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domenica 10 aprile 2016

Guerre dell'Acqua o guerre per l'Acqua


GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE

S. Sferrazza

E’ convinzione diffusa fra i macroecomisti  e gli esperti di strategia militare che nei prossimi anni il problema dell’acqua diverrà uno dei più centrali nei possibili conflitti in varie aree del mondo. Queste previsioni si basano su dati statistici difficilmente smentibili perché derivati da una osservazione di quasi due decenni. Come conferma una fonte Uesco attualmente nel mondo una persona su sei non ha disponibilità di acqua potabile. Se poi si confrontano le varie arie continentali i dati sono altamente preoccupanti. Nel 1990 la media mondiale in metri cubi della disponibilità d’acqua pro capite era di 7.800, che precipiterà nel 2025 a 4.800. Dando uno sguardo continente per continente si rileva sempre nel confronto 1990-2025: Asia da 3.840 a 2.350. Africa, dato da guardare con apprensione, da 6.180 a 2.460. L’Europa resta abbastanza stabile: da 3.990 a 3.920. Calano anche il continente americano : il Nord America da 17.800 a 12.500, il Sud America da 46.600 a 24.000. L’Oceania resta ancora in testa anche se con una evidente differenza: da 85.800 a 61.400. Questi sono i dati freddamente numerici, dati che certo non  nascondono pericoli evidenti su vari piani, da quelli economici, a quelli sociali e militari. Confermano queste paure studi di provenienza statunitense: tra una ventina d’anni oltre il 60% della popolazione terrestre soffrirà per la mancanza d’acqua. Diversamente dalla crisi delle fonti energetiche non rinnovabili, vedi petrolio e carbone, che hanno messo in movimento azioni volte alla loro sostituzione con fonti rinnovabili o con il discutibilissimo nucleare, sul problema dell’acqua non si avverte un identico interesse e tensione della politica e della società civile. Che succederà nel 2025 quando la terrà sarà abitata da oltre 2,4 miliardi di persone? Assisteremo ad un dilemma di non facile soluzione. Avremo una sempre maggiore domanda, di fronte ad una sempre minore disponibilità di quello che viene chiamato “oro blu”. E’ a questo punto che il panorama si incupisce ed emergono le paure di possibili conflitti. La storia è ricca di esempi, dai tempi dei sumeri,  alle guerre fra Israele e  Paesi Arabi vicini. E proprio l’area medio-orientale è uno dei punti critici. Oltre al “contenzioso” per lo sfruttamento del Giordano fra Israele, Palestinesi, Giordania e Siria (ancora in atto), nel non lontano passato si è assistito ad una crisi fra Iraq e Siria per le acque dell’Eufrate, crisi che ha poi visto come attore di non secondo piano la Turchia. Ankara ha costruito nella zona curda una ventina di dighe e centrali sull’Eufrate, portando via così oltre il 40% del suo flusso alla Siria e ben l’80% all’Iraq. Forte dello scudo Nato il governo turco ha di fatto sfidato i due Paesi, arrivando poi a cose fatte ad una specie di accordo che certo non li avrà soddisfatti.

Altre zone del mondo corrono dei rischi. In Africa gli analisti ne indicano almeno tre: il fiume Okavango ( ha la particolarità di non sfociare in mare…) che interessa il Botswana, la Namidia e l’Angola. Il Nilo, che fu all’origini di forti contrasti fra l’Egitto e l’Etiopia e il Sudan già dai tempi di Sadat. Nel non sopito contrasto, si aggiungono oggi i cinesi interessati alla costruzioni di dighe e centrali e tre Paesi a monte, Tanzania, Kenia e Uganda che vogliono sfruttare al massimo il lago Vittoria. Sempre in Africa il Sudafrica si è impossessato di quasi tutte le fonti d’acqua del Lesotho.

Anche l’Asia non è esente da pericoli, e vari Paesi sono interessati a dispute per fiumi e bacini, alcuni di questi paesi fra l’altro detentori di armi nucleari, il che rende ancor più fosche le previsioni. Ci riferiamo alla contesa fra Cina ed India per il sistema dei fiumi Gange- Brahmaputra. Attorno a questi due Paesi, si affollano sullo stesso problema anche Bangladech, Bhutan, Nepal e Myanmar ( già Birmania).

Il quadro generale, analizzato da istituti specializzato, quasi tutti statunitensi, fa emergere una situazione assai pericolosa. Nella seconda parte del XX secolo sono state oltre 500 le crisi politiche per problemi legati all’acqua. Fortunatamente solo una quarantina si sono tramutate in atti di guerra. Ciò fa pensare che per il futuro, visto il trend che sta manifestando il problema, si possono facilmente prevedere possibilità di guerre ben più violente e di vasta portata. Sempre gli istituti americani hanno censito 260 o poco più di bacini fluviali, di grande importanza dove si concentrano oltre il 60% delle risorse idriche mondiali. Lungo il loro corso è dislocato il 40% della popolazione mondiale. Come si vede un insieme di problematiche che possono dar vita ad eventi pericolosi di ogni tipo e che potrebbero far maturare soluzioni belliche.

Uno dei punti deboli del problema è la totale mancanza di un quadro giuridico internazionale che disegni e preveda norme per lo sfruttamento delle risorse idriche e tuteli  i diritti di tutti i “rivieraschi”. Esiste una convenzione ONU del 1997 che  regola(!) l’uso dei fiumi “non a fini di navigazione”. Non emergono molte possibilità per interventi sull’effettivo controllo dello sfruttamento per tutti. Ancora una volta il più forte, specie se sta a monte resta il solo padrone dell’acqua!


Analizzare i problemi, individuare le soluzioni. Ma soprattutto conoscere le tematica con l’aiuto di esperti: questo lo scopo dell’incontro. Un faccia a faccia con un giornalista specializzato, un economista ed un militare esperto dei temi.

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