Alessia Biasiolo
Giorgio
VI è nato il 14 dicembre 1895 a Norfolk da Giorgio e da Maria di
Teck, duchi di York; la mamma era la figlia maggiore di Francesco di
Teck e di Maria Adelaide di Cambridge.
Quel
giorno moriva il suo bisnonno, Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha,
principe consorte della regina Vittoria, allora in carica.
Per
quello venne battezzato Alberto Federico Arturo Giorgio, tre mesi
dopo la sua nascita. In famiglia lo chiamavano tutti Bertie.
Il
neonato era il quarto in linea di successione al trono, dopo suo
nonno, suo padre e suo fratello maggiore Edoardo. Timido e indeciso,
mancino ma costretto a scrivere con la mano destra come allora si
usava, era balbuziente e spesso doveva portare stecche correttive per
le ginocchia.
Alla
morte della bisnonna Vittoria nel 1901, divenne re Edoardo VII e così
il papà di Bertie venne nominato principe di Galles.
Alberto
frequentò il Royal Naval College come cadetto di Marina, con
risultati non certo brillanti.
Nel
1910 suo padre divenne re con il nome di Giorgio V e il titolo di
principe di Galles passò a suo fratello Edoardo, ora erede al trono.
Alberto
prese servizio in Marina nel 1913 e partecipò alla prima guerra
mondiale sotto il nome di Mr. Johnson; la nave sulla quale era
imbarcato prese parte alla battaglia dello Jutland nel 1916.
Ammalatosi,
ebbe l’occasione poi di passare dalla Marina alla Royal Air Force,
divenendo comandante di squadrone aereo. Gli ultimi mesi di guerra li
passò a Nancy, in Francia.
Tornata
la pace, poté frequentare il Trinity College di Cambridge. Quindi
iniziò ad occuparsi degli affari di corte dal 1920.
Libero
di scegliere la propria moglie, si sposò nel 1923 con Elizabeth
Bowes-Lyon, figlia del conte di Strathmore e Kinghorne, discendente
del re Roberto I di Scozia e del re Enrico VII di Inghilterra.
La
coppia, che andò a vivere al 145 di Piccadilly, a Londra, ebbe due
figlie. Elizabeth Alexandra Mary, nata il 21 aprile 1926, e Margaret
Rose, nata il 21 agosto 1930.
Schivo,
Alberto rifiutò la nomina di governatore generale del Canada nel
1931.
Sarà
la moglie a fargli conoscere il logopedista Lionel Logue che riuscì
a curargli la balbuzie, caratteristica che gli causava molto
imbarazzo. Il rapporto tra i due è stato narrato in un bel film del
2010, “Il discorso del re” di Tom Hooper, in cui re Giorgio è
impersonato da Colin Firth, Oscar come migliore attore, mentre Lionel
Logue è interpretato da Geoffrey Rush.
Alla
morte di re Giorgio V il 20 gennaio 1936, Edoardo divenne re con il
nome di Edoardo VIII. Alberto divenne principe ereditario perché il
fratello non aveva figli.
Il
nuovo Re non voleva però sostenere quel ruolo. Innamorato di una
donna americana divorziata, Wallis Simpson, preferiva condurre una
vita diversa da quella di corte che, tra l’altro, non avrebbe
ammesso una moglie straniera e con quello stato civile. L’abdicazione
era nell’aria, ma Alberto non voleva la carica di Re. La situazione
internazionale, poi, non era delle migliori e la nazificazione della
Germania stava iniziando a preoccupare. Edoardo VIII tuttavia abdicò
in favore del fratello l’11 dicembre 1936 e Bertie divenne re suo
malgrado, scegliendo il nome di Giorgio VI.
Il
primo problema da affrontare era il titolo da conferire al fratello,
avendo egli perduto ogni diritto con l’abdicazione. Quindi, legando
l’onorificenza soltanto alla sua persona e non potendola tramandare
alla sua eventuale stirpe, Edoardo venne insignito duca di Windsor.
L’incoronazione
del Re avvenne il 12 maggio 1937, la stessa data che era stata decisa
per Edoardo. La sera, in diretta radiofonica con la British
Broadcasting Corporation, il Re tenne il discorso alla nazione,
superando le sue paure per la balbuzie e ottenendo un grande consenso
tra i sudditi.
Nel
1939 la coppia reale visitò il Canada e poi gli Stati Uniti: Giorgio
VI fu il primo re del Canada a visitare gli States e la sua presenza
alzò di molto l’approvazione della Corona, ancora risentente dello
scandalo dell’abdicazione di Edoardo.
Il
popolo prese ad amare la coppia reale, anche quando essa decise di
non lasciare Londra, vivendo a Buckingham Palace o al castello di
Windsor, allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Il Re e la sua
famiglia furono sempre molto vicini alla popolazione durante la
guerra e non fecero mai mancare le loro parole di incoraggiamento,
aiutati dal nuovo primo ministro, Winston Churchill, il primo
politico ammesso a comparire dal balcone di Buckingham Palace nel
1945, al termine della guerra.
Il
Re fu anche in Italia per una decina di giorni, durante l’avanzata
delle truppe alleate verso Nord, come ricordato anche da re Carlo
III.
Sotto
il nome di generale Collingwood, Giorgio VI attraversò parte del
territorio liberato passando per Cassino, Napoli, Perugia, Arezzo,
Castiglione del Lago, Castellina in Chianti, Cecina tra gli altri;
visitò i reparti britannici, polacchi, neozelandesi, indiani e
americani tra lo sfondamento della Linea Gustav ottenuto con la
sconfitta di Montecassino (con le rovine dell’abazia che di certo
anche a lui, come a tutti, devono avere causato una forte
impressione), e lo scontro sulla Linea Gotica (con quella che per i
britannici era l’Operazione “Olive”, sul fronte adriatico), con
la successiva Battaglia di Rimini.
