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mercoledì 14 gennaio 2026

Dalla Resistenza alla Costituzione

 APPROFONDIMENTI


Osvaldo Biribicchi

«Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione». Queta è l’ultima parte del memorabile appassionato Discorso sulla Costituzione tenuto a Milano il 26 gennaio 1955 da Piero Calamandrei1. Parole che da sole basterebbero a spiegare l’essenza stessa della Carta fondamentale della nuova Italia nata dalla Resistenza iniziata, sul piano militare, l’8 settembre 1943 al momento della proclamazione dell’armistizio2. La “primissima Resistenza”, per ovvie ragioni, è dei militari che nonostante la confusione, la mancanza di ordini precisi3 e le incertezze di quei momenti (molti reparti presi di sorpresa si sbandano) reagiscono energicamente alla brutale aggressione dei tedeschi che mettono immediatamente in atto il piano Alarico, preparato da tempo fino ai minimi livelli, per disarmare gli italiani nel caso in cui si fossero arresi agli angloamericani. La Resistenza dei militari, compresa la dolorosa pagina degli internati nei campi di concentramento tedeschi, nel più ampio e complesso quadro della Guerra di Liberazione è una parte importante ancora tutta da studiare ed approfondire4. La proclamazione dell’armistizio trova, dunque, l’Italia divisa in due parti: quella meridionale conquistata-liberata dagli Alleati che nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 erano sbarcati in Sicilia e lentamente la stavano risalendo; quella centro-settentrionale che i tedeschi avevano occupato. La linea di demarcazione tra i due schieramenti è costituita dalla linea Gustav che attraversa trasversalmente l’Italia dalla foce del fiume Garigliano sul Tirreno alla foce del fiume Sangro sull’Adriatico passando per Cassino. L’armistizio è l’apice di una profonda crisi morale, sociale ed economica in cui il Paese era stato trascinato da una classe dirigente, dimostratasi già inadeguata ad affrontare i rivolgimenti politico-sociali causati dalla prima guerra mondiale5, che il 10 giugno 1940 dichiara guerra contemporaneamente al Regno Unito ed alla Francia. Due potenze coloniali che avevano nelle proprie colonie africane e nei paesi del Commonwealth (per l’Inghilterra) una riserva inesauribile di uomini che ci avrebbe, come poi è avvenuto, schiacciato. Nuto Revelli, giovane ufficiale del Regio Esercito, così descrive quei momenti: «La guerra comincia nella confusione, con ordini e contrordini. Il 30 maggio 1940 il generale Rodolfo Graziani, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ordina al Comando Gruppo di Armate Ovest di assumere lo schieramento previsto dal “piano di guerra” entro le ore 24 del 4 giugno. La data viene successivamente spostata al giorno 10, stessa ora. Incomincia così, con questo tira e molla, con un ordine e un contrordine, la breve avventura del Fronte occidentale»6. Dopo tre anni di guerra, quando si arriva all’armistizio, in Italia regna la stessa confusione che ne aveva contraddistinto l’entrata in guerra, con una differenza però: la popolazione, specialmente nelle città, è arrabbiata, delusa, ferita dai distruttivi bombardamenti angloamericani, è letteralmente affamata e va avanti con le tessere annonarie7 introdotte già a partire dal maggio 1940. La situazione è al collasso sia nell’Italia occupata dai tedeschi che in quella liberata dagli Alleati8, in questo scenario inizia la Guerra di Liberazione, moto spontaneo popolare di sapore risorgimentale: soldati, operai, studenti, professori, uomini e donne di tutti i ceti sociali, di diverso credo politico e religioso senza alcun coordinamento, si scagliano contro i tedeschi. A partire dal 23 settembre (lo stesso giorno in cui il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto sacrifica la vita per salvare ventidue civili che stanno per essere fucilati dai tedeschi per rappresaglia ad un presunto attentato), la lotta armata si estende anche contro i fascisti della neocostituita Repubblica Sociale Italiana, Stato fantoccio voluto da Hitler dopo la liberazione di Mussolini, il 12 settembre, da Campo Imperatore sul Gran Sasso ad opera di paracadutisti tedeschi (operazione Quercia). Oltre agli italiani combattenti, punta di un iceberg, nel corso dei venti mesi di guerra contro il nazifascismo ce ne sono altri, la maggioranza, invisibili che rischiano la vita e muoiono per aiutare i soldati sottrattisi alla cattura dei tedeschi, i partigiani, i renitenti alla leva della Repubblica di Salò o i militari alleati fuggiti dai campi di prigionia. Tantissimi civili, impiegati e operai, nei rispettivi luoghi di lavoro pongono in atto una serie di sabotaggi e scioperi bianchi, in pratica la stragrande maggioranza degli italiani di fronte alla violenza nazifascista, anche se non prende le armi in mano, non rimane indifferente né se ne rende complice. Un’idea precisa sull’argomento ce l’ha lasciata Piero Calamandrei: «Quanto possa la libertà ad esaltare il senso di solidarietà nazionale, e viceversa quali germi di smarrimento e di sbandamento semini nei cuori la schiavitù, si è esperimentato col nostro sangue nell’ora tragica della sconfitta. Nel 