenti consultati, sarà incompleta rispetto alla realtà degli eventi in cui altri “maceratesi” hanno ben meritato con il loro comportamento, che peraltro può essere rimasto ignoto a causa delle circostanze o degli uomini.

 

<<Sappiamo…. che non è possibile e non è giusto stabilire una graduatoria dell’eroismo basata sulla qualità e la quantità delle medaglie, troppe e diverse essendo le condizioni e le circostanze che danno luogo alla concessione delle ricompense, non sempre eque.

Aggiungiamo che in guerra alcune vicende eroiche restano per sempre ignorate; altre vengono colpevolmente trascurate dai superiori. Tutti questi casi, con gli sconosciuti nomi dei valorosi che ne furono protagonisti, intendiamo idealmente includere nelle liste che qui pubblichiamo….>>.

 

 

 

 

 

 


venerdì 17 novembre 2023

Storia militare della Repubblica di Cina: dalle origini alle crisi degli stretti (1954-55 e 1958)

 APPROFONDIMENTI

Storia militare della Repubblica di Cina:

 dalle origini alle crisi degli stretti (1954-55 e 1958)

 

 Stefano Felician Beccari

  

I cambiamenti che seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale influenzarono particolarmente due continenti, ovvero l’Europa e l’Asia. Se la definizione del nuovo assetto politico del Vecchio Continente fu, tutto sommato, abbastanza rapida e indolore sul piano militare (se si esclude la guerra civile greca), in Asia la transizione fu diversa e ben più complicata. Come ricorda Crockatt, infatti, <<l’estensione della guerra fredda all’Asia fu, come nel caso dell’Europa, una conseguenza del mutamento nell’equilibrio di potenza provocato dalla seconda guerra mondiale[1]>>. Epicentro di questo nuovo e difficile equilibrio postbellico fu la Cina, le cui vicissitudini interne influenzarono tutta la futura definizione della geografia politica asiatica. Le dinamiche militari giocarono un ruolo determinante nella composizione di questo nuovo assetto, anche se spesso con una funzione ausiliaria o ancillare rispetto alle ben più complesse trame che le superpotenze andavano tessendo.   L’assetto postbellico, però, si dimostrò incapace di resistere alle sempre più forti spinte centrifughe che continuarono ad agitare la destabilizzazione della regione. Le superpotenze vincitrici, forti della loro influenza ideologica, ma soprattutto politica, militare ed economica, non persero tempo ad organizzare una rete di stati satellite capaci di contenere le manovre dell’avversario e, nel contempo, garantirsi una serie di posizioni strategiche potenzialmente utili per successive operazioni. Da questo domino geopolitico scaturirono una serie di divisioni artificiali di paesi i cui casi più noti sono il Vietnam (il cui Sud perirà nel 1975), la Corea, ancora oggi divisa in due ed infine il caso forse meno noto,  ovvero quello della Repubblica di Cina (in inglese Republic of China, ROC) più famosa in occidente con il nome di Taiwan o con l’appellativo della sua capitale, Taipei. Molti di questi stati, spesso creature artificiali, non esitarono a ricorrere alla forza per sistemare le inevitabili contese in cui erano coinvolti, dando origine ad una serie di conflitti, scontri ed incidenti più o meno estesi, che non contribuirono alla stabilità regionale.

In questo scenario fluido e complesso si inquadra la vicenda della piccola isola di Formosa, o Taiwan, “scoperta” dai portoghesi e così battezzata per la bellezza e la rigogliosità della sua vegetazione. Da sempre attratta nell’orbita cinese (salve le occupazioni degli “occidentali” in epoca coloniale) Taiwan soffrì – al pari dell’impero continentale – gli effetti della nascente potenza giapponese e delle ambizioni geopolitiche di Tokyo. Al termine della prima guerra sino-giapponese (1894-1895) la sconfitta del Celeste Impero aprì la strada alla conquista nipponica sia della penisola di Corea che di Taiwan. Il successivo Trattato di Shimonoseki[2] all’articolo 2 suggellava giuridicamente il passaggio della sovranità di Formosa dalla Cina al Giappone[3]. Quando iniziò la Seconda guerra mondiale, l’isola di Taiwan era sotto controllo giapponese: la fine del conflitto, però, non significò il ritorno ad un’era di pace, nonostante la cessazione dell’occupazione nipponica e la restituzione alla madrepatria cinese. I venti di guerra civile che spiravano nella Cina continentale non si erano ancora placati, ed il semplice ritiro delle unità nipponiche altro non era che la quiete prima di un’altra tempesta, destinata a placarsi solo verso la fine degli anni ‘50.

