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mercoledì 6 novembre 2019

La crisi armistiziale. Note a Margine 3

APPROFONDIMENTI
 Progetto 2019. Materiali


Della disponibilità alla lotta contro i tedeschi dettero prova, a cominciare da Roma, anche semplici cittadini che inviarono propri comitati pres­so i comandi delle grandi unità complesse, o quelli della difesa territo­riale, per chiedere armi al fine di affiancarsi ai soldati. A Roma, a To­rino, a Milano ed altrove i comandi ritennero di non poter aderire alle richieste, rifiutando un concorso che sarebbe stato quanto mai vantag­gioso ai fini morali e quanto mai utile per anticipare i tempi di orga­nizzazione e di entrata in azione della resistenza
Stefani sottolinea "Qualora i vertici e molti altri capi fossero stati pronti a dare te­stimonianze, anche a costo della vita, della loro determinazione nel­l'opporsi ai tedeschi, malgrado la drammaticità di molte situazioni, forse gli eventi avrebbero seguito un corso diverso ‑ basti ricordare la difesa di Roma ‑ e certamente dalla inevitabile sconfitta‑disfatta, non sarebbero derivati il decadimento generale degli ideali e dei sen­timenti di amore della Patria, la diffidenza contro l'autorità e contro qualsiasi forma di guida disciplinata, il misconoscimento dell'onore, dell'obbedienza, dell'impegno, del dovere, dell'ordine e della discipli­na, il rifiuto dello spirito di sacrificio ‑ prìncipi basilari del soldato ‑ che furono le conseguenze più gravi dell'8 settembre e quelle che produssero la disfatta. Valori più o meno sfacciatamente messi in di­sparte, nell'imminenza del pericolo potenziale tedesco, da molti di co­loro che di tali qualità e virtù avrebbero dovuto essere il modello. La causa prima della disfatta fu la penuria di capi competenti e capaci, ricchi di senso del reale, di padronanza di se stessi, di disinteresse personale, di fede nella grandezza del compito, di dignità, di decisio­ne e di tenacia. Ancora peggio fu la mancata celebrazione in tempi posteriori di un processo a tutto lo staff politico e militare. Il silenzio su molte responsabilità venne interpretato come se non vi fosse stata materia per procedere. I processi celebrati a caldo a carico di alcuni generali non valsero a focalizzare le responsabilità a monte. Vi furo­no molti comandanti liberi da ogni colpa, ma ve ne furono altri ‑ che pure in precedenti occasioni avevano reso eminenti servigi alla Pa­tria in pace ed in guerra ‑ che avrebbero dovuto essere chiamati a giustificare il loro comportamento o la loro inerzia.
Per molto meno, nel 1849, era stato condannato e fucilato il generale Ramorino sul quale vennero scaricate, non tutte con fondamento, le responsabilità della sconfitta di Novara ed era stato sottoposto a giudizio del Sena­to del regno e degradato per inettitudine l'ammiraglio Pallion conte di Persano, battuto a Lissa il 20 luglio del 1866 dalla flotta dell'im­pero asburgico".

Si è d'accordo con Stefani che non è il caso, oggi, di intavolare processi o avviare istruttorie, ma, "sul piano storico, è necessario alzare i veli, ripudiare i falsi pudori, bandire gli eufemismi se si vogliono davvero restaurare tutti i valori che l'8 settembre vennero negletti e misconosciuti impu­nemente. Per coprire le responsabilità dei colpevoli furono enfatizzate la superiorità dei tedeschi, l'eccitazione prodotta dall'improvvisa noti­zia dell'armistizio, la disseminazione e la frammentarietà delle unità e degli schieramenti (che pure esisteva), l'insufficienza del tono mo­rale dei singoli e delle unità e la propensione generale a deporre le armi per fare ritorno alle proprie case. Parametri tutti indubbiamen­te presenti, ma che non bastano a spiegare l'8 settembre, senza dire che alcuni di essi erano l'effetto dell'insipienza e dell'imprevidenza dell'alto, e che tanto meno autorizzano a riversare sulla collettività dei gregari le colpe dei capi. Di queste ultime una delle più gravi fu proprio il non aver colto e l'aver trascurato l'anima dell'esercito, la quale, malgrado tutto, sopravviveva e là dove venne valorizzata dette prove luminose della sua vitalità. Altrimenti non vi sarebbero stati i tanti combattimenti ……, il rifiuto corale alla colla­borazione con i tedeschi degli internati militari nei campi di concen­tramento, l'avvio immediato della lotta clandestina armata, la cui or­ganizzazione militare iniziale fu opera esclusiva, o quasi, di ufficiali, sottufficiali, graduati e soldati delle forze armate, soprattutto dell'eser­cito; la ricomparsa, in prima linea, esattamente due mesi dopo (8 di­cembre), della prima formazione dell'esercito regolare sul costone di monte Lungo." Come, nella metà  di ottobre 1943 in Albania, vi erano cinquemila soldati italiani armati, ordinati nel Comando Italiano Truppe alla Montagna, comando organizzato e concordato con le Missioni Alleate in Albania e con il Comando dell'Esercito Liberazione Nazionale Albanese.
  Una configurazione diversa dell'8 settembre è pretestuosa o quanto meno reticente, se non addirittura deliberatamente falsa.


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