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lunedì 30 ottobre 2023

Editoriale Ottobre 2023 Senofonte. Ciropedia. I Doni degli Dei

 Editoriale



Mai come in questo periodo la possibilità di riflettere e di pensare ha dato sostegno e forza per procedere. Oltre al leggere, tralasciando tutto quello che ormai è fonte di ansia ed angoscia (social ed altro), il privilegiare ancor più il libro, il buon libro del tempo andato genera sempre pensieri e riflessioni positive. E voglia di andare avanti.

Pongo  l'attenzione del lettore su un classico (costo 2 euro sulla bancarella sotto Castel Sant'Angelo, sul lungotevere, a Roma): Senofonte, Ciropedia (Tascabili Newton), biografia romanzata di Ciro il Grande.  

Cito testualmente: (pag, 52)

"Padre di Ciro , si dice, fu Cambise, re dei Persiani".....

"In effetti, Padre" disse Ciro" io continuamente ..mi preoccupo dei consigli che gli dei  vogliono darmi..."

............

"E' così', Padre" disse Ciro " mi sento come se gli dei fossero degli amici per me"

 "E' ti ricordi, figliuolo " disse Cambise " alle conclusioni alle quali un giorno arrivammo? E cioè: gli uomini che sanno riconoscere i doni ricevuti dagli dei nella vita hanno migliore fortuna dichi invece quei doni li ignora; chi si da da fare ottiene più risultati di chi è inoperoso; chi si preoccupa dei doni che ha ricevuto vive più sicuro di chi invece li trascura. E insomma  non concludemmo che solo mostrandoci quali dovevamo essere, solo così ci sembrava di dover chiedere agli dei dei favori?".

"Ma certo per Zeus" disse Ciro " mi ricordo di aver sentito questo tuo discorso . E non potei non essere d'accordo . E so anche quello che aggiungevi; che non è lecito chiedere agli dei la vittoria in uno scontro a cavallo, se prima non si è appreso a cavalcare, nè la vittoria su esperti di tiro con l'arco, se non si sa tirare con l'arco. E nemmeno è giusto pregare gli dei per la salvezza della nave che si governa , se non si conosce il mestiere di nocchiero, o pregare per un buon raccolto, quando non si sa seminare, o pregare per la salvezza in guerra, quando non ci si sa difendere. Questi ed altre pretese di tal genere contro le leggi divine. Ed ecco allora , dicevi, che ovviamente non ottiene nulla dagli dei colui che fa richieste contro la legge".  ...........

Facciamo un elenco di tutte le cose che non otteniamo, che non vanno bene, di tutte le lamentele che sentiamo,  uno sguardo a giro d'orizzonte su chi ci circonda e vi è tanta materia per riflettere.

(massimo coltrinari)

domenica 29 ottobre 2023

Copertina Ottobre 2023

 





QUADERNI ON LINE










                                                    Anno LXXXIV, Supplemento on line, X , 2023, n. 92

 Ottobre 2023
valoremilitare.blogspot.com
www.cesvam.org 



sabato 28 ottobre 2023

Alessia Biasiolo: La dimensione romantica del fascismo

 APPROFONDIMENTI



Riprendendo le motivazioni della marcia su Roma di cui è appena caduto il centenario, e proseguendo nello studio del significato che l’azione ha avuto, vediamo alcuni pensieri e convinzioni che hanno portato un’idea politica a governare l’Italia ben presto in modo dittatoriale. Cerchiamo di entrare nell’atmosfera contingente con scritti del tempo.

 

Il fascismo inquadrato nella storia politica delle origini, veniva pensato come un “movimento romantico”, allacciato alla tradizione spirituale del Risorgimento italiano; quel Risorgimento ideale legato alla necessità dell’unità politica del Paese fino ai moti degli anni Quaranta dell’Ottocento, del quale Giuseppe Mazzini aveva chiara idea: fare appello alle coscienze degli italiani per ottenere un’unitarietà di popolo, non un insieme di persone soltanto. Un tentativo fallito a causa del prevalere dello Stato nazionale come necessario al raggiungimento della libertà individuale. Pertanto non si creò quel nucleo nazionale di unitarietà di popolo che avrebbe appieno realizzato l’intento mazziniano e dei padri della patria unita.

Presero piede i liberali che consideravano la libertà il fine da raggiungere attraverso il mezzo dell’indipendenza nazionale. A questo punto, il fascismo considera che, realizzata l’indipendenza nazionale e la libertà, si doveva agire per creare la coscienza nazionale senza la quale lo Stato diventava soltanto un esercizio di governo. Davanti alla mancanza di coscienza nazionale, i problemi non potevano essere risolti in maniera univoca e giusta, perché lo Stato liberale si era frantumato in una serie di atteggiamenti di scarso effetto. Ecco dunque che, davanti agli accadimenti del biennio rosso, si era agito in modo frammentario e poco coerente, dato che il liberismo era privo di contenuto spirituale. Si era cercato un argine alla diffusione delle idee socialiste, limitandosi ad una sorta di buonismo verso le classi più deboli, trasformando lo Stato in una specie di organo di beneficenza allo scopo di dimostrare una più equa distribuzione della ricchezza.

Il pacifismo di stampo wilsoniano non faceva altro che dimostrare il contrario della democrazia mazziniana e nazionale. La crisi spirituale che si era iniziata a percepire prima della Grande Guerra andava superata: modernismo, sindacalismo e nazionalismo, fenomeni idealistici dell’anteguerra, dovevano fondersi in un unico termine, Nazione, e in questo il fascismo, secondo i suoi adepti, aveva un ruolo determinante.

Diventando partito, avrebbe riassunto a sé i principi che avevano dato vita ai tre fenomeni; sarebbe stato il germe del rinnovamento dello Stato a partire dalle fondamenta, ora che lo Stato non era più una realtà economica, ma un imperativo morale, un organismo etico, la coscienza etica e ideale della Nazione.

Proprio la generazione uscita dalla guerra stava maturando una nuova coscienza spirituale con una formula capace di appagare la scontentezza degli ultimi periodi.

Il fascismo aveva il compito di risvegliare il problema spirituale che si era assopito e, se era apparso come un movimento transitorio e contingente, destinato ad involvere, aveva invece maturato in un anno di battaglie e di sofferto processo di elaborazione, la potente ideologia che poteva portare avanti.

Anche le anime inquiete che avevano trovato nel movimento un significato, adesso avevano un argine, proprio loro che erano tali perché maggiormente possedevano in sé la religione della Nazione.

Un processo di elaborazione che non poteva dirsi concluso, ma che era in atto, perché la rivoluzione fascista permetteva di ricostruire un domani suo alla Nazione. Il fascismo non asserviva più le stanche ideologie socialista e liberista, ma assumeva una connotazione sempre più nazionale nella quale costruire una società nuova. Il fascismo, a differenza delle altre ideologie, aveva in sé il mito, l’utopia, la coscienza morale del popolo e non si limitava a risolvere o ad ottenere solo risultati immediati, contingenti, materiali. Quindi se esso aveva dovuto smantellare “le rocche d’argilla che impedivano il risorgimento delle sane e vitali forze nazionali”, ora stava elaborando il metodo per lo Stato futuro. Anche il suo braccio armato serviva per educare la gioventù non ad una lotta impulsiva e sentimentale, ma ad una prudente e cosciente azione di governo attraverso il raccoglimento e lo studio che potevano far seguito alla necessaria azione di mano e bellica da poco conclusa.

