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venerdì 15 dicembre 2023

L’ 8 settembre visto da un allievo del’Accademia Navale di Livorno

 APPROFONDIMENTI


Sergio  Benedetto  Sabetta

 

            Quanto riportato di seguito è tratto dalla lettera spedita nel 1944 dall’allievo di ruolo del II anno Giuseppe Andreatta al padre Comandante Ernani Antonio, internato in Tailandia con l’equipaggio della motonave “Sumatra”, autoaffondatasi nel 1941.

            Dal testo emerge chiaramente la sorpresa, lo smarrimento sia degli allievi che dei loro ufficiali istruttori alla improvvisa notizia dell’armistizio all’alba dell’8 settembre 1943, con le conseguenti indecisioni, ma nonostante tutto si cerca di riorganizzarsi con la decisione dell’Alto Comando della Regia Accademia Navale di continuare i corsi nonostante la perplessità degli allievi:

            “… Spuntava l’alba dell’8 settembre e le due navi (“Vespucci” e “Colombo”) si preparavano ad una delle solite uscite della durata di 12 ore nel Golfo di Trieste, per dare modo a noi allievi di imparare qualcosa sull’arte del veleggiare, quando improvvisamente giunse l’ordine di sospendere ogni movimento. Le domande più disparate si incrociavano alle più impensate risposte, le opinioni più strambe si alternavano alle discussioni più assurde. Verso le 14, giunse l’ordine di salpare per destinazione ignota. Alle 16 lentamente e maestosamente le due navi una dietro l’altra lasciavano il porto e dirigevano su Pola. La velocità non era molto elevata, sei nodi, il mare e il tempo magnifici: una tonda Luna illuminava le acque e dava a tutto il paesaggio un aspetto meraviglioso.

            Tutte le navi che si trovavano nel porto al più presto cercarono di salpare e di dirigere verso sud. Ci passarono dinanzi il “Saturnia” e il “Giulio Cesare” e altri mercantili. Alle 2, il Comandante della nave diede a tutti la notizia dell’armistizio accolto dai marinai con segni di giubilo, da noi con un senso di penoso scoramento. Mi trovavo di vedetta sulla “coffa di trinchetto” e la notizia mi fece una impressione enorme: la guerra inevitabilmente perduta, tutte le nostre aspirazioni, i nostri sogni, il nostro futuro distrutto.

            La vita cominciava a darmi i primi colpi: fulminea, istantanea sorse in me l’idea che ormai non c’era più niente da fare, che la mia carriera era distrutta e impossibile: non mi restava che dare le dimissioni non appena fossimo giunti a destinazione. Ma le cose non erano così semplici: il destino ci attendeva al varco per divertirsi. E così fu. Da allora tutta la mia vita non è stata che una beffa ironica.

            Giungemmo a Pola alle 2 di notte del 9 settembre ed ivi restammo sino alla mattina per far viveri. Verso le 9, un aereo tedesco ci sorvolò senza dar segno di aggressione, la corazzata “Giulio Cesare” si preparava a partire. Interrompemmo i rifornimenti e salpammo alla volta di Lussino. La nostra odissea che doveva durare sei giorni era cominciata: le condizioni atmosferiche erano sempre ottime e tutti noi presi dalla bellezza della navigazione tra quelle isole di sogno vivevamo inconsci del pericolo che da ogni parte ci poteva sovrastare.

            Intanto la radio annunciava le prime notizie: i tedeschi si impadronivano dell’Italia, i soldati italiani si consegnavano spontaneamente credendo che presto sarebbero andati a casa, altri se ne andavano direttamente, la disorganizzazione più completa regnava ovunque. Peggio di così un armistizio non si poteva fare. Gli alleati di ieri sono i nemici di oggi: abbiamo tradito i tedeschi e non ci restava che consegnarci agli  ex nemici. Così pensavano gli alti comandi  e così tentarono di fare: gran parte di noi allievi non la pensava così: le discussioni si accendevano, i partiti si formavano, gli equipaggi borbottavano. A bordo del “Vespucci” sorse qualche disordine, sul “Colombo” la calma era relativa. Tutta l’Italia era in fiamme.

