Cerca nel blog

sabato 5 ottobre 2019

La storia del serg. Gino Meloni e del Caporale Amedeo Serloni


DIBATTITI
 Riportiamo un contributo 
al ricordo ed alla memoria di due combattenti
della Guerra di Liberazione
IV Fronte La resistenza all'estero






 Niccolò Duranti*
    
I PARTE


La ricerca della storia, dei suoi protagonisti, delle piccole pagine di vita locale, la microstoria insomma, è sempre più importante per capire i grandi avvenimenti, per sentire più vicina una storia che altrimenti sarebbe solo un libro, un fiume di parole che molto spesso non sentiamo nostre. Molti cittadini non conoscono neanche la collocazione temporale dei grandi eventi che hanno sconvolto il mondo, neppure quelli più vicini o quelli che hanno potuto ascoltare dalla viva voce dei protagonisti, figurarsi le storie dei militari italiani che dopo l’8 settembre scelsero di proseguire la lotta affiancando quelle popolazioni che fino a pochi giorni prima dovevano sottomettere e conquistare. Nell’arco di 75 anni molti piccoli – grandi protagonisti di quelle vicende sono caduti nell’oblio o peggio ancora sono stati nascosti perché poco funzionali allo scontro tra i due blocchi durante la Guerra Fredda. Molti militari, divenuti partigiani per necessità e convinzione da quell’autunno del ’43, risultarono dispersi a fine guerra o sepolti in cimiteri locali nei paesini del fronte jugoslavo, quello di cui tratterò in particolare in questo breve articolo, tanto che persino le famiglie sono, tutt’ora, ignari delle sorti dei propri cari. Ne sono esempi due concittadini di Osimo (AN) i cui nomi sono incisi sul marmo del monumento dedicato alla Resistenza ma di cui non si conoscevano praticamente i fronti sul quale combatterono né perirono perché la tradizione locale li voleva “morti in Jugoslavia, uno aiuto cuoco della brigata Mameli, l’altro morto in combattimento forse in Montenegro”: solamente andando a sfogliare il loro fascicolo all’Archivio centrale dello Stato, sezione Commissione per l’attribuzione della qualifica di partigiano, siamo stati in grado, un paio di mesi fa, di ricostruire le loro vite e soprattutto gli scontri dove trovarono la morte. Questa è la storia del Serg. Gino Marini e del Caporale MBVM Amedeo Serloni. Per il Serloni in particolare l’ostacolo maggiore era dettato dall’individuazione in quella che nella motivazione della decorazione viene indicata come “Quota Pogliana (Ju)” e che non trovava riscontro in nessun testo di storia militare.
Gino Marini, classe 1919, inviato sul fronte di guerra nel 1940, aggregato alle truppe del presidio di Zara con il battaglione mitraglieri “Cadorna”, per oltre 70 anni è stato semplicemente un disperso in Jugoslavia. Ora siamo in grado di raccontare la sua storia, così come testimoniata da un commilitone, Attilio Mancinelli di Ancona, nel 1949, davanti alla Tenenza di Osimo. Racconta il Mancinelli che conobbe Gino Marini, appartenente ad una Compagnia Mortai di stanza a Kistanje, il 9 settembre 1943 in procinto di imbarcarsi a Zara per far ritorno in Italia insieme a gran parte del suo reparto: quell’imbarco tuttavia non avvenne mai perché il sopraggiungere di truppe tedesche interruppe le operazioni facendo prigionieri una gran parte dei militari italiani. Marini e Mancinelli riuscirono a fuggire e, nei dintorni di Zara, furono avvicinati da alcuni partigiani slavi del battaglione Dubajo: inizialmente promisero loro di aiutarli a rimpatriare ma dopo una quindicina di giorni i due decisero invece di unirsi a quel battaglione. Dopo circa un mese Marini e Mancinelli entrarono a far parte della 1° Batteria di Artiglieria della 2° Divisione dell’EPLJ e furono sottoposti ad un corso da parte degli slavi stessi a Varkowine. Ultimato questo, venne loro consegnato un pezzo d’artiglieria da 117 e furono inviati a Senj per compiere azioni contro le imbarcazioni tedesche che compivano il tragitto tra Fiume e Karlopag finché le forze preponderanti dei nemici costrinse loro a ritirarsi dopo circa tre mesi di attività; furono quindi inviati verso il confine italiano, dove avvenne la scissione tra gli elementi italiani e slavi del battaglione. Dopo sei mesi passati a far parte di una compagnia di lavoratori addetta alla manutenzione di una strada carrozzabile, decisero di aggregarsi alla 1° Compagnia Rovignonese di partigiani italiani, il cui compito era quello di sabotare e intralciare il passaggio tedesco per ferrovia e strada. Il 29 luglio 1944, verso le ore 17, ben nascosti dietro dei cumuli di pietre, il gruppo di cui facevano parte i nostri due, attaccò una colonna motorizzata tedesca. Lo scontro a fuoco durò circa 15 minuti e, nel tentativo da parte del gruppo di 20 partigiani di ritirarsi, Gino Marini fu colpito da un proiettile alla gola che lo uccise sul colpo. Mentre continuava la ritirata, tre compagni rimasero sul posto per dare una sommaria sepoltura all’osimano, a cui, da un paio di mesi, era stata attribuita la qualifica di sergente. Tre ore più tardi, con la certezza che i tedeschi avessero fatto ritorno a Pola dopo aver effettuato un rastrellamento nella zona, la pattuglia partigiana tornò a raccogliere la salma del loro unico compagno morto in quell’azione per seppellirla nel cimitero di una piccola cittadina tra Vignano e Kanfanar.

(continua in data 6 ottobre 2019)


Presidente della Sezione ANPI di Osimo (Ancona)

Nessun commento:

Posta un commento