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sabato 29 aprile 2023

Editoriale 25 aprile. Un altro traguardo raggiunto

 EDITORIALE

IL 25 aprile 2023  ha visto la luce il Dizionario minimo della Guerra di Liberazione nella sua versione di 7 volumi. Composto da 3 Compendi, 1943, 1944, 1945, e 3 Glossari, 1943, 1944, 1945 più il volume dedicato ai Percorsi di Ricerca ed agli Indici, in attesa del volume 1, che uscirà a settembre che rifletterà la nostra idea della Guerra di Liberazione, il Dizionario rappresenta il raggiungimento di un traguardo per il CESVAM ovvero l'affermazione  che l'Istituto del Nastro Azzurro, come il prof De Leonardis ha sottolineato nell'intervento alla celebrazione della data centenaria a Milano, investe in maniera massiccia sulla cultura, sulla formazione, sulla apertura verso i giovani sulla sostanza che si perpetua nel tempo. Questo rimane, e produce altri frutti. Essere attirati nel vortice  "io sono meglio di te", che aleggiava a Milano, significa ritornare indietro, in un contesto  che produce solo sterilità, che non solo emargina l'Istituto  ma anche allontana i giovani, ma allontana anche  tutte quelle persone che sono stanche  di questo modo di vivere la vita. Gli esempi che i vari aspetti della vita sociale ci offrono sono abbastanza chiari: tutta una lotta per il potere, tutta una lotta per appagare il proprio "io" tutta una lotta per dimostrare la propria valenza", tutta una lotta per "levati tu che mi ci metto io" che sono il più bravo, il migliore, il genio incompreso, a cui tutti devono incenso, oro e mirra, lasciando da parte l'interesse generale, facendo poco e nulla e sfruttando il lavoro degli altri, "perchè io sono il più furbo di tutti".

Un contesto, per fortuna molto limitato e circoscritto,  che conosciamo, che rappresenta ormai la premessa per l'oblio e la cancellazione di quello che c'è, come purtroppo constatiamo per tante organizzazioni, associazioni e aggregazioni che sono state cancellate  dalla furbizia e dall "ego" dei propri iscritti ed associati.

 Il Dizionario minimo della Guerra di Liberazione si affianca al Dizionario minimo della Grande Guerra, che in totale fanno 22 volumi editi ed il CESVAM non si sogna di fare confronti calcistici. Lo ritiene solo un segno di un portato che da al CESVAM e quindi all'Istituto del Nastro Azzurro un particolare peso specifico nel quadro  generale di riferimento, che rappresenta una fonte di aggregazione degna di nota.

Quando Alcide de Gasperi decretò il 22 aprile 1946 la festa del "25 Aprile, giornata della liberazione", aveva nella sua mente un portato di motivazioni che noi ancora oggi condividiamo, che doveva anche fare giustizia di un passato comportamentale non certo esaltante. 

Con questo traguardo raggiunto, riteniamo di essere ancora nel solco del pensiero degasperiano, e speriamo di continuare su questa linea, ovvero operare esclusivamente nell'Interesse dell'Istituto del Nastro Azzurro, convinti come siamo che se "una parte si impossessa del tutto, il tutto scompare".

(massimo coltrinari)

venerdì 28 aprile 2023

Copertina 2023

 




QUADERNI







                                                    Anno LXXXIV, Supplemento on line, IV  , 2023, n. 86

 Aprile 2023
valoremilitare.blogspot.com
www.cesvam.org 

giovedì 27 aprile 2023

La Storia MIlitare

 DIBATTITI



a storia militare è una storia speciale perché suo oggetto sono eventi militari del passato che essa tende a ricostruire nel loro svolgimento e a narrare esprimendo un giudizio.

Essa è innescata primariamente dagli specifici bisogni di una particolare categoria - i militari – al pari di altre categorie – diplomatici, economisti, scienziati, ecc.- ed attuata mediante la selezione dei fatti e l’utilizzazione di specifiche competenze.

 ’enucleazione degli eventi militari dal contesto dello sviluppo storico appare in contraddizione con la già asserita sostanziale unitarietà della storia. Infatti anche se si è soliti parlare di storia civile, storia economica, storia diplomatica, storia delle scienze, storia militare, nella realtà la storia è una e il suddividerla in classi costituisce soltanto un artifizio pratico ed una esigenza della mente.

 ato per acquisito che esiste una sola storia, si evidenzia che non sarà mai possibile interpretare rettamente le vicende militari di una data epoca senza riferirsi alle condizioni spirituali e materiali della società contemporanea così come per converso non si potrà mai comprendere l’evoluzione di quest’ultima qualora non si tenga contro dell’influsso esercitato sulla vita dagli avvenimenti militari.

