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venerdì 22 luglio 2022

Prigionia di Guerra. Riflessioni e considerazioni sul Rimpatrio dagli Stati Uniti

 DIBATTITI

    Dizionario minimo della Guerra di Liberazione

Compendio 1945.



Gli americani avevano interesse a far rientrare i prigionieri italiani, proprio nel momento in cui i soldati americani, smobilitati, ritornavano negli Stati Uniti. Se questo rimpatrio non avvenne con la celerità necessaria, lo si deve ad altre ragioni, che investono i rapporti all’interno della coalizione antihitleriana.

Sul trattamento dei prigionieri di guerra si discusse a lungo anche all’interno dell’alleanza, ma senza raggiungere un accordo comune. I sovietici si mostrarono disposti a concessioni su molti punti, ma furono irremovibili sulla questione dei prigionieri. Quando questa venne sollevata nelle discussioni della Commissione Consultiva Europea, la delegazione sovietica sostenne che tutti i militari tedeschi sarebbero stati considerati alla fine della guerra prigionieri di guerra per un tempo indefinito perché potessero essere utilizzati per la ricostruzione dell’Unione Sovietica. Allo stesso modo, nonostante la dichiarazione di Potsdam in cui si asseriva che i prigionieri di guerra giapponesi sarebbero stati rimandati a casa, il governo sovietico si rifiutò di rimpatriare i propri prigionieri, e li uso come lavoro coatto in Siberia.

Il clima che si era instaurato sulla questione dei prigionieri di guerra e la pressione dell’opinione pubblica spinse i governi anglo-americani a cercare garanzie per i propri soldati prigionieri non solo nei confronti delle forze dell’Asse, ma anche nei confronti dell’URSS. A Yalta fu raggiunto un accordo militare con l’Unione Sovietica secondo cui ogni governo poteva mandare una missione negli altri paesi perché si occupasse dei propri soldati ex-prigionieri, ma l’Unione Sovietica non dette poi l’autorizzazione all’ingresso di queste missioni sul proprio territorio.

L’atteggiamento spregiudicato dell’URSS nei confronti della questione dei prigionieri di guerra fece temere agli alleati occidentali per la sorte dei loro soldati, catturati dai tedeschi e che sarebbero stati poi liberati dall’Armata Rossa. Non si può comprendere ad esempio l’accordo fatto dagli anglo-americani a Yalta con l’Unione Sovietica sul forzato rimpatrio dei soldati sovietici prigionieri venutisi a trovare nelle zone occupate dagli alleati, che tante polemiche ha sollevato in questi ultimi anni, se non si tiene presente che gli anglo-americani temevano possibili ritorsioni sovietiche sui loro prigionieri in caso di un rifiuto. Pur conoscendo la sorte che sarebbe toccata ai prigionieri sovietici al loro ritorno in patria, i due governi decisero di rimandarli indietro perché: “se la scelta è tra procurare difficoltà ai nostri uomini prigionieri o far morire dei russi, la decisione è semplice”.

E proprio in questo senso è significativa la testimonianza di Franco Saraceni.

“Gen. 1946. Nel porto militare di New York la Victory, ci porterà in Italia, fiancheggia una nave militare russa. Dalla coperta possiamo vedere 30/40 uomini che salgono incatenati a bordo di quella nave ed indossano le divise in uso ai prigionieri di guerra, sono P.O.W.!

A quella vista un cappellano americano che stava augurandoci un felice rientro in famiglia si allontana defilandosi in luogo appartato; possiamo scorgerlo che prega inginocchiato con i pugni contratti sotto il mento.

Quegli uomini erano traditori o disertori russi passati nell’esercito tedesco e catturati dagli americani con la resa della Germania. Erano i superstiti di centinaia di loro; gli altri avevano scelto di suicidarsi o farsi uccidere per pietà. L’uno aveva aiutato vicendevolmente l’altro”.

Un’altra tragedia a significare che il rimpatrio non era desiderato da tutti.

Comunque anche gli anglo-americani utilizzarono i prigionieri nelle loro mani, in aperta violazione della convenzione di Ginevra, sia per l’industria di guerra, sia come manodopera agricola anche dopo la fine del conflitto. E’ indicativo il fatto che la Gran Bretagna utilizzo il più alto numero di prigionieri di guerra nel settembre 1946, a più di un anno di distanza dalla fine del conflitto, con 301.000 uomini trasportati da varie parti del mondo, per sopperire alla scarsità di manodopera nella ricostruzione industriale e nell’agricoltura. I prigionieri tedeschi sostituirono gradualmente gli italiani, il cui rimpatrio ebbe inizio nel dicembre 1945, mentre per i tedeschi il rimpatrio ebbe inizio soltanto nell’ottobre del 1946 e si concluse solo nel 1948”.

 

Nell’Italia del 1946 il rimpatrio non significò, spesso, la gioia del rientro in famiglia. Molti problemi cronici della società italiana con la guerra non solo non si erano risolti, ma molto aggravati. Ciò significò per molti prigionieri essere di nuovo alle prese con la sopravvivenza.

Franco Saraceni così sostenne questo aspetto del ritorno:” Il saggio parla. Al campo di Raritan godeva la stima di molti benché mostrasse di non avere disposizione a legarsi di amicizia. Parlava poco di sé e della propria famiglia. Sapeva bene ascoltare ed era pronto ad aiutare i compagni nel modo migliore.

Al rientro in Patria, dal ponte della Victory, ammutolì alla vista di Napoli colpita e dilaniata. Questa è la volta che il saggio mi rivolge la parola per primo”.

“E’ la guerra che volge tutto in peggio, specialmente gli uomini. Tu non devi rattristarti troppo perché forse il brutto te lo sei lasciato alle spalle. Tornerai a Roma per ricominciare a vivere come saprai e meglio potrai. Io invece vado in Abruzzo, la mia terra, che spesso sogno la notte, per riabbracciare i miei e restare un po’ di tempo con loro. Per vivere, appena possibile, rifarò il bagaglio e via verso una terra straniera. Mi attende una miniera e un’altra baracca come quella che tu hai conosciuto da prigioniero ed io dalla prima gioventù.

Quindi non rattristarti, sei un privilegiato senza saperlo. A me invece augurami buona fortuna perché ne ho veramente bisogno”.

 

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