            A Lussino non c’è acqua, non ci si può fermare e dopo lunghi giri dinanzi all’isola si prende l’alto mare e si dirige per sud. Sono in plancia, al brogliaccio intercetto per caso una cifratura di un dispaccio  ricevuto in quel momento “Dirigere su Cattaro alt – rotta d’altura – alt”: così diceva il cifrato si avvista una motovedetta tedesca che fortunatamente scompare quanto prima all’orizzonte. La sagoma di un sommergibile ci fa rabbrividire tutti per un istante ma anche questa scompare. La fortuna ci assiste e ci assisterà in un modo sfacciato. Credo che le uniche armi a bordo fossero stati i moschetti del picchetto. La magnifica alberatura della quale le due navi andavano fiere diventava ora immensamente pericolosa. “Scroccammo” i “controvelacci” e disalberammo gli alberetti per diminuire un poco la visibilità. Il mare era sempre calmissimo ed il tempo stupendo.

            All’altezza di Cattaro, ricevemmo una comunicazione la quale diceva che in quella località si trovavano i tedeschi: aggiungeva tra l’altro di non comunicare più con nessuno e di non fare affidamento su alcuna trasmissione. Eravamo dunque soli in mezzo all’Adriatico nell’impossibilità di comunicare: radio Roma aveva cessato di trasmettere. I viveri non erano molto abbondanti ma più che sufficienti, l’acqua scarsa, il combustibile abbondante, le macchine erano una incognita. Si inverte la rotta, poi si accosta di 90° e si dirige per Ovest, indi si decide, o meglio, i Comandanti decidono inconsciamente di ritornare verso Nord a Venezia, dato che hanno saputo che quella città è ancora libera e resiste ai tedeschi. Ma di preciso non si sa niente, soltanto che queste due “antiche caravelle” cariche di allievi si trovano in completa balia del destino. E questo fu fin troppo benevolo dato che ne abusammo più di quello che non fosse necessario.

            All’altezza del Po, incontrammo un peschereccio che scappava da Venezia poiché la città stava per essere presa dai tedeschi: “Invertite la rotta! I tedeschi hanno già preso il porto e l’idroscalo; la motonave “Saturnia” dopo aver preso a bordo gli allievi (erano questi gli allievi o meglio i concorrenti del primo corso che si trovavano a Venezia per sostenere gli esami di concorso) è partita verso il Sud!” così dicevano i pescatori.

            E per l’ennesima volta cambiammo rotta: la calma incomincia a mancare, i nervi si tendono sempre più, la paura che la fortuna ci abbandoni diventa sempre maggiore; basterebbe un aereo con due bombe per spacciarci. Decidono allora di puntare su Ancona per vedere s quella zona era ancora libera ma ben presto si ritorna sopra su quella decisione per invertire la rotta ancora una volta allo scopo di dirigere alle foci del Po: quivi le navi sarebbero andate in secca e ognuno sarebbe andato per i fatti suoi: l’incoscienza del comando era massima.

            Poco più sopra di Ancona, il grido di una vedetta ci fa sussultare: “ Sommergibile a dritta!” Infatti una torretta, coronata da due poderosi baffi bianchi a prora, veniva verso di noi con rotta di collisione. Per un momento la sensazione che tutto era finito, che la nostra odissea sarebbe terminata tragicamente aleggiò su tutti noi; se non che, le precisazioni del Comandante che assicurò, dopo aver scrutato attraverso il cannocchiale, che la bandiera risultava nazionale, risollevò d’un colpo gli spiriti. Si trattava infatti del sommergibile “Ametiste”  che anch’esso come noi girovagava per l’Adriatico in cerca di un asilo sicuro. Breve intervista tra i comandanti e, per un’ ultima  volta, si inverte la rotta: la meta è rappresentata dalle isole Tremiti, sotto il Gargano, dove sembra che non ci siano tedeschi. Considerando però che queste isole erano sotto la diretta minaccia degli aerei di base a Foggia, poco distante per via aria, decidono alla fine di dirigere su Brindisi. All’altezza di questa località due corvette italiane ci vengono a prendere; ansimando le due navi si accingono all’ultima fatica, ma la macchina del “Colombo” non resiste e con un profondo sospiro seguito da uno schianto metallico si arresta.

            Per fortuna, ci sono i motori ausiliari che permettono di continuare. Dopo sei giorni di vicissitudini, di cielo e di mare, di timori e di speranze, di notti passate in coperta, finalmente un poco di riposo e di quiete.

            A Brindisi troviamo sia gli allievi della 1° e 3° classe che erano fuggiti da Venezia sulla motonave “Saturnia” assieme a tutti professori e al personale dell’Accademia. … “

Da : Memorie di guerra e di naufragi, 53 -55, in E. Andreatta, C. Gatti, B. Malatesta, B. Sacella, P. Schiaffino, Le storie nella scia. Tutti hanno il loro mare, Tipografia Meca, Recco, 2022.

 


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