 

  1. La guerra civile cinese e la fuga di Chang Kai Shek: nasce la Repubblica di Cina

Prima di poter affrontare la storia militare della Repubblica di Cina è indispensabile tracciare brevemente i motivi che hanno comportato la nascita di questo stato. Ciò significa, inevitabilmente, riferirsi alla guerra civile cinese che ha insanguinato il paese negli anni fra il 1927 ed il 1949, e che portò alla nascita delle “due Cine” che ancora oggi conosciamo[4]. Questa divisione trae le sue origini dalla lunga guerra civile combattutasi in due round diversi e spezzati dalla Seconda guerra mondiale, al termine della quale, almeno formalmente, la Repubblica di Cina controllava tutto il paese e la neo-restituita isola di Taiwan. A capo della ROC c’era il Generalissimo Ciang Kai Shek, condottiero militare e leader del partito nazionalista Kuomintang (KMT). I lunghi anni di guerra antigiapponese, però, non avevano sopito le pesanti fratture che agitavano la società cinese, e che prontamente riemersero non appena le truppe di Tokyo tornarono in patria. La principale opposizione al Kuomintang era svolta da un piccolo partito di matrice comunista, ovvero il Partito Comunista Cinese, guidato dal giovane leader Mao Tse Tung. Entrambi i partiti disponevano non solo del tradizionale apparato politico, ma anche di milizie armate, con moltissimi membri temprati da anni di resistenza contro i giapponesi. La sfida Kuomintang-Partito Comunista dopo il 1945 sembrava facilmente destinata a risolversi a vantaggio del KMT. L’appoggio statunitense a Chiang ed alla sua fazione sembrava da solo essere risolutivo, senza considerare il consenso internazionale di cui godeva il Generalissimo ed il controllo del territorio esercitato dal KMT. Inoltre nel corso della prima fase della guerra civile i reparti del Kuomintang avevano ripetutamente fronteggiato gli avversari comunisti, tanto da costringerli ad una lunga ritirata strategica passata alla storia come “Lunga marcia”. Proprio durante questa massacrante operazione, poi mitizzata dalla storiografia di parte, emerse la figura di Mao Tse Tung quale futuro leader del Partito Comunista Cinese, oppositore del KMT.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nazionalisti e comunisti tornarono ad affrontarsi militarmente per la supremazia politica in Cina, come prima dell’invasione giapponese. I tentativi di riconciliazione, portati avanti dal Generale George Marshall, futuro autore dell’omonimo piano di ricostruzione economica, si rivelarono infruttuosi sin dal suo arrivo in Cina nell’inverno del 1945. Le varie richieste di cessate-il-fuoco venivano sistematicamente disattese dalle parti, troppo impegnate a contendersi la primazia piuttosto che accordarsi su una soluzione comune. Quando il Generale Marshall abbandonò il suo incarico, a gennaio 1947, la guerra civile in Cina era ormai riesplosa in tutta la sua interezza e ferocia. L’iniziale vantaggio del Kuomintang venne progressivamente eroso dall’avanzata delle unità comuniste, che in pochi anni riuscirono a controllare porzioni sempre maggiori del paese. Mentre il prestigio e la forza dei nazionalisti si sgretolavano, Mao e le sue unità riuscivano a liberare e controllare sempre maggiori porzioni di territorio cinese. Il 1 ottobre 1949, a Pechino, venne proclamata la nascita della nuova Repubblica Popolare Cinese (RPC), mentre Chiang Kai Shek ed i suoi seguaci, circa 2 milioni di persone, abbandonavano il continente per rifugiarsi nell’isola di Taiwan. Le poche sacche di resistenza rimaste sul continente vennero velocemente soffocate dagli uomini di Mao. Con l’arrivo di Chiang a Taiwan nasceva così la Repubblica di Cina rivale della RPC, e “unica” rappresentante della Cina fino agli anni ’70. La ritirata del KMT non significò la fine delle ostilità, ma il loro evolvere verso forme più complesse e, soprattutto, non più legate al mero piano nazionale. Così la difficile coesistenza fra le “due Cine” entrava a pieno titolo nelle complesse dinamiche della Guerra fredda. 

 



  1. In cerca di un equilibrio: le tensioni ROC-RPC e la nuova geopolitica del Pacifico

Sin dagli inizi le relazioni fra i due stati furono molto difficili, per molte ragioni diverse. Sul piano simbolico entrambi rivendicavano di rappresentare la “vera” Cina rispetto agli “impostori” dell’altra parte, rifiutando qualsiasi soluzione di compromesso. Sul piano politico i dissapori ideologici fra i contendenti rendevano impossibile sperare in una riconciliazione pacifica, senza contare che mentre la RPC guardava a Mosca la ROC si rifaceva all’amicizia con gli Stati Uniti. Sul piano militare la contrapposizione era ancora più netta, perché entrambi i paesi ambivano a (ri)conquistare il territorio del rivale, anche con la forza armata: date le ridotte distanze, poi, un conflitto fra i due sembrava inevitabile. Sul piano propagandistico, infine, fra le due nazioni si sprecavano le accuse reciproche, acuite anche dai risentimenti maturati durante la guerra civile. Tutti questi elementi contribuirono a rendere molto complessi i primi anni della Repubblica di Cina, cosa che spesso comportò il ricorso alla forza. Quando nel 1949 le armate di Chiang si ritirarono a Taiwan, quello che rimaneva della “Cina nazionalista” (altra dicitura usata per la ROC) era sostanzialmente l’isola di Taiwan, l’isola di Hainan (situata nel sud della Cina continentale, vicina al nord del Vietnam), le isole Pescadores ed infine alcune isole minori, più o meno vicine alla RPC. La situazione rimaneva instabile, e la sproporzione a vantaggio della RPC era evidente. I fragili equilibri post-guerra civile non erano destinati a sistemarsi rapidamente, e la ritirata di Chiang, in definitiva, altro non fu che un momento di tregua in un conflitto che ben presto riemerse anche sul piano militare. D’altro canto focolai di tensione nell’area non mancavano. Nel brevissimo periodo che intercorse fra la fondazione della RPC (1 ottobre 1949) e la guerra di Corea (25 giugno 1950) la Cina di Mao riuscì ad organizzare un paio di operazioni militari che ridimensionarono notevolmente il territorio della ROC, sconfiggendo le unità nazionaliste. Il confronto si spostava così dal piano terrestre a quello navale, caratterizzando i successivi scontri sino alla fine degli anni Cinquanta dato che caratterizzerà gli scontri fra le due parti sino alla fine degli anni Cinquanta. Escludendo un attacco diretto all’isola di Taiwan, più distante geograficamente, le unità della RPC puntarono su una strategia progressiva, focalizzandosi sulle aree di maggiore vulnerabilità dell’avversario, ancora scosso dagli effetti della ritirata. Per questo motivo il primo attacco della RPC venne portato all’isola di Hainan, una delle più estese isole cinesi, che si trova in posizione strategica per controllare il lato settentrionale del Mar Cinese Meridionale[5]. Nell’aprile del 1950[6] un assalto anfibio delle unità del People’s Liberation Army (PLA, le forze armate della RPC) segnò l’inizio del conflitto di Hainan, che durò circa un mese e si concluse con la sconfitta dei nazionalisti. Analoga sorte toccò poi ad altre isole sotto il controllo della ROC. La fallita difesa delle isole, resa ancora più complessa dalla lontananza da Taiwan, aveva dimostrato la debolezza militare delle unità del Kuomintang, cosa che accese ulteriormente le ambizioni di Pechino. Nonostante la poca preparazione del PLA, soprattutto nelle operazioni anfibie, nulla sembrava poter impedire anche la conquista di Formosa: era solo una questione di tempo. Ma mentre gli strateghi del PLA stavano progettando ulteriori attacchi ai nazionalisti, intervenne un fattore esterno che cambiò drasticamente il corso della storia.

