Cerca nel blog

martedì 22 novembre 2022

L’eredità della Grande Guerra.

 APPROFONDIMENTI



Ten. Cpl. Art. Pe. Sergio Benedetto Sabetta


             Al volgere delle celebrazioni per il Centenario della Grande Guerra, si possono richiamare alcune riflessioni sul suo significato per la storia d’Italia nel ‘900.

            Come ben descritto da Norman Stone nel suo “La grande Europa 1878-1919” (Ed. Laterza, 1986), nel paragrafo relativo all’Italia (255), il Paese presentava già nell’ 800 una fragilità strutturale determinata dalla disomogeneità tra le sue parti, non solo economica bensì anche culturale.

            La crescita economica avvenuta dopo gli anni ’80 dell’Ottocento non aveva risolto il conflitto.

            La dissoluzione del liberismo classico Cavouriano, ammirato tanto da Gladstone, aveva nella realtà dato il via a tentativi di creare nuovi equilibri, che si erano risolti nel Mezzogiorno in quelle che Stone definisce come la nascita di “consorterie” di “galantuomini”, che avevano sostituito progressivamente i vecchi “notabili” locali.

            Nel Nord con l’industrializzazione si erano affacciate le varie correnti socialiste, massimaliste rivoluzionarie e minimaliste democratiche, in perenne conflitto tra loro, mentre nel Centro Italia rimaneva una situazione mista per aree.

            La grande Depressione nello spazzare le relazioni economiche e sociali precedenti ebbe due effetti opposti, permise la nascita di nuove forme nelle aree industriali del Nord ma al contempo creò illusioni, chimere e incertezze nel Meridione, permettendo la scalata di una nuova classe affaristica parassitaria di “galantuomini”, detta  anche dei “ministeriali”.

            Vi fu quella che Stone definisce come “la conquista del Nord da parte del Sud