 

Italo Balbo, nel suo Diario del 1922, alla data del 25 febbraio scriverà: “Oggi si è chiusa la crisi ministeriale che è durata quasi un mese. Ogni giorno i giornali ci portavano la notizia di una nuova combinazione: e il giorno dopo immancabilmente ne registravano il fallimento. Son passati sullo schermo tutti i personaggi del momento: Giolitti, De Nicola, Orlando, Bonomi, isolati e a coppie, in palamidone e in negligé, a volontà. Campioni senza valore. Il naso di don Sturzo mira a prendere la funzione del naso di Cleopatra. Devia la storia, facendo saltare uno dopo l’altro tutti i ministeri, combinati nei corridoi del parlamento. I giornali liberali piangono come vigne tagliate. Non hanno torto. Il regime attuale si sfascia. Non resta che una collezione di statisti decrepiti che comunicano la loro paralisi al Parlamento e a tutti gli organi dello Stato. I prefetti non hanno più la bussola. Che spettacolo! Noi fascisti ce ne curiamo poco. È straordinario come i miei squadristi ignorino persino il nome dei ministri dimissionari e di quelli in carica. Una volta la politica era tutta concentrata sui cataclismi di Montecitorio. Oggi soltanto qualche centinaio di professionisti delle crisi parlamentari se ne occupa. Noi continuiamo a perlustrare le campagne, a combattere contro i nemici che non hanno perso l’abitudine di ammazzare i nostri migliori, a occuparci di dar lavoro e disciplina agli operai. Faccia Roma quel che le piace. Qui comandiamo noi”.

E l’annotazione continua con evidenti sottolineature di come la bassezza dei “nemici” politici potrebbe indurre anche i fascisti ad abbassarsi al loro livello.

Sempre Balbo il 30 luglio scriverà nel suo Diario, a proposito dell’assassinio del fascista ferrarese Aldino Grossi e del ferimento di altri, sia di Ferrara che di Bologna in quel di Ravenna, che stavano già smobilitando dopo la firma del patto di pacificazione. L’atto violento era quanto mai grave, proprio perché aveva preso i fascisti alla sprovvista, a colpi di rivoltella, poi fuggendo.

All’arrivo di Balbo alcune squadre fasciste avevano già distrutto il circolo comunista e quello anarchico, mentre altre irrompevano in quello socialista. “L’impeto dei fascisti travolge ogni resistenza” che si aveva anche dalle finestre con il lancio di ogni tipo di oggetti.

Altri circoli vennero incendiati in varie parti della città, secondo i ricordi di Italo Balbo che decide per una più vasta azione. Si reca infatti dal questore, mentre Dino Grandi trattiene i fascisti da altre azioni violente, minacciando di incendiare tutta Ravenna se non avesse avuto i mezzi necessari per portare i fascisti in salvo altrove. In mezz’ora, nella concitazione generale, verranno trovati i camion con il pieno di benzina, molti dei quali della questura stessa. Balbo ammette che si trattava di un pretesto: era riuscito ad organizzare la “colonna di fuoco” che, dirigendosi verso la provincia, si vendicava con una rappresaglia.

In ventiquattr’ore di viaggio ininterrotto, senza soste di nessun tipo, passando per Rimini, Sant’Arcangelo, Savignano, Cesena, Bertinoro e altri luoghi della provincia di Forlì e di Ravenna, vennero incendiate “tutte le case rosse, sedi di organizzazioni socialiste e comuniste. È stata una notte terribile. Il nostro passaggio era segnato da alte colonne di fuoco e fumo. Tutta la pianura di Romagna fino ai colli è stata sottoposta alla esasperata rappresaglia dei fascisti, decisi a finirla per sempre col terrore rosso”. Nessuno scontro con la “teppaglia bolscevica” dato che, secondo Balbo, i capi erano tutti fuggiti. Una certa opposizione c’era stata da parte della Regia Guardia, ma “Non è stato sparato un colpo”.

La formula romantica cozza quindi contro episodi come quelli esposti, che originano anche, per esempio, per come relazionano Massimo Rocca e Ottavio Corgini, dallo sciopero generale che aveva distolto “le forze fasciste in una difesa immediata del loro diritto all’esistenza e dell’economia nazionale”, impegnati com’erano al risanamento della finanza pubblica che doveva passare per la riforma della burocrazia, dalla cessione all’industria privata delle aziende industriali di Stato, dall’abolizione degli organi statali inutili, allo stesso tempo sopprimendo i sussidi e i favori a funzionari, privati, cooperative, enti locali. Sono solo alcuni esempi del programma politico che si andava delineando per il partito che si voleva e si vedeva al governo.

Benito Mussolini terrà un discorso a Udine il 20 settembre 1922, in cui la visione romantica del fascismo come realizzatore ultimo del Risorgimento italiano restante, si materializza considerando che l’unità territoriale italiana non era completa perché mancante di Fiume, della Dalmazia e delle altre terre che non erano tornate italiane, “compiendosi con ciò quel sogno orgoglioso che fermenta nei nostri spiriti”.

Mussolini parla di Roma come cuore di un’Italia nuova, che deve nascere dalla fusione delle forze sabaude e piemontesi un po’ statiche e le forze più degne della popolazione, quelle fresche e insurrezionali. Ammette che la debole accoglienza del suo movimento, almeno dell’anno prima, la si dovette al cattivo comportamento di alcuni fascisti stessi. Ora: “Eleviamo, dunque, con animo puro e sgombro da rancori il nostro pensiero a Roma, che è una delle poche città dello spirito che ci siano nel mondo, perché a Roma, tra quei sette colli così carichi di storia, si è operato uno dei più grandi prodigi spirituali che la storia ricordi”.

Il lungo discorso non è scevro di ulteriori riferimenti e altisonanti memorie, ma si chiude con la certezza, per il capo del fascismo, che sia i capi del partito che i gregari faranno il loro dovere. “Prima di procedere ai grandi compiti, procediamo ad una selezione inesorabile delle nostre file. Non possiamo portarci le impedimenta; siamo un esercito di veliti, con qualche retrogardia di bravi, solidi territoriali. Ma non vogliamo che vi siano in mezzo a noi elementi infidi”. Ricordando l’Isonzo e i cimiteri sacri di guerra, il saluto a Udine è di fare dello spirito degli indimenticati morti della prima guerra mondiale, lo spirito ardente della Patria immortale.

A questo punto, il fascismo si prepara ad andare a manifestare per ottenere quel potere che in effetti otterrà, non senza però dimostrare varie anime, anche una volta raggiunta quella Roma che doveva essere faro di innovazione e di vivacità, e ottenuto quel potere che aveva unito tutti in uno sforzo comune.

Ciascuno aveva motivazioni diverse per aggregarsi al Partito Nazionale Fascista, sia che fossero fascisti della prima ora, sia che ci si fossero aggregati dopo la sua stessa nascita, e prima o immediatamente dopo la marcia su Roma.

Ciascuno poteva considerare volontà politiche, psicologiche, territoriali o morali, ma di certo non si possono raggruppare tutti i fascisti sotto la stessa motivazione e tendenza di realizzazione politica. Si trattava di un movimento, di un partito, variegato che presentava anche valori e aspetti difficilmente conciliabili. Sarà Mussolini, dopo la marcia su Roma, a cercare di omogeneizzarli, per ottenere una stabilità di numeri e di intenti; sostanzialmente cercherà di rendere innocue le varie frange, ma le lascerà in vita, in modo da non avere nemici esterni, ma potesse controllare al suo interno le varie voci, spesso snaturate da contenuti politici realizzabili.

