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Progetto 2024. I Eccidi in Toscana
L'OBBROBRIO DELLA
DEPORTAZIONE E LA SUA FINE.
La sera del 6
ottobre Egli tornò a casa all'ora solita. Mentre stava cenando, ebbe però una
chiamata telefonica. Era un suo collega di caserma, il quale lo avvertiva che,
per ordine del Maggiore, l'indomani mattina doveva trovarsi in sede alle ore
cinque. In quel momento, già ora di coprifuoco, pioveva abbondantemente, come
sa piovere a Roma di ottobre quando ci si mette. Intesi che Egli opponeva
difficoltà per l'ora troppo mattutina, per l'assenza del tram e anche per la
pioggia, che probabilmente non sarebbe cessata. Si lasciò col collega,
pregandolo che almeno lo mandassero a prendere a mezzo di un camion. Tuttavia,
prima di coricarsi Egli caricò la sveglia e alle quattro e mezzo del mattino
già si stava vestendo. Venne a salutarmi e poco dopo, nonostante la pioggia,
era al portone. Sento ancora nel silenzio della notte il colpo di chiusura del
medesimo. Egli uscì indossando la divisa nera con stivaloni e l'impermeabile di
prescrizione. Poco dopo che se ne andò, sentii passare un primo tram. Mi
augurai che potesse prenderlo, perché gli fossero evitati 4-5 chilometri di
cammino sotto la pioggia.
Ho motivo di credere
che, appena giunto in caserma, Egli si sia reso conto dell'ignobile agguato che
gli era stato teso, tanto che a testimonianza di un compagno ora tornato dalla
prigionia - si accingeva ad abbandonare la caserma. Malauguratamente venne
fatto raggiungere e gli fu imposto di trattenersi. Più tardi il Maggiore e il
Colonnello pretesero da ciascuno la parola di non tentare la fuga, asserendo
che, in caso contrario, grave responsabilità sarebbe ricaduta su sé stessi. In
sostanza anche Egli era caduto in mano ai tedeschi, alla cui cattura era
riuscito a scappare soggiacendo all'odissea del settembre.
Tuttavia, forse con
un filo di speranza nel cuore che potesse trattarsi di un momentaneo fermo per
semplici chiarificazioni, prima delle 7 Egli mi telefonò dalla caserma,
rassicurandomi che non c'era nulla di nuovo.
Io andai al lavoro
come al solito, ma, verso le 10, una brava Signora mi chiamò al telefono,
pregandomi di passare da lei per una urgente comunicazione. Vi corsi sull’istante
e fui informato che in un'altra caserma, a lei vicina, stava perpetrandosi la
cattura di tutti i Carabinieri. Mi precipitai allora al a caserma Podgora, che
non sapevo neanche ove fosse di preciso, ma appena giunto in quei paraggi mi
apparve subito che anche lì il fatto fosse compiuto. Gruppi di paracadutisti
tedeschi nell'odiosa divisa e in pieno assetto di guerra erano a tutti gli
angoli del vecchio Trastevere a compiere la grande eroica impresa della cattura
dei Carabinieri Reali d'Italia, consegnati inermi da mani italiane.
Con la guida di
qualche popolano, riuscii a portarmi fino al cancello della caserma e vidi che
Renato passeggiava con altri compagni nell'ampio cortile per asciugarsi della
pioggia presa al mattino ad uno scialbo raggio di sole. Nel suo sconfortato
saluto, vidi tutto il suo profondo avvilimento ed ebbi la netta percezione di
quanto sarebbe capitato al nostro disgraziato paese.
Da persona che in
quel momento usciva, Egli mi fece sapere che sperava di poter venire a casa
prima di sera, almeno per cambiarsi e per rifornirsi. Io tornai a riaffacciarmi
nelle vicinanze della caserma durante il pomeriggio, ma tutte le vie di accesso
erano sbarrate e presidiate dai tedeschi armati fino ai denti e non mi fu
possibile vederlo. Passò la sera, sopraggiunse la notte ed Egli non venne.
