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mercoledì 10 marzo 2021

Osvaldo Biribicchi. Il Regio Esercito nel 1944

 APPROFONDIMENTI





1943-1945: il ruolo dei reparti regolari dell’Esercito nella Campagna d’Italia al fianco degli Alleati

di

Osvaldo Biribicchi

 

Nella primavera del 1943 le forze armate italiane, dopo la tragica ritirata dalla Russia e la resa in Nord Africa, il 12 maggio 1943, non erano più in grado di tener testa agli avversari. Di ciò erano consapevoli Mussolini, il Re e milioni di cittadini ormai stanchi di lutti ed inutili sacrifici. Prolungare un conflitto ormai perduto avrebbe significato solamente aggravare la già critica situazione economica e sociale, rinviare la sconfitta finale, esporre l’Italia ad ulteriori perdite di vite umane e distruzioni apocalittiche. Fu in questa atmosfera che gli anglo-americani si prepararono ad invadere la penisola. La caduta di Lampedusa e Pantelleria l’11 ed il 12 giugno 1943 fu la premessa dello sbarco degli Alleati in Sicilia, che avvenne il 10 luglio tra Siracusa e Licata, in attuazione della operazione Husky. Iniziava la cosiddetta Campagna d’Italia che per i tedeschi invece sarebbe iniziata la sera dell’8 settembre 1943 nel momento in cui Badoglio annunciò l’armistizio. Per entrambi terminerà il 2 maggio 1945 con la firma nella Reggia di Caserta della resa di tutte le forze tedesche in Italia. In Sicilia, il 12 luglio la linea di difesa costiera italo-tedesca fu sfondata. Pochi giorni dopo, il 19, Mussolini si incontrò a Feltre con Hitler con l’intenzione di esporre all’alleato la drammatica situazione in cui versava l’Italia e l’impossibilità a poter continuare la guerra. Di fronte a Hitler, determinato a proseguire ad oltranza la lotta fino alle estreme conseguenze, Mussolini che ormai aveva esaurito ogni energia non trovò la forza di esporre ciò che i suoi più stretti collaboratori, fra questi il Capo di Stato Maggiore Generale Ambrosio, gli avevano suggerito. Nelle stesse ore in cui si svolgeva quell’incontro, Roma veniva bombardata pesantemente (dalle ore 11,05 alle 14,20) da circa 200 bombardieri americani che, in sei successive ondate, colpirono i quartieri San Lorenzo e Tiburtino, sedi di importanti scali ferroviari, Prenestino, Tuscolano e Casal Bertone. Fu colpito anche il Cimitero del Verano. Le vittime accertate furono 1.486. L’impatto sul morale della popolazione già provata fu notevole; Pio XII uscì dal Vaticano e si recò nei luoghi del bombardamento invocando la pace e la fine del conflitto. In Sicilia le forze italo-tedesche continuavano a combattere contro gli anglo-americani che il 22 luglio entravano a Palermo, prima grande città europea ad essere liberata dagli Alleati. Due giorni dopo fu tenuto il Gran Consiglio del Fascismo[1] che si concluse a tarda notte con l’approvazione di un Ordine del Giorno (il cosiddetto Ordine del Giorno Grandi) in cui si imponeva al Capo del Governo di rimettere ogni potere nelle mani del Re. Tutti erano convinti che una volta rimosso Mussolini, eventualmente sostituto dallo stesso Grandi ex ambasciatore a Londra, ci sarebbero state concrete possibilità di intavolare trattative con gli Alleati per una pace onorevole, salvando l’integrità nazionale, la monarchia ed il fascismo stesso. Il 25 luglio, una data che rimarrà ben incisa nella storia recente d’Italia, Mussolini si recò presso la residenza del Re, a Villa Savoia, per partecipargli la decisione del Gran Consiglio. Vittorio Emanuele III, dopo oltre 22 anni di stretta collaborazione, lo fece arrestare dai carabinieri ed affidò il Governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, ex Capo di Stato Maggiore Generale, che nel suo proclama agli italiani dichiarò: «Per ordine di S.M. il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua […]  La consegna ricevuta è chiara e precisa […] chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito». In