Interessante sarà poi la posizione di Giuseppe Bottai all’indomani dell’omicidio Matteotti, quando scriverà che la parola che risuonava più forte era revisionismo.

“Dalla morte di Matteotti in poi la parola è di moda. Dichiariamo che è una parola di moda che ci fa schifo, perché cotesto, revisionismo di dopo il fattaccio assomiglia alla paura o, almeno, alla preoccupazione personale. I revisionisti dell’ultim’ora son fatti della medesima vilissima pasta dei fascisti dell’ultim’ora: gente ch’ama la retroguardia per essere all’avanguardia in caso di rovesciamento di fronte”.

A Bottai sta bene che si parli di pulizia sulla scia dell’omicidio accaduto, “ma non troviamo che per sentire il bisogno di vivere più sul pulito ci volessero un cadavere e una parola nuova di zecca”. Per Bottai revisionismo era eguale ad epurazione, e si vanta di averla chiesta dalle colonne di “Critica Fascista” sin dal 1922, ma più fortemente nell’ottobre del 1923, quando il revisionismo interno al fascismo doveva servire da pulizia e polizia interna al partito, sotto forma di “esame di coscienza” non tanto in senso moralistico “ma morale, con la pia speranza che ognuno vi scorgesse un problema intimo del Partito, che deve trovare le vie della risoluzione attraverso un più raffinato e vigile senso storico e un più fine intuito psicologico”. Intento era creare una corrente “più limpida e serena” interna al Partito in modo da non perdere la sua funzione demiurga e demagogica, ma farla in modo oculato, e in fondo scevro di quella folle violenza che l’aveva caratterizzato all’inizio, come abbiamo esemplificato.

Giuseppe Bottai pensa che, dopo la marcia su Roma, ci fosse nel Partito Fascista “una crisi di abbandono e di rilassamento” e, mentre alcuni pensavano che l’unico modo per salvare il fascismo fosse fare diventare tutto e tutti fascisti, lui pensa che una delle cause della crisi interna al movimento fosse non aver fatto una cernita tra i suoi adepti mano a mano che si iscrivevano o aderivano al partito stesso: “Per dare al Fascismo significato e funzione universali, come noi vogliamo, non è di mestieri che tutti ci si ficchin dentro”. Quindi non tanto la lotta ad oltranza o una nuova marcia su Roma doveva essere la norma del Partito in quell’estate 1924, non doveva basarsi sempre e soltanto su azioni violente e incendiarie degli animi, quanto la marcia oppure la conquista del potere doveva essere soltanto un momento dell’esistere del Partito Fascista.

E a lettere cubitali scrive: “Noi non abbiamo il potere perché abbiamo fatta la rivoluzione, ma abbiamo il potere perché dobbiamo fare la rivoluzione”, e la rivoluzione la si doveva organizzare non tanto con le sollevazioni e le armi, quanto con la ricerca di nuovi equilibri delle attività e delle funzioni dello Stato, “rielaborandone i principi e consolidandone gli istituti”. Chi non si fosse reso conto di quello, si metteva pericolosamente in disequilibrio tra il Partito e la Nazione. E chiaramente contesta le modalità dei ras quando sono basate solo ed esclusivamente sulla violenza, senza portare al radicale impegno fascista di modernizzare (secondo la loro visione) lo Stato liberale senza tornare sulle orme giolittiane o di altre figure politiche italiane incapaci, sempre secondo il pensiero fascista, di governare a dovere quel nuovo momento storico.

Certo non ora, al potere nel delicato momento del 1924 che aveva visto l’assassinio del deputato socialista Matteotti, si andava a prendere lezioni di fascismo da chi ne era fuori o da chi lo aveva contestato, ma si spendeva nel dare illuminazioni e consigli di governo: “Noi difendiamo il Fascismo nella sua essenza spirituale e morale, così come ci apparve nella tormentata vigilia: eroico senza jattanza, costruttivo senza retorica, severo, umano e italiano!”, scriveva Giuseppe Bottai. Una forma forte che manteneva quella valenza romantica così profonda per chi credeva fermamente nella positiva realizzazione di un’idea. Vedremo come altre voci si esprimeranno e come affronteranno il percorso politico italiano.

 

Alessia Biasiolo

 


venerdì 27 ottobre 2023

Sempre a proposito di Memoria. Il Tempo perso

 DIBATTITI







E’ accettato da tutti che non vi è futuro se non c’è memoria. Per questo la Memoria è uno dei temi più controversi da affrontare e gestire. Se vuoi gestire il futuro, devi gestire la Memoria. L’esempio è facile: coloro che vorrebbero far rivivere il III Reich e le sue realizzazioni, basta che cancellino dal presente e dal futuro tutto quello che di negativo e di orrendo questo Reich ha fatto durante la sua esistenza. La Conoscenza e la Memoria impediscono all’uomo di poterlo manipolare secondo i propri scopi. La non Conoscenza e l’assenza di memoria permettono di manipolare ogni uomo. Gli “Assassini della Memoria” sono gli apristrada per coloro che voglio controllare l’uomo secondo i loro criteri.

Oggi il mondo è globalizzato. Dalla Rivoluzione Francese ad oggi le masse sono protagoniste della scena mondiale. Chi controlla le masse, controlla l’uomo, e governa a suo piacimento. Ad oggi non si sono inventati o creati mezzi diversi da quelli individuati nei due secoli precedenti, ed applicati  senza risparmio in quel secolo definito breve, ma che è stato il “secolo dei campi” in cui masse di uomini vi erano rinchiusi con tutti i motivi, meno che fossero colpevoli di qualche cosa. Prigionia Militare, Internamento, Deportazione, Lotte di Liberazione, sono il retaggio di un secolo che deve rimanere unico.

Lo studio, l’approfondimento, la ricerca, la rielaborazione, di questi fenomeni devono essere orientati alla alimentazione di questa Memoria che rappresenta uno dei patrimoni più importanti che le generazioni passate hanno lasciato alle presenti

Noi invitiamo il lettore ad aiutarci a tenere aperte le porte di questa Memoria; un invito che non ha bisogno di motivazioni, ma che deve essere inteso come una partecipazione personale a contribuire a conoscere e, in definitiva, ad essere liberi.

 

 Il Mondo da cui veniamo: la prima parte di questa Rivista è dedicata alla conoscenza del passato, di che cosa è stata la Prigionia di Guerra, l’Internamento, La Deportazione, Le Lotte di Liberazione contro chi voleva  prevaricare gli altri per una gestione elitaria,  per la scelta dei mediocri di ricorrere al Decisore unico, convinti che un uomo, un uomo solo possa essere il migliore di tutti, infallibile, inviato dalla provvidenza o da Dio in persona.. 