L'8 mattina corsi di
nuovo a Ponte Sisto che trovai, però, sguarnito dalla soldataglia. Fui riconosciuto
da un vecchietto trasteverino, che doveva aver notato il giorno innanzi il mio
affanno paterno, e con gli occhi umidi di lacrime mi disse che, durante le ore
della notte e nelle prime ore del mattino, erano stati portati via tutti. «Poveri
figli nostri, aggiunse, li abbiamo salutati noi del rione per le proprie
famiglie e abbiamo loro battute le mani».
Credevo che Renato
fosse già partito. Nelle prime ore pomeridiane mi raggiunse, invece, in casa
questa secca telefonata (chi parlava non volle dire chi fosse):» Il S. Tenente
Mariani parte tra poco dalla stazione Ostiense. Potete portargli un necessaire da viaggio e qualche cosa per
mangiare stasera». Ci precipitammo la domestica ed io alla lontana stazione. Aldo, dovè, per prudenza, rinunziarvi, dato
che i giovani venivano allora braccati. Là trovammo lo zio Innocenzo, che vi
era accorso anch'egli nella speranza di salutarlo.
I pressi della
stazione erano pieni di animazione, perché, oltre i familiari chiamati a
salutare i partenti, vi affluivano in quel momento grossi reparti dei bravi
Ufficiali delle Divisioni Piave, Ariete e Montebello, i quali, avendo
combattuto contro i tedeschi, da vari giorni erano stati isolati in campi di
concentramento ad Ostia e che sarebbero partiti con lo stesso treno. Nel volto
di quei giovani, consci del loro destino, non c'erano che odio e fierezza.
L'ingresso alla
stazione era vietato: alle urla selvaggie dei tedeschi faceva però degno
riscontro il comportamento zelantissimo degli azzimati militi della Polizia
Africa Italiana (P. A. I.). In un primo momento sembrò che si dovesse
consegnare soltanto i pacchi, che furono anzi bruscamente ritirati, senza che i
familiari potessero essere ammessi a vedere i loro cari. Venne poi dato,
invece, l'ordine di accesso alla pensilina della stazione, dalla quale, a
distanza di una cinquantina di metri, si poteva vedere nel più lontano binario
il treno formato per la partenza. I finestrini del convoglio erano affollati
dai deportandi, ma io riuscii ad individuare mio figlio e ci salutammo alla
voce. Lo invitai con i gesti a scendere sul marciapiede ed Egli scese, seguito
subito da altri compagni. In quel momento, però, fu dato il consenso di
avvicinarsi al treno per un breve saluto. Potemmo così abbracciarci e scambiare
in fretta qualche parola. Egli partiva con quel che indossava, ma mi disse di
avere in tasca abbastanza denaro e di essersi procurato qualche maglia e un po'
di biancheria. Dove avrebbero avviati tanti giovani Ufficiali? I pareri erano
discordi. Chi parlava vagamente dell'alta Italia, chi di Bolzano, Egli accennò a
Tarvisio. Ritenevano tutti di dover essere soltanto interrogati: per lui, che
si trovava a Roma solo da pochi giorni, l'affare avrebbe potuto essere ancora
più semplice.
Se questa poteva
essere la nostra coscienza, quale logica risultante del nostro pensiero, ma
anche ora non so se lo fosse, il presentimento dell'animo e la voce del cuore
erano però ben altri. Sentivamo tutti che un gran fatto stava per compiersi.
Egli si sforzava a vincere la sua interna emozione ed io bramavo quasi che il
treno affrettasse la partenza per non fargli apparire la mia. Notai che il
lungo convoglio era tutto formato di vetture di seconda classe, a carico
completo, con otto Ufficiali per ogni scompartimento. Presi il nome di qualche
suo compagno di vettura che per essere di famiglia romana poteva riuscirmi di
utile collegamento. Quindi, con gli ultimi saluti e l'abbraccio più affettuoso,
rivolsi a Renato una speciale raccomandazione che in altri distacchi mai mi ero
sognato di fargli, quella di riportare a casa la pelle.
Poi ce ne andammo,
prima che il treno si muovesse, tanto la scena era dolorosa per tutti. L'ultima
nostra occhiata fu di quelle che non si dimenticano.
Quale sarebbe stato
da allora il suo destino? Egli aveva come sempre una sola preoccupazione, quella
di non farci stare in pena per lui. Già, da Firenze, il 9 scriveva: «Caro
babbo, il viaggio va ottimamente. Stai tranquillo per me che tutto andrà bene.
