Cerca nel blog

martedì 19 dicembre 2023

Gli sviluppi della minaccia fondamentalista islamica dal F.I.S. ad AL QAEDA

 UNA FINESTRA SUL MONDO

Antonella Troiani 

(2011) 

Il blitz che, lo scorso 16 gennaio, ha colpito l’impianto di In Amenas, a 30 Km dal confine che separa l’Algeria dalla Libia, dimostra che l’onda lunga del jihad islamico è arrivata nell’Africa Saheliana. L’azione, guidata da Mokhtar Belmokhtar, figura di spicco del terrorismo nel Sahara-Sahel, ex combattente qaedista, e ora capo del Battaglione di Coloro che Firmano con il Sangue, è stata una rappresaglia contro l’intervento francese in Mali e l’appoggio fornito alle operazioni dall’Algeria. L’azione perpetrata a In Amenas, dunque, non è stata terroristica, ma una vera e propria azione militare, pianificata con cura e attuata da uomini esperti, ben armati e ben addestrati alla guerra irregolare. E’ un’azione che va collocata nel contesto del jihad regionale, la cornice di un quadro maghrebino-saheliano, all’interno del quale diversi gruppi competono tra loro per accaparrare territorio nella regione e colpire l’Occidente, senza la necessità di oltrepassare i confini; si perpetrano azioni , stando seduti nel salotto di casa propria. E’ qui che si dipana l’impasse del rebus algerino, ovvero culla della cellula di Al Qaeda nel Maghreb e protagonista della nuova ondata jihadista  nel Sahara. L’Algeria è il punto di irraggiamento del salafismo, che trova terreno di coltura nella sua forma più estrema e violenta. Ciò è dovuto anche alla natura del territorio, desertico, impervio e poco controllato nel quale fin dalla loro nascita trovano rifugio gruppi salafiti-jihadisti e qaedisti. L’entrata in scena del primo partito islamico in Algeria si ha nel 1989, a seguito dell’introduzione del multipartitismo; il partito in questione è il FIS, ovvero Fronte Islamico di Salvezza, appoggiato dal suo braccio destro armato il GIA (Gruppo Islamico Armato). Gli anni novanta algerini si caratterizzano come gli anni di piombo, in quanto l’escalation della violenza diventerà la costante di quel periodo, la cui degenerazione partorisce un nuovo gruppo terroristico: il GSPC (Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento). Il gruppo è guidato dall’emiro Abdelmalek Droukdel, il quale mostra immediatamente un forte interesse per le realtà jihadiste globali. Il gruppo, stanziatosi nella regione della Cabilia, a nord-est dell’Algeria, è figlio di un jihad regionale i cui padri sono stati quegli arabi-afghani veterani del jihad antisovietico in Afghanistan negli anni ’80 che vennero convocati in Sudan da Osama Bin Laden per formare il primo avamposto della allora nascente avanguardia islamista, Al Qaeda (la base) da cui diffondere il jihad nel mondo: nei Balcani (Bosnia, 1992), nel Corno d’Africa (Somalia, 1993), nel Caucaso (Cecenia, 1996) e ancora in Afghanistan (con i talebani, 1996). Insomma, ovunque fosse in corso un conflitto che coinvolgesse musulmani. Nel 2001, con l’attentato alle Torri Gemelle, Al Qaeda raggiunge lo zenit; colpisce dall’interno il simbolo dell’Occidente e smaschera la sua vulnerabilità: l’America. All’indomani dell’attacco terroristico, avendo raggiunto un importante risultato politico ed organizzativo- dimostrare al mondo che Al Qaeda ancora esiste ed è molto forte- inizia la seconda fase di mutamento della cellula qaedista che si palesa con l’accentramento della propria attività nelle mani dei gruppi regionali. Uno dei gruppi locali più importanti nasce nel 2007 in Algeria sotto la sigla AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico). In realtà risale al settembre 2006 l’adesione ufficiale ad Al Qaeda del GSPC algerino; l’allora vice di Bin Laden, Ayman al-Zawahiri, in occasione del 5° anniversario degli attacchi dell’11 settembre annunciò alla umma islamica la bušrā (buona notizia) dell’adesione del GSPC all’organizzazione terroristica. Il gruppo ha un cervello indipendente da Al Qaeda “central” e sviluppa un nuovo fronte che tenta di infiltrarsi nel tessuto sociale e culturale del paese. Infatti la particolarità di AQMI sta nella specificità del jihadismo algerino, caratterizzato da una evoluzione e da uno sviluppo che hanno risentito della globalità qaedista, ma che hanno mantenuto dei caratteri locali non rintracciabili negli altri gruppi del network, sia dalla eterogeneità di tradizioni e scuole islamiche presenti nella regione del Maghreb e del Sahel, spesso influenzate dal forte retaggio delle culture etnico-tribali dell’area. A seguito dell’attentato perpetrato da AQMI, l’11 dicembre 2007, contro gli uffici delle Nazioni Unite ad Algeri, si ha la rottura definitiva tra Droukdel, capo di AQMI, e Belmokhtar, veterano della guerra civile algerina nelle fila del GIA. L’uno, Droukdel, personifica la leadership di AQMI in Cabilia, l’altro, Belmokhtar, la leadership saheliana, che ha portato alla nascita del MUJAO (Movimento per l’Unità ed il Jihad nell’Africa Occidentale), gruppo di ispirazione qaedista composto prevalentemente da miliziani della Mauritania, del Mali e del Niger e specializzato nel business dei rapimenti. Nel 2012 Belmokhtar fonda il Battaglione di Coloro che Firmano con il Sangue e si spinge sempre più verso il deserto, dove ricopre un ruolo centrale nel controllo delle rotte del traffico di stupefacenti ed armi nel Sahel, senza abbandonare la vocazione ideologica e lo scopo politico della propria militanza qaedista rivolti ad una dialettica globale del jihad. I fattori di novità del nuovo modus operandi da parte del movimento jihadista nordafricano è emerso durante la guerra in Mali. Si è approfittato della fragilità o dell’assenza delle istituzioni politiche statali per sostituirsi ad esse ed imporre una propria amministrazione, basata sull’applicazione rigorosa della sharia. Negli ultimi anni, Al Qaeda ha cambiato il modo in cui essa stabilisce radici locali in una nuova area, prestando molta più attenzione alle peculiarità locali e lo sviluppo di agende e narrazioni specifiche per paese. In un contesto politico in transizione come quello del Nord Africa, la spinta destabilizzante di Al Qaeda potrebbe trovare altro spazio d’azione e rappresentare per il jihadismo globale non più una mera organizzazione, bensì una vera e propria ideologia. Per quanto non esistano certezze circa l’effettiva complicità dell’Algeria nella crisi del Sahel, un punto fisso resta: Algeri è l’attore inevitabile della regione, da coinvolgere in tutti i modi per la risoluzione della situazione nella fascia sahelo-sahariana, e chiave di volta delle strategie antiterroristiche nell’area.

 


 

La Carta illustra i gruppi attivi e i principali focolai di instabilità e insicurezza nella regione maghrebina-saheliana

 

 

 

Antonella Troiani, dott.ssa magistrale in Relazioni Internazionali e studentessa del master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale, Università degli studi di Roma “La Sapienza”.


Nessun commento:

Posta un commento