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venerdì 26 giugno 2026

Renato Mariani, La Testimonianza.

 ARCHIVIO
 Progetto Eccidi in Toscana
 I carabinieri nella Guerra di Liberazione. 




Tra pochi giorni ricorre il primo anniversario (dicembre 1944 n.d.c.) della morte del mio Renato e mai come in questo momento -  mentre l'immane guerra perdura e si prolunga il distacco con gli altri cari di famiglia -  sento il bisogno di restargli spiritualmente vicino e confidarmi con Lui, come se lo avessi ancora accanto.

Quel che scriverò non mi interessa saperlo, perché desidero soltanto che questo soliloquio -  mantenuto nella forma più semplice, come semplice fu tutta la Sua vita -

possa sfiorare quella dolcissima Anima e possa rendermene più degno.

Se la sua morte è già lontana nel tempo, la sua memoria rimane in benedizione ed è viva in quanti lo conobbero ed amarono, non solo attraverso il caro ricordo che ha lasciato, ma in modo speciale per la fine che gli è toccata,

La più grande delle guerre, la più radicale delle crisi ha spezzato come festuche, turbinato in aria come pula di frumento sull'aia anime e cose, memorie e vite. Il vento del turbine ha travolto tanti innocenti, e tra questi anche il figliolo mio.

Sembra che un fatale destino abbia segnato i limiti della sua esistenza: Egli nacque con l’altra guerra e con questa è sparito.

Chissà che un qualche presentimento non vi sia  stato in  noi, divenuti negli ultimi tempi, reciprocamente, tanto più riservati. I suoi occhi avevano tante cose da dire le rare volte che ci rivedemmo nell’ultimo triennio, ma la bocca preferiva aprirsi a poche e misurate parole.

Parco di esse era anche nello scrivere, ma in compenso lo faceva più spesso e diventava sempre più affettuoso, più sollecito della famiglia, dei conoscenti, di quanto aveva a caro.

Da parte mia, mi ero abituato a pregare tanto per lui mentre era lontano,  mentre  era in pericolo; a pregare per la sua salvezza e per quella dei suoi compagni e della nostra Patria. Ma quale impressione, quale differenza pregare ora per Lui morto, e morto così tragicamente, lontano da tutti, in terra straniera, senza  una  parola, senza una carezza di persona cara.

Lo scrupolo di avere fatto così poco e di non potere fare più nulla per lui, distaccatosi da noi così in silenzio, privo di alcuna prestazione  da  parte  nostra,  senza  averci  tolto  neppure  un'ora  di  sonno o averci strappato una lacrima preventiva, accresce  oggi  la  mia  amarezza e mi pare di dovergli  tanto  da non  essere  più  sufficiente  il  poco di forze e di vita che ancora mi resta.

Nelle poche  pagine  che seguono, dirò - il più  possibile con  le sue stesse parole - qualcosa che ricordi la Sua breve esistenza. Parlerò della sua infanzia, della sua età della ragione, dei suoi sentimenti, e delle sue passioni, del suo equilibrato buon senso, dei suoi rapporti con parenti ed amici, dei suoi studi, della sua vita militare, della tormentosa sua deportazione, della Sua fine.

Nel dolce suo ricordo, intendo dedicare tutto ciò a coloro che gli vollero e gli vorranno bene, soprattutto ai suoi nipotini, che, fatti grandi, dovranno essere  orgogliosi di Lui. E benché con le lacrime agli occhi, sento di poter parlare serenamente, sia perché credo che la più bella opera di fede è quella della  sopportazione del dolore, sia perché, pur sotto il peso di una immane   ingiustizia,  ricordo   che  il  vero  cristiano  deve  essere  un  umile,  non  già  un   ribel1e, e anche in espiazione delle proprie colpe deve porre una sincera  confidenza nella infinita misericordia di Dio.

Renato, figlio caro, le vie del Signore sono imperscrutabili e noi dobbiamo accettarne la volontà  per il bene dell'anima nostra, per la pace d'Italia e dell’umanità, per la purificazione che ci guida al Cielo.

Cristo  muore  sulla  Croce,  vittima dell'ignoranza. E ai suoi carnefici, dice:

« Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ».

 

L’infanzia

Egli venne alla luce il 12 febbraio 1918, nella casa di Via Tevere 31, che allora abitavamo. Pochi bimbi credo che fossero attesi come lui. Casa nostra era già stata allietata dal sorriso di due figliole. Naturalmente era aspettato il maschietto.