Ma è tempo vano e perso perché Machiavelli ha centrato il caso: "passano li tempi ma gli uomini sono sempre li stessi". 


giovedì 26 ottobre 2023

Memoria: Prigionia di guerra della Prima Guerra Mondiale. I Peccatori contro la Patria

 ARCHIVIO

(nota scritta bel 2014, a premessa del Dizionari minimo della Grande Guerra)

In merito al tema della Memoria, occorre attirate l’attenzione su un dato che è caratteristico dell’Italia e di noi italiani. Il nostro Paese ha sempre negato la memoria dei Prigionieri di Guerra della Prima Guerra Mondiale. Nella nostra opinione pubblica, nella nostra coscienza nazionale, nella nostra Storia questa memoria è completamente assente. Questa memoria non è mai esistita. I nostri 600.000 prigionieri in mano alla Germania ed all’Austria-Ungheria, guerra durante sono sempre stati considerati come dei “Peccatori contro la Patria”. Questo concetto, di derivazione  dannunziana, si è talmente radicato che al momento della Vittoria, il generale Diaz ideò e predispose un piano per non far rientrare i Prigionieri Italiani in Italia, ma deportarli direttamente in Colonia, in Libia, In Eritrea ed in Somalia. Se si può fare un paragone, l’Italia ebbe per i prigionieri all’indomani della fine della guerra  un atteggiamento ed un approccio simile a quello di Stalin: per il dittatore comunista i prigionieri in mano dei nazisti erano dei traditori, che avevano abbandonato il loro posto senza combattere. Ed infatti, al pari di Diaz, non li volle reinseriti nella vita sociale e li fece deportare tutti in Siberia, nei sui campi di concentramento, nei noti Gulag. A Stalin il piano riuscì, a Diaz no; il collasso delle strutture statuali austriache e tedesche permise ai prigionieri di raggiungere l’Italia, accolti dai Carabinieri che davano loro la caccia. Andranno ad ingrossare le file del malcontento in quella atmosfera di “vittoria mutilata” che generò il fascismo. E tanti prigionieri sfogarono il loro rancore contro la Patria militando proprio nelle file delle più violente squadracce fasciste.

Una Memoria persa che non ricorda i 100.000 morti in prigionia: infatti da sempre in Italia si ricordano i 600.000 Caduti della Prima Guerra Mondiale, omettendo nel conto quelli che morirono in prigionia. Correttamente si dovrebbe dire i 700.000 Caduti della Prima Guerra Mondiale, ma prima il Fascismo, che li negò con tutte le sue forze nel turbinio della esaltazione del valore patriottico della guerra mondiale, poi la distratta Italia repubblicana, questi 100.000 morti non sono nemmeno citati. Una memoria persa. Che nasconde un altro grande dramma, a cui dedicheremo spazio su questa rivista, del perché si ebbero questi 100.000 morti. E la causa non fu il “cattivo” tedesco” ma ha nomi precisi, italiani, come Cadorna, e Sidney Sonnino in prima fila. E si compara il dato che sia nella prima guerra mondiale che nella seconda in Germania avemmo grosso modo lo stesso numero dei prigionieri, come mai nella Prima Guerra Mondiale ne morirono 100.000 e nella seconda, nelle mani dei feroci e sanguinari nazisti, 43.000?   

Una memoria che non è mai esistita. Non si deve nemmeno prendersi il disturbi di conservarla, perché non c’è mai stata.

Nell’anniversario del prossimo anno, e del 1915, nel centenario della i Guerra Mondiale, e già si annunciano manifestazioni a tutto spazio sullo stile e spessore di quelle per il 150° dell’Unità d’Italia, nel mare di retorica, di falso pacifismo, di esaltazione delle eroiche gesta, si auspica che si crei, si costruisca si alimento questa memoria di 100000 Italiani Caduti per la loro Patria.

Una memoria da costruire, non da alimentare. Un sfida quasi impossibile non solo da vincere, ma solo da proporre. Ma una sfida che vale la pena di lanciare, affinchè si aprano le Porte della Memoria per una pagina della  nostra storia della Prima Guerra Mondiale che è stata scritta, per dirla con Umberto Eco”, nell’isola che non c’è.


mercoledì 25 ottobre 2023

Anno Accademico 22/23 Sessione di laurea Invernale

                                                                                                                       NOTIZIE CESVAM


La Sessione invernale dell'Anno Accademico 22/23 dei  Master di 1° Livello


Storia Militare Contemporanea dal 1972 ad 1960

Politica Militare Comparata. Dal 1960 ad oggi 

Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale. Obiettivi Piani Mezzi 


Si terrà nell'ultima settimana di novembre 2023 presso la sede dell'Università. Data ed Orario saranno indicati dall'Ufficio Master sulla piattaforma 

 


 

martedì 24 ottobre 2023

Volume: Epistolario dal fronte russo, dono d'amore di un Alpino della Julia che non è più tornato

SEGNALAZIONI LIBRARIE


Julia Marchi, Andrea Cavicchi

Il Volume è stato edito nell'80° della lotta per uscire dalla "sacca del Don" dell'ARMIR
Il volume esce con gli auspici del Comitato provinciale di Genova delle Famiglie dei caduti e Dispersi in Guerra
(Sergio Benedetto Sabetta)

 

lunedì 23 ottobre 2023

Riflessioni sugli interventi militari, un aspetto sociologico

 DIBATTITI


Valentina Trogu

 

Lo studio dell’identità di un popolo è determinante nell’ambito della strategia politica e militare al fine di individuare gli aspetti fondamentali che possano indicare la via per costruire una relazione con l’altro, un dialogo e una collaborazione oppure per dichiarare scatto matto all’avversario. Ci troviamo all’interno dei fattori immateriali della strategia, elementi non misurabili e non quantificabili perché connessi strettamente al fattore umano e a comportamenti adottati sulla base delle spinte della propria identità e della propria cultura. Per riuscire a ipotizzare un attacco o una reazione è fondamentale conoscere l’altro e per poter risalire all’azione che metterà in atto occorrerà approfondire le dinamiche sociali e i valori che guidano il suo agire. Tale principio vale in ogni ambito della vita ma a maggior ragione in un contesto militare dove in gioco ci sono delle vite e la storia di una nazione. Adottando questa strategia si potranno compiere le mosse giuste per raggiungere l’obiettivo del momento limitando al massimo i rischi.

Esempio chiarificatore ha come protagonista un decision maker militare che deve intervenire in un contesto di disordine e frammentarietà. Se l’obiettivo è una ricostruzione, occorrerà partire dall’approfondimento di tutti gli aspetti legati al territorio garantendo comprensione e rispetto per il patrimonio culturale dell’altro. Un’operazione italiana in cui si riscontra una strategia di questo tipo accadde in Libano. Siamo agli inizi degli anni ’80 quando un contingente italiano della Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite viene inviato in quel panorama complicato e delicato per dare sostegno alla popolazione.

Spirito di sacrificio, altruismo e grande umanità sono le parole corrette per sottolineare il lavoro svolto da giovani militari di leva 40 anni fa. Il sacrificio di affrontare una missione pericolosa senza avere anni di esperienza alle spalle né un’idea chiara di cosa si sarebbe potuto affrontare. L’altruismo di chi mette a repentaglio la propria vita per risolvere una situazione emergenziale in una nazione lontana dalla propria Patria per onorare quei valori che la cultura trasmette di generazione in generazione. L’umanità dimostrata nella volontà di difendere donne e bambini bloccati in un territorio di conflitti che avrebbe dovuto rappresentare un luogo sicuro e che, al contrario, si è rivelato un campo minato tra fuochi nemici.