Cari saluti a tutti». Sulla cartolina, di mano non sua, c'era però già la
scritta a lapis «Prigioniero di guerra» e il timbro postale della Croce Rossa
Italiana, Ufficio notizie prigionieri di guerra.
Lo stesso giorno 9,
da Ferrara, Egli mandava quest'altra cartolina: «Cari saluti, morale
altissimo». E il 10 da Tarvisio, faceva impostare da una compiacente Signora,
che aggiunse anche il proprio indirizzo, questa cartolina: «Continuiamo il
nostro viaggio. Io sto benissimo. Non scrivere nulla di me a Maria e ad Anna».
Quanta finezza d'animo nel voler risparmiare un immediato dolore alle sorelle!
Da allora, un cupo
periodo di silenzio passò per noi fino al 28 novembre, allorché ricevemmo da
Biala Podlaska (Distretto di Lublino in Polonia) una cartolina a stampa con la
sua semplice firma, dalla quale risultava che era internato in quel Campo N.
366.
Altre notizie non
giunsero più tardi che il 7 e il 13 dicembre. Con la prima cartolina, portante
la data del 13 novembre, egli scriveva: «Babbo carissimo non darti pensiero di
me. In salute sto benissimo, il morale è alto e non ho bisogno di alcuna cosa. Attendo
notizie di tutti voi e particolarmente di Aldo. Stai pure tranquillo, presto ci
rivedremo, la cara Mamma mi aiuterà a passare questo difficile periodo. Ti
bacio con affetto». Come era prudente, accorto, misurato, sapendo che ogni
parola avrebbe formato oggetto di spietata censura.
Con la seconda ed
ultima cartolina del 25 novembre, illudendosi di poter avere pacchi; scriveva
infine: «Caro babbo, le mie condizioni di salute sempre ottime. Fino al 15
dicembre puoi inviare liberamente pacchi da 5 chilogrammi che potrai farmi
spedire anche da amici. Oltre tale data, dovrai servirti di tagliandi che ti
farò pervenire. Preferisco roba da mangiare, ma stai tranquillo che non mi
manca nulla. Scrivimi molto spesso, non ho ancora vostre notizie, puoi usare
anche carta comune. Ti bacio con tanto affetto».
Quale contrasto tra
l'affannosa richiesta di pacchi e quel preferisco roba da mangiare con
l'assicurazione che non gli mancava nulla. Inutile dire che, appena ricevuto il
suo indirizzo e assai spesso in seguito, noi gli scrivemmo e gli demmo
incoraggianti notizie. Vincendo non poche difficoltà, si riuscì anche a
spedirgli un pacco, proprio il 15 dicembre. Un pensiero assillante ci era
sempre compagno in ogni ora della nostra vita, quello del freddo della Polonia
e dei disagi, forse della fame del campo di concentramento. Venne il Natale, si
iniziò l'anno nuovo e le sue notizie non giungevano ancora. Secondo il suo
desiderio, con le sorelle lontane avevo fino allora mantenuto il segreto della
sua prigionia.
Soltanto il I 6
gennaio tornò indietro, respinta dal campo al mittente, una mia lettera alla
quale era stata aggiunta una annotazione a lapis: «Deceduto 28. 12 ». Questa
lettera capitò in mano ad Aldo, il quale ebbe cura di tenermela gelosamente
nascosta. Ma si può comprendere come questi abbia vissuto da allora, tutto
chiuso in sè stesso, ore tremende. L'unica sua speranza era riposta nel fatto
che la notizia non era ufficiale. Tuttavia, con l'aiuto di amici, riuscì a far
telegrafare al Campo per tre diverse vie.
Le risposte giunsero
tutte insieme i primi giorni di febbraio e confermarono purtroppo la tragica
realtà.