Le ambizioni di Pechino vennero bruscamente interrotte dall’esplodere di un conflitto di tutt’altra natura, ma in cui Mao in primis era chiamato in causa. L’epicentro di questo nuovo confronto Est-Ovest si trovava nella penisola coreana, divisa artificialmente in due dalle logiche della nascente Guerra fredda. Il 25 giugno del 1950 le unità di Kim Il Sung, giovane dittatore della Corea del Nord, attraversarono il confine della rivale Corea del Sud scatenando una guerra che ebbe pesanti ripercussioni a livello mondiale. La rapidità dell’invasione e la profondità dell’offensiva in pochissimo tempo limitarono il territorio della Corea del Sud ad un piccolo perimetro intorno a Pusan, nella parte sud-orientale della penisola. Questo piccolo lembo di Asia, per secoli sconosciuta terra di conquista per gli eserciti cinesi e giapponesi, diventava la prima vera crisi militare della neonata Guerra fredda. Il conflitto coreano fu un vero e proprio choc per l’amministrazione Truman, e, più in generale, rappresentò un punto di svolta nei rapporti fra le superpotenze, poiché <<introdusse nella guerra fredda un elemento di imponderabilità che non vi era mai stato prima. L’attacco a sorpresa doveva rendere la guerra breve; il suo prolungamento richiese improvvisazione da entrambi gli schieramenti, e nessuno dei due vi era adeguatamente preparato[7]>>.

Paradossalmente il conflitto coreano fu la salvezza di Taiwan e del governo di Chiang Kai Shek[8], che fino a quel momento non era particolarmente stimato dal Dipartimento di Stato americano. Le accuse di malgoverno, corruzione e la perdita dell’intera Cina continentale non giocavano a favore del Generalissimo, in cui, inizialmente, gli Stati Uniti non riponevano molta fiducia. La guerra di Corea, invece, rimescolò le carte. Il comunismo, attivo ideologicamente e aggressivo militarmente, doveva essere fermato ad ogni costo, e per evitare che il conflitto coreano si espandesse verso sud gli Stati Uniti decisero di proteggere il governo di Chiang Kai Shek a Taiwan[9]. L’amministrazione statunitense, quindi, cambiò radicalmente il suo punto di vista. Il Dipartimento di Stato Americano così ricorda quella svolta: <<il Presidente Truman agli inizi del 1950 aveva dichiarato che non avrebbe voluto difendere i nazionalisti [di Taiwan] da un attacco comunista, ma dopo lo scoppio delle ostilità in Corea ordinò alla Settima Flotta di prendere posizione nello Stretto di Taiwan per evitare l’allargarsi del conflitto militare nella regione[10]>>. La Settima Flotta statunitense venne così inviata nelle acque di Formosa, mentre intanto, in Corea, il Generale MacArthur si apprestava a creare un contingente delle Nazioni Unite, avvallato dal celebre voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’arrivo delle unità della US Navy, il 27 giugno 1950[11], fece naufragare i desideri di riconquista di Mao. Man mano che il conflitto in Corea proseguiva, poi, l’attenzione di Pechino si spostava sempre di più allo scacchiere del nord-est, fino a che i “volontari” cinesi mandati ad aiutare i “fratelli” della Corea del Nord non giunsero a scontrarsi direttamente con le truppe dell’ONU. La strategia della RPC, quindi, si concentrò nel Nord, tralasciando, per il momento, la questione di Taiwan. La fine del conflitto coreano (1953) comportò un ripensamento radicale della strategia americana in Asia, e, quindi, una sorta di piccola “rivoluzione geostrategica” che non mancò di influenzare anche Taiwan. La logica dell’arrendevolezza o dell’incauto disinteresse si era rivelata una drammatica leggerezza per Washington; era quindi necessario riprendere i rapporti con gli alleati, solidificando quelli esistenti e puntellando i regimi amici per evitare ulteriori “contagi” del comunismo nella regione (si pensi al caso dell’Indocina francese). Taiwan divenne così parte di quella serie di stati filoccidentali importanti per esercitare il containment del comunismo. Tuttavia questo “ombrello” americano non impedì ulteriori scontri con la Cina continentale, che portarono alle famose “crisi degli stretti” degli anni ’50.

