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domenica 15 marzo 2026

Tecnicismo e crisi sociale. Riflessioni sull'umanesimo


Prof. Sergio Benedetto Sabetta



Attualmente vi è una lenta decadenza demografica di valori, di fiducia nel futuro, di coesione, di solidarietà nelle elite di mobilità sociale l’uomo occidentale possiede tecnologia, cultura diffusa, facilità di comunicazione ma ha perso l’orientamento in una frammentazione interna.

Nel mancato rinnovo delle proprie radici le società vengono svuotarsi dall’interno, ma la crisi diventa visibile solo quando è troppo grande la distanza tra immagine e realtà.

Crescita della popolazione, della cultura e dell’economia sono per Todd i punti di forza di una nazione, i modelli familiari costituiscono unità di paragone, ma al centro vi è la demografia che rispecchia la fiducia del futuro, come la chiusura delle elite in una mancata mobilità sociale accompagnata dall’impoverimento culturale fanno sì che il linguaggio, valori e indicazioni sul mondo non siano aderenti alla totalità della nazione in un individualismo esasperato, nella mancata coesione derivante da prospettive non condivise e mancanza di fiducia in obiettivi comuni, la comunicazione non crea coesione ma frammentazione, essendosi rotto l’equilibrio dall’interno.

Il concetto di Occidente nella sua frammentazione sembra essere stato creato per coprire conflitti interni e differenze, forse, sospetta Todd, per giustificare il predominio in questo sostenuto dalla retorica del continuo rinnovarsi, occorre tuttavia la presenza di un avversario per dare un fondamento alla propria superiorità come anche per compattare la Nazione in una differente visione con l’Oriente.

Attualmente l’Occidente non riesce più a sostenere il proprio racconto di una crescita continua, progresso lineare illimitato, espansione illimitata dei diritti, diffusione dei propri valori come norme planetarie. L’elite non riesce più a fornire una indicazione condivisa, ma è diventata auto-referente, frantumata, rinchiusa nel gestire la decadenza, l’Occidente non convince più.

Questi nel perdere la sua centralità può ritornare alla cultura superando l’aspetto imperiale, recuperando gli studi umanistici al là della retorica messianica ed universalistica, la perdita di potenza non è una perdita di valori e di studi, anzi vi è la possibilità di recuperare la capacità critica quale fonte di cultura e bellezza.

L’Occidente non è più la matrice ordinatrice del mondo quale baricentro e misuratore del mondo stesso, tuttavia una civiltà recupera la propria forza quando nel rinunciare a dominare si concentra nei suoi punti di forza, uno dei principali dovrebbe essere la scuola quale formazione dell’essere umano e della coesione sociale della nazione, un problema emerso anche recentemente nei comportamenti dei giovani e nella difesa dello Stato da cui emerge un deficit nella coscienza di una responsabilità delle proprie azioni.

La scuola, rileva Hillman, non è più pensata come formazione umana ma come fabbrica gentile di adattamento, merce umana adatta al mercato del lavoro dove l’educazione deve rendere efficiente, performante e adattabile, rinunciando alla funzione educativa e critica dell’osservazione sul mercato per diventarne parte attiva.

Quello che non è immediatamente ed economicamente valutabile è eliminato, valutazione, riflessione e lentezza sono cancellati, l’imprevedibilità di una riflessione diventa intollerabile per la disciplina ripetibile al consumo.

L’empirismo alla base della società economica attuale considera l’essere umano una Tabula rasa pertanto adatto all’assoluta razionalità illuministica, una immagine contestata dalla riflessione trascendentale di Kant e dalla fenomenologia, nonché da Jung nella sua psicologia analitica quando si riferisce all’universale inconscio collettivo e dalle neuroscienze contemporanee, l’Io è quindi emergente in una necessità educata e coltivata.

L’individuo è imprenditore di se stesso in una affannosa attività prestazionale fallire è una colpa si perde il Daimon, ma quello che non produce valore economico può produrre senso ed equilibrio, l’educare quale maieutica dove insegnare è innanzitutto un atto etico e non tanto tecnico, superando la scuola puramente funzionalista erede dell’Illuminismo e Positivismo.

Nelle mancate tre promesse di redenzione terrena costituita dalla libertà, benessere e pace, si è persa la fiducia nel progresso della Storia in termini teleologici, nel continuo miglioramento dato da un progresso inevitabile fondato sulla razionalità, sostituito dall’attuale incertezza degli eventi.

Vi è un ritorno della violenza, nel mondo senza centro le vecchie regole non valgono più sostituite dal rapporto di forze, la fiducia nel progresso viene quindi sostituita dal ritorno del mito al fine di dare un senso al mondo, la guerra quale fallimento della razionalità economica è rientrata prepotentemente nell’orizzonte Occidentale.

Nella crisi dell’Occidente le problematiche emerse in Italia riguardano in particolare la perdita dei mediatori tra politica e pubblica amministrazione costituiti dai tecnici dentro i partiti a seguito della fine della prima repubblica non possedendo le nuove elite tali capacità, nasce l’illusione che i problemi sociali possano essere risolti da una attività iper-legislativa, con leggi non chiare nei termini e in lunghezza, in una frammentazione di competenze e non con la pedagogia e l’organizzazione, così che si è persa negli ultimi quindici anni dalla crisi del 2009 la capacità di investimento dello stato, un ulteriore elemento che si aggiunge con tutte le sue implicazioni al calo demografico.

In Italia, nella necessità di un dibattito per definire culturalmente chi siamo e cosa vogliamo, si manifesta una paura ideologica di parlare sull’impiego delle Forze Armate e di interessi italiani irrinunciabili, con quali strumenti proteggerli, quali costi materiali e culturali siamo disposti a sostenere per difenderli, una questione culturale se si valuta che in un recente sondaggio su un campione di popolazione tra i 19 e 45 anni solo il 31% ha paura di un coinvolgimento diretto in guerra fidandosi sulle alleanze e equilibrismo diplomatico, solo il 16% è disposto a rispondere ad un richiamo alle armi per difendere il paese, il 19% diserterebbe, il 40% protesterebbe, il 26% propone l’arruolamento di truppe mercenarie, in generale si pensa a una neutralità nella speranza di essere risparmiati da eventuali aggressioni (Limes).

Bibliografia

  • Aresu A., Ma ‘ndo corri, 227-236, Roma in Limes, 11/2025;

  • Todd E., La sconfitta dell’Occidente, Fazi 2024;

  • Hillman J., Il codice dell’anima, Adelphi 1997 

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