DIBATTITI
Sergio Benedetto Sabetta
Con la
rivoluzione industriale si ha la nascita dell’homo oeconomicus, dove guadagno e
profitto diventano centrali nell’economia, il mercato nell’espandersi viene a
coinvolgere tutta la società con il passaggio dal valore di uso al valore di
scambio, ossia al prevalere del guadagno quale motivazione nella produzione con
il fine ultimo dell’accumulo.
Una volta
avvenuto il passaggio il meccanismo non si ferma più necessitando la politica
per regolarne il funzionamento, il mercato autoregolato genera proprie
istituzioni il cui motivo centrale è il guadagno premiando una visione
individualista fondata sull’Ego, al contrario nelle società primitive il
singolo vale solo come comunità, nella mancanza della produttività si tende a
non depauperare l’ambiente quindi non si premia chi è eccessivo per la
sostenibilità, si crea la tendenza alla frugalità.
L’introduzione
delle macchine trasformano il mercato semplice in mercato autoregolato con
proprie istituzioni, si introduce il principio del consumismo per sostenere la
produzione crescente, esso assorbe tutto quello che serve alla produzione che
una volta inserito nel ciclo produttivo non ne può uscire, necessita quindi la
politica per riequilibrare l’eccesso.
Nella
massimizzazione dei benefici economici non vi è un rapporto con gli altri in
termini di status ma è del tutto individuale (formativisti) , all’homo
simbolicus proprio delle società preindustriali, dove il posizionamento ossia lo
status sociale è dato dal prestigio (sostantivisti), si sostituisce l’homo
oeconomicus.
Occorre
distinguere tra il principio e il modello, il primo è una logica
nell’individuare le forme di integrazione economica dello scambio, il secondo è
la forma concreta che assume il principio, ossia le strutture sociali e
spaziali empiricamente osservabili.
Antropologicamente
l’economia si fonda su tre principi, la “reciprocità”, ossia su un sistema di
doni differiti nel tempo, questo implica la fiducia, la “redistribuzione”, la
quale presuppone un centro gerarchico, ossia una centricità, infine lo “scambio
di mercato”. La reciprocità comporta l’esistere di una simmetria delle
relazioni sociali ma in questa, come nello scambio di mercato, interviene la
variabile tempo.
La
concezione del tempo per gli esseri umani è diversa nelle varie epoche e
categorie, mentre gli animali sono preordinati nel genere umano la concezione
temporale deve essere introitata, i comportamenti culturali che vengono
progressivamente acquisiti una volta introitati diventano naturali, con la
produzione industriale nasce la sincronizzazione del tempo al fine di adattarsi
al funzionamento delle macchine, da questo il modello di standardizzazione del
tempo si stende a tutto il vivere quotidiano, attualmente con il ritorno del
risultato in rapporto al compito e non all’unità di produzione il tempo perde
parte della rigidità acquisita.
La
reciprocità comporta una intera classe di scambi non coerenti nel gruppo,
questo conduce a creare il confine tra un Noi e un Loro con relazioni
differenti da instaurare, dove ingannare nel commercio o scambio all’interno
(Noi) è riprovevole, mentre tale comportamento all’esterno (Loro) è
prestigioso, nella redistribuzione si ha un ulteriore passaggio quale conseguenza
ello scambio dei beni in una struttura gerarchica, la creazione ideologica
della Società.
Nella
società preindustriale ogni atto di consumo è sacrificale tanto agli dei che a
Dio, nella società industriale e post-industriale lo shopping quale atto sacrificale
avviene in funzione dell’altro, ma la morte di Dio e degli dei scioglie il
senso della comunità.
I
greci avevano capito che noi siamo costituzionalmente incompleti, interviene
pertanto la techne (tecnica) quale fuoco donato da Prometeo, dove il logos ha
ragione della tragedia, ma il classico è antieconomico in quanto non produce e
induce libertà nel favorire il pensiero critico.