L’Italia ha scelto di affrontare una missione di pace diversificando il proprio ruolo rispetto le intenzioni dei marines americani e dei paracadutisti francesi partendo da un presupposto apparentemente molto semplice. Per ricostruire è necessario iniziare dall’approfondimento di tutti gli aspetti più importanti legati al territorio, garantendo rispetto per il patrimonio culturale e comprensione. L’obiettivo vincente è stato, dunque, quello di cercare la costruzione di un dialogo proficuo al fine di introdurre in storie differenti dalla realtà conosciuta degli spiragli di luce insegnando a percorrere strade nuove dirette verso la pace e la collaborazione.

Una strategia differente, come detto, rispetto quella attuata dagli altri stranieri sul suolo libanese ma che ha lasciato un segno indelebile. Il sostegno dato alla popolazione locale in un clima complicato e delicato ha permesso l’instaurazione di quel dialogo non semplice da costruire in un territorio caratterizzato da radicalismo, violenza, conflitti. Il metodo adottato per raggiungere l’intento? Nessun filo spinato intorno al contingente comandato dal Generale Angioini e l’apertura di un ospedale senza restrizioni. Il filo spinato, infatti, avrebbe solamente impedito di superare la divisione tra noi e loro, avrebbe generato diffidenza e aumentato la lontananza tra la nostra storia e la loro ostacolando il superamento delle differenze culturali.

La missione in Libano è, in questo, precursore delle moderne missioni di peacekeeping. Il generale Franco Angioni fece distribuire oltre agli equipaggiamenti militari dei libri e alcuni dossier sulla cultura locale. Una scelta vincente. Conoscere e comprendere le cause di quel conflitto ha permesso ai militari italiani di stabilire rapporti diretti con le parti coinvolte non apparendo come una minaccia ma come un’autentica forza d’interposizione. Ascolto e mediazione, gli italiani si sono dimostrati maestri nell’interpretare questa filosofia ed insegnarla alle altre nazioni. L’analisi dell’interazione tra identità e cultura è fondamentale nella scelta di comprensione dell’altro, una strada privilegiata per aiutare le persone a creare un’interazione costruttiva con chi viene percepito come diverso soprattutto quando si rientra nell’ambito culturale. Un’efficace strategia militare non può ignorare l’importanza di conoscere il gruppo etnico con cui si deve interagire per capire come muoversi rispettando la diversità mentre si lavora per raggiungere il proprio obiettivo.

La missione in Libano aveva chiari intenti. Monitorare le ostilità, effettuare operazioni di pattugliamento, supportare la popolazione locale. Non sarebbe stato possibile senza una conoscenza approfondita del territorio, della cultura locale e della storia di quel popolo da aiutare.

Con molta intelligenza i bersaglieri italiani sono riusciti a trasmettere sicurezza e affidabilità, aiutando i locali a superare le grandi difficoltà scaturite dagli eventi. Il tutto è stato portato avanti, ribadiamo ancora una volta, da giovani uomini che potevano contare unicamente su pochi mesi di addestramento, che avevano lasciato in patria una famiglia e dei compatrioti che molto probabilmente non comprendevano l’importanza della missione e il valore dimostrato da quei militari di leva in territorio straniero.

All’improvviso si sono ritrovati ad avere a che fare con la guerra, quella vera, quella fatta di missili, bombe, suoni nella notte, fame e paura. E di immagini che rimarranno per sempre impresse nella memoria e non saranno mai comprese fino in fondo da chi sente i racconti ma non li ha vissuti realmente.

Dopo Libano 1 e Libano 2 il mondo ha cominciato a riconoscere i meriti del metodo italiano, l’abilità nel definire una strategia né di attacco né di difesa ma di collaborazione, comprensione e intelligenza. Derisi agli esordi, gli italiani sono stati gli unici a contare un solo caduto nella missione di pace, un giovane diciannovenne morto durante un’imboscata al mezzo su cui viaggiava, contro le numerose morti registrate dagli americani e dai francesi – il duplice attentato dinamitardo del 23 ottobre 1983 costò la vita a 241 marines e 56 paracadutisti francesi. E da allora si è prestato più attenzione al “modello italiano”, utilizzato in successive missioni di pace. Basti pensare a quanti bambini sono ancora vivi perché i soldati italiani hanno insegnato loro come riconoscere ed evitare una mina per capire qual è il retaggio di Libano 1 e Libano 2. Un secondo esempio di un’operazione in cui l’intento principale è stato puntare ad una collaborazione che superasse le divisioni etniche è avvenuto in Bosnia Erzegovina. Le Forze Armate hanno iniziato un dialogo non solo con la diplomazia e la polizia ma anche con l’università cercando di coinvolgere nel cambiamento studenti con il sogno della pace. Un impegno che, purtroppo, non è stato ripagato del tutto. A causa della forte componente etnica presente in tanti giovani e della mancanza di un intervento deciso a livello di istruzione l’intervento è risultato fallimentare a dimostrazione di come anche una piccola falla nella strategia possa rivelarsi sufficiente per interrompere la ricostruzione e il dialogo duraturo ma è proprio dalle sconfitte che si apprendono i migliori insegnamenti. L’episodio ha sottolineato come in un contesto di violenza e conflitti debba risultare primario il tentativo di coinvolgimento dei più giovani dato che questi sono gli adulti di domani, coloro che hanno le forze per creare maggiori possibilità di introdurre cambiamenti volti a migliorare una situazione insoddisfacente, le energie e la volontà per opporsi ad aspetti della cultura riconosciuti come non più idonei e discriminanti. Le proteste delle giovani donne iraniane sono un grido di richiesta di rispetto e libertà ascoltato da tutto il mondo tranne che dal governo del proprio Paese. Immaginare un cambiamento in situazioni nelle quali le radici, gli usi e costumi di un popolo hanno portato a condizioni lontane dai valori e dalle ideologie “occidentali” è complicato se non parte da dentro, se non si riesce ad estirpare la violenza dalla cultura della società. Gli aiuti internazionali, le leggi, le convenzioni e gli statuti non sono sufficienti a porre fine a crimini contro l’umanità, ai soprusi a donne e bambini e alle guerre in generale. Perché? Forse perché non si riescono a pianificare interventi efficaci in contesti di difficile comprensione e non si ha la capacità di delineare quadri precisi in cui agire perché non si è dedicata attenzione alla conoscenza della cultura del Paese ma si disegnano strategie partendo da quelli che sono i propri valori, i propri obiettivi, le proprie radici. E il riferimento non è solamente a vecchie o giovani questioni, agli accadimenti in Bosnia Erzegovina, in Iran, in Afghanistan ma anche al conflitto tra Russia e Ucraina.

Dov’è la diplomazia, come sta operando, quali sono i tentativi di mediazione che si stanno compiendo? Tra i bombardamenti si intraprendono conversazioni e si punta alla Turchia come protagonista della mediazione tra Mosca e Kiev. Erdogan si è assunto il compito di comprendere le richieste di entrambe le parti e trovare una soluzione comoda a tutti ma dovrà tener conto non solo del riferimento al grano, ai fertilizzanti, al canale marittimo, alla Siria, alla delicatissima questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia ma anche all’obiettivo principale della negoziazione, la fine dei combattimenti e delle morti che da dieci mesi si susseguono. Una matassa da districare prima che la situazione degeneri ulteriormente con l’avanzata sulla scena di altri protagonisti che complicherebbero il già precario equilibrio geopolitico internazionale. È il momento di pianificare la conclusione della guerra e uno sguardo agli insegnamenti di un passato non troppo lontano potrebbe fornire suggerimenti per una saggia ed efficace mediazione.


domenica 22 ottobre 2023

La formazione dello Stato Austriaco: un esempio e monito per l'Europa

 APPROFONDIMENTI



Ten. cpl. Art. Pe. Sergio  Benedetto  Sabetta

 

Premessa

            Nell’ attuale guerra in Ucraina si sono rivelate le dissonanze nell’U.E., Washington nel fornire armi e appoggio diplomatico a Kiev ha chiaramente indicato nell’ U.E. il soggetto che dovrebbe gestire primariamente il conflitto, essendo per gli U.S.A. il Pacifico, ossia la Cina, il fronte principale dove concentrare l’attenzione e le risorse attualmente disponibili.

