DIBATTITI
Il battesimo dell’artigliere
Ten. Art. P.E. Sergio Benedetto Sabetta
Nei riti di
passaggio e nei riti di iniziazione si passa da una condizione sociale o
spirituale a una diversa condizione, come per il battesimo, la circoncisione e
l’investitura per il cavaliere medievale, si ha una manifestazione pubblica
dell’assunzione di un nuovo status e della conseguente responsabilità che
questa comporta.
L’individuo
è ufficialmente incardinato in una posizione ritenuta adeguata, si sanciscono
diritti e doveri che a lui competono, si conferma nel coraggio e superamento
della prova l’autorità conferitagli formalmente.
Inquadrato
nella primavera del 1980 presso il I Gr. A.Pe. “Adige” ad Elvas, su un
altipiano sopra Bressanone, Arma nucleare tattica da 1 a 20 Kilotoni con obici
da 203/25, reparto della III Brigata Missili “Aquileia”, 5° Corpo D’Armata,
nell’aprile giurai fedeltà quale Sottotenente di artiglieria davanti al
Colonnello Comandante e alla Bandiera entrando formalmente nelle mie funzioni
con l’assegnazione alla 8° batteria obici, finchè nei primi di luglio mediante
tradotta ferroviaria raggiungemmo il poligono
di Monte Romano (Viterbo) per il
campo a fuoco, quale prova sul terreno per il rilascio dell’annuale abilitazione
NATO davanti ad una apposita commissione di ufficiali della NATO.
Il Gruppo
era costituito da circa 34 ufficiali, 46 sottufficiali, 81 graduati e 376
militari semplici per un totale di 537 uomini assegnati alla 7° e 8° batteria e
al C.S.B. oltre alla 4° Compagnia fucilieri d’assalto che custodivano il sito a
testate nucleari Site Rigel a Naz-Sciaves monitorato dall’11° th US distaccamento del 559 US artillery
groupe Italy, nel periodo dell’estate del 1980 il Comandante era il Ten. Col.
Massimo Innamorati, gli avanzamenti di carriera e le licenze dipendevano dal
successo dei Campi NATO, quindi vi era una notevole attenzione e forte
motivazione nell’addestramento, tanto che il Gruppo ebbe nel corso delle varie
prove valutative NATO l’ambito riconoscimento di migliore unità d’artiglieria
NATO.
Durante due
giorni di fuoco con munizionamento convenzionale e l’ultimo giorno con
munizionamento speciale simulante una carica nucleare, ebbi la direzione del
centro calcolo balistico presso il comando batteria, ero addetto in caserma
all’addestramento dl personale di batteria che doveva fornire i dati balistici.
Le cariche
dell’obice in sacchi di cordite erano sette a seconda della lunghezza della
parabola, costituita dal primo e dal secondo arco, si usava normalmente la
prima carica per sicurezza tirando a breve distanza al fine di evitare una
eventuale uscita per errore di calcolo o impostazione dati della granata dal
poligono.
Le
esplosioni con le spolette a tempo erano come dei soli nel cielo, mentre enormi
sbuffi di terra si alzavano con le spolette a percussione il raggio delle
schegge era sui 150 metri, una carica non partì per difetto della catena
incendiaria la quale non riuscì a fare detonare la cordite, calò il silenzio,
tutti si raggrupparono lontano, si aspettò dei lunghi minuti una eventuale
esplosione ritardata, poi gli artiglieri incaricati, aperto l’otturatore,
sbloccarono con la mazza e il calcatoio dalla parte della canna la granata la
cui fascia di forzamento, necessaria per imprimere alla stessa la rotazione
necessaria alla sua stabilizzazione nella traiettoria, era impegnata sulla
rigatura interna.
Dall’osservatorio
il Capitano trasmetteva le coordinate con la radio che gracchiava, queste
venivano riportate velocemente sulle due tavole topografiche, la principale e
l’altra di controllo, all’ok della tavola di controllo i dati venivano
trasmessi rapidamente al S.Tenente ai pezzi se li faceva impostare al pezzo
base per i tiri a forcella di aggiustamento, dopo alcuni tiri, inquadrato il
bersaglio, veniva dato l’ordine della salva e i quattro pezzi aprivano il fuoco
uno dopo l’altro cadenzati, questo per controllare che tutte le granate
esplodessero all’impatto ed eventualmente individuate quelle inesplose farle
brillare dopo i tiri ad opera dei genieri.
Vi era tra
gli artiglieri l’usanza di scrivere su ogni granata un nome di donna, queste
pesavano sui 90 kg., l’ultimo giorno ci fu portata dagli artiglieri americani
la granata speciale, lucida come l’ottone e del peso di circa 110 kg. con T N T,
fu caricata nel silenzio generale, arrivarono gli ordini dall’osservatorio,
calcolata la traiettoria ed impostati i dati partì il colpo, nel cielo si vide
un sole accecante, il bersaglio neutralizzato, vi fu un sospiro di sollievo.
Durante i
tiri il fungo dell’otturatore a vite dell’obice veniva periodicamente pulito
dal deposito dei fumi della cordite con una spugna imbevuta d’acqua presa da un
secchio ai piedi del pezzo, alla fine dei tiri l’acqua che restava nel secchio
era grigia, puzzolente di zolfo e uova marce, le spolette erano accatastate da
una parte e avvitate sulla granata all’inizio dei tiri, se richiesto dai tiri a
tempo la spoletta veniva temporizzata per fare esplodere la granata in aria ed
investire con una pioggia di schegge il terreno sottostante.
I sacchetti
di cordite necessari al lancio della granata erano posti da un lato, alla fine
dei tiri quelli restanti furono tutti accatastati e incendiati, una vampa
altissima si sollevò verso il cielo sotto lo sguardo tra l’incuriosito e l’attonito
degli artiglieri al primo campo a fuoco.
Le granate
venivano normalmente lanciate con la prima carica sentendo nell’aria un sibilo
simile al motore di un aereo a reazione, talvolta usciva sfarfallando quando a
causa del non corretto impegno della corona di forzamento con la rigatura si
perdeva parte della spinta dei gas nell’esplosione, il colpo era impreciso, le
sicure sulla spoletta erano due una manuale, che veniva tolta al momento del
caricamento, l’altra meccanica, un dischetto metallico interno che a seguito
della forza di rotazione della granata avrebbe dovuto scivolare liberando il
percussore.
Finiti
brillantemente i tiri tra l’entusiasmo generale, esausti scaricarono la
tensione accumulata nei giorni precedenti, gli artiglieri al primo fuoco
vennero chiamati per il loro battesimo da artigliere al centro della batteria,
il Tenente anziano per gli ufficiali e
il graduato più esperto per la truppa, fatto portare il secchio con l’acqua
sporca dei tiri, presa la spugna con cui era stato pulito l’otturatore del
pezzo, la imbeveva nel secchio e fatto inginocchiare il candidato, tolto
l’elmetto, ne cospargeva la testa dichiarandolo artigliere a tutti gli effetti
così passando da giovane recluta ad anziano, con il rispetto a lui dovuto per
avere sostenuto la fatica, il rumore delle detonazioni, eseguito gli ordini per
giornate intere senza dare segni di stanchezza.
Un rito che
dava un senso comprensibile all’impegno, un riconoscimento veloce, pratico e
pubblico dello sforzo e della disciplina mostrata, nonché dell’affiatamento del
reparto e delle regole apprese e correttamente applicate.
NOTA
Malatesta L., Armi nucleari a Nord Est . La III Brigata
Missili Aquileia 1959-1991, Gestione sito 2023.
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