 

  1. La rottura dell’equilibrio: le due crisi dello stretto

La fine della Guerra di Corea non portò il complesso scenario asiatico ad una definitiva sistemazione. L’onda lunga della decolonizzazione aprì ulteriori focolai di crisi, come l’Indonesia, la Malesia o l’Indocina, che si sommarono alle rivalità già presenti nella regione. La situazione di Taiwan alla fine del conflitto coreano era nettamente migliore rispetto al 1950, se non altro perché ormai era inserita stabilmente nell’ambito dei paesi filoamericani[12]. Il cauto riavvicinamento fra Taipei e Washington, però, non impedì il sorgere di due delicate crisi politico-militari, note con il nome di “crisi dello stretto di Taiwan”, che, in diverso modo, rischiarono di scatenare un nuovo conflitto mondiale in Asia. Questi due incidenti, avvenuti nel 1954-1955 e nel 1958 rappresentarono due ulteriori passaggi complicati per la storia di Taiwan, e furono l’ultima seria minaccia alla sicurezza nazionale dell’isola, suggellando de facto l’esistenza di “due Cine” e dimostrando l’impossibilità di ricostituire manu militari una sola Cina. 

Le “Crisi dello stretto”, che ancora oggi rappresentano un passaggio dibattuto nella complessa relazione fra Pechino e Taipei, non possono essere confinate al solo piano bilaterale. Questa serie di scaramucce armate, di intensità variabile, riguardarono non solamente le due Cine, ma anche l’URSS e gli Stati Uniti. Le montanti tensioni nello stretto, periodicamente allentate da abili mosse e tatticismi politici delle varie diplomazie coinvolte, ebbero anche dei profili militari che, in definitiva, rischiarono di far precipitare gli Stati Uniti e la Cina popolare in una guerra aperta, con possibili esiti atomici. Infine, sul piano geopolitico, le due crisi segnarono l’inizio di una nuova fase degli equilibri asiatici, mentre l’interesse della Cina popolare, e di Mao in particolare, cominciava ad orientarsi verso questioni politiche interne di natura ben più urgente che la (ri)conquista di Taiwan o delle piccole isole di Quemoy e Matsu, veri e propri casi bellorum delle crisi del 1954 e del 1958.