Il
Re si rese conto della situazione visitando le rovine dei paesi, i
quartieri generali e gli ospedali da campo, pernottando anche in
tenda e transitando per zone ancora non completamente sicure.
Della
sua visita abbiamo alcune testimonianze, come la colonna nel Comune
di Cervaro che riporta la data del 22 luglio 1944 come presenza del
Re durante la visita di Cassino. La residenza reale al Vomero era
presso Villa Emma; a Napoli Giorgio VI visitò il porto e la flotta
britannica, quindi si recò in aereo verso Perugia per la visita dei
territori appena liberati dopo feroci scontri.
Transitò
anche per la strada che era stata costruita in 36 ore, per il
passaggio di mezzi e uomini, denominata “Scala di Giacobbe”, a
memoria della scala biblica che univa terra e cielo, percorsa dagli
angeli.
La
strada era utile per accelerare l’azione militare durante la
battaglia a Monte Cedrone, in modo da convergere sull’Alta Valle
del Tevere e liberare Arezzo, cacciando i tedeschi verso l’Alpe di
Poti. Se fosse stata occupata la Valle del Cerfone controllata dai
tedeschi, inoltre, sarebbero stati bloccati i rifornimenti nemici
verso la Toscana e l’Adriatico.
I
lavori iniziarono il 14 luglio, protetti dai reparti corazzati
indiani che si erano posizionati sulle alture. I genieri erano
canadesi e indiani, anche con esperti in esplosivi indispensabili per
rimuovere molti macigni. Operarono anche lavoratori italiani.
La
“Scala” fu praticabile già l’indomani per il percorso di jeep
e carri armati. La nuova strada accelerò le operazioni belliche, con
la liberazione di Arezzo il 16 luglio e l’avanzata verso l’Alpe
di Poti, condotta prevalentemente da truppe indiane, in modo da
ostacolare la presa tedesca sull’Alta Valle del Tevere dove si
erano asserragliati. Proprio per l’epica impresa il Re volle vedere
e percorrere la strada il 23 luglio.
Il
Re pernottò in quella che venne denominata “Campo del Re”, una
località vicino ad Arezzo. Nella sua permanenza italiana, re Giorgio
assistette anche all’inizio dell’attacco, avvenuto tra il 26 e il
27 luglio, contro le postazioni tedesche di Campriano, vicino ad
Arezzo, condotta dai Gurkha con tecniche da commando che adoperavano
anche i tipici coltelli nepalesi. Anche se il Re vide solo
parzialmente i combattimenti, nella postazione della fortezza medicea
di Arezzo, ebbe un’idea di quanto fosse cruenta la battaglia.
Il
Re conferì anche due Victoria Cross a militari che si erano
particolarmente distinti in azione.
Accompagnato
spesso dal generale Alexander, incontrato anche Clark, venne
raggiunto il 29 luglio da Churchill, oltre che dall’arcivescovo di
New York, con i quali commemorò i caduti degli scontri, soprattutto
gli americani della Battaglia di Cecina, avvenuta tra il 30 giugno e
il 2 luglio precedenti.
Quindi
nei suoi dieci giorni di permanenza sul fronte italiano re Giorgio VI
ebbe il polso della situazione, dei sacrifici della truppa, dei
disastri patiti dalla popolazione, della difficoltà dell’avanzata.
Anche
in questo caso la volontà del Re era prevalentemente simbolica, per
dimostrare che la Corona c’era e non lasciava soli i soldati
impegnati nei combattimenti. L’impegno di lotta al nazifascismo era
collettivo, non relegato a una fascia della popolazione. Inoltre, la
presenza del Re era determinante per rinsaldare il morale delle
truppe da mesi impegnate nella difficile conquista dell’Italia.
Re
Giorgio fu molto amato, anche a seguito della sua decisione di
iniziare a sciogliere nel vero senso della parola (anche non
mantenendo per forza l’annessione al Commonwealth) l’impero
coloniale britannico, operazione portata poi a termine da Elisabetta
II.
Nel
1951 gli venne diagnosticato un tumore maligno ai polmoni, senz’altro
a causa del forte stress della guerra, ma anche favorito dal fumo; fu
necessario asportargli un polmone. Morì il 6 febbraio 1952 nella sua
residenza di Sandringham dove aveva visto la luce, mentre sua figlia
Elisabetta, detta Lilibet, era in viaggio per l’Australia e la
Nuova Zelanda, con tappa in Kenya, dove l’erede al trono apprese la
triste notizia. Proprio per la malattia del padre, lo aveva
sostituito in quel viaggio ufficiale, accompagnata dal marito. Il Re
l’aveva voluta salutare alla partenza dell’aereo da Heathrow,
restando a lungo sulla pista, quasi sapesse che non si sarebbero più
rivisti.
Il
rientro di Elisabetta fu immediato per assumere il titolo di regina,
ruolo al quale era stata preparata da tempo. I funerali di re Giorgio
VI vennero celebrati il 15 febbraio, e venne sepolto nel castello di
Windsor, nella cappella di San Giorgio, dove poi verranno seppelliti
anche i suoi familiari.
Elisabetta
II, sposa di Filippo di Edimburgo, ebbe quattro figli: Carlo,
l’attuale re dal 2022 con il nome di Carlo III, Anna, Andrea ed
Edoardo.
Alessia
Biasiolo