            L’azione combinata della Russia e della relativa reazione U.S.A. ha manifestato oltre alle crisi delle manifatture militari, sia americano che Occidentale in generale, anche  “… la vaghezza dell’Occidente collettivo, né occidentale né collettivo …”( 11), né l’America mira a disintegrare la Federazione Russa, come chiaramente indicato a Kiev, o farle la guerra, con il rischio di creare un buco nero ingestibile e instabile oltre a creare le premesse per una potenziale nuova Guerra Globale.

            ( Editoriale, Storia all’Ucraina, 7 – 31, in “Lezioni Ucraine”, Limes 5/2023)

Formazione dello Stato Austriaco

            Lo stato austriaco è una creazione dinastica della Casa degli Asburgo (Hasburg), ma sarebbe un errore di valutazione scorgervi un insieme di territori diversi, artificiale, uniti solo dal legale col medesimo sovrano. Invece, nel corso dei secoli, si è venuta formando una “idea austriaca”, comune a tutte le diverse e distinte parti sulle quali regnava la Monarchia.

            Questa “idea dell’Austria” riposa sulla constatazione che i popoli riuniti sui paesi bagnati dal Danubio, diversi per lingua, per origine e cultura, sono in realtà naturalmente portati a intendersi sul terreno politico ed economico e non solo nel loro egoistico interesse ma in quello dell’Europa intera.

            Sorge l’idea dell’Austria asburgica fondata sull’affermazione di una solidarietà che ha origine nelle lotte fatte in comune, che si traduce in un ideale di civiltà.

            Il nome di Austria – Osterreich  ( Reich von Osten – Regnum Orientis ) appare per la prima volta in un documento firmato dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone III di Sassonia nel 996.

            Il nome indica una regione: la Marca dell’Est di Carlomagno, che l’aveva creata dopo la distruzione degli Avari, per lungo tempo l’Austria avrà il ruolo di bastione di fronte alle orde asiatiche che penetrano in Occidente.

            Nel secolo X essa fu distrutta e assorbita dagli Ungari, che fissarono la loro frontiera col mondo tedesco all’Enns, ma la vittoria di Ottone I di Sassonia al Lechfeld in Baviera (955) sugli Ungari, permette la ricostruzione della marca Orientale (Ostmark) che passa nelle mani dei Babenberg, i quali  attraverso  lunghi secoli di dominio, di guerre  e di unioni dinastiche, la fondano definitivamente dandole un notevole grado di civiltà tanto economica che intellettuale.

            Dopo un breve dominio degli Slavi ( re Ottokar II ) e di unione con la Boemia, Rodolfo di Habsburg, piccolo feudatario della Svizzera tedesca, rifonda l’Austria e diventato imperatore nel 1273, dopo il tramonto della dinastia Sveva degli Hohenstaufen, vince gli Slavi a Marschfeld (1278) e pone sotto il suo dominio i ducati di Carinzia e di Carniola (attuale Slovenia),  della Stiria e dell’Austria vera e propria, che assicura con feudi ereditari per i suoi figli, da allora fino al 1918 la storia dell’Austria si identifica con quella degli Asburgo.

            Il merito storico di questi sovrani è stato quello di aver capito la solidarietà che già univa i diversi Stati della regione danubiana: Boemia, Ungheria e Austria, così che, invece di combattere con i vicini, cercarono sempre di legarli a sé con un’abile politica matrimoniale, che ispirò più tardi i celebri versi:

Bella gerant alii, tu felix Austria, nube,

Nam quae Mars aliis, dat tibi regna Venus.

            Così, di combinazione matrimoniale in combinazione, Rodolfo IV  acquista la Contea del Tirolo e Alberto II, genero dell’Imperatore di Germania Sigismondo, può ottenere a sua volta di nuovo la corona del Reich (1438) e suo figlio Federico IV  conia l’orgogliosa insegna: A. E. I. O. U. – Austriae est imperare orbi universo.

            I risultati di questa politica si vedono con Massimiliano I ( 1493 – 1519 ), che sposando Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario, porta all’Austria le ricche provincie della Franca Contea e dei Paesi Bassi, questo sovrano, molto superiore a tutti i suoi predecessori, fondò nei suoi Stati le basi per un solido accentramento moderno.

            Consolida il suo dominio nel Tirolo, svincola l’Austria dall’Ungheria dopo la morte di Mattia Corvino, definisce stabilmente i suoi diritti nelle Fiandre e nell’Artois, misurandosi col re di Francia, combattendo anche contro Carlo VIII, e intervenire in Italia, stabilendo legami familiari con Ludovico il Moro, signore di Milano e,  a danno di Venezia, annette all’Austria la contea di Gorizia, fissando a Trieste lo sbocco al mare per i suoi Stati, diventando al contempo padrone dei feudi indipendenti della Carinzia e di alcuni del Friuli.

            Il successo più importante è tuttavia il matrimonio che riesce a concludere, dopo essere diventato uno tra i più potenti sovrani d’Europa, tra suo figlio Filippo il Bello e la figlia dei reali di  Spagna Giovanna la Pazza, matrimonio che farà degli Asburgo i sovrani più potenti del mondo con Carlo V . Anche se l’impero universale sognato da Carlo V non si realizzerà, gli Asburgo domineranno la Spagna e il suo impero fino al 1713.

            Inoltre, anche il matrimonio dei suoi nipoti che riesce ad organizzare, Ferdinando e Maria, eredi di   Luigi II Jagellone, che già aveva le corone di Boemia e Ungheria, fece sì che per la morte di questo re nella battaglia di Mohacs contro i Turchi, anche questi regni si unirono all’Austria nell’unica persona di Ferdinando.

            Il 1526, battaglia di Mohacs, appare dunque di importanza capitale per la storia dei tre paesi danubiani, è la data dell’unità austriaca, sebbene si tratti di un’unione soltanto personale, tuttavia essa forma una situazione di fatto, che nel orso dei secoli darà vita all’idea austriaca.

            Infatti nel ‘500 e nel ‘600 questi tre corpi di un solo Stato vivono eventi eccezionali, per un verso essi devono solidarizzare e fare fronte comune contro la mortale minaccia turca che preme dal Sud e dall’Ungheria, dall’altro la riforma luterana che è lotta non solo anticattolica ma spesso antiasburgica, dunque antiaustriaca.

            Si delinea così il senso dell’idea dell’Austria, essa è il bastione del cattolicesimo romano contro i luterani da una parte e contro i turchi dall’altra. Nel corso del ‘500 la Controriforma è attivissima in Austria: i Gesuiti si stabiliscono a Vienna, a Praga e a Graz. La loro attività diventa più notevole nel secolo XVII, educatori notevoli, essi si interessano soprattutto alle classi più abbienti e ai nobili, imprimendo all’Austria una profonda e durevole impronta cattolica.

