DIBATTIT
ITen. Art. Pe. Sergio Benedetto Sabetta
L’attuale clima bellico con le guerre ibride e le tensioni geo-strategiche globali, in particolare nell’area del Mediterraneo, dell’Europa Orientale e nel Golfo Persico, riportano all’attenzione le memorie delle guerre passate, tuttavia attualmente la continua comunicazione che ci avvolge induce ad abituarci alle scene di violenza, anestetizzando le emozioni, rendendo consuetudinarie le immagini di distruzione che si susseguono alla nostra attenzione.
Anche l’informatica e in questi ultimi anni l’IA ha reso la guerra qualcosa di staccato dal dolore e dal sangue, trasformando tutto dall’esterno in un videogioco, mancando il contatto fisico dello scontro diretto, senza considerare le problematiche dell’etica, si pensa ormai ai robot quali futuri soldati, resta comunque tuttora la realtà materiale della carne su cui incide la violenza della guerra.
Lo stesso clima sociale e politico, tanto interno che internazionale, eccessivamente competitivo e aggressivo che sembra premiare gli attori più spregiudicati, rende scarsamente empatici premiando i soggetti predatori rispetto ai collaborativi ritenuti deboli e non elementi necessari alla coesione sociale.
Viene quindi utile riportare alla mente i ricordi di guerra di coloro che vi parteciparono, le loro emozioni, paure e stanchezze, in quanto la gloria poggia sul senso del dovere, la fatica, ma anche sul timore e il dolore che viene a coinvolgere in una fratellanza anche i nostri compagni di viaggio del mondo animale, dai cani ai muli, ai cavalli e altri.
George e Pulce
Zona di San Michele, Domenica 20/2/1944
George e Pulce sono morti.
George era un sergente americano che dirigeva e vigilava sul nostro lavoro lungo la strada nei pressi di Caira.
Arrivava con al seguito alcune jeep, caricava le nostre squadre e le portava dov’era necessario costruire o riattare.
Pulce era un cane da pastore, bianco, affettuoso, furbo; tanto furbo da farsi assumere in forza stabile dal nostro plotone.
L’avevamo trovato nei pressi di San Pietro intento a frugare tra i rifiuti di non so quale esercito. Constatando che il nostro rancio ai residui nauseabondi delle scatolette abbandonate, aveva deciso di unirsi a noi. Al rancio faceva la spola da un rifugio all’altro e, seduto sulle zampe posteriori, con il capo ritto e gli occhi insolenti, pretendeva una quota della nostra razione, alla sera si acciambellava ai nostri piedi e dormiva con un occhio solo, avvertiva prima di noi il fischio delle granate e allora s’intrufolava uggiolando tra i nostri corpi, magari lasciando qualche fastidioso parassita per cui gli era stato affibbiato il nome di Pulce, saltava sulle jeep e, quando eravamo tutti saliti,, dava, scodinzolando, una leccata ai conducenti come per dire che si poteva andare. George gli portava scatolette varie e lui mugolava insistentemente fino a tanto che uno di noi non gliele apriva con la baionetta, ormai avevamo imparato il suo linguaggio.
Per una scatoletta di carne hanno perso la vita lui e George.
Stavamo in un avvallamento oltre San Michele e discutevamo come renderlo agibile; il cani si era attardato a trangugiare la carne a fianco della jeep ferma tra i resti degli ulivi, quando uno schianto secco ci gettò a terra ri coprendoci di pietre e di fango. L’incavo ci aveva protetto, non uno di noi era rimasto ferito, solo la jeep si era rovesciata e il cane guaiva con tanta pena da far rabbrividire mentre cercava di avvicinarsi a noi trascinandosi sulle zampe anteriori.
George guadagnò il dosso, imbracciò il fucile, prese accuratamente la mira; quasi contemporaneamente si udì un colpo ed uno scoppio. Pulce, colpito alla testa, fece un sobbalzo e si acquietò; George rotolò su di noi con gli occhi sbarrati nella paura della morte; non ebbe tempo di proferire una sillaba che il corpo si afflosciò; era morto.
Rimanemmo irrigiditi dalla paura aspettando un’altra esplosione che non venne mai. I fanti giuravano che non avrebbero mai più lavorato su quella strada, maledicevano i “Tugnin”, sacramentavano in una maniera oscena.
Eravamo la squadra più avanzata, non potevamo rimanere lì senza far nulla : dovevamo riportare indietro il Caduto, rendere agibile la strada alle salmerie che avrebbero dovuto passare al primo buio.
Mandai un fante ad avvisare la squadra più vicina; presi con me Luciano per andare a verificare se la jeep era ricuperabile; con la superflua raccomandazione di stare il più possibile al coperto, lasciai a …., un caporale anziano reduce dalla Russia, il compito di far sbancare lungo la china.
( …..)
Pulce è rimasto là sotto un cumulo di terra; George avvolto in un telo è stato consegnato agli americani.
La notte scorsa non ho dormito. Pulce non era più a scaldarmi i piedi, George non sarebbe più venuto a prelevarci.
La visione della bestiola implorante, la figura dell’americano che per pietà di un animale aveva perso la vita, quel fagotto insanguinato, trascinato a fatica nel fango del pendio, insistevano nella mia mente, sarà certamente che dopo morti si entra nella pace, ma l’attimo della fine è terribile; me lo hanno detto gli occhi di George che non potrò dimenticare.
Mentre scrivo sono tanto sfiduciato; mi viene voglia di piangere.
( da: U. Cassottana, Monte Lungo 1943 – Montecassino 1944. Quand’era vanità sperare, follia combattere, 137 – 139, Microart’s Edizioni,1994).
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