La prima crisi dello Stretto (1954-1955). Come evidente, i prodromi della contesa risalivano all’instabile stuazione che era andata instaurandosi fra Pechino e Taipei. La Guerra di Corea e il pattugliamento della Settima Flotta non avevano sanato la situazione, ma semplicemente procrastinato il riemergere di successive tensioni. A questo, poi, andava sommato il territorio che era rimasto sotto controllo di Taiwan: a parte l’isola principale, Formosa, il KMT controllava le isole Dachen, le isole Yijiangshan ed infine Quemoy (o Kinmen) e Matsu, oltre alle Pescadores (o Penghu). Se le ultime e Formosa erano sufficientemente distanti dalla Cina continentale, questo non era il caso per le restanti quattro, troppo vicine alle coste della RPC per non far ipotizzare – come già successo con Hainan – un possibile blitz delle unità del PLA. A questa vicinanza geografica (che per isole come Quemoy e Matsu è solo di alcune miglia marine dal continente) si sommava l’atteggiamento di Chiang Kai Shek, che non mascherava le sue ambizioni di riconquistare l’intera Cina continentale. A Washington questa retorica non veniva considerata in termini realisti, ma più come una questione di propaganda. Ad ogni modo il neoeletto Presidente Eisenhower, nel febbraio del 1953, decise di ritirare la Settima Flotta dalle acque antistanti Taiwan, senza però cedere alle pressioni dei “falchi” che volevano favorire i progetti di Chiang Kai Shek. Dato il ritiro statunitense, ad agosto 1954 il KMT cominciò a rafforzare le proprie guarnigioni su Quemoy e Matsu, attirandosi ben presto le critiche di Pechino, preoccupata dall’attivismo dei nazionalisti e dalla fine dell’indiretta protezione americana. A questa scelta di Taiwan, poi, si aggiunse il dibattito sull’istituzione dell’allenza South East Asia Treaty Organization (SEATO), che venne creata a Manila proprio nel 1954. Questa alleanza di paesi filoccidentali per Pechino (e non solo) costituiva una minaccia indiretta. Dopo gli appelli propagandistici per “liberare Taiwan”, e nonostante gli avvertimenti di Washington, il 3 settembre 1954 le unità di Pechino cominciarono un bombardamento d’artiglieria che colpì Quemoy, causando anche la morte di alcuni ufficiali statunitensi. La crisi era cominciata. Washington si affrettò ad inviare nuovamente nell’area la Settima Flotta, mentre il Pentagono cominciò a suggerire, fra le ipotesi di risposta, anche delle possibili opzioni nucleari. Una questione prettamente bilaterale stava degenerando in una crisi mondiale, o, per ricorrere ad una lucida analisi di Kissinger, <<la crisi per un territorio che nessuno voleva era diventata globale[13]>>. Era insomma nato un pericoloso casus belli cui nessuno, però, voleva dare troppo seguito. Se sul piano militare gli effetti furono limitati, un ben altro impatto vi fu sul piano diplomatico. L’amministrazione Eisehnower era riluttante ad intervenire militarmente a fianco di Taiwan[14]; venne così decisa la negoziazione di un trattato bilaterale fra Washington e Taipei noto con il nome di Mutual Defense Treaty Between the United States and the Republic of China. Questo breve trattato, firmato il 2 dicembre 1954 ed entrato in vigore il 3 marzo del 1955, costituì la miglior risposta che Washington poteva offrire al piccolo alleato asiatico, e rappresentò un punto di compromesso fra chi vagheggiava un attacco nazionalista alla RPC e chi invece preferiva abbandonare in toto Chiang Kai Shek. Il problema principale risiedeva nell’atteggiamento statunitense: sarebbe stato il caso di farsi coinvolgere in una guerra aperta per le piccole isole della ROC, la cui importanza era, per lo più, simbolica? Eisenhower fece risolvere questo contrasto alle generiche formulazioni del trattato, che, fin dal preambolo, ribadivano ampiamente la funzione difensiva dello stesso, il richiamo ai valori delle Nazioni Unite e la necessità di addivenire ad una situazione di pace. Il cuore del problema, comunque, risiedeva nei limiti geografici del trattato, ovvero quali aree avrebbero potuto determinare l’intervento americano a fianco della ROC. Queste previsioni, contenute agli articoli 5 e 6, erano alquanto vaghe, e facevano esplicito riferimento, per la ROC, solamente all’isola di Taiwan ed alle Pescadores. Era un chiaro messaggio che Washington non voleva cominciare un conflitto contro la Cina comunista per dei piccoli (e strategicamente poco significanti) affioramenti marini. Allo stesso tempo, però, non venivano categoricamente escluse le piccole isole della ROC: come ricorda Matsumoto <<[il trattato] era evidentemente un compromesso fra Washington e Taipei. Questo indicava che la difesa delle isole non era completamente esclusa, e che gli Stati Uniti potevano difenderle a seconda delle circostanze. In secondo luogo, il testo enfatizzava che lo scopo del trattato era difensivo, non offensivo[15]>>. Il trattato, ad ogni modo, segnava la fine di certe ambiguità fra le due capitali: Washington, seppur a malincuore e con alcuni distinguo, aveva scelto di rafforzare il suo legame con il KMT. Questa mossa, inevitabilmente, indispettì Pechino, che a gennaio del 1955 riprese le ostilità contro Taiwan, ma con altri obiettivi. Invece che insistere su Quemoy e Matsu, le unità del PLA rivolsero la loro attenzione a due piccole isole situate più a nord, ovvero le Dachen e l’isola di Yijiangshan. Quest’utlima fu assalita dalle unità del PLA il 6 gennaio del 1955, e dopo dodici giorni di combattimenti le unità della ROC dovettero ritirarsi, perdendo ulteriori posizioni a vantaggio della RPC. Nell’attesa che entrasse in vigore il trattato bilaterale, e per dare un segnale a Pechino, il Congresso statunitense votò quasi all’unanimità la Formosa Resolution (29 gennaio 1955) con la quale il Presidente americano era autorizzato ad usare ogni mezzo necessario per difendere la ROC dalla RPC. Gli Stati Uniti, però, si limitarono ad utilizzare la Settima Flotta per far evacuare le isole colpite, senza reagire militarmente, nè contrattaccare la Cina comunista, né tantomeno cercando di riconquistare le isole perse. Nonostante questo atteggiamento passivo, i toni non erano destinati a spegnersi. Le minacce si fecero ancora più serie quando Eisenhower paventò un possibile utilizzo di armi nucleari contro la Cina continentale. Mao, del canto suo, si vantava di poter resistere alle armi atomiche, data la popolazione e l’estensione della RPC. Anche se colpiti nuclearmente i cinesi – secondo le parole del leader - avrebbero saputo resistere e poi contrattaccare. Le reazioni a questa possibile opzione furono immediate. L’Unione Sovietica si dimostrò particolarmente restia a rispondere nuclearmente agli Stati Uniti, mentre i paesi della NATO, con la Gran Bretagna in testa, espressero la loro completa disapprovazione per un possibile attacco nucleare. La situazione ormai era molto tesa, ed era fondamentale abbassare i toni. L’occasione fu la Conferenza di Bandung dei paesi non allineati: in quella sede, il 23 aprile 1955, il primo ministro Zhou Enlai dichiarò pubblicamente che la RPC era pronta a negoziare con gli americani, e con il primo maggio la crisi era cessata. Si trattava comunque di una mera tregua, perché le tensioni nell’area rimanevano ai massimi livelli. Non fu un caso, infatti, che a distanza di meno di tre anni emerse una nuova crisi fra la Cina e Taiwan. Il primo round si era concluso con un’altra situazione di stallo, ben presto destinata a ricadere nello scontro aperto.  