 Per evitare visioni falsate, conclusioni deformate, occorre porre il particolare in relazione con il generale; i fatti militari non vanno considerati in sé, ma sono da porsi in relazione con la vita politica, economica, sociale, culturale di una Nazione e dell’epoca in cui si verificarono.

E’ il concetto di relazione, che distingue ma non separa, a consentirci di superare l’intrinseca contraddizione esistente fra storia militare e storia senza specificazioni.[1]

Il concetto fu chiaramente espresso dal Marselli, già titolare della Cattedra di Storia Militare della Scuola di Guerra dell’Esercito tra il 1880 e il 1890, il quale affermò che nell’indagine sui fatti militari del passato, che naturalmente devono essere di una certa consistenza, occorre aggiungere un di più. “questo di più consiste nel porre la storia militare in relazione alla generale, la milizia alla civiltà….”[2] Da ciò si può affermare il carattere non primario ma complementare che nella storiografia militare deve avere l’esposizione degli aspetti non militari della questione esaminata. In caso diverso si avrebbe la distorsione della sua fisionomia e l’annullamento della sua autonomia.[3]

 

 Si arriva quindi a dimostrare che la storia militare non può porre a propria materia soltanto gli eventi bellici. Infatti acquisito il concetto di svolgimento; dalla conquistata verità che la guerra è la continuazione della politica, pur se con altri mezzi, anche con tutte le riserve che possiamo avanzare su questo punto; dalla constatazione che la politica militare seguita e la preparazione in ogni campo cui un Paese è assoggettato in tempo cosiddetto di pace sono determinanti per la condotta di una guerra classica, è evidente che la storia militare non può, come detto, porre a propria materia soltanto gli eventi bellici, come comunemente si crede o si vuol credere. Deve propria attenzione anche a quei fatti e a quei problemi, meno drammatici ma ugualmente importanti che in tempo di pace interessato e comunque coinvolgono la sfera militare. La storia militare viene ad assumere la fisionomia di indagine dei vari aspetti di una società in una determinata epoca, condotti da un punto di vista militare e tutti confluenti in una prospettiva militare. Essa è solo un modo per scrivere la storia.

Ma vi sono nel nostro paese problemi vastissimi, quasi insormontabili su questo specifico argomento (basta vedere quanto è successo in seno alla Società di Storia Militare a cavallo del 2004 per avere una idea in qual situazione ci si dibatte) che qui non vi è lo spazio nemmeno per accennare agli aspetti introduttivi.[4]

 

 Massimo Coltrinari

[1] Il concetto è esemplificato quando a proposito della 12ma battaglia dell’Isonzo, detta di Caporetto, una questione ancora aperta per noi Italiani, la Relazione Ufficiale Italiana testualmente scrive “Una storia, per essere degna del suo nome e per rispondere ai dettami scientifici che la qualificano tale non può prescindere nell’esame di Caporetto da un approfondito studio di tutto il complesso delle condizioni del nostro Paese dopo due anni e mezzo di guerra. Deve considerare lo stato economico dell’Italia, penetrarne la situazione sociale; tener conto di tutti i numerosi fattori di natura politica, con particolare riguardo al campo della politica interna ed a quello degli sviluppi della politica estera. Deve poter inquadrare la condotta operativa di guerra in un’epoca, nella sua epoca, intesa essenzialmente come: costume, carattere, spiritualità, concezioni morali, mentalità, forza delle tradizioni, preparazione professionale, basi educative, senso della disciplina, principi dottrinali d’impiego delle truppe e dei mezzi bellici” Cfr. Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, L’Esercito Italiano nella grande Guerra (1915-1918), Roma, Vol. IV, Tomo 3°, pag. 17.

[2] Marselli E., La Guerra e la sua storia, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1985.

[3] Del Marselli è interessante anche i suoi ripetuti interventi in merito a come deve essere insegnata la Storia Militare negli Istituti militari. Cfr., tra i tanti interventi, Marselli E., Intorno al corso di storia generale inaugurato alla Scuola superiore di guerra il 9 gennaio 1968, Relazione. Torino-Firenze, tipografia G. Cassone e comp. 1868.

