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giovedì 14 maggio 2020

La sconfitta strategica austro-ungarica del novembre 1917


La Battaglia d'Arresto

  di
 Luigi Marsibilio


Alla data del 10 novembre 1917 complessivamente, per il nuovo imminente urto, a prescindere dalla diversa efficienza materiale e morale, le forze che si fronteggiavano sul Piave erano le seguenti:
Italiani
         Altopiano di Asiago            6 Divisioni
         Monte Grappa                     4       "
         Montello e Piave               11       "

Austro – Tedeschi
         Sinistra del Conrad             7 Divisioni
         Krauss e Krobatin               5      "                                  
         Scotti                                   3      "
         Stein e Hofacker               12      "
         Boroevic                            19      "

Ma, poiché le nostre truppe dell’altipiano d’Asiago erano più efficienti e meglio sistemate e le Armate nemiche attestate al Piave presentavano un grande scaglionamento in profondità, lo sforzo massimo fu sopportato dal settore del Grappa, dove la resistenza era affidata soltanto al valore degli uomini.
Il Comando Supremo austro-ungarico prescriveva il 9 novembre:
“Lo stato dell’Esercito italiano richiede dappertutto una condotta attiva ed energica. Il generale Conrad attaccherà il 12 dal settore di Asiago in direzione sud. Possibilmente occorrerà esercitare una energica pressione contemporanea fra il Brenta ed il Piave”.
Il Conrad perseguendo la sua antica concezione, decise di attaccare sull’altopiano dei Sette Comuni, avendo come primo obiettivo la linea Asiago – M. Lòngara – M. Lisser, mentre le truppe di fondo valle dovevano tendere a Primolano. L’ala destra del XX Corpo d’Armata austriaco (IX brigata da montagna) doveva raggiungere il solco Fonzaso – Arsiè, venendo così a saldare la massa d’attacco con la destra del generale Krauss.
Quest’ultimo ordinò alle sue ali di sfondare per le valli del Brenta e del Piave, mentre colonne fiancheggianti dovevano dare la scalata al Grappa e raggiungere la piana di Crespano. Il Boroevic a sua volta, voleva tentare ovunque gli riuscisse, il passaggio del Piave, cercando di stabilire qualche testa di ponte.
Da parte italiana - come magistralmente mise in luce il maresciallo Giardino (1) – due necessità antitetiche, ma ugualmente imperiose, ispiravano la nostra azione:
        economizzare al massimo le scarsissime truppe, non disseminandole in difese locali di secondaria importanza e schierarle senz’altro sulla linea di resistenza ad oltranza;
        ritardare il più possibile l’avanzata del nemico per dar tempo ai rinforzi di accorrere e rinsaldare le linee e per permettere al Comando Supremo la costituzione di qualche prima riserva. Ciò che indurrà ad occupare e tenacemente difendere posizioni antistanti alla linea principale, per guadagnare tempo e logorare l’avversario.
Tutti i comandanti, consci della tremenda situazione e delle sue ineluttabili esigenze, dovevano regolare caso per caso la loro azione, reggendo il timone con mano ferma, per evitare gli scogli che ad ogni momento potevano consigliare un cambiamento di rotta. Difficoltà grandissima che, aggiunta agli altri elementi della situazione strategica, tattica e morale, rendeva più difficile il compito delle nostre armi.
Il nuovo Comando Supremo era a Padova e considerava freddamente il presente e l’avvenire. Il generale Diaz che aveva sempre retto il suo Comando con calma, era coadiuvato dai due Sottocapi Giardino e Badoglio.