Non sapevamo che nome dare al caro piccolo. La combinazione dei nomi del nostro casato, come Mario, Marino, Mariano, Manlio era stata già troppo sfruttata nel parentado. D'altra parte i quattro fratelli, più anziani di me, avevano già provveduto a rinnovare i nomi tradizionali di famiglia.

Il suo battesimo fu procrastinato al 14 marzo, affinché la  Mamma stesse già bene e potesse festeggiare l'avvenimento. Lo chiamammo Renato.

Era un bel piccino, ma più che tutto quieto e buono e che lasciava dormire la notte chi aveva lavorato tutto il giorno, Allevato al seno materno, cresceva normalmente in piena sanità, e a 18-20 mesi era già un folletto.

Una prima preoccupazione circa la sua salute, l'avemmo sul finire dell'anno 1919. Eravamo andati a passare il Natale da mia sorella, in provincia di Salerno, e là, tra il sorriso degli aranci e dei limoni, egli si buscò la prima malattia. Di ritorno a Roma, anch'io e la Mamma fummo subito colpiti da quella brutta influenza che prese il nome di “spagnola”, e in particolare la Mamma fu salva per miracolo. Ma tornò presto il sereno in famiglia, e alla scuola delle sorelline, già decenne la prima e quattrenne la seconda, Egli diventava il birichino di casa.

Le stagioni estive del 1920 e del 1921 le passò a Numana ove cominciò a prendere contatto e passione col mare, dal quale non si sarebbe poi distaccato durante le lunghe vacanze scolastiche, e che tanto influì a darli in seguito vigoria   e benessere fisico.

Si fece eccezione solo nel 1922, l'anno in cui nacque Aldo. Quella estate Egli la passò a Veroli, tra le apriche colline olivate della Ciociaria, mentre, dal 1923 in poi, fu sempre a Falconara e ad Osimo, tra il più bel mare e la più bella campagna delle nostre Marche originarie.

Là, in piena aria e in pieno sole, Egli visse i suoi giorni più felici, circondato dall'affetto della famiglia e dei parenti, e senza conoscere ancora i doveri della scuola e della vita.

Io non potevo essere colà che molto raramente e sempre per visite assai fugaci, ma con quanta serenità ritornavo al mio lavoro, dopo essermi sincerato che stavano tutti bene.

Col crescere degli anni, notavamo in Lui sempre più spiccati i segni della sua indole; la docilità e la bontà, a cui più tardi si aggiunsero la fermezza del carattere ed una invidiabile acutezza di giudizio sopra uomini e cose, Ma più che altro la bontà era la nota che lo distingueva. E' rimasto tradizionale in famiglia un suo stato d'animo, manifestato in occasione che il fratellino, il quale andava appena solo, gli ruppe un giocattolo tra i più cari, mentre era sul momento assente.

Noi eravamo nell'imbarazzo per dirglielo e immaginavamo già i suoi strepiti e i  suoi pianti. Egli invece non fiatò e alle nostre domande se la cosa gli avesse dispiaciuto, testualmente rispose: “quasi quasi gli dicio bravo”.

Credo che in questa frase si possa scolpire tutta la bontà e la dolcezza dell'animo suo e non soltanto di quello infantile.

Con la sorella Anna di età a lui più vicina, mentre considerava Maria come una seconda mammina, egli fece il sacramento della Cresima il 24 maggio 1924 e quello della Prima Comunione il 15 gennaio 1928.

Con questa data entrava già nel suo secondo decennio. Anche per lui erano da tempo cominciati i doveri della scuola, ai quali si era accinto se non con entusiasmo con sufficiente volontà.

Per il suo ottavo compleanno, il nonno materno, vecchio professore di Scuola Media, ingegnere-architetto, poeta dialettale, ma soprattutto fine umorista, gli aveva dedicato, perché li sentisse in tutto il suo frizzo, questi versi di sapore un po' pepato:

 

Sì, la festa al nipotino

Va pur fatta, e un regaluccio;

Ma prometta Renatino

D'esser buono e garbatuccio.

Presto impari a far di conto

Senza aiuto delle mani;

A' suoi compiti sia pronto,

Ubbidisca, e un Mariani

Potrà dirsi in verità.

E ancora:

Fior d'agerato.

E' ver ch'è un ragazzetto un po' stordito

Un Mariani di nome Renato?

Ma il ceppo ne promette ch'educato

Diverrà egli presto ed istruito.

E allora il nonno suo vedrà felice,

Fargli il buon nipotin bella cornice.

 

Nonno affettuoso e caro, il quale, nonostante gli acciacchi dell'età, veniva espressamente da Osimo per assistere ad ogni cerimonia familiare e che, da buon precettore, col verso voleva prenderlo per il verso.

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