La Seconda Crisi dello Stretto (1958). La pace nelle acque cinesi durò pochi anni, perché nel 1958 emerse nuovamente una serie di scontri armati, passati alla storia come “Seconda Crisi dello Stretto”. La vicinanza delle date, però, non deve trarre in inganno. Pochi anni di differenza non avevano influito sul contesto geopolitico e militare, ma, piuttosto, avevano avuto un notevole impatto su quello politico, ed in particolare sulle relazioni bilaterali fra Mosca e Pechino. Oltre a ciò non vanno dimenticati i fattori interni alla Cina e, infine, l’atteggiamento che Washington aveva tenuto nei confronti di Pechino, durante i colloqui (riservati) a livello diplomatico. Aggiungendo questi tre ultimi elementi alle perduranti frizioni con il KMT, si venne a creare una serie di condizioni che portò, nel 1958, ad una ulteriore serie di scontri e poi ad una successiva fase di stasi. Sul piano politico due furono in particolare gli eventi che indirettamente contribuirono alla Seconda Crisi dello Stretto, e si consumarono principalmente a Mosca fra il 1956 ed il 1957, nell’ambito dei complessi equilibri della galassia comunista. La successione a Stalin, deceduto nel 1953, aprì la strada all’ascesa di Nikita Khruscev. Costui, ben conscio dei limiti dell’URSS e desideroso di modernizzare il paese, nell’ambito del XX congresso del Partito Comunista Sovietico a Mosca (1956), criticò pesantemente l’operato di Stalin denunciandone alcuni aspetti dell’operato ed il culto della personalità. Questa forma di “revisionismo”, subito contestata da Pechino, venne ulteriormente criticata dallo stesso Mao durante la successiva conferenza dei Partiti comunisti del 1957, a Mosca. La famosa “coesistenza pacifica” di Khruscev, ovvero il fatto che due sistemi (capitalista e comunista) potessero, appunto, “convivere” fu aspramente accusata da Mao, che propendeva, invece, per una posizione più “rivoluzionaria” e meno incline al compromesso con l’avversario. Da qui – almeno sul piano ideologico – è possibile tracciare l’inizio dello sfilacciamento dei rapporti fra Mosca e Pechino che poi condurranno, nel 1960, alla fine del trattato di amicizia fra i due paesi.

Sul piano interno, poi, il 1958 fu un anno cruciale per la RPC, ovvero coincise con il lancio del “Grande balzo in avanti”, cioè una grande riforma interna della società e dell’economia cinese. Complementare a questo ambizioso progetto vi era una massiccia propaganda e mobilitazione degli apparati di partito: in questo contesto si inserì anche una vigorosa retorica diretta a sostenere la “liberazione di Taiwan”. Le intenzioni di questo slogan così aggressivo, però, erano più dirette alla mobilitazione delle masse della RPC che all’effettiva cacciata di quello che restava del KMT. Analizzata da questo punto di vista, quindi, la Seconda crisi presenta delle implicazioni ideologico-politiche di natura interna che non possono essere trascurate, e che ben permettono di comprendere il motivo per cui questo secondo confronto sia finito in modo ben diverso dal primo. 

Il terzo elemento prodromico alla crisi fu la difficoltà nella gestione delle relazioni diplomatiche fra Washington e Pechino. Queste ultime, riprese dopo il 1954 in via riservata a Varsavia, si erano sempre mantenute su livelli non particolarmente alti. Pechino intendeva far progredire il livello delle negoziazioni, mentre gli Stati Uniti non ne sentivano la necessità.

La Seconda Crisi dello Stretto emerse a luglio del 1958, con la RPC che cercò di innalzare i toni nella regione per protestare – questa era la motivazione formale – contro l’intervento statunitense in Libano. L’idea di un’azione militare, per quanto dimostrativa, non emerse nemmeno durante la visita di Kruschev a Pechino (31 luglio – 3 agosto 1958), segno tangibile della lontananza che si stava creando fra i due paesi. Dopo un massiccio concentramento di unità a ridosso della costa, segretamente monitorato dagli americani, il 23 agosto del 1958 l’artiglieria del PLA scatenò un massiccio bombardamento su Quemoy e Matsu, dando il via alla Seconda Crisi. I bombardamenti, proseguirono con andamenti alterni, a volte fermandosi anche per alcune settimane: era chiaro che l’intenzione di Mao non era tanto scatenare un conflitto o riconquistare Taiwan quanto, piuttosto, una strategia più sottile e che sfruttava scontri militari di piccola portata per conseguire risultati politici. Tralasciando il livello della mobilitazione interna, sul piano internazionale lo scopo di Mao era quello di vedere fino a dove gli americani volevano o potevano spingersi nella difesa di Taiwan e, nel contempo, dimostrare una certa autonomia dall’Unione Sovietica. La reazione di Eisenhower fu di rimandare nello stretto di Taiwan la Settima Flotta e di rifornire la ROC di ulteriori armamenti, anche avanzati, oltre a dichiarare che gli Stati Uniti non si sarebbero ritirati nemmeno di fronte ad un’aggressione. Queste parole, e la presenza militare americana allarmarono Mao, che, per precauzione, aveva comunque vietato alle sue unità di fare fuoco su obiettivi americani. Il 5 settembre 1958 fu nuovamente Zhou Enlai ad aprire alla distensione, offrendo agli Stati Uniti di ricominciare la negoziazione con degli ambasciatori. Era ormai il prodromo della fine, che sopraggiunse un mese dopo, il 6 ottobre 1958, con la dichiarazione del Ministro della Difesa della RPC, Peng Dehuai, di trovare una soluzione pacifica per l’isola di Taiwan. Era insomma chiaro a tutti che lo scontro non aveva finalità militari, ma piuttosto rappresentava un tassello di una complessa partita che faceva perno su Pechino, e che riguardava tanto il rapporto di quest’ultima con Mosca che con Washington. Mentre la crisi andava scemando vi fu un tardivo intervento sovietico, <<l’unica parte di questa relazione triangolare che non comprese cosa stava avvenendo[16]>>. Schiacciato fra la necessità di evitare a tutti i costi di inserirsi in una contesa fra Cina e Stati Uniti, ma desideroso nel contempo di mostrare – quantomeno di facciata – la volontà di tutelare l’(instabile) alleato cinese, Khruscev a settembre indirizzò due lettere ad Eisenhower mentre la crisi ormai si stava spegnendo. Nella prima veniva ribadito che un attacco alla Cina era da considerarsi come un attacco all’URSS, mentre nella seconda si ipotizzava addirittura l’utilizzo di armi nucleari. L’iniziativa, però, giungeva fuori tempo massimo, e, in definitiva, non ebbe alcuna utilità. La crisi del 1958 si spense velocemente com’era nata, e chiuse quell’onda lunga di eventi che portarono all’assestamento, almeno de facto, di “due Cine”. Tutte le parti, a vario titolo, reclamavano di essere vittoriose.