[4] L’argomento è di una vastità che supera i limiti di questo lavoro. Per sintetizzare il problema, citiamo quanto scriveva Piero Pieri nella prefazione alla prima edizione del suo volume “Il rinascimento e la crisi militare italiana” Torino, Einaudi, 1952 “La storia militare ha vantato e vanta a tutt’oggi fra i militari di professione, nomi insigni e lavori di molto pregio; ma essi si volgono in generale alla storia degli ultimi due secoli o della prima guerra mondiale, o sono limitati a un campo strettamente tecnico, come quelli del gen. Rocchi sull’architettura militare italiana e quella  del gen. Maggiorotti sopra gli architetti militari italiani all’estero o nel medio Evo e nel Rinascimento”  D’altra parte “in Italia, di fronte a problemi guerreschi in genere ( e fatta eccezione per la storia militare navale che vanta i nomi del Guglielmotti e del Manfroni) i non militari hanno sempre oscillato, fino a non pochi anni, tra il parlare con quella deplorevole leggerezza che è propria degli incompetenti, e l’arretrare come pervasi da sacro terrore, quasi si trattasse di cosa da lasciare unicamente a una eletta piccola schiera d’iniziati”. Utile al ricordo anche dello stesso autore, “La storia militare. La storiografia italiana negli ultimi venti anni. II, Milano, Marzorati, 1970.

mercoledì 26 aprile 2023

La Storia. Il concetto di Svolgimento ed il concetto di continuità

DIBATTITI

 

n presenza di disparità delle impostazioni ed interpretazioni che si formalizzano in dottrine più o meno accettate e seguite, preme porre in rilievo in concetto del divenire storico, che porta ad una concezione del corso delle vicende storiche quale svolgimento, svolgimento non pacifico, ma risultante da crisi, tensioni, conflitti. Quando si sviluppa è insieme un finire di essere ed un cominciare ad essere, ogni epoca non è soltanto l’antecedente di quella successiva ma è anche la matrice, sicchè nel passato è la genesi di ogni presente.  Al concetto di svolgimento è connesso quello di continuità, Nella storia non vi sono fratture né materiali né ideologiche ma i passaggi sono graduali, sicché è fittizia ogni periodizzazione, intesa come divisioni in ere e in secoli, sia in termini storici quale “rinascimento”, “barocco”. La periodizzazione qualsiasi forma essa assuma, è una costruzione astratta, artifizio della nostra mente a fini utilitaristici.

Lo svolgimento non ha velocità costante, ma variabile; i vari settori dell’attività umana, religioso, politico, artistico, militare, pur se connessi ed interdipendenti, presentano una velocità di svolgimento propria. Da qui l’asserito pluralismo della storia, termine indicante il fenomeno per cui ogni aspetto della civiltà, e quindi della sfera militare, presenta una vita distinta, pur se non separata, da quella degli altri. Il suo svolgimento può risultare non sincronizzato con quello di quest’ultimi.

Se lo svolgimento avviene fra lotte e tensioni, siano esse considerate urto fra tesi e antitesi ovvero superamento di momenti negativi impliciti del positivo, la conflittualità non è un fenomeno di oggi ma di sempre, e la storia non è mai commedia, ma sempre dramma.

Di conseguenza rivoluzioni e guerre, anche quelle non condotte con l’uso delle armi, come quelle economiche, sociali, “di pace” (i vari interventi relativi alle Peace Support Operations), costituiscono il culmine di questo dramma, guerre e rivoluzioni imprimono un incremento di velocità allo svolgimento che modifica profondamente la preesistente struttura della società. Il loro studio, quindi, ha un notevole interesse ai fini della comprensione del divenire umano.

 ( massimo coltrinari)

martedì 25 aprile 2023

Dizionario minimo della Guerra di Liberazione. 1943-1945



 NOTIZIE CESVAM
 In questa data anniversaria del 25 aprile esce il
Dizionario Minimo della guerra di Liberazione
I criteri con cui è stato preparato e pubblicato sono stati esposti negli articoli pubblicati dal 20 al 27 aprile su
 QUADERNI ON LINE












DIZIONARIO MINIMO DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE

1943 - 1945

 

N.1 MASSIMO COLTRINARI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione. 1943 - 1945*

Una guerra su cinque fronti

N.2 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945.  Il 1943

Compendio. Il momento delle scelte

N.3 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945

Glossario

N.4 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945.  Il 1944

Compendio. Dalla speranza alla delusione

N.5 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945. 