Ormai questa era a
conoscenza di molti. Soltanto io continuavo a lambiccarmi il cervello,
chiedendomi perché dal 13 dicembre non avevo avuto notizie, tanto più che altri
compagni romani avevano successivamente scritto alle proprie famiglie. Mi
sforzavo a giustificare il ritardo, ed era questa tutta la mia speranza,
attribuendolo al fatto di uno spostamento di Campo, oppure di uno smarrimento
postale. Nelle nostre veglie serali, avevo però notato due volte che, mentre mi
accingevo a scrivere a Renato, Aldo me ne aveva sconsigliato, come cosa che
avrei potuto rinviare al domani. Al che, naturalmente, non mi ero piegato. Anche
un'altra sera, mi ero accorto che, al momento di andare al letto, Aldo aveva
gli occhi arrossati dal pianto. Mi balenò alla mente qualche sospetto e gliene
chiesi ragione; ma egli mi rispose che era molto raffreddato. Alle sorelle,
alle quali in gennaio avevo dovuto alfine far sapere la verità, scrivevo spesso
di Lui, nella speranza di poter loro comunicare un prossimo suo ritorno.
Ma la triste
irreparabile notizia venne ed io la appresi -
strana coincidenza con l'analoga data da lui notata ad Arsia - proprio nel giorno del mio compleanno, il 4
febbraio. Avevo da poco terminato di desinare, senza che Aldo, più serio che
mai, mi avesse rivolto un augurio, allorché sopraggiunse lo zio Innocenzo. La
sua visita ad ora insolita e le prime battute del suo discorso bastarono a
farmi capire tutto. Presi la mazzata con sufficiente rassegnazione, pur
sentendo che tutto il mondo mi crollava addosso. Si dice che un padre non
dovrebbe mai perdere un figlio. Che dire allora per una perdita che avviene a
25 anni e per giunta tra gli stenti del freddo e della fame?
Ringrazio ancora la
Provvidenza di avermi fatto apprendere la fatale notizia in un particolare
momento, quando i doveri del mio ufficio non ammettevano - per chiunque avesse
coscienza - defezioni o possibili soste dal lavoro. Dal 14 dicembre, mentre
Egli cadeva infermo, ero costretto infatti ad assumere la direzione dei Servizi
dell'Alimentazione di Roma e delle 16 provincie ad essa circostanti; e
l'approvvigionamento della Capitale, con i suoi due milioni di abitanti e i
suoi cento mila bimbi affamati, costituiva per me l’incubo più tremendo. Così che, dopo 24 ore di meditazione sulla
Sua fine immeritata, fu per me giocoforza tornare al mio tavolo e rimettermi al
lavoro, che è il migliore lavacro e il più fido compagno del dolore.
Intanto, mentre la
conferma della sua morte giungeva a Roma, a Milano perveniva la pietosa
comunicazione del Cappellano del Campo di concentramento. Questa era data al
cognato Scarponi con lettera del 31 dicembre e faceva risalire il decesso a
setticemia causata dalla disfunzione del fegato. La lettera continuava: «il
buon Renato, da me assistito nel decorso di sua malattia manifestatasi l'11
corrente, si è spento serenamente alle 6,30 del 28 dicembre 1943 col pensiero
rivolto al babbo e a tutti i suoi cari. Rassegnato e forte ha aspettato senza
timore la chiamata di Dio. Egli fu sepolto con solenni onori militari e
accompagnato da fedeli amici nel Cimitero militare del Campo, e tutto è stato
disposto perché, se un giorno lo si volesse, le Sue ossa possano essere
recuperate».
Si può immaginare
come tale lettera, che a primo acchito fu ritenuta proveniente da Lui, venne
letta da Maria e da Pippo, i quali la ricevettero insieme. E quale angoscia
essa determinò poi a Bordighera, ove Anna apprese la Sua morte appena una
settimana dopo di aver saputo della sua prigionia.
È toccato attendere
il ritorno di qualche suo compagno e del Cappellano per avere il conforto di
qualche ulteriore ragguaglio. Non è una novità che ogni guerra, oltre la strage
dei morti e dei feriti, rende assai penosa la sorte dei prigionieri catturati
sul campo di battaglia. Ma la sorte degli internati di guerra in Germania costituisce
e dovrà costituire una pagina di dolore e di vergogna per il nostro Paese, tanto
più che non si tratta di un ristretto numero di vittime, di poche centinaia o
migliaia di uomini, ma di circa un milione. Orbene, nulla si è fatto per
impedire la cattura di questi sventurati, che a Roma almeno furono rastrellati
col zelante concorso di altri Corpi di Polizia italiani, e nulla si è fatto per
assisterli o per mitigarne le sofferenze. Anche l'invio della corrispondenza e
dei pacchi ha avuto luogo in modo deplorevole. Venivano spesso annunziate sui
giornali e alla radio, da parte del comando tedesco o dell'allora Governo,
istruzioni in apparenza benevoli, ma che gli uffici della Croce Rossa, chiamati
ad applicarle, recisamente smentivano. Un'altro episodio potrebbe bastare.