 

  1. Gli effetti delle crisi e l’impatto su Taiwan

A distanza di oltre cinquant’anni i giudizi sulle Crisi dello Stretto sono ancora molto differenti, e continuano a risentire anche delle diverse posizioni da cui sono espressi i giudizi. Cercando – per quanto possibile – di confinare i risultati al piano geopolitico e militare, è possibile trarre alcuni insegnamenti da tutta la vicenda. Le due crisi non vanno considerate come episodi a sé, ma costituiscono il risultato, seppur indiretto, dei delicati equilibri post-guerra civile cinese. La cacciata dei nazionalisti a Taiwan aprì sicuramente la nuova fase delle “due Cine”, ma nel contempo non sopì quelle tensioni già emerse nella guerra sul continente. In quest’ottica, quindi, si potrebbero vedere gli incidenti degli stretti come una sorta di “scosse di assestamento” che hanno seguito l’evento sismico principale, cioè la vittoria di Mao. A livello generale, poi, va ricordato che se la contrapposizione RPC- ROC ha costituito la base dei due contenziosi, in realtà il confronto è stato (anche) giocato su piani nettamente più elevati, ovvero quello delle superpotenze. Stati Uniti e URSS sono stati attori di primo piano in tutta questa vicenda, e, anzi, hanno contribuito alla creazione dello status quo che ancora oggi persiste. La chiusura della fase armata, però, non fu priva di conseguenze rilevanti, soprattutto per la Cina comunista. La seconda crisi, in particolare, segnò l’inizio della fine dell’amicizia sino-sovietica (conclusasi nel 1960) e la spaccatura del monolite comunista, e coincise con una maggior attenzione del Partito Comunista Cinese verso tematiche di natura interna, come il “Grande balzo in avanti” o la successiva “Rivoluzione culturale” del 1966. Ad ogni modo, però, Mao riuscì a ricavare prestigio e visibilità da questi scontri, cosa che gli fu utile anche sul piano della propaganda. Gli Stati Uniti riuscirono finalmente a contenere non solo l’avanzata comunista, ma anche le intemperanze di Chiang Kai Shek, con il risultato che Taiwan rimase “l’unica Cina” sino agli anni Settanta, mentre le “due Cine” cominciarono a coesistere seguendo binari molto differenti.

Tutti questi effetti ebbero delle dirette ripercussioni sulla storia militare della ROC, che probabilmente non sarebbe esistita se non vi fossero stati due eventi determinanti, ovvero la Guerra di Corea e il Trattato con gli Stati Uniti. Le sole forze del KMT, infatti, si dimostrarono insufficienti quando si trattò di resistere agli attacchi della Cina continentale: pezzo dopo pezzo le unità del PLA, nonostante le loro non sviluppate capacità anfibie, sottrassero notevoli porzioni di territorio alla ROC. Questo processo, probabilmente, avrebbe portato all’annichilimento di Taiwan, se non fosse stato per l’irrompere della Guerra di Corea. Questo conflitto, cui non presero parte unità del KMT, si rivelò invece fondamentale per cambiare gli assetti politico-militari del paese. Da nazione amica degli Stati Uniti ma considerata poco utile strategicamente, Taiwan divenne un alleato importante che cominciò a beneficiare anche della tecnologia militare americana, soprattutto velivoli e missili avanzati. Il 1954, poi, rappresentò il vero discrimen sul piano politico-militare. Resisi conto che la strategia del Generalissimo, ovvero la riconquista della Cina continentale, poteva giungere ad effetti troppo destabilizzanti nella regione, gli Stati Uniti decisero di “imbrigliare” il piccolo alleato con il Trattato di mutua difesa, che segnò la definitiva “salvezza” della ROC. Non furono poche le divergenze fra Taipei e Washington, ma, in definitiva, Taiwan riuscì ad ottenere l’obiettivo così tanto agognato: la certezza dell’indipendenza nazionale garantita dalle armi americane. Questa garanzia, comunque, ebbe un costo. Chiang Kai Shek, guadagnando l’indipendenza perse molto spazio di manovra in politica estera, e vide tramontare i suoi desideri di riconquista della Cina continentale e dei territori che erano stati persi fra il 1950 ed il 1955. Per di più, un comunicato comune del 23 ottobre 1958, co-firmato con il governo americano, impegnò il KMT a risolvere politicamente i problemi con la Cina continentale evitando di ricorrere all’uso della forza. I costi che il governo di Taipei aveva dovuto sopportare erano stati pesanti. In poco più di dieci anni di esistenza Taiwan aveva perso diverse parti del suo territorio e aveva dovuto subire le imposizioni del più forte alleato americano: in cambio, però, era riuscita a sopravvivere alla soverchiante potenza della RPC, ed ora, forte della protezione statunitense, poteva finalmente concentrarsi su quelle riforme politiche, sociali ed economiche di cui il paese aveva bisogno. La dimensione militare dell’iniziale confronto fra RPC e Taiwan, per quanto limitata e spesso strumentale ad altre logiche, ebbe un ruolo peculiare nella formazione dell’identità di quest’ultimo paese e, in definitiva, nella sua storia.   