Glossario

N.6 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945.  Il 1945

Compendio. Una vittoria amara

N.7 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945*

Glossario

N.8 Tomo I MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945

Percorsi di ricerca. Storia in Laboratorio

La ricostruzione di un evento storico

N.8 Tomo II MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945

Indici

 



lunedì 24 aprile 2023

La filosofia della Storia

 



Quanto si usa il termine “filosofia” in qualsiasi ambiente militare si suscita sempre ripulsa, ostilità o quanto meno diffidenza, per non dire altro o citare particolari significativi. Non si può però prescindere in questo cammino o in questa proposta che si sta svolgendo senza fare un cenno alla filosofia della storia, lasciando poi ad ognuno dei lettori di approfondire personalmente questo aspetto.[1]

Partendo dall’assunto che la guerra, classica o asimmetrica che sia, è scontro di forze morali, le ideologie nate dal seno della filosofia della storia hanno fornito ai combattenti una giustificazione morale ed un ideale, convertendosi pertanto in forze morali. Dalle lotte fra Impero e Papato, passando attraverso, in anni recenti, al conflitto vietnamita, alla guerra fredda, all’11 settembre 2001 con l’abbattimento delle Twin Towers, con tutto quello che ne consegue[2] è evidente che qualche nozione di filosofia della storia occorre pur avere.

Cosa deve intendersi per filosofia della storia?

Tanto per continuare a percorre terreni minati, avanziamo questa nozione: è l’attività speculativa svolta sull’intero corso degli eventi umani per trovare una ragione ed un fine che li spieghino e li giustifichino.

 

Da questa nozione, che naturalmente può essere discussa a tutto tondo, si possono intravedere le differenze esistenti tra storia e filosofia della storia.

La prima si interessa soltanto a quella frazione del passato che ha lasciato di sé testimonianze, al fine di ricostruirla

La seconda tende a valutare la storia nella sua totalità, e quindi anche nel suo svolgimento futuro, allo scopo di individuarne il piano di sviluppo e di indicarne il fine.

Estensione ed obbiettivo differenziano sostanzialmente la storia dalla filosofia della storia: Da ciò emerge evidente che la filosofia della storia, ai nostri fini, si pone all’esterno della cerchia dei nostri specifici interessi. Alcuni cenni, però sono necessari al fine, per chi vuole, di incamminarsi su questo sentiero.

Abbagnano riconduce tutte le condizioni filosofiche della storia a cinque categorie, risultando quindi la storia concepita:

. come decadenza: è visione propria dell’antichità

. come ciclo: è concezione propria anch’essa dell’antichità ed è

  stata ripresa nei tempi moderni[3]

. come regno del caso[4]

. come progresso sistematico, cioè inevitabile, fatale[5]

 

Altre ripartizioni possono essere fatte, ma le concezioni filosofiche della storia, in sintesi, tendono a soddisfare due innate esigenze del nostro spirito, che affondano le loro radici nell’inconscio: la ricerca di un ordine, e la ricerca di un fine, nella vita delle generazioni, che coinvolga la partecipazione dei singoli. Sì da dare un senso alla vita di ognuno. È il dramma dell’uomo, unico abitante di un pianeta, in un universo di universi.

A questo dramma si affianca la tendenza umana a ridurre il complesso al semplice, il molteplice all’unico, nella accezione correlata che semplicità ed unità siano foriere di verità.

 

Sotto l’aspetto pratico è proprio nella semplicità e nella unicità nonché nel rigido schematismo che ne deriva l’origine di storture e forzature pesantemente incidenti nella varie filosofie della storia.[6]

Le filosofie della storia, come tutti i miti, hanno avuto una potente forza di suggestione sulle masse. La concezione hegeliana della civiltà germanica quale incarnazione dello spirito del mondo e culmine della storia cosmica ha dato l’innesco alla teoria del “popolo dominatore” o del “popolo dei dominatori”, acquisto concetto dal movimento Nazionalsocialista di Hitler, il cui punto di arrivo, fra immani tragedie e distruzioni, fu la creazione del campo di sterminio, come sintesi della purezza della razza. Per non dire del miraggio di una società senza classi proposto dal materialismo storico, che, trasferendo il Paradiso dal cielo alla terra, ha conferito valore di religione all’ideologia marxista, nelle varie versioni (leninista, staliniana, maoista ecc.) che è insieme una filosofia della storia ed un programma d’azione.