pratica si assistette ad un rivolgimento tutto interno all’ambiente monarchico-fascista, la monarchia abbandonava il fascismo a sé stesso, togliendogli ogni potere. Questo è uno dei punti cruciali di quello che sarà il momento delle scelte all’indomani della crisi armistiziale e delle sue tragiche conseguenze. Pietro Badoglio formò un governo di militari ed alti funzionari dello Stato, tutti fino a poche ore prima di “provata fede fascista”. Il comportamento ambiguo, le incertezze ed i ritardi con cui il governo Badoglio avviò contatti segreti per trovare un accordo con gli Alleati furono così tanti e persistenti da ingenerare in questi ultimi seri dubbi sulle reali intenzioni degli italiani. Badoglio, che non voleva rivelare ad Hitler le proprie intenzioni, non predispose nulla dal punto di vista militare per evitare l’afflusso in Italia, dopo la destituzione di Mussolini, di ingenti forze tedesche. Dal 26 luglio al 18 agosto, infatti, in attuazione del piano di operazioni Alarico[2] predisposto già da maggio del 1943, i tedeschi fecero affluire in Italia attraverso il Brennero, il Passo di Tarvisio e gli altri valichi alpini 17 divisioni e 2 brigate in rinforzo a quelle già presenti. Formalmente queste truppe scendevano nella penisola in aiuto degli italiani impegnati a contrastare gli anglo-americani in Sicilia[3], in realtà si predisponevano ad occuparla nel caso in cui il governo Badoglio si fosse ritirato dalla guerra. Il 31 luglio il governo italiano decideva segretamente di avviare colloqui attraverso i normali canali diplomatici con gli Alleati. Nelle ore pomeridiane del 3 settembre 1943, sotto una tenda piantata negli aranceti nella piana di Cassibile in Sicilia, veniva firmato l’armistizio, passato alla storia come Armistizio Corto, un documento ambiguo (tra l’altro non vi era alcun cenno al trattamento dei prigionieri italiani in mano alleata), approvato da Badoglio il quale sperava di poterlo rinegoziare da posizioni migliori in futuro. Tale armistizio fu poi annunciato da Eisenhower da Radio Algeri alle ore 16,30 dell’8 settembre 1943. Badoglio, sconcertato in quanto si aspettava erroneamente l’annuncio non prima del 12 settembre, si risolse a proclamarlo con una trasmissione che l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, la progenitrice della odierna RAI) mise in onda alle 19,45. All’annuncio dell’armistizio, ai tedeschi non restò che mettere in atto senza più indugi il piano Alarico. In un clima di grandissima confusione, iniziò quella che è passata alla storia come la fuga di Pescara. Il Re, Badoglio ed i massimi vertici militari abbandonarono precipitosamente Roma alla volta di Pescara e subito dopo di Ortona per imbarcarsi sulla corvetta Baionetta. Gli Alleati intanto proseguivano la lenta ma inarrestabile risalita della penisola continuando ed intensificando i bombardamenti aerei; furono particolarmente colpite le città di Napoli, Salerno, Foggia, Bologna, Torino, Genova e soprattutto Milano[4]. Non solo le grandi, ma anche decine di piccole città e paesi che non erano sedi né di fabbriche né di caserme furono oggetto di bombardamenti aerei. A Frascati, piccolo centro dei Castelli Romani, ove si trovava il quartier generale di Kesselring, il giorno dell’armistizio 130 bombardieri americani sganciarono 1.300 bombe che causarono 500 morti tra i civili e 200 fra i militari tedeschi. Il tributo pagato dalla popolazione a causa dei bombardamenti aerei nel corso di tutta la Campagna d’Italia fu altissimo[5]. Nelle stesse ore in cui il convoglio con le massime cariche dello Stato si dirigeva indisturbato verso la costa adriatica le forze armate italiane, disorientate ed in mancanza di disposizioni operative chiare e precise, iniziavano a sfaldarsi progressivamente. La nuovissima corazzata Roma, con a bordo l’ammiraglio Bergamini, veniva affondata nelle vicinanze