 

 



[1] Crockatt R., Cinquant’anni di Guerra fredda, Salerno Editrice, 1997, p. 154.

[2] Encyclopaedia Britannica, Treaty of Shimonoseki, http://www.britannica.com/EBchecked/topic/540685/Treaty-of-Shimonoseki, consultato il 20 aprile 2013.

[3] Treaty of Shimonoseki, http://www.taiwandocuments.org/shimonoseki01.htm, consultato il 28 aprile 2013.

[4] La guerra civile in Cina, iniziata nel 1927 e sospesa durante la guerra contro i giapponesi, ricominciò nel 1946, terminando nel 1949 con la vittoria della fazione comunista di Mao Zedong rispetto a quella nazionalista del partito Kuomintang di Chang Kai Shek.

 

[5] La scelta di Hainan si rivelò strategica fin dall’inizio, ed  oggi, forse, lo è ancora di più: come nota l’Annual Report to Congress: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2012 del US Office of the Secretariat of Defense,  a pagina 22, <<the PLA Navy [People’s Liberation Army Navy, ovvero la marina militare cinese – N.d.A] has now completed construction of a major naval base at Yalong, on the southernmost tip of Hainan Island. The base is large enough to accommodate a mix of nuclear-powered attack and ballistic-missile submarines and advanced surface combatants, including aircraft carriers. Submarine tunnel facilities at the base could also enable deployments from this facility with reduced risk of detection>>. Testo completo su http://www.defense.gov/pubs/pdfs/2012_CMPR_Final.pdf, consultato il 2 aprile 2013.

[6] Cfr. Vadney T., The world since 1945, Penguin, 1999.  

[7] Mastny V., Stalin, il dittatore insicuro, TEA, p. 128.

[8] Yi Shen C., Korean War Saved Taiwan from Chinese Aggression, Taipei Times, 25 giugno 2010, http://worldmeets.us/taipeitimes000014.shtml#axzz2PJBVAKWq, consultato il 23 aprile 2013.

[9] <<Truman's desire to prevent the Korean conflict from spreading south led to the U.S. policy of protecting the Chiang Kai-shek government on Taiwan>>, US Department of State, Office of the Historian, Milestones 1945-1952, http://history.state.gov/milestones/1945-1952/ChineseRev, consultato il 15 aprile 2013.

[10] <<President Harry Truman had proclaimed in early 1950 that he would not defend the Nationalists from a Communist attack, but after the outbreak of hostilities in Korea he moved the U.S. Seventh Fleet into the Taiwan Strait to discourage the spread of military conflict in the region>> . La reazione della Cina non fu particolarmente felice, come nota lo stesso Dipartimento di stato: <<the PRC considered this U.S. action as interference in China’s internal affairs>>. Tratto da US Department of State, Office of the Historian, Milestones 1945-1952, http://history.state.gov/milestones/1945-1952/KoreanWar2, consultato il 2 aprile 2013.

[11] http://www.taipeitimes.com/News/editorials/archives/2010/06/30/2003476734/1

[12] La cronologia delle relazioni sino-americane si trova su US Department of State, Office of the Historian, Chronology of US-China relations, 1784-2000, http://history.state.gov/countries/issues/china-us-relations, consultato il 20 aprile 2013.

[13] Kissinger H., On China, Penguin, 2011, p. 154.

[14] Kazin M. et alii, “Korean War and the Cold War”, in The Princeton Encyclopedia of American Political History, Princeton, 2009, p. 448.

[15] <<This was evidently a compromise between Washington and Taipei. This suggested that the  defense of the offshore islands was not completely abandoned, and that the United States might defend these islands depending on the circumstances. Second, the statement emphasized that the  purpose of the treaty was defensive, and not offensive>>, Matsumoto H., The First Taiwan Strait Crisis and China’s “Border” Dispute Around Taiwan, p. 89, su http://src-h.slav.hokudai.ac.jp/publictn/eurasia_border_review/Vol3SI/matsumoto.pdf, consultato il 10 aprile 2013.

[16] Kissinger H., op. cit., p. 175.