L'unico modulo a stampa di richiesta di un pacco, evidentemente redatto prima
del dicembre, perché munito della sua firma, è pervenuto il 19 aprile, quattro mesi
dopo la Sua morte. Meno ancora efficace è stato l'interessamento delle nostre
autorità militari e del Ministero della Guerra durante il risuscitato Governo
fascista, verso questi compagni di sventura. Personalmente, io mi rivolsi in
novembre, all’ora Comando dell'Arma dei Carabinieri di Roma per avere qualche
notizia sulla sorte di mio figlio. Ebbi l'onore di parlare con un Generale, dal
quale non partivano che invettive contro coloro che non avevano aderito o che
ancora non aderivano al nuovo regime. Non mi restò che voltargli le spalle, né
ci tornai più. Eppure, anche oggi, a un anno dalla Sua morte, non si è avuta
ancora una notizia ufficiale che lo riguardi, non si è avuta la restituzione di
un suo ricordo personale, nulla.
Solo i suoi
compagni, i suoi cari compagni di prigionia, oggi miei figli anch'essi pur se
ne taccio i nomi, mi hanno portato l'eco fedele delle pene condivise da tutti,
l'eco lontana dei desideri e dei rimpianti comuni, una vera parola sulla Sua
fine.
Guardo ora negli occhi
la cara Sua immagine, che mi sta quì da canto e che sembra avermi fino ad ora
tenuto la penna, per essere anche più sobrio e sereno in queste ultime parole.
So finalmente come ebbe luogo l'infame cattura, avvenuta con la complicità di
superiori diretti e per tassativa disposizione del nuovo Comandante dell'Arma.
Fu detto agli interessati che, per subire un interrogatorio, sarebbero stati
condotti in alta Italia e che, chiarita la personale situazione di ciascuno,
sarebbero tornati al loro normale servizio. Ma, dopo Ferrara e Padova, non vi
fu più dubbio che la loro sorte era quella della deportazione.
Taluni provvidero a
scappare mentre erano ancora in territorio italiano, in essi compreso qualche
comandante della caserma Podgora che maggiormente aveva fatto pressione sugli
altri per una fedele obbedienza. Renato non scappò e ne intuisco le ragioni.
Egli aveva ancora sul gobbo la penosa odissea di venti giorni prima e, come ho
ricordato, io gli avevo raccomandato, in partenza, di riportare a casa la
pelle. Quanti invece la perdettero nel tentativo di evasione, a seguito della
sparatoria che le sentinelle tedesche facevano dal treno nei propizi
rallentamenti, fraternamente escogitati dai nostri bravi ferrovieri. Si dice
che venissero recuperate le giacche insanguinate dei colpiti, perché dai
documenti in esse contenuti potesse compiersi il riconoscimento del caduti.
Ma questo accadeva ancora
in Italia. Dopo Tarvisio, la scena cambiò aspetto. Dai vagoni di seconda classe
gli Ufficiali italiani, del paese «alleato» vennero passati e chiusi per due
giorni in carri bestiame. L'affollamento era tale che essi dovevano alternarsi
per potere qualche volta stendersi un poco. E così attraversarono l'Austria e
la Germania per essere condotti fino a Meppen, sul confine olandese. Ma appena
dieci giorni dopo l'arrivo colà, un altro penoso, più lungo viaggio si
profilava verso l’Europa orientale, verso la Polonia.