dell’Isola dell’Asinara in Sardegna da aerei tedeschi decollati da Istres in Francia; nella capitale avvenivano i primi scontri tra reparti del regio esercito e tedeschi; la 5a armata americana al comando del generale Clark sbarcava nel golfo di Salerno dove incontrava una accanita difesa tedesca. La mattina dell’11 settembre il Re e Badoglio sbarcarono a Brindisi, a partire da quel momento nacque il cosiddetto Regno del Sud al fine di garantire formalmente la continuità della sovranità dello Stato italiano[6]. Il giorno dopo, il 12 settembre, paracadutisti tedeschi liberavano Mussolini tenuto prigioniero in un albergo sul Gran Sasso in Abruzzo. Ebbene, in quel periodo convulso e travagliato gli Alleati acconsentirono non senza diffidenza e dietro insistente richiesta del governo Badoglio, che voleva concorrere attivamente alla liberazione del Paese dall’occupazione tedesca, alla costituzione di una unità combattente. Il 27 settembre 1943 in Puglia, diciannove giorni dopo l’armistizio, nasceva il 1o Raggruppamento Motorizzato, l’embrione del nuovo esercito, formato con unità prelevate dal LI Corpo d’Armata e dalle Divisioni “Legnano”, “Piceno” e “Mantova” oltre a 2 battaglioni e due sezioni Carabinieri. L’unità fu posta al comando del generale Dapino. Intanto, la situazione politico-militare progrediva rapidamente: il 29 settembre fu firmato l’Armistizio Lungo o armistizio di Malta l'atto con il quale vennero precisate le condizioni della resa senza condizioni già contenute genericamente nell'armistizio di Cassibile (armistizio corto) che rimarranno in vigore fino al 10 febbraio 1947 quando il Primo Ministro De Gasperi firmerà a Parigi il Trattato di pace. Con la firma del cosiddetto armistizio lungo l’Italia liberata fu costretta a fornire agli anglo-americani tutto ciò che rimaneva delle proprie risorse finanziarie ed infrastrutturali. Il 13 ottobre il governo Badoglio, la cui attività amministrativa era stata sottoposta al diretto controllo anglo-americano, al fine di chiarire la propria condotta politico-militare dichiarò guerra alla Germania. A partire da questa data, il Regno del Sud assunse la posizione di cobelligerante ovvero non fu più considerato nemico ma neanche alleato nel senso stretto del termine. I tedeschi, a loro volta, riconobbero ai militari del Regno del Sud, fino a quel momento considerati alla stregua di banditi, lo status di combattenti nemici “legali”.             L’8 dicembre 1943, il 1o Raggruppamento Motorizzato ebbe il battesimo del fuoco a Monte Lungo in Campania. L’attacco non riuscì a conseguire l’obiettivo prefissato e fu ripetuto, questa volta con successo, il 16 dicembre con il supporto degli americani. Alla fine di gennaio 1944, il comando dell’unità operativa fu assegnato al generale Umberto Utili che il 31 marzo la guidò in un’altra battaglia importante della Campagna d’Italia quella di Monte Marrone della catena montuosa delle Mainarde al confine tra Lazio e Molise. Dopo i successi di Monte Lungo e di Monte Marrone gli Alleati autorizzarono la trasformazione del 1° Raggruppamento Motorizzato in una unità più consistente. Il 18 aprile 1944 nasceva il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) con una consistenza di 25.000 uomini, espressione della ferma volontà del Regno del Sud di impegnarsi al fianco degli Alleati contro i tedeschi. Il C.I.L. operò prima sulle Mainarde, inquadrato nel Corpo di Spedizione Francese, poi sul litorale adriatico alle dipendenze del V Corpo d’Armata britannico. Negli stessi giorni in cui il generale Utili assumeva il comando del 1° Raggruppamento Motorizzato il VI Corpo d’Armata americano sbarcava a sud di Roma tra Anzio e Nettuno. I tedeschi furono sul punto di ricacciare in mare gli Alleati i quali impiegarono più di quattro mesi prima di riuscire, il 4 giugno 1944, ad entrare a Roma distante solo una cinquantina di chilometri.

