Tra pochi giorni
ricorre il primo anniversario (dicembre 1944 n.d.c.) della morte del mio Renato
e mai come in questo momento - mentre
l'immane guerra perdura e si prolunga il distacco con gli altri cari di
famiglia - sento il bisogno di restargli
spiritualmente vicino e confidarmi con Lui, come se lo avessi ancora accanto.
Quel che scriverò non
mi interessa saperlo, perché desidero soltanto che questo soliloquio - mantenuto nella forma più semplice, come
semplice fu tutta la Sua vita -
possa sfiorare quella
dolcissima Anima e possa rendermene più degno.
Se la sua morte è già lontana nel tempo, la sua memoria
rimane in benedizione ed è viva in quanti lo conobbero ed amarono, non solo
attraverso il caro ricordo che ha lasciato, ma in modo speciale per la fine che
gli è toccata,
La più grande delle guerre, la più radicale delle crisi ha
spezzato come festuche, turbinato in aria come pula di frumento sull'aia anime
e cose, memorie e vite. Il vento del turbine ha travolto tanti innocenti, e tra
questi anche il figliolo mio.
Sembra che un fatale destino abbia segnato i limiti della
sua esistenza: Egli nacque con l’altra guerra e con questa è sparito.
Chissà che un qualche presentimento non vi sia stato in
noi, divenuti negli ultimi tempi, reciprocamente, tanto più riservati. I
suoi occhi avevano tante cose da dire le rare volte che ci rivedemmo
nell’ultimo triennio, ma la bocca preferiva aprirsi a poche e misurate parole.
Parco di esse era anche nello scrivere, ma in compenso lo faceva più spesso e diventava
sempre più affettuoso, più sollecito della
famiglia, dei conoscenti, di quanto
aveva a caro.
Da parte mia, mi ero abituato a pregare tanto per lui
mentre era lontano, mentre era in pericolo; a pregare per la sua
salvezza e per quella dei suoi compagni e
della nostra Patria. Ma quale impressione, quale differenza pregare ora per Lui
morto, e morto così tragicamente, lontano da tutti, in terra straniera,
senza una parola, senza una carezza di persona cara.
Lo
scrupolo di avere fatto così poco e di non potere fare più nulla per lui, distaccatosi da noi così in silenzio,
privo di alcuna prestazione da parte
nostra, senza averci
tolto neppure un'ora
di sonno o averci strappato una
lacrima preventiva, accresce oggi la
mia amarezza e
mi pare di dovergli tanto da non
essere più sufficiente
il poco di forze e di vita che
ancora mi resta.
Nelle poche
pagine che seguono, dirò - il
più possibile con le sue stesse parole - qualcosa che ricordi
la Sua breve esistenza. Parlerò della sua infanzia, della sua età della
ragione, dei suoi sentimenti, e delle sue passioni, del suo equilibrato buon senso, dei
suoi rapporti con parenti ed amici, dei suoi studi, della sua vita militare,
della tormentosa sua deportazione, della Sua fine.
Nel
dolce suo ricordo, intendo dedicare tutto ciò a coloro che gli vollero e gli
vorranno bene, soprattutto ai suoi nipotini,
che, fatti grandi, dovranno
essere orgogliosi di Lui. E benché con
le lacrime agli occhi,
sento di poter parlare serenamente, sia perché credo che la più bella opera di fede
è quella della sopportazione del dolore,
sia perché, pur sotto il peso di una immane
ingiustizia, ricordo che
il vero cristiano
deve essere un
umile, non già
un ribel1e, e anche in
espiazione delle proprie colpe deve porre una sincera confidenza nella infinita misericordia di Dio.
Renato, figlio caro, le vie del Signore sono imperscrutabili e noi dobbiamo
accettarne la volontà per il bene
dell'anima nostra, per la pace d'Italia e
dell’umanità, per la purificazione che ci guida al Cielo.
Cristo muore sulla
Croce, vittima dell'ignoranza. E ai suoi carnefici, dice:
« Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno
».
L’infanzia
Egli venne alla luce il 12 febbraio 1918, nella casa di
Via Tevere 31, che allora abitavamo. Pochi bimbi credo che fossero attesi come
lui. Casa nostra era già stata allietata dal sorriso di due figliole. Naturalmente
era aspettato il maschietto.
Non sapevamo che nome dare al caro piccolo. La
combinazione dei nomi del nostro casato, come Mario, Marino, Mariano, Manlio
era stata già troppo sfruttata nel parentado. D'altra parte i quattro fratelli,
più anziani di me, avevano già provveduto a rinnovare i nomi tradizionali di
famiglia.