            I due imperatori Rodolfo II, suo fratello Mattia  e dopo di loro, Ferdinando II, lottano tenacemente contro i Luterani nella Guerra dei 30 anni in cui avviene la germanizzazione della Boemia e contemporaneamente l’accentramento più stretto intorno a Vienna di tutte le province dell’Impero, dove la nobiltà tedesca e cattolica ne diventa la classe dirigente.

            La lotta contro i Turchi che gli Asburgo conducono con altrettanta tenacia, fa capire ai popoli danubiani il senso della loro associazione e della loro missione storica in Europa. Gli attacchi turchi che vanno da primi anni del ‘500 fino a culminare nell’assedio di Vienna del 1683, vengono stroncati dopo l’eroica resistenza sostenuta dal conte von Stahremberg, aiutato e salvato in extremis dal re di Polonia Jan Sobieski.

            Da questo momento parte la controffensiva austriaca guidata dal Principe Eugenio di Savoia, che sebbene straniero fu ed è considerato un eroe nazionale. Egli vince a Kahlenberg e porta gli austriaci ad essere i padroni dell’Ungheria (Battaglia di Zenta), inseguendo i Turchi e ricacciandoli fino alla Serbia (Belgrado), la lotta storica degli Asburgo con i Turchi si conclude con la Pace di Passarowitz del 1717, che segna il trionfo dell’idea austriaca e degli Asburgo.

            Tutte le diverse  nazionalità del loro Impero li riconoscono tacitamente e vi è una legittima fierezza di farne parte di esserne associati nel destino storico. Artefice di questo successo e del prestigio asburgico è il Principe Eugenio che ha fatto concretamente sperimentare la funzione dell’Austria, baluardo dell’Europa contro i Turchi e centro di civiltà, capace di propagarla per tutto il sud-est balcanico.

            Lo Stato austriaco prende dunque coscienza di se stesso e sul finire del ‘600 dispone già di una solida base economica. Nel 1684 uno studioso austriaco, von Hornigk, considera che i paesi degli Asburgo formano “unum corpus naturale” un mondo chiuso e sparge la convinzione che l’Austria, se elabora un piano accuratamente studiato può sorpassare tutti gli altri Stati potendo tranquillamente vivere disponendo di risorse proprie oltre a quelle necessarie.   

            Nella stessa epoca il Consigliere imperiale Becher suggerisce a Leopoldo I l’idea di formare una sorta di unione doganale austro-germanica, che sottrarrebbe la nazione tedesca dalla prevalenza economica della Francia e organizzare una Compagnia dell’Oriente che importi tutti i prodotti necessari extra europei al regno.

            Il governo pratica infatti questo mercantilismo autarchico fondando a Vienna un Istituto d’Arte ed Industria statale, mentre Carlo VI sviluppa e amplia il porto di Trieste (1713-1740) sviluppando nei Balcani il commercio austriaco e creando a Ostenda una Compagnia Austriaca delle Indie.

            Sono questi i primi positivi e concreti segni della vitalità dell’idea austriaca, i sudditi imperiali vedono nell’unione politica con l’Austria il loro benessere assicurato. Gli Asburgo non devono più ricorrere a combinazioni, a machiavellismi, essi incarnano gli interessi delle necessità naturali e delle volontà dei loro popoli.

            Diffuso e sentito è il lealismo monarchico nelle classi dirigenti anche se di diverse nazionalità e  Carlo VI può sancire la “Prammatica Sanzione”, ossia la Costituzione Imperiale (Reichsverfassung), che regola la successione degli Asburgo nei loro Stati e, in questo caso, indica la figlia dell’Imperatore, Maria Teresa .

            Gli Stati austriaci sono indivisibili e sotto l’autorità dell’Imperatore, tutti i sudditi delle diverse nazionalità salutano con riconoscenza la decisione, gli Asburgo non perseguono in questi secoli soltanto la politica dell’idea austriaca, essi mandano avanti anche una politica imperiale tedesca, rilevanza all’elemento germanico dell’impero e interesse per le vicende degli Stati dell’Impero germanico extra austriaci, infine, anche una politica universalistica.

            Capi del Sacro Romano Impero Germanico, i sovrani austriaci conservano la loro posizione nei confronti degli altri principi tedeschi. Hanno dovuto subire insuccessi gravissimi in questo settore ed hanno dovuto riconoscere, dopo il Trattato di Westafalia, le “germanicae libertates” e in Germania, lo sviluppo della Casa degli Hohenzollern in Prussia, è una seria fonte di preoccupazioni. 

            Nessuno peraltro gli contesta il grande prestigio e la loro funzione di baluardo del germanismo e della germanizzazione nel centro e nel sud-est dell’Europa, l’Imperatore d’Austria è la spada del Reich tedesco, per questo lotta contro i Turchi e difende la Germania dall’espansionismo di Luigi XIV .

            L’universalismo asburgico conosce il massimo apice nel ‘500 con Carlo V e questa eredità continua nei secoli, il filosofo Leibniz , ancora sul finire del ‘600, vede nell’Imperatore d’Austria e di Germania il capo del mondo cristiano e l’Impero per il filosofo è di interesse universale.

            E’ ovvio come all’inizio del ‘700 questa antica e grandiosa ambizione degli Asburgo li abbia messi, di proposito, nella guerra di successione spagnola contro i Borboni. Gli Asburgo non riescono a vincere completamente l’antagonista borbonico, ma riescono comunque a mettere le mani, con il Trattato di Rastadt sui Paesi Bassi, sull’importante Ducato di Milano e il lontano Regno di Napoli.

            Questi paesi italiani, dove ora gli Asburgo estendono la loro egemonia, sono del tutto al di fuori dell’orbita tedesca e danubiana, difficili e profondamente diversi, non sono assimilabili all’Austria.

            La stessa vasta estensione raggiunta col Trattato di Rastadt turba i Borboni che ritengono necessario tornare alla lotta antiasburgica, la politica universalistica torna quindi  a danno dello Stato austriaco,  in quanto lo impegna in una lotta con altri Stati che non sono essenziali alla sua struttura e alla sua funzione storica di essere il centro degli interessi mitteleuropei e danubiani. 

            Nei primi anni del ‘700 e poi definitivamente con l’Imperatrice Maria Teresa torna di più in attualità l’idea austriaca, l’Austria rinuncia all’idea universale e cede Napoli, riconciliandosi con i Borboni. Tuttavia, nel loro Impero gli Asburgo, come retaggio della Pace di Rastadt, continuano a conservare Milano e la Lombardia.

            La necessità delle circostanze li obbliga ad essere presenti in Italia, paese del tutto inassimilabile, eccentrico, che peserà sempre come fattore negativo in tutta la loro politica, fino alla Prima Grande Guerra del Secolo XX.

            E’ sempre l’dea universale che si accompagna a quella austriaca a far sì che essi debbano essere presenti nella Germania, certamente più congeniale e naturalmente più vicina che non l’Italia, ma comunque condizionante in modo da esorbitare dal vero loro fine storico: l’unione delle nazionalità e degli interessi dell’Europa centrale e danubiana.

            Gli Asburgo vennero travolti e rovinarono il loro impero per non aver capito in tempo che dovevano abbandonare l’idea universale e quindi disinteressarsi tanto dell’Italia che della Germania, per svolgere il loro vero compito di far sopravvivere l’antico blocco, confederazione di popoli che naturalmente devono vivere associati: Austriaci, Boemi  e Ungheresi.