Il C.I.L. nel 1944 affrontò tre cicli operativi risalendo la penisola dal Sangro al Metauro. Il primo ciclo lo possiamo inquadrare nel periodo 18-31 maggio, nella zona delle Mainarde come detto. Il secondo dal 1° giugno al 16 agosto nel settore adriatico che si concretizzò in una avanzata di 350 chilometri. Nei giorni dall’8 all’11 giugno il C.I.L. liberò Chieti, successivamente raggiunse l’Aquila e Teramo, città sgomberate dai tedeschi poche ore prima dell’arrivo delle avanguardie italiane. Il 17 giugno passò alle dipendenze del Corpo d’Armata polacco; il giorno seguente venne liberata Ascoli Piceno, il 30 giugno Macerata. Nel periodo 6-9 luglio si svolse la battaglia di Filottrano propedeutica alla liberazione di Ancona che avvenne il 18 luglio. Il terzo ed ultimo ciclo, 17-31 agosto, fu caratterizzato dallo spostamento dei settori di combattimento verso la media ed alta collina marchigiana; tra il 28 ed il 30 agosto furono liberate Urbino e Pegli ove il C.I.L. concluse la sua attività operativa[7] ed il 24 settembre fu sciolto. Dai suoi reparti fu avviata la costituzione dei Gruppi di Combattimento «Legnano» e «Folgore» a cui si sarebbero aggiunti i Gruppi “Cremona”, «Friuli», «Mantova» e «Piceno», tutti armati ed equipaggiati con materiale inglese. Il 31 luglio 1944, infatti, la Commissione Alleata di Controllo aveva autorizzato la preparazione di sei Gruppi di Combattimento, unità di livello divisionale con un organico di circa 9.500 uomini. Il Gruppo di Combattimento «Piceno» fu trasformato in centro di addestramento complementi e pertanto non prese parte ai combattimenti. Dei cinque gruppi operativi, quattro: il «Cremona», il «Friuli», il «Folgore» ed il «Legnano», furono impiegati in combattimento nel periodo 14 gennaio –                                                          23 marzo 1945 mentre il «Mantova» rimase in riserva. Gli Alleati vi inserirono delle unità di collegamento, le British Liaison Units (B.L.U.), che avevano il duplice compito di facilitare tecnicamente le comunicazioni tra comandi anglo-americani ed italiani e controllare l’operato di questi ultimi verso i quali nutrivano ancora scarsa fiducia. Successivamente, di fronte all’impegno, al valore ed al sacrificio dei soldati italiani queste riserve furono spazzate via lasciando il posto ai più ampi attestati di stima ed amicizia da parte degli Alleati.                ...............................................................................................                        All’inizio del 1945 la sconfitta della Germania appariva ormai inesorabile. La Campagna d’Italia volgeva al termine ed uno degli obiettivi principali era quello di impedire, in vista del dopoguerra, che i tedeschi distruggessero ciò che di ancora efficiente era rimasto dell’apparato industriale nel nord Italia. Il piano alleato prevedeva di sfondare le difese della linea Gotica con una manovra a tenaglia su Bologna, l’infiltrazione rapida di truppe nel cuore della Valle Padana ed una contemporanea puntata offensiva su Venezia, Trieste, La Spezia e Genova. L’offensiva venne lanciata il 9 aprile 1945, preceduta da un intensissimo bombardamento di artiglieria ed aereo. Le difese tedesche, fisse ed ancorate al terreno, furono investite e travolte in più punti. Il 21 aprile Bologna fu raggiunta dalle unità polacche e dai Gruppi di Combattimento, la rotta tedesca assunse proporzioni sempre più gravi. Il 30 aprile gli Alleati entrarono a Torino, Milano e Venezia, due giorni dopo a Trieste. La progressione degli Alleati e la contemporanea convergenza di tutte le forze insurrezionali che liberarono le grandi città prima dell’arrivo degli anglo-americani, impedì la temuta distruzione generale minacciata dai tedeschi di ogni infrastruttura economicamente utile. L’annuncio della resa di tutte le forze tedesche in Italia, firmata il 29 aprile, fu annunciata il 2 maggio. La Campagna d’Italia terminava sei giorni prima della fine della guerra in Europa, convenzionalmente fissata l’8 maggio con la firma a Reims della resa generale tedesca, e una settimana dopo la fine della Guerra di Liberazione, conclusasi il 25 aprile nel giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale. Il senso della Campagna d’Italia vista dagli Alleati è racchiuso nelle parole del Generale Alexander: «Quali che siano le valutazioni che possono farsi sull’importanza della Campagna, esse vanno espresse non in termini di terreno conquistato, poiché il terreno non era vitale, nel ristretto senso della parola, né per noi né per il nemico, ma considerando le conseguenze che essa ebbe sulla guerra nel suo complesso. Le armate alleate in Italia non vennero impegnate contro le principali armate nemiche, e i loro attacchi non furono diretti, come lo furono quelli degli alleati a ovest e dei russi ad est, contro il cuore della Patria tedesca e i centri nevralgici dell’esistenza nazionale della Germania. Il nostro ruolo fu subordinato e preparatorio. Dieci mesi prima che da ovest venisse lanciato il grande assalto, la nostra invasione dell’Italia, all’inizio condotta con forze molto moderate, attirò in quelle remote regioni truppe che, se impiegate in Francia, avrebbero potuto far pendere la bilancia dall’altra parte. Col progredire della Campagna, un sempre crescente numero di forze tedesche affluì a contrastarci il passo. I supremi amministratori della strategia alleata ebbero sempre cura di provvedere affinché le nostre forze non superassero mai il minimo necessario a consentire di assolvere i nostri compiti; durante quei 20 mesi, non meno di 21 divisioni vennero sottratte al mio comando a beneficio di altri teatri d’operazioni. I tedeschi non operarono detrazioni paragonabili alle nostre. Tranne che per un breve periodo della primavera del 1944, essi ebbero in Italia un numero di formazioni sempre superiore al nostro, e noi sapemmo fare così buon uso di quel breve ed eccezionale periodo che nell’estate del 1944, il momento critico della guerra, i tedeschi furono costretti a dirottare otto divisioni verso il nostro teatro d’operazioni secondario. A quel tempo, quando l’importanza del nostro contributo strategico aveva raggiunto il suo punto massimo, 55 divisioni tedesche furono inchiodate nel Mediterraneo dalla minaccia, effettiva o potenziale, costituita dalle nostre armate in Italia. I dati comparati sulle perdite ci dicono la stessa storia. Da parte tedesca, esse ammontarono a 536.000 uomini. Le perdite alleate furono 312.000 uomini. La differenza è ancora più notevole se si considera che fummo sempre noi ad attaccare. Quattro volte effettuammo quella che è la più difficile operazione della guerra, uno sbarco anfibio. Tre volte lanciammo un’offensiva preordinata con la forza di un intero gruppo di armate. In nessun’altra parte di Europa i soldati affrontarono un terreno più difficile e avversari più decisi. La conclusione è che la Campagna d’Italia assolse la sua missione strategica».