1917, quando l’Italia era una patria di uomini liberi, la sconfitta servì soltanto a rafforzar le istituzioni e a cementar tutti gli italiani intorno ad esse, in un esercito solo: e venne la battaglia del Piave. Nel 1943, quando l’Italia era uno Stato totalitario, la sconfitta determinò fatalmente la disgregazione del regime, che s’afflosciò come una carogna putrefatta: e di dentro si videro scappare da tutte le parti, come insetti immondi, i neri artefici di quella putredine, che s’affrettavano a cercare scampo dietro le baionette tedesche; ben lieti, pur di prolungare di qualche mese il loro impiego di delatori e sicari al servizio del nemico, di prolungare l’agonia della patria». La Resistenza, nel suo svolgersi, è stata condizionata anche sotto il profilo geografico: «Nell’Italia meridionale, sino a Napoli compresa, l’occupazione tedesca è una esperienza che o manca del tutto (la Sicilia al momento dell’armistizio è già in mano agli americani; nei giorni successivi l’esercito alleato arriverà in Calabria, nelle Puglie, in Basilicata) o durerà solo pochi giorni; al massimo, come a Napoli, tre settimane […] Diversa è la situazione in cui vengono a trovarsi le regioni dell’Italia centrale: gli Abruzzi e Molise, il Lazio, l’Umbria, le Marche e la Toscana. Qui l’occupazione tedesca dura molto più a lungo e si fa sentire in tutta la sua violenza. Alcune tra le più efferate rappresaglie, gli eccidi più barbari i nazisti li compiono in queste zone. Basti pensare al massacro romano delle Fosse Ardeatine. […] In Piemonte e nella Valle d’Aosta, in Liguria, Veneto, Lombardia, Emilia e Romagna il movimento partigiano costituirà per circa un anno e mezzo una presenza costante, il “potere alternativo” a quello degli occupanti, rendendo così possibile lo sviluppo di quella fitta e complessa rete di rapporti (e di tensioni) tra formazioni militari, organi politici, società civile che abbiamo indicato come una fondamentale griglia interpretativa del movimento»9. Nella Resistenza armata l’aspetto singolare è l’altissimo numero di giovani, quegli stessi giovani cresciuti nel Ventennio fasciata. Giorgio Amendola, partigiano, deputato alla Costituente nel 1946 e al Parlamento nel 1948 così si espresse al riguardo: «… nello sviluppo dell’antifascismo in quegli anni, ci fu un fenomeno importante: i giovani, la nuova opposizione dei giovani che abbandonavano le illusioni della dissidenza, avendo capito che il fascismo non era riformabile e non costituiva uno strumento di potenziamento nazionale. Nell’assumere una posizione antifascista questi giovani seguirono una motivazione patriottica: capirono che il fascismo era antinazionale. Non a caso molti di questi giovani che avevano raccolto medaglie sui fronti di guerra, diventarono ottimi partigiani dopo l’8 settembre». Se la primissima resistenza armata al tedesco è, per forza di cose, opera dei militari10, la Resistenza nella sua accezione più nobile va inquadrata nel contesto della Guerra di Liberazione intesa non solo come affrancamento dai tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò loro alleati, ma anche e soprattutto come liberazione dalla tirannia, da «un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile»11. Resistenza e Guerra di Liberazione sono due concetti, sul piano della lotta armata, in osmosi; abbiamo le bande partigiane composte da soli civili, da civili e militari insieme e bande composte da soli appartenenti alle forze armate (soldati, marinai, avieri, carabinieri, finanzieri di ogni ordine e grado), queste formazioni combattono i tedeschi con la guerriglia12. Abbiamo le forze armate del Regno del Sud cobelligeranti con gli Alleati a partire dal 13 ottobre 1943, a seguito della dichiarazione di guerra alla Germania nazista, dove troviamo partigiani volontari inseriti nei Gruppi di Combattimento, specialmente nelle file del “Cremona”. Tutti, senza distinzioni ideologiche, hanno l’obiettivo comune di liberare l’Italia dai tedeschi e dal fascismo per assicurarle un futuro libero e democratico. Se la Resistenza sul piano militare inizia l’8 settembre sotto il profilo politico, ideologico e culturale era iniziata molto tempo prima ossia con l’avvento stesso del fascismo, «cioè fino da quando lo squadrismo fascista aveva iniziato per le vie d’Italia la caccia all’uomo» come ha scritto Piero Calamandrei nel suo libro Lo Stato siamo noi e come certificato dalle sentenze del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato13. Migliaia di italiani durante il ventennio hanno pagato con la morte, con il confino e l’espatrio il loro antifascismo. Furono quelle persone che per cultura, sensibilità o comune buon senso avevano intuito prima degli altri che il fascismo avrebbe portato all’Italia solo terribili lutti e distruzioni, come poi puntualmente avvenne. Ricordo alcuni nomi di questo primo antifascismo: Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario14, ucciso a Roma nel 1924; Giovanni Amendola, parlamentare, muore esule a Cannes nel 1926 per i postumi di una brutale aggressione (con mazze chiodate) avvenuta a Montecatini nel 1925; Piero Gobetti, intellettuale, fondatore della rivista La rivoluzione