Il suo battesimo fu procrastinato al 14 marzo, affinché
la Mamma stesse già bene e potesse
festeggiare l'avvenimento. Lo chiamammo Renato.
Era un bel piccino, ma più che tutto quieto e buono e che
lasciava dormire la notte chi aveva lavorato tutto il giorno, Allevato al seno
materno, cresceva normalmente in piena sanità, e a 18-20 mesi era già un
folletto.
Una prima preoccupazione circa la sua salute, l'avemmo sul
finire dell'anno 1919. Eravamo andati a passare il Natale da mia sorella, in
provincia di Salerno, e là, tra il sorriso degli aranci e dei limoni, egli si
buscò la prima malattia. Di ritorno a Roma, anch'io e la Mamma fummo subito
colpiti da quella brutta influenza che prese il nome di “spagnola”, e in
particolare la Mamma fu salva per miracolo. Ma tornò presto il sereno in
famiglia, e alla scuola delle sorelline, già decenne la prima e quattrenne la
seconda, Egli diventava il birichino di casa.
Le stagioni estive del 1920 e del 1921 le passò a Numana
ove cominciò a prendere contatto e passione col mare, dal quale non si sarebbe
poi distaccato durante le lunghe vacanze scolastiche, e che tanto influì a
darli in seguito vigoria e benessere
fisico.
Si fece eccezione solo nel 1922, l'anno in cui nacque
Aldo. Quella estate Egli la passò a Veroli, tra le apriche colline olivate
della Ciociaria, mentre, dal 1923 in poi, fu sempre a Falconara e ad Osimo, tra
il più bel mare e la più bella campagna delle nostre Marche originarie.
Là, in piena aria e in pieno sole, Egli visse i suoi
giorni più felici, circondato dall'affetto della famiglia e dei parenti, e
senza conoscere ancora i doveri della scuola e della vita.
Io non potevo essere colà che molto raramente e sempre per
visite assai fugaci, ma con quanta serenità ritornavo al mio lavoro, dopo
essermi sincerato che stavano tutti bene.
Col crescere degli anni, notavamo in Lui sempre più
spiccati i segni della sua indole; la docilità e la bontà, a cui più tardi si
aggiunsero la fermezza del carattere ed una invidiabile acutezza di giudizio
sopra uomini e cose, Ma più che altro la bontà era la nota che lo distingueva.
E' rimasto tradizionale in famiglia un suo stato d'animo, manifestato in
occasione che il fratellino, il quale andava appena solo, gli ruppe un
giocattolo tra i più cari, mentre era sul momento assente.
Noi eravamo nell'imbarazzo per dirglielo e immaginavamo
già i suoi strepiti e i suoi pianti.
Egli invece non fiatò e alle nostre domande se la cosa gli avesse dispiaciuto,
testualmente rispose: “quasi quasi gli dicio bravo”.
Credo che in questa frase si possa scolpire tutta la bontà
e la dolcezza dell'animo suo e non soltanto di quello infantile.
Con la sorella Anna di età a lui più vicina, mentre
considerava Maria come una seconda mammina, egli fece il sacramento della
Cresima il 24 maggio 1924 e quello della Prima Comunione il 15 gennaio 1928.
Con questa data entrava già nel suo secondo decennio.
Anche per lui erano da tempo cominciati i doveri della scuola, ai quali si era accinto
se non con entusiasmo con sufficiente volontà.
Per il suo ottavo compleanno, il nonno materno, vecchio
professore di Scuola Media, ingegnere-architetto, poeta dialettale, ma
soprattutto fine umorista, gli aveva dedicato, perché li sentisse in tutto il
suo frizzo, questi versi di sapore un po' pepato:
Sì, la festa al nipotino
Va pur fatta, e un regaluccio;
Ma prometta Renatino
D'esser buono e garbatuccio.
Presto impari a far di conto
Senza aiuto delle mani;
A' suoi compiti sia pronto,
Ubbidisca, e un Mariani
Potrà dirsi in verità.
E ancora:
Fior d'agerato.
E' ver ch'è un ragazzetto un po'
stordito
Un Mariani di nome Renato?
Ma il ceppo ne promette
ch'educato
Diverrà egli presto ed istruito.
E allora il nonno suo vedrà
felice,
Fargli il buon nipotin bella
cornice.
Nonno affettuoso e caro, il quale, nonostante gli acciacchi dell'età,
veniva espressamente da Osimo per assistere ad ogni cerimonia familiare e che,
da buon precettore, col verso voleva prenderlo per il verso.

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