Gli animali
possiedono modelli di azione rigidi e precisi (istinto), gli esseri umani sono
più flessibili mediante la cultura, un vantaggio nei mutamenti ambientali, ma
la cultura attiva anche condizioni identitarie che a loro volta incidono sulle
performance e la percezione, ma la tecnica non può sostituire il concetto
divino quale ente spirituale, la dimensione simbolica del divino nel suo
legittimare il potere (costruttivismo) non deve essere slegata dal biologico,
ossia il reale, con la conseguente perdita dello spirituale quale risultato
ultimo della secolarizzazione.
Il potere
non è solo politica ma è anche nel biologico quale necessità del coordinamento,
tra i vincoli cognitivi incorporati vi è l’altro che si
affianca ai restanti vincoli cognitivi universali costituiti dal gioco, dalla
persona, dall’ebrezza, dall’essere potenti, dall’eros e da thanatos, l’altro è
la prima condizione per definire chi siamo, senza alterità non c’è identità e
senza identità non c’è società.
L’altro è
necessario per definire il Noi collettivo, ossia la società, il corpo sente
l’alterità, la mente organizza l’alterità, la cultura definisce l’alterità, la
politica gestisce l’alterità, la storia incorpora l’alterità, l’economia
sfrutta l’alterità (Vereni).
Il rituale è
necessario a coordinare la cooperazione, si può distinguere per i piccoli
gruppi, immaginifico, o per i grandi gruppi nei quali rientrano gli stati o la
burocrazia, rutinario o dottrinale, correttamente realizzato ossia formale, le
sensazioni forti che dovrebbero nascere con i rituali creano coesione nel
gruppo, senza che vi sia la necessità di una reale comprensione (dalla
ritualità opaca alla opacità causale).
Il rito è
inteso come integrazione e non solo come compressione al fine del potere mentre
con l’immaginifico la necessità di immaginare provoca fratture nella società
con possibili eresie, il dottrinale allarga la comunità e la consolida, emerge
con l’industrializzazione il nazionalismo come elemento unificatore, anche
linguistico, che permette lo spostamento delle masse necessarie alla produzione
secondo l’innovazione tecnologica.
Nella
seconda metà del ‘900 il concetto di progresso è entrato in crisi, sebbene con l’IA
sia stato ripreso non è comunque sicuro, essendo in atto una crisi ambientale e
ancora il ricordo della “soluzione finale”, riducendosi pertanto alla semplice
tecnica quale potenza e alla sempre più sfocata idea messianica propria degi
USA, il progresso diventa quindi semplice strumento di descrizione a cui
subentra l’idea di decadenza.
Viene meno
nella sinistra la certezza dell’implosione capitalistica ma rifacendosi ad
Hegel si afferma contro l’Illuminismo che la realtà non è obbligatoriamente
razionale, nasce la paura del potere (cratofobia), l’homo oeconomicus diviene
homo strategicus, individuo razionale fondato sull’interesse, subentra una
cecità profonda delle dinamiche sociali, non si riesce più a scorgere nel
potere l’ambiguità di fondo dove ad un potere fondato sulla forza si
contrappone un potere fondato sul prestigio che aggrega a cui si affianca un
potere di cura (es. madre figlio), la stessa sacralizzazione del potere nel
rafforzarlo può portare alla sua limitazione dovendo ritualizzarlo.
Prendersi
cura è adattivo essendo proprio dei mammiferi, così che la leadership può
assumere la funzione di tutela in presenza di una massa critica di cooperatori
tale da potersi affermare contro i predatori, se questi ultimi superano la
quota del 7-8% cessa la cooperazione con il crollo dell’efficienza del gruppo,
ecco la necessità dell’aspetto punitivo e dell’ostracismo, tenendo presente che
siamo animali imitativi attivati socialmente.
Emerge
chiaramente per l’Italia la necessità di una strategia che impedisca
l’affermazione della categoria dei predatori tanto a livello sociale che
industriale, al fine di salvare la coesione interna, questo sia all’interno che
verso l’esterno, altrettanto a livello internazionale, dove l’economia nella
sua assolutizzazione conduce al prevalere degli aspetti predatori, con una
catena di conflitti intrecciati tra loro.
Bibliografia
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Polanyi
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