liberale, ripara in Francia dove muore nel 1926; i fratelli Carlo e Nello Rosselli15 costretti a rifugiarsi all’estero vengono assassinati da sicari fascisti a Bagnoles de l'Orne in Normandia nel 1937; Filippo Turati socialista riformista, cofondatore del Partito Socialista Unitario, costretto a lasciare l’Italia e muore a Parigi nel 1932. Il 9 settembre 1943, i principali partiti antifascisti (Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Partito d’Azione, Democrazia Cristiana, Partito Liberale e Democrazia del Lavoro) danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), presieduto dal socialista Bonomi16 (che sarà presidente del Consiglio dal giugno 1944 al giugno 1945), evoluzione del precedente Comitato delle opposizioni costituitosi in Italia dopo la caduta del Fascismo. Il CLN ha la “direzione politica” della lotta di Liberazione alla quale partecipano autonomamente anche formazioni partigiane che non si sentono rappresentate dai partiti del CLN, come per esempio Bandiera Rossa, formazione trotskista, con al suo interno una significativa presenza di militari. Le varie formazioni partigiane espressione dei partiti che compongono il CLN (brigate Garibaldi, Matteotti, Fiamme Verdi, formazioni di Giustizia e Libertà) ricevono gli ordini dai rispettivi partiti di appartenenza i quali, avendo messo temporaneamente da parte differenze e stupidi antagonismi, decidono collegialmente la strategia della lotta contro i nazifascisti. In sostanza, l’unità politica tra i partiti antifascisti è mantenuta salda nell’intento di liberare dai tedeschi più parti possibile del Paese prima dell’arrivo degli Alleati nella consapevolezza che il peso dell’Italia, a guerra finita, sarebbe dipeso da quanto gli italiani sarebbero stati capaci di fare. Altro importante obiettivo della Guerra di Liberazione è quello di impedire la restaurazione dell’Italia prefascista con addirittura la Monarchia. Obiettivo di tutti i partiti del CLN, partito comunista compreso, infatti, è quello di dare all’Italia per la prima volta nella sua storia una democrazia avanzata, una democrazia socialmente fondata. Questo proposito è stato raggiunto e sintetizzato nella scrittura stessa dei Principi Fondamentali della Costituzione. Il concetto di democrazia avanzata è la grande novità, in quanto il sistema democratico dell’Italia prefascista, quella crispina e poi giolittiana, formalmente democratico, pluripartitico con rappresentanza regolarmente eletta non era una democrazia, era un regime liberale nel quale le guardie regie soltanto con Giolitti ebbero l’ordine di non sparare sugli scioperanti17. La Resistenza, sotto l’aspetto militare, termina formalmente il 25 aprile 1945, nel giorno in cui viene ordinata l’insurrezione generale dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia; pochi giorni dopo, il 29 aprile, i tedeschi firmano nella Reggia di Caserta, sede del Comando delle Forze Alleate in Italia, l’atto di resa incondizionata che fissa il cessate il fuoco per il 2 maggio18. Gli aspetti etici della Resistenza, invece, i più importanti, non si sono esauriti il 25 aprile ma sono andati oltre, hanno forgiato la nostra attuale Costituzione la quale «si collega al grande moto di rinnovamento espresso dalla Resistenza, che ha come motivo ispiratore il potenziamento della persona umana in ogni campo della vita associata, nonché l’attuazione delle condizioni necessarie ad una più intima e solidarietà nell’interno di ogni Stato e fra le nazioni»19. Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati a votare a suffragio universale per scegliere la forma da dare allo Stato, Repubblica o Monarchia, e per eleggere l’Assemblea Costituente, composta da 556 membri, che avrebbe avuto il compito di scrivere la Costituzione entro l’anno successivo20. Con oltre il cinquantaquattro per cento dei voti vince la Repubblica. L’Assemblea, in cui vengono elette ventuno donne, si riunisce per la prima volta il 25 giugno a Palazzo Montecitorio. In quella stessa data cessano i lavori della Consulta21. All’interno dell’Assemblea è nominata una “Commissione per la Costituzione”, composta da settantacinque membri appartenenti a tutte le forze politiche, cui viene affidato il compito di presentare un “Progetto di Costituzione”. La Commissione, a sua volta, è ripartita in tre Sottocommissioni: prima, diritti e doveri dei cittadini; seconda, organizzazione costituzionale dello Stato; terza, rapporti economici e sociali. La Commissione dei settantacinque, di cui fanno parte cinque donne, presieduta dall’onorevole Meuccio Ruini, inizia i suoi lavori il 20 luglio 1946 e li conclude con l’approvazione di un “Progetto di Costituzione della Repubblica Italiana”, che presenta alla Presidenza dell’Assemblea Costituente il 31 gennaio 1947. L’Assemblea Costituente, presieduta dall’onorevole Umberto Terracini, inizia l’esame del Progetto il 4 marzo 1947 e lo conclude con l’approvazione definitiva il 22 dicembre 1947. La Carta Costituzionale, frutto dei valori della Resistenza per i quali sono morte centomila persone appartenenti a tutti i ceti sociali, viene promulgata il 27 dicembre 1947 ed entra in vigore il 1° gennaio 1948.