L'arrivo a destino, al campo di Biala Podlaska, nel distretto
di Lublino, avvenne in una data già fatidica per il nostro paese, il 28
ottobre. Il campo di Biala era stato adibito fino allora ai prigionieri russi,
ma, su ricorso della Croce Rossa Internazionale, venne riconosciuto inospitale
per la completa mancanza di acqua potabile e di servizi igienici. Quello che
non era utilizzabile per i prigionieri di guerra poteva, però, ottimamente «passare»
per i deportati della nazione alleata. E lì, in pieno inverno, suddivisi in
tante baracche, cominciò la dolorosa via
crucis di tanti cari giovani, fatta non solo di privazioni alimentari, ma
di sofferenze morali, di umiliazioni patite, di mancanza assoluta di
corrispondenza da parte delle proprie famiglie.
Era così, con questi sistemi, che si voleva strappare una adesione
al nuovo regime. Soltanto con la rinunzia al giuramento prestato e violentando
la propria coscienza si sarebbe potuto aspirare a un migliore trattamento
alimentare e al desiderato ritorno in patria.
Quali interni affanni,
quali intime lotte per la sua indomita fierezza!
Unico refrigerio
nelle brevi, ma interminabili giornate, deve essere stato per Lui il pensiero
della famiglia. Dicono i suoi più cari compagni che Egli parlava spesso delle
sorelle, come se le avessero anch'essi conosciute, del fratello, dei nipotini,
di me; che progettava viaggi in loro compagnia per recarsi insieme ad Osimo e a
Bordighera: che non poteva rassegnarsi alla mancanza di nostre notizie. Poi
venne la malattia. Non soltanto Renato venne colpito da una forma ittero
catarrale, nè i primi giorni essa suscitò serie preoccupazioni. Lo avevano
trasportato nell'infermeria del Campo ed era
curato da un medico
tedesco e da uno italiano. Chissà che Egli non abbia ancora scritto dopo il 25
novembre e che la lettera sia andata smarrita. Certo è che il giorno di Natale
parve star meglio, che si era alzato dal letto, che aveva riveduto alcuni compagni.
La sera, invece, ebbe luogo il peggioramento e ogni speranza di salvarlo fu
subito perduta. Anche nel delirio della febbre, Egli invocava le nostre
lettere, le nostre notizie e parlava di Osimo. . . forse come mèta ormai
irraggiungibile per la sua estrema dimora.
La morte lo colse il
28 dicembre, giorno dedicato ai SS. Innocenti e Martiri. E finalmente, il 30,
prima che Egli venisse sepolto, giunsero al Campo quelle nostre lettere da lui
tanto invocate.
Anch'io ho ora
ricevuto dalla pietà dei suoi compagni qualche ricordo: il suo sgualcito
berretto da ufficiale, il suo cinturone, i suoi speroni, un calzettone da lui
adattato a copri apo, forse per ripararsi dal freddo della notte, le bretelle,
una ciocca dei suoi bei capelli. Tutto qui della sua fiorente esistenza, dei
suoi 25 anni, delle speranze in Lui riposte. Le altre piccole cose da Lui
lasciate, e che sarebbero dovute venire per il tramite dell'Ufficio-notizie
dell'esercito tedesco, chissà se giungeranno mai più.
Nell'angoscioso
rimpianto per la Sua fine immatura, mi sono talvolta domandato se, come padre,
non avessi potuto fare qualche cosa di più per Lui, soprattutto negli ultimi
tempi, per evitargli la tremenda sorte che gli è toccata. Può essere una
ingenuità anche questa, ma preferisco aver lasciato agire l'inesorabile
destino. Attraverso il suo sacrificio, e a quale prezzo, abbiamo pagato anche
noi il doloroso tributo agli orrori della guerra.
Per quanto la dura
prova non sia purtroppo finita, un barlume di pace sta profilandosi
all'orizzonte.
Possa essa
realizzarsi al più presto, perché sia posta fine a tante sciagure e a tanti
lutti e perché gli innumerevoli assenti siano finalmente restituiti alle
proprie famiglie.
A coloro che come
Renato non tornarono, ai combattenti di qualunque arma che più non torneranno,
a tutte le vittime della guerra sanguinosa, salgano il ricordo più commosso e
la fede che - accolti in una vita che nulla può più troncare e avvilire - Essi saranno presso Iddio pietoso che con
le eterne misericordie li compensa da ogni mortale patimento, gli intercessori
più degni.
21 dicembre 1944·
Mario Mariani
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