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martedì 12 maggio 2020

Rita Rossani Medaglia d'Oro al Valor MIlitare

DIBATTITI


.Lavorando in collaborazione con il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea alla newsletter dedicata alle storie di dieci partigiani italiani ebrei, è stata erroneamente individuata una foto sbagliata che identificava Rita Rosani, Medaglia d'oro al Valore Militare alla memoria.
Uno sbaglio, per il quale ci scusiamo, che ci ha fatto condurre nuove ricerche e riflettere ancora più profondamente sull'importanza di ogni singolo nome, ogni singolo volto delle giovani donne e dei giovani uomini che hanno combattuto per la libertà del Paese. 
Rita Rosani, che vedete ritratta nella foto, aveva solo 24 anni quando è stata uccisa sul Monte Comun da un sottotenente della Guardia Nazionale Repubblicana il 17 settembre del 1944. 
Faceva la maestra elementare alla scuola ebraica di Trieste e decise di unirsi alla Resistenza prima a Portogruaro e poi a Verona. 
"Rita Rosani - racconta Livio Isaak Sirovich autore del libro «Non era una donna, era un bandito». Rita Rosani, una ragazza in guerra (Cierre edizioni) - è stata per molto tempo dimenticata, si sbagliava addirittura il cognome. Trovo che il racconto della sua vita sia esemplare per far capire il disastro delle leggi razziste. Rita è stata fracassata dalla Storia".
Nata a Trieste da una famiglia di media borghesia, era una adolescente come tante, vivace, bizzosa che pensava ai vestiti e agli zatteroni di sughero di moda all'epoca.
Le leggi razziali del 1938 la annichiliscono.
Un trauma che si evince dalle lettere indirizzate al fidanzatino dell'epoca Giacomo Nagler che poi morirà ad Auschwitz. Nelle missive emerge la reazione dei suoi coetanei isolati dalla società: alcuni cadono in depressione, altri iniziano a prendere i primi psicofarmaci. Rita mostra subito un animo ribelle: quando viene vietato alle ragazze di indossare i calzoni corti per andare in bicicletta lei si oppone e continua come se niente fosse, un primo segno della sua vocazione nei confronti della libertà.
Suo padre era il direttore della filiale di una ditta di trasporti ungherese il cui presidente aveva un figlio, Sergio Forti, anche lui futuro partigiano, ricordato per le sue azioni coraggiose e trucidato dopo essere stato torturato.
I Forti e i Rosani - spiega Sirovich - non erano due famiglie particolarmente politicizzate, eppure i due figli prendono questa strada e lottano per liberare l'Italia.
Dalle lettere di Rita si svela la sua maturazione, dal 1940 al 1943 la vediamo diventare una donna altruista, forte, adulta. Quando si unisce ai partigiani pretende di ricevere un'istruzione militare e impara a combattere e spostandosi nelle zone del Valpolicella e di Zevio.
La sua identità ebraica ritorna spesso nella corrispondenza con Giacomo Nagler; prima di unirsi alla resistenza va in sinagoga il sabato e per le festività e aiuta la madre a dare conforto e assistenza agli ebrei dell'Europa centrale che arrivano a Trieste per imbarcarsi verso la Palestina. Per rallegrare le ragazze confeziona piccoli pupazzetti che regala anche ai suoi spasimanti, due di queste si conservano ancora e una in particolare è il suo ritratto vestita da olandesina, il suo tipico travestimento per la festa ebraica di Purim.
Quando il suo assassino la ucciderà, hanno raccontato i testimoni oculari, a chi gli diceva che aveva ucciso una donna chiedendogli come si sarebbe scagionato, risponderà: "Non era una donna, era un bandito".  
"Fu compagna, sorella, animatrice di indomito valore e di ardente fede - si legge nelle motivazioni per il conferimento della Medaglia d'oro - Mai arretrò innanzi al sicuro pericolo ed alle sofferenze della rude esistenza, pur di portare a compimento le delicate e rischiosissime missioni a lei affidate".
Rita era partigiana, ebrea, ma anche una donna, una figlia, con il suo incredibile coraggio ma anche con le sue fragilità, con indomite passioni amorose, con la preoccupazione di mettere in salvo la sua famiglia perseguitata dal nazifascisti.
Ricordare è importante ma lo è ancora di più restituendo un volto, una identità, i sogni, le paure di chi ha ci ha resi liberi dando in cambio la propria vita.

Crediti immagine: Archivio Fondazione CDEC, fondo Antifascisti e partigiani ebrei, b. 16, fasc. 353. Fonte:
                                       Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS
Via Piangipane, 79/83 - 44121 Ferrara (Italia)

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