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(1)   Cfr. Giardino: op. cit.                                
Durante la battaglia di arresto gli austriaci, passati all’offensiva sull’altopiano di Asiago, vennero contenuti nei giorni 10 e 11 novembre. Riattaccarono il giorno 12  sull’altopiano di Asiago, nella regione delle Melette e sul Grappa e, nella notte sul 12, anche sul Piave.
Dal 18 al 22 novembre si ebbero nuovi violenti attacchi austro-tedeschi sull’altopiano di Asiago e sul Grappa e noi perdemmo monte Pertica; ma i nemici non riuscirono a superare la nostra strenua difesa, anche se rinnovarono i loro tentativi il 25 ed il 26 novembre contro le nostre posizioni del Grappa; dal 4 dicembre contro le Melette; il giorno 6 sul basso Piave, il giorno 11 nuovamente  sul Grappa, dove gli austriaci riuscirono ad occupare prima lo Spinoncia, il colle della Berretta, il colle Caprile e l’Asolone ed infine, il 23 dicembre, con un formidabile attacco sull’altopiano di Asiago, che ebbe qualche successo; mentre tuttavia la nostra tenace resistenza impediva agli austriaci di scendere in val Brenta.
Reputo interessante richiamare alcune note del generale Giuseppe Francesco Ferrari, allora comandante del XX Corpo d’Armata. Egli, dopo la guerra, fu comandante di Armata e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.
“La battaglia cosiddetta di arresto, del novembre-dicembre 1917, in sostanza si è combattuta tutta a cavallo del Brenta, sul fronte degli Altipiani e del Grappa. Si accese fra il 10 ed il 12 novembre sul fronte del XXII e del XX Copro d’Armata e vi infuriò ininterrotta fino al 5 dicembre, quando finalmente la preponderanza in termini di numero e mezzi del Conrad riuscì a strapparci il gruppo delle Melette. Successo sterile, per rispetto a quello sognato dal Conrad, che si era proposto, ingaggiando quella battaglia, di scendere per l’Altopiano e per il fondo di val Brenta, fra Vicenza e Bassano, alle spalle dello schieramento sul Piave, segnando così l’irreparabile e decisiva sorte delle nostre armi. L’avere salvato l’Esercito ed il Piave da questo estremo pericolo è onore e merito che va tutto rivendicato ai Corpi della 1ª e della 4ª Armata che, in quel difficilissimo momento, in cui tutto faceva difetto, di fronte ad un nemico imbaldanzito dalla grande vittoria ottenuta sull’Isonzo, seppero opporre una resistenza che lo stesso nemico, sorpreso e fiaccato, qualificò in un bollettino di guerra di quei giorni quale eroica.
E sullo stesso altipiano di Asiago, pochi mesi dopo, svanì per il valore degli stessi Corpi un altro sogno di vittoria del nemico, rendendo così, per la seconda volta, a noi favorevoli le sorti della guerra. Basta gettare uno sguardo sulla carta di quei luoghi per rendersi conto del grave, irreparabile danno che una vittoria austriaca sull’Altopiano avrebbe segnato per noi, in confronto con una eguale vittoria sul Piave, per la possibilità che a noi sarebbe in tal caso sempre rimasta, di una ulteriore difesa arretrata. Decisa la ritirata della 4ª Armata dal Cadore, il XX Corpo, schierato sull’altipiano della Marcèsina, fronte ad ovest, ebbe l’ordine di occupare il gruppo delle Melette, ripiegando la sua destra lungo la val Gàdena, tra Foza e Valstagna, allacciandosi poi alla difesa del Grappa, alle Rocce Anzini ed al colle Moschin.
Il ripiegamento del XX Corpo doveva avvenire contemporaneamente a quello del XVIII, schierato sulla destra, in val Sugana, e che sul Grappa, doveva poi costituire l’ala sinistra della 4ª Armata. Il giorno 7 novembre, stabilito per il ripiegamento dei due Corpi d’Armata parve ai due comandanti (generale Ferrari e generale Tettoni) prematuro, sicché di loro iniziativa essi decisero di ritardarlo di 24 ore. L’iniziativa non ebbe a tutta prima la piena approvazione dell’autorità superiore; ma i fatti la dimostrarono opportuna e vantaggiosa. Essa infatti permise, non solo di sgomberare l’ingente materiale, specie di munizioni e viveri, agglomerato in modo particolare sull’altopiano della Marcèsina e di eseguire il preventivo ripiegamento delle grosse artiglierie, senza il sacrificio di un solo pezzo: risultato per quei momenti assai prezioso; ma altresì, di coprire la depressione di Arten, consentendo ad un notevole nucleo di truppe della 4ª Armata (bloccato alla stretta di Quero, dove il nemico lo aveva prevenuto di sfuggire alla cattura, gettandosi in val Brenta, al sicuro da ogni offesa. Il ripiegamento del XX Corpo, per quanto fatto a malincuore, fu eseguito il giorno 9 novembre con l’ordine e la regolarità di una manovra; il nemico non osò disturbarlo e, quando si mosse, non avendo avanti a sé che un velo di pochi arditi (100 su tutto il fronte XX Corpo d’Armata), avanzò titubante e con ogni cautela, cosicché l’11 novembre tutto il Corpo d’Armata, intatto, era schierato sulle nuove posizioni.


Le prime avvisaglie in fondo a val Brenta mostrarono come il nemico ritenesse il nostro movimento retrogrado segno di una menomata volontà di resistenza, per la quale fosse da considerarsi ormai a lui aperta la strada di Bassano. Infatti, quasi subito dopo il nostro ripiegamento, un reparto austriaco venne ad urtare a S. Marino contro il battaglione alpini “Tirano”, che sbarrava la valle, e vi fu catturato. Al comandante del reparto (una compagnia) fu sequestrato un biglietto, nel quale era contenuto l’ordine di scendere su Valstagna e possibilmente su Bassano.
La battaglia ebbe poi il suo epilogo il 5 dicembre. L’avversario riuscì ad avere ragione della nostra resistenza che, in quelle condizioni di inferiorità di numero e di mezzi, fu un vero miracolo di valore delle brave truppe della 29ª divisione. Fra le tante considerazioni che suggerisce quella bella difesa delle Melette, ve n’è una che mi sembra non debba essere taciuta, per l’importanza speciale dell’insegnamento che essa contiene. Il XX Corpo d’Armata, ala destra di una Armata di sei Corpi d’Armata (la 1ª), non coinvolti nelle vicende di quei giorni, rimase quasi solo (con la destra del XXII Corpo), per tutto il tempo in cui durò la battaglia sull’Altopiano, a sostenere l’urto avversario.
Qualche battaglione venne bensì a sostituire quelli che le durissime azioni man mano logoravano, ma con questo concorso a spizzico, non poteva essere e non fu possibile mutare le sorti della battaglia, più volte rinnovata dalla parte avversaria con Divisioni fresche”, contro le quali le nostre truppe combatterono eroicamente.
L’esercito italiano, riordinato e rifornito di mezzi durante l’inverno, non tardò a dar prova di aver ritrovato il suo spirito offensivo, in varie azioni di dettaglio, compiute durante l’inverno e la primavera. Fra queste: la riconquista della linea M. Valbella – Col del Rosso, Col d’Echele (detta anche “battaglia dei tre monti” e svoltasi tra il 27 ed il 29 gennaio 1918); la riconquista del M. Corno di Vallarsa (10 maggio) e di parte della testa di ponte austriaca di Capo Sile, sul basso Piave (27 maggio); infine, le operazioni nella zona Tonale – Adamello (25 maggio), che ci diedero il possesso delle posizioni di cima Presena, monte Maroccaro e monte Zigolon, che dominavano la val Camonica.













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