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lunedì 9 febbraio 2026

Un rito di passaggio e di iniziazione

 DIBATTITI


Il battesimo dell’artigliere

Ten. Art. P.E. Sergio Benedetto Sabetta

 

            Nei riti di passaggio e nei riti di iniziazione si passa da una condizione sociale o spirituale a una diversa condizione, come per il battesimo, la circoncisione e l’investitura per il cavaliere medievale, si ha una manifestazione pubblica dell’assunzione di un nuovo status e della conseguente responsabilità che questa comporta.

            L’individuo è ufficialmente incardinato in una posizione ritenuta adeguata, si sanciscono diritti e doveri che a lui competono, si conferma nel coraggio e superamento della prova l’autorità conferitagli formalmente.

            Inquadrato nella primavera del 1980 presso il I Gr. A.Pe. “Adige” ad Elvas, su un altipiano sopra Bressanone, Arma nucleare tattica da 1 a 20 Kilotoni con obici da 203/25, reparto della III Brigata Missili “Aquileia”, 5° Corpo D’Armata, nell’aprile giurai fedeltà quale Sottotenente di artiglieria davanti al Colonnello Comandante e alla Bandiera entrando formalmente nelle mie funzioni con l’assegnazione alla 8° batteria obici, finchè nei primi di luglio mediante tradotta ferroviaria raggiungemmo il poligono  di  Monte Romano (Viterbo) per il campo a fuoco, quale prova sul terreno per il rilascio dell’annuale abilitazione NATO davanti ad una apposita commissione di ufficiali della NATO.

            Il Gruppo era costituito da circa 34 ufficiali, 46 sottufficiali, 81 graduati e 376 militari semplici per un totale di 537 uomini assegnati alla 7° e 8° batteria e al C.S.B. oltre alla 4° Compagnia fucilieri d’assalto che custodivano il sito a testate nucleari Site Rigel a Naz-Sciaves monitorato dall’11°  th US distaccamento del 559 US artillery groupe Italy, nel periodo dell’estate del 1980 il Comandante era il Ten. Col. Massimo Innamorati, gli avanzamenti di carriera e le licenze dipendevano dal successo dei Campi NATO, quindi vi era una notevole attenzione e forte motivazione nell’addestramento, tanto che il Gruppo ebbe nel corso delle varie prove valutative NATO l’ambito riconoscimento di migliore unità d’artiglieria NATO.

            Durante due giorni di fuoco con munizionamento convenzionale e l’ultimo giorno con munizionamento speciale simulante una carica nucleare, ebbi la direzione del centro calcolo balistico presso il comando batteria, ero addetto in caserma all’addestramento dl personale di batteria che doveva fornire i dati balistici.

            Le cariche dell’obice in sacchi di cordite erano sette a seconda della lunghezza della parabola, costituita dal primo e dal secondo arco, si usava normalmente la prima carica per sicurezza tirando a breve distanza al fine di evitare una eventuale uscita per errore di calcolo o impostazione dati della granata dal poligono.

            Le esplosioni con le spolette a tempo erano come dei soli nel cielo, mentre enormi sbuffi di terra si alzavano con le spolette a percussione il raggio delle schegge era sui 150 metri, una carica non partì per difetto della catena incendiaria la quale non riuscì a fare detonare la cordite, calò il silenzio, tutti si raggrupparono lontano, si aspettò dei lunghi minuti una eventuale esplosione ritardata, poi gli artiglieri incaricati, aperto l’otturatore, sbloccarono con la mazza e il calcatoio dalla parte della canna la granata la cui fascia di forzamento, necessaria per imprimere alla stessa la rotazione necessaria alla sua stabilizzazione nella traiettoria, era impegnata sulla rigatura interna.

            Dall’osservatorio il Capitano trasmetteva le coordinate con la radio che gracchiava, queste venivano riportate velocemente sulle due tavole topografiche, la principale e l’altra di controllo, all’ok della tavola di controllo i dati venivano trasmessi rapidamente al S.Tenente ai pezzi se li faceva impostare al pezzo base per i tiri a forcella di aggiustamento, dopo alcuni tiri, inquadrato il bersaglio, veniva dato l’ordine della salva e i quattro pezzi aprivano il fuoco uno dopo l’altro cadenzati, questo per controllare che tutte le granate esplodessero all’impatto ed eventualmente individuate quelle inesplose farle brillare dopo i tiri ad opera dei genieri.

            Vi era tra gli artiglieri l’usanza di scrivere su ogni granata un nome di donna, queste pesavano sui 90 kg., l’ultimo giorno ci fu portata dagli artiglieri americani la granata speciale, lucida come l’ottone e del peso di circa 110 kg. con T N T, fu caricata nel silenzio generale, arrivarono gli ordini dall’osservatorio, calcolata la traiettoria ed impostati i dati partì il colpo, nel cielo si vide un sole accecante, il bersaglio neutralizzato, vi fu un sospiro di sollievo.

            Durante i tiri il fungo dell’otturatore a vite dell’obice veniva periodicamente pulito dal deposito dei fumi della cordite con una spugna imbevuta d’acqua presa da un secchio ai piedi del pezzo, alla fine dei tiri l’acqua che restava nel secchio era grigia, puzzolente di zolfo e uova marce, le spolette erano accatastate da una parte e avvitate sulla granata all’inizio dei tiri, se richiesto dai tiri a tempo la spoletta veniva temporizzata per fare esplodere la granata in aria ed investire con una pioggia di schegge il terreno sottostante.

            I sacchetti di cordite necessari al lancio della granata erano posti da un lato, alla fine dei tiri quelli restanti furono tutti accatastati e incendiati, una vampa altissima si sollevò verso il cielo sotto lo sguardo tra l’incuriosito e l’attonito degli artiglieri al primo campo a fuoco.

            Le granate venivano normalmente lanciate con la prima carica sentendo nell’aria un sibilo simile al motore di un aereo a reazione, talvolta usciva sfarfallando quando a causa del non corretto impegno della corona di forzamento con la rigatura si perdeva parte della spinta dei gas nell’esplosione, il colpo era impreciso, le sicure sulla spoletta erano due una manuale, che veniva tolta al momento del caricamento, l’altra meccanica, un dischetto metallico interno che a seguito della forza di rotazione della granata avrebbe dovuto scivolare liberando il percussore.

            Finiti brillantemente i tiri tra l’entusiasmo generale, esausti scaricarono la tensione accumulata nei giorni precedenti, gli artiglieri al primo fuoco vennero chiamati per il loro battesimo da artigliere al centro della batteria, il Tenente anziano per gli ufficiali  e il graduato più esperto per la truppa, fatto portare il secchio con l’acqua sporca dei tiri, presa la spugna con cui era stato pulito l’otturatore del pezzo, la imbeveva nel secchio e fatto inginocchiare il candidato, tolto l’elmetto, ne cospargeva la testa dichiarandolo artigliere a tutti gli effetti così passando da giovane recluta ad anziano, con il rispetto a lui dovuto per avere sostenuto la fatica, il rumore delle detonazioni, eseguito gli ordini per giornate intere senza dare segni di stanchezza.

            Un rito che dava un senso comprensibile all’impegno, un riconoscimento veloce, pratico e pubblico dello sforzo e della disciplina mostrata, nonché dell’affiatamento del reparto e delle regole apprese e correttamente applicate.

 

 

NOTA

Malatesta L., Armi nucleari a Nord Est . La III Brigata Missili Aquileia 1959-1991, Gestione sito 2023.


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