            Quando ebbero la tardiva coscienza di questo le nazionalità, ormai imbevute di nazionalismo, si misero a sgretolare un blocco storico che forniva loro da secoli un elevato livello di civiltà e di benessere, questo fu il principio di una decadenza inarrestabile, per essere poi ridotte a Stati fragili, deboli, esposti a subire il peso e l’ingerenza di Potenze straniere.

            La storia dell’Austria moderna è anche la storia della decadenza degli Asburgo, ma all’inizio del ‘700 l’Impero austriaco brilla tra le grandi potenze del mondo, con Maria Teresa è al culmine della sua potenza, è un centro di civiltà cattolica,   sviluppa la civiltà del barocco e forma il carattere e il temperamento dell’Austria,  quel settore del mondo germanico sui generis: cosmopolita, aperto al sud latino come all’oriente slavo, vero terreno di quanto intendiamo per civiltà europea.

           


sabato 21 ottobre 2023

Uniformologia Fonti

 ARCHIVIO

 Storia Militare, Uniformologia,  Patto di Varsavia




 E' attivo il blog www.uniformologia.blogspot.com  che riporta elementi per le fonti della Uniformologia, scienza ausiliaria della Storia. In particolare le Uniformi  dell'Austria Ungheria alla fine del secolo 800, quelle del Patto di Varsavia, e militaria della prima guerra mondiale. Riportate anche uniormi del Risorgimento e degli Stati Preunitari






venerdì 20 ottobre 2023

Demografia e la Trappola di Tucidide

 UNA FINESTRA SUL MONDO


Sergio  Benedetto  Sabetta

 

            La notizia che in Russia si sono introdotte nelle scuole esercitazioni per la formazione premilitare, anche inseguito alle esperienze della guerra in Ucraina, inducono ad alcune riflessioni.

            La prima è relativa agli aspetti demografici che investono il globo, in particolare per quello che ci riguarda l’Europa.

            Secondo Malthus è l’elemento demografico il più importante fattore per la guerra spingendo all’acquisizione di risorse circostanza che può risolversi in una ricerca di pura potenza.

            Quando alla crescita demografica per un aumento delle nascite non si accompagna una parallela crescita economica, ma solo un miglioramento sanitario  che riduce la mortalità infantile si creano le premesse per una “bomba demografica”.

            Cambiamenti climatici squilibri sociali sempre più rilevanti acquisizioni di nuove diete alimentari non confacenti al territorio, acuirsi di endemici conflitti  tribali e compressione di minoranze, guerre e guerriglie economiche ed ideologiche, facilità di comunicazioni, interessi nella gestione dei flussi migratori, portano a spostamenti epocali e al sorgere di nuovi futuri conflitti con possibili ulteriori destabilizzazioni, come del resto teorizzato quali nuove forme di conflitti programmati e gestiti.

            Anche il semplice declino demografico può essere causa di guerre, creando squilibri tra etnie, religioni e culture, secondo la logica della “ Trappole di Tucidide ” ( Allison).

            Una bassa età mediana, un’alta fertilità che rimpiazzi le perdite accompagnata a una elevata mortalità, in particolare infantile, porta ad accettare più facilmente le conseguenze di una guerra.

            Non solo le dinamiche in atto ma anche i sintomi e le previsioni di un calo demografico possono essere una delle cause di conflitti, che acquistano la funzione di aggressioni preventive per la stabilizzazione e l’affermazione della propria potenza.

            La Cina ha introdotto il concetto di “demografia di qualità” un indicatore sulla situazione demografica collegato a livello di istruzione, un elemento fondamentale nella moderna geopolitica. Questo comporta la necessità per l’Europa e in particolare per l’Italia, esposta sul fronte mediterraneo ad una notevole immigrazione, a realizzare una integrazione non solo materiale ma innanzitutto culturale, oltre ad una formazione professionale intensiva e non esclusivamente assistenziale.

            Dobbiamo considerare che nel 2100, secondo le stime dell’ONU, l’Europa subirà una diminuzione del 20% della propria popolazione e il doppio per la forza lavoro, come del resto la Russia che passerà a 106 milioni di abitanti dagli oltre 130 milioni attuali.

            Con le guerre di massa del XX secolo, basate sulla coscrizione obbligatoria, le perdite sono maggiori rispetto agli eserciti professionali e di mercenari, venendo a colpire la parte migliore delle classi giovani, abituandoli alla violenza.

            In Occidente solo gli USA a fine secolo manterranno una popolazione stabile sui 339 milioni di abitanti rispetto ai 336 milioni attuali (dati ONU), mentre emergeranno l’Asia e l’Africa con India, Nigeria, Pakistan, Indonesia, Etiopia, Egitto, Congo oltre naturalmente la conferma della Cina.

            La Cina d’altronde dopo avere beneficiato del dividendo demografico che nel binomio bassa fecondità-elevata longevità ha determinato una crescita esponenziale, tale da insidiare la supremazia USA, rischia il pagamento di un blocco nella crescita per l’invecchiamento della popolazione.

            Se si è in presenza del Lewis turning point, ossia della “Trappola del reddito medio” si è anche in presenza di una possibile inversa “Trappola di Tucidide”, ossia della ritenuta necessità di raggiungere gli obiettivi geostrategici prima di una propria possibile contrazione sia economia che strategica.

            Le tensioni che si manifestano nell’UE, come nelle recenti elezioni in Slovacchia, possono detonare con i problemi non governati dell’immigrazione, solo in un rapporto con gli USA si potranno controbilanciare le spinte esterne, dobbiamo al riguardo ricordare che alcune espansioni territoriali iniziali quali quelle dell’Impero romano della Russia o del Sacro Romano Impero Germanico degli Ottoni fu dovuto alla necessità di stabilizzare i territori di origine delle varie ondate migratorie.

            Gli USA nel tentativo di mantenere il proprio primato mondiale in presenza del declinare demografico dell’Europa, estende le alleanze a nuovi stati asiatici quali Indonesia e Filippine, antagonisti alla Cina, da affiancare alle vecchie alleanze.

            Se gli USA debbono proiettarsi verso il centro-sud America per stabilizzare i flussi migratori, l’Europa e in particolare l’Italia dovranno proiettarsi verso l’Africa e il Medio Oriente, facendo seguire ad una politica di contenimento forzato una di partnership economico per lo sviluppo, in modo da permettere la parabola demografica con il miglioramento del tenore di vita, una politica già seguita dall’ENI.

            Si è osservato che a partire dal 2001, dando voce ai neoconservatori, gli USA non hanno più cercato di formare coalizioni ma più semplicemente delle “affiliazioni” con seguaci fedeli disposti semplicemente ad obbedire.

            Michael Cox definisce una regola fondamentale dei rapporti internazionali, ossia che il concentrare apertamente il potere porta a un generico, pericoloso e costoso risentimento, si è quindi passati dalla “dottrina Bush” all’ “America First” di Trump   , attraverso i tentennamenti e le revisioni di Obama.

 

Bibliografia

 

·       AA. VV., Popolazione e potere, Aspenia 2/2023;

·       Allison G., Destinati alla guerra, Fazi Ed. 2018;

·       Canfora L., Tucidide e il colpo di Stato, Il Mulino 2017;

·       Cox M. , Empire, Imperium and Bush doctrine, in “ Review of International Studies, Vol. 30, n.4, Cambridge University Press, 10/2004.