 

 



[1] All’interno del Partito Nazionale Fascista si era creata una fronda che faceva capo a Ciano, Grandi e Bottai.

[2] Il piano Alarico a sua volta prevedeva una serie di specifiche operazioni: Schwarz, occupazione e controllo dei principali nodi stradali e ferroviari; Achse, occupazione della base navale di La Spezia; Student, occupazione di Roma e cattura del governo; Eiche, liberazione di Mussolini.

[3] L’operazione Husky,  iniziata il 10 luglio 1943, terminò il 16 agosto con l’ingresso degli Alleati a Messina.

[4] Milano fu bombardata da 916 bombardieri della RAF i quali sganciarono 4.284 tonnellate di bombe su tutta l’area della città nelle notti dell’8, del 13, del 15 e 16 agosto 1943. Fu colpito il 50% degli edifici; le vittime furono 2.000 ed oltre 250.000 gli sfollati. I principali monumenti milanesi furono semidistrutti, il teatro La Scala fu centrato in pieno da una bomba di grosse dimensioni.

 

[5] Secondo l’Istituto Centrale di Statistica, i morti civili per bombardamenti aerei furono 18.376 dal 10 giugno 1940 al 7 settembre 1943 e 41.420 dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.

 

[6] Il 4 giugno 1944, con la liberazione di Roma, si concluse la breve parentesi del Regno del Sud.

 

[7]Complessivamente il Corpo Italiano di Liberazione nel periodo aprile-agosto 1944 ebbe 377 caduti e 880 feriti.

 

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