Non si può dimenticare che varie filosofie della storia, assunte a base ideologica da regimi di varia natura, hanno fatto sì che il rifiuto dell’ideologia politica potesse essere giudicata un porsi fuori dalla storia e contro la storia. Questa opposizione veniva convertirsi in opposizione ed attentato al destino stesso dell’umanità, offrendo così una base giustificativa ad ogni forma di repressione. Dal pari oggi il confronto fra la civiltà occidentale e la civiltà islamica apre ulteriori inquietanti interrogativi, per le diverse concezioni poste alla base della filosofia della storia, generando conflitti di cui non si ha idea della loro portata e creando instabilità ed insicurezza oltre i limiti di guardia.

 

A conclusione di questo breve cenno sulla filosofia della storia, per chi vuole ampliare i concetti espressi si rimanda a quanto già acquisito in merito alla figura ed al pensiero di G. F. Hegel (1770-1831)[7] il cui posto in questo nostro contesto è di tutto rilievo, sia perché Hegel ha trovato e proposto la formulazione del concetto di svolgimento storico, a cui rimandiamo più avanti, sia perché dalla sua opera hanno attinto concezioni ed ideologie che hanno inciso sugli avvenimenti del mondo in questi due ultimi secoli.

Oltre ad Hegel, sarebbe d’uopo un approfondimento riguardo a tutto quanto va sotto l’etichetta di “materialismo storico”, che nel pensiero di Hegel trova radici e, quindi, all’opera ed alla figura di Carlo Marx per giungere al neo-idealismo e alla figura ed all’azione di Benedetto Croce.[8]

 

(Massimo Coltrinari)

[1] Il terreno è arduo, minato e spinoso. Ma concezioni filosofiche, tanto aborrite dai militari in genere, parafrasando un celebre detto di un militare di gran vaglia, quale Napoleone, si sono trasformate in baionette, e che baionette! Dei dirigenti, dei comandanti, non possono essere privi nel loro bagaglio di abbozzate nozioni filosofiche, né tanto meno di avere confusioni tra storia e filosofia della storia, correndo il rischio o di non “avere baionette”, oppure di trovarsele di fronte senza sapere che cosa fare.

[2]Basti pensare, alla NATO in Afganistan, la cui azione era basata sul principio “occorre prima di ogni cosa conquistare il cuore e le menti”.

[3] In particolare da O. Spengler

[4]Si rimanda all’opera di Schopenhauer

[5]È questa concezione comune a molti pensatori, anche se la finalità indicata è totalmente diversa. S. Agostino propugna in questa concezione il trionfo della “città celeste” sulla “città terrena”, Carlo Marx, che adotta la stessa concezione, l’instaurazione di una società umana senza classi.

[6] S. Agostino. La storia presenta tre periodi: senza legge, sotto la legge, della grazia; Hegel: lo sviluppo storico può presentarsi in tre periodi: civiltà orientale, ove uno solo è libero; civiltà greco-romana, dove pochi sono liberi; civiltà germanica, ove tutti sono liberi.

[7] Oltre alle viarie biografie facilmente reperibili, per un “renfrescement” sul filosofo tedesco cfr. Hegel G.F, Lezioni sulla filosofia della storia, Firenze, La Nuova Italia, 1947 e succ. ed.

[8] Molte le opere che si possono consultare in questa prospettiva. Interessanti sono quelle di N. Abbagnano, G. Giannantoni, G. Sini e R. Treves.

domenica 23 aprile 2023

Relazione Storia e Storiografia. La funzione dello storico

 DIBATTITI


Con il termine storia si può intendere indifferentemente, come detto, sia il passato sia il pensiero che si ha su di esso, ossia la sua conoscenza. L’ambiguità nasce dalla trasposizione come fatti oggettivi delle espressioni delle vicende del passato compiuta dallo storico a conclusione del suo lavoro di indagine e di ricostruzione. Questa ingenuità acritica deriva dalla presenza di un nesso indissolubile che lega la storia alla storiografia. Infatti, l’esistenza della realtà storica quale vita vissuta dalle generazioni che ci hanno preceduto è indubbia; altrettanto indubbio, però, è che, senza l’attività di chi esamini le testimonianze da essa lasciate, le colleghi organicamente ed esponga il risultato del suo studio, nulla di essa possiamo dire, se non postularne l’esistenza. Senza la conoscenza, il passato per noi è come se non fosse esistito. È solo una dimensione del tempo, priva di connotazioni che la concretino. L’accentuazione dei nessi che legano la storia alla storiografia può aiutare ad asserire che esiste una coincidenza fra l’una e l’altra. Pur non accentuando questa identificazione, dobbiamo riconoscere che lo storico svolge una attività e insopprimibile funzione, soprattutto in merito alla selezione dei fatti ed alla indispensabilità delle fonti.

 l punto su cui vogliamo attirare l’attenzione è il seguente: l’attiva presenza dello storico, nel conferire alla storia una nota di soggettività, non la priva di “scientificità”.?