1 Piero Calamandrei (1889-1956), giurista e scrittore politico, avvocato, rappresentante del Partito d’Azione nella Consulta nazionale e nell’Assemblea Costituente poi deputato della Repubblica.

2 L’armistizio era stato firmato cinque giorni prima a Cassibile in Sicilia, il cosiddetto “armistizio corto”, contro i tedeschi che in applicazione del piano Alarico aggrediscono le forze italiane in tutti i teatri di guerra ed occupano l’Italia non ancora liberata dagli Alleati.

3 Il 9 settembre, il capo del governo, i supremi capi militari ed il Re, invece di rimanere nella capitale alla guida delle forze armate per diramare ordini precisi e non sibillini, abbandonano precipitosamente i rispettivi posti di comando per mettersi in salvo a Brindisi appena liberata dagli Alleati.

4 Il generale Ferrante Gonzaga del Vodice, comandante della 222a Divisione costiera, decorato di medaglia d’oro al Valor Militare alla Memoria, è il primo militare italiano a cadere sotto il fuoco tedesco la sera stessa dell’8 settembre a Buccoli di Conforti, in provincia di Salerno; il giorno dopo il generale Bellomo, alla testa di un gruppo di soldati, finanzieri e marinai, salva dalla distruzione tedesca il porto di Bari; altri soldati e marinai il 9 e 10 settembre pagano con la vita il rifiuto di arrendersi ai tedeschi; l’Ammiraglio d’Armata Carlo Bergamini, comandante in capo delle forze navali da battaglia, il 9 settembre in navigazione al largo dell’Asinara scompare in mare con la corazzata “Roma” colpita dall’ex alleato, nell’affondamento della nave ammiraglia e del cacciatorpediniere “Vivaldi” perdono la vita 1352 uomini.


5 L’Italia nel giugno 1940 non si era ancora completamente riorganizzata dalle guerre in Etiopia (1935-1936) e in Spagna (1936-1939); i due conflitti avevano avuto un costo elevatissimo, soprattutto umano.

6 Revelli N., Le due guerre - Guerra fascista e guerra partigiana, Einaudi, Torino, 2003, p. 29.

7 Le tessere annonarie erano documenti personali rilasciati dai comuni per il razionamento dei generi alimentari di prima necessità, come pane, olio, zucchero e carne. Ogni tessera era legata a un singolo cittadino e conteneva bollini che permettevano l'acquisto di determinate quantità di cibo in giorni prestabiliti, e per ogni acquisto veniva strappato un bollino. Esistevano tessere di colori diversi a seconda dell'età del titolare (verde per i bambini, azzurra per i ragazzi, grigia per gli adulti) per definire le diverse razioni. 

8 Al sud, nell’Italia liberata non c’è lavoro, quello che c’è dipende dagli Alleati che pagano con le Am-lire, la moneta di occupazione del Governo Militare Alleato dei Territori Occupati (AMGOT).

9 Forcella E., Dalla rivoluzione di palazzo del 25 luglio ’43 alla insurrezione popolare del 25 aprile 1945, in La Resistenza Italiana – dall’opposizione al Fascismo alla lotta popolare, Edizioni Mondadori,1975, pp. 164-166.

10 I militari che si ritrovarono nella parte occupata dai tedeschi, a nord della linea Gustav, senza ordini e collegamenti con lo Stato Maggiore Generale trasferitosi a Brindisi, si diedero alla macchia pur di non combattere con i tedeschi o entrarono nelle formazioni partigiane o ne costituirono di nuove. Quelli che non riuscirono ad unirsi ai partigiani furono catturati e deportati nei lager del Terzo Reich, soprattutto in Germania, Polonia ed Austria, tantissimi altri furono fucilati sul posto. Primissima Resistenza fu anche quella che va sotto il nome di “Difesa di Roma”, dalla sera dell’8 al pomeriggio del 10 settembre 1943 in cui combatterono e caddero fianco a fianco militari e civili. La difesa di Roma è stata il paradigma della Resistenza di tutti gli italiani, militari e civili, che spontaneamente senza alcun coordinamento, nella parte di Paese occupata dai tedeschi, impugnarono le armi per cacciare l’occupante.


11 Calamandrei P., Lo Stato siamo noi, Chiarelettere, Milano, 2011, p. 63.

12 La Resistenza sul piano militare è stata condotta da una miriade di bande armate legate sia ai partiti del CLN che al Fronte Clandestino Militare di Montezemolo in collegamento con il Comando Supremo a Brindisi. Ma la guerriglia fu portata avanti anche da formazioni politiche autonome non legate ai partiti del CLN, come Bandiera Rossa ed altre ancora, piccole e grandi, cittadini e cittadine che autonomamente e nel più completo anonimato hanno dato il proprio piccolo o grande contributo alla causa.

13 Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato era un organo giurisdizionale fascista, particolarmente efficiente, istituito nel 1926 per giudicare i reati contro la sicurezza dello Stato e del regime.

14 Partito Socialista Unitario, formazione nata da una scissione del Partito Socialista Italiano nel 1922.

15 Carlo e Nello Rosselli, il primo ufficiale degli alpini, ferito al fronte nel corso del primo conflitto mondiale, professore universitario; il secondo, storico e giornalista.

16 Ivanoe Bonomi era stato presidente del Consiglio prima dell’avvento del fascismo, dal luglio 1921al febbraio 1922.

17 Nel maggio 1898, a Milano nel corso di disordini il generale Bava-Beccaris diede l’ordine di prendere a cannonate la folla; almeno ottanta persone rimasero uccise.

18 La capitolazione è firmata anche per conto della RSI in quanto gli Alleati riconoscevano solo il Regno del Sud quale legittimo governo italiano.

19 Mortati C., Ispirazione democratica della Costituzione, in Il Secondo Risorgimento – Nel decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia 1945 – 1955, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1955, p. 407.

20 Gli italiani, prima del 2 giugno, erano stati chiamati a votare una prima volta in occasione delle elezioni amministrative nella primavera del 1946, sempre a suffragio universale.

21 La Consulta Nazionale, istituita con il decreto legislativo luogotenenziale del 5 aprile 1945, n. 146, aveva lo scopo di dare pareri sui problemi generali e sui provvedimenti legislativi che ad essa venissero sottoposti dal Governo, il quale era obbligato a sentire la Consulta sui progetti di bilanci e sui rendiconti consuntivi dello Stato, in materia d’imposte (salvo casi d'urgenza) e sulle leggi elettorali. Ne facevano parte 440 membri. I consultori erano nominati dal Governo e da esso direttamente assegnati alle singole Commissioni (dieci).


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