UN interrogativo che rappresenta uno dei motivi per cui si sono stese queste “Note”. Nell’ottocento, nel quadro del movimento positivistico, che esaltava la mistica della scienza, si arrivò a proclamare che la personalità dello storico non deve mai comparire, bensì dissolversi nella ricostruzione realizzata con i mattoni delle testimonianze certe. I risultati furono deludenti: fu una storia fatta con le forbici ed il barattolo della colla, ed il ricercato annullamento della figura dello storico priva la storiografia della sua stessa essenza, il pensiero, e rompendo il rapporto fra passato e presente, la priva altresì di risultati pratici, perché la rende non più rispondente ai bisogni contemporanei.


Scendendo alle “cose del paese nostro” il “taglia” e “incolla” da Internet, traviando ogni forma di ricerca bibliografica o lettura critica di testi scelti o di documenti, con scarsa propensione di una pur superficiale lettura delle fonti disponibili, senza nessun intervento di interiorizzazione ed espressione del proprio pensiero e della propria analisi su un fatto storico-militare costruito o studiato,[1] porta ad elaborati  fatti “con le forbici ed il barattolo di colla” insignificanti, degni di valutazioni basse se non insufficienti, che buonismo più da intrattenitori che da professori porta a valutazioni di livello decente, vanificando ogni sforzo e risolvendosi, nella sostanza, in un mero spreco di risorse e di energie.

 La partecipazione personale, la propria idea frutto di un proprio percorso, e salendo “ai piani alti” l’attività e insostituibile partecipazione dello storico non rende il giudizio storico soggettivo e variabile nel tempo? Il quesito è fondamentale perché dalla sua risposta discende ciò che dobbiamo intendere per verità in storia.

 

Rimanendo “nei piani bassi” qualsiasi elaborato di un Frequentatore, di uno Studente che non contenga un giudizio critico personale sul fatto proposto come oggetto di studio o di ricerca è semplice perdita di tempo, esercizio mero di copiatura, un girare in tondo senza costrutto e quindi da rigettare e valutare con i più marcati segni negativi.[2]

 

Risalendo nei piani alti, anche se ciò può lasciare perplessi data l’ansia di assoluto sempre presente in noi, non si può non rispondere affermativamente: il giudizio storico è soggettivo e variabile.

Il giudizio storico è in perpetuo avvenire; se il giudizio su un fatto può variare per il modificarsi delle conseguenze generate dal fatto stesso, in linea generale non è mai statico, definito e definibile “ab aeterno” così come non è statico e non è definitivo il presente da cui promana. Il giudizio storico è sempre soggettivo, ma la soggettività da cui promana non ne esclude l’obbiettività.

 

E’ che ogni conoscenza può essere considerata obiettiva soltanto nell’ambito di un determinato sistema e nel nostro caso l’obbiettività è data non soltanto dallo scrupoloso vaglio delle fonti e dal controllo del momento intuitivo-rappresentativo affinché non sconfini nella fantasia o nella “fiction”[3] ma anche dal fatto che i criteri cui si attiene lo storico nella sua attività non sono né frutto di scelte personali né atti arbitrari: scaturiscono dalla società in cui egli è immerso, dall’epoca in cui vive. In una parola, dalla storia stessa.

Il pensiero dello storico è insopprimibile, pena privare la storia della sua storicità. In storiografia non esiste un’opera definitiva: tutte concorrono ad una ipotetica definizione ma nessuna la raggiunge.[4]

La definizione, “nulla più da dire, da obiettare, da modificare” è un “mito”. E come tutti i miti va trattata, anche se questo mito è suscitatore di pensiero e quindi di vita.

(massimo Coltrinari)

[1] Normalmente la giustificazione a tale modo di procedere è chiamata “mancanza di tempo”, come se esistesse una relazione tra pensiero/tempo/quantità.

[2] Anche in questo esiste la giustificazione “non sono uno storico”: come se esercitare la capacità critica e prerogativa di determinate categorie alle quali si deve appartenere.

[3] La ricostruzione cinematografica o televisiva, rispondendo anche a esigenze di carattere commerciale e finanziario, spesso scivola verso rappresentazioni di mera fantasia, o di esigenze di compiacimento per il committente del momento, dimenticando che nella ricostruzione storica “l’esattezza è un dovere morale”, con la conseguenza che simili ricostruzioni devono essere prese con le dovute cautele.

[4] Cfr. al riguardo Ilari V., Guerra e storiografia, in “La guerra nel pensiero politico (a cura di) Jean C., Milano, F. Angeli, 1987; Luraghi R., Storia militare, in “La storiografia italiana degli ultimi vent’anni: III. Età contemporanea (a cura di) De Rosa L., Bari, Laterza, 1989. Pieri P., La storiografia militare italiana negli ultimi veti anni, in “Atti del primo congresso nazionale di scienze storiche, Perugia, 1967, II., Milano, Marzorati, 1970.


sabato 22 aprile 2023

Le partizioni della storia

 DIBATTITI

.

La storia può essere vista da varie angolazioni. Le molteplici angolazioni sono riconducibili a due criteri generali:

- il criterio della qualità

- il criterio dell’ordinamento temporale-spaziale.

Il criterio della qualità può essere esemplificato come “storia delle religioni”, “storia della filosofia”, “storia dell’arte” e dà origine alle cosiddette “storie speciali”, alle quali si può far risalire la storia militare.

Il criterio dell’ordinamento temporale-spaziale, che può essere esemplificato come “storia d’Europa”, “storia di Roma Antica”, “storia della Germania moderna”, dà origine a storie universali, o storie generali, riguardanti avvenimenti di un solo popolo o di un determinato periodo, ovvero storie particolari, se le opere si riferiscono ad un solo avvenimento, ad una serie di fatti strettamente connessi.

I due criteri possono variamente incrociarsi, e si possono avere, ad esempio, storia speciale riguardante un solo periodo ed un solo popolo, quale la storia militare italiana del Rinascimento.

È bene rilevare che i due criteri sopra detti hanno un valore puramente di nozione, e quindi di scarsa rilevanza. La ripartizione della storia in storie speciali non può significare la separazione di queste ultime dal tutto che le comprende, bensì soltanto la loro distinzione nel quadro della sostanziale unità della storia senza specificazioni.

( Massimo Coltrinari)

venerdì 21 aprile 2023

Le fonti storiche

 DIBATTITI


Tutti quei materiali che danno notizie del passato e pongono le basi della sua conoscenza, sono definite “fonti”. Le classificazioni delle fonti sono molteplici, con svariate sottocategorie o sezioni (es. monumenti, documenti, avanzi, tradizioni, resti, ricordi, testimonianze, ecc.). Il pericolo in questi casi è sempre quello di avventurarsi in disquisizioni nozionistiche sterili e teoriche; si propone la seguente classificazione basata su quanto discende dalla apparenza esterna:

 

fonti:

1)       materiali (o resti), come ad es. opere murarie, monumenti, di fortificazioni, armi, ecc.

2)       scritte, come ad es. leggi, trattati, sentenze, verbali, direttive, ordine di operazioni, proclami,

cronache, diari, memorie, relazioni ecc.

                   suddivise in:

             a)  documentarie, ove prevale di massima il carattere di ufficialità e legalità

b)      narrative, ove l’elaborazione personale è preminente

3)       figurate, come ad es. quadri, fotografie, filmati, carte geografiche, topografiche, schizzi ecc.

4)       orali, come ad es. racconti, tradizioni, canti, memorie, ricordi ecc.

 Uno degli aspetti più difficili per chi si avvicina a questo genere di lavoro è quello di gestire, ovvero ricercare, valutare, confrontare ed utilizzare le fonti, in quanto necessitano conoscenze scientifiche di rilievo, che devono essere sommate a conoscenze linguistiche, a alto rigore logico, e sano potere critico al fine di poter separare l’utile ed il superfluo, il vero dal falso, l’approssimativo dall’essenziale.

Ancorché ottenuto in modo ottimale tutto questo, si è a metà dell’opera in quando agisce l’assioma che né la disponibilità delle fonti, né il loro accurato studio sono sufficienti ai fini di una conoscenza che voglia assurgere a storia.

Lo scopo della storia non è ricercare, ordinare e mettere in sistema le fonti fine a sè stesse, né la loro scrupolosa raccolta, né l’estrema cautela critica adottata; occorre sempre ricordare che le fonti non costituiscono la realtà oggetto di indagine, ma sono il semplice, ancorché indispensabile tramite per pervenire alla vita trascorsa, che è il reale scopo della storia.

Contro le concezioni storiografiche che asserivano che il compito dello storico fosse quello di “ritrovare” le fonti senza aggiungere di proprio. “I documenti restaurati, riprodotti, descritti, allineati, restano documenti, cioè cose mute” asseriva Benedetto Croce nella sua polemica sulle predette concezioni storiografiche.[1] Ma la presa di posizione crociana non deve essere vista nella sua totalità negativa. Una azione quotidiana, quasi coeva agli avvenimenti, volta a mettere le “cose mute” in ordine e facilmente consultabili rappresenta una preservazione della memoria che sicuramente riceverà la gratitudine senza limiti dei futuri storici. Non è storia, ma sicuramente questa azione agevolerà la storia e sarà baluardo alle inevitabili mistificazioni o false ricostruzioni che fioriscono quando le fonti sono carenti.

La conoscenza storica, quindi, non può non essere il risultato che della compenetrazione dell’elemento intellettivo, dato dall’accurata analisi delle fonti, con l’elemento intuitivo-rappresentativo, dato dalla loro rielaborazione interiore.[2]



[1] Croce B., Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza, 1954, pag. 19 e segg.

[2] Cfr. per un ulteriore approfondimento, Croce B., La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1939 Vds. inoltre Antoni C., Commento a Croce, Venezia, Edizioni Neri Pozza, 1964.


giovedì 20 aprile 2023

La Storia quale conoscenza

 DIBATTITI





“Istoreo”, verbo greco, è la radice da cui deriva “storia”, che può tradursi in “ricercare”, “indagare”, da cui l’uso del termine “storia” utilizzato nel senso di ricerca, indagine, sugli avvenimenti del passato. Dalla ricerca si genera sempre la conoscenza, quindi prevalse l’uso di fare coincidere il significato con il risultato della ricerca stessa. Da qui si intende la “storia” quale conoscenza del passato. Una conoscenza che non può che essere “indiretta”, ovvero basata sulle testimonianze, raccolte, che il passato ci tramanda.

 La vera essenza della storia è quindi la ricerca, l’attività di indagine, e conseguentemente di pensiero, che ha natura critica, basata come è sul vaglio delle testimonianze, e che deve, delle vicende accertate individuare origine, nessi, conseguenze, ovvero senza un raggruppamento in sistema, tutto rimarrebbe inintelligibile, ne sarebbe possibile far emergere un giudizio sul materiale raccolto.

Pertanto chi intende la storia come acquisizione di nozioni, di date, di avvenimenti fini a sé stessi, ripetuti e riportati senza un nesso tra loro, è completamente fuori strada e la sua è una attività di finto erudito.

Il punto centrale dell’interesse della storia è l’uomo, visto come assoluto protagonista; da qui è consequenziale che la storia non può solo interessarsi alla nuda ricostruzione degli eventi, ma tende o deve tendere a scoprire e conoscere, oltre alle azioni, anche le idee, i sentimenti, i valori, che furono propri degli uomini e delle situazioni del passato, e arrivare ad esprimere su tutto ciò un motivato e ponderato giudizio. Storia, quindi, come conoscenza critica del passato umano, acquisita con l’ausilio della documentazione e delle testimonianze che essa ci ha lasciato.

Da queste asserzioni emerge un elemento alquanto controverso, ovvero la storia come conoscenza si converte in un insegnamento di vita. Può anche essere così, ma vi sono molto dubbi. Se il protagonista della storia è l’uomo e che quanto appare a noi come passato in realtà è un presente vissuto da generazioni trascorse, non appare temerario sostituire il termine “passato umano” con quello di “vita vissuta”. Da qui il discendere di insegnamenti che dovrebbero aiutare a gestire meglio i processi decisionali del presente. Ma non è così, altrimenti non si spiegherebbero i ripetuti errori, o tragedie, quasi spesso similari se non identiche, che sia singolarmente che collettivamente si compiono di generazione in generazione.

La storia “maestra di vita”, è uno dei tanti miti che ci si può creare, ma come tutti i miti rimangono fine a sé stessi: la storia può aiutare, ampliando la base culturale, a gestire presente e futuro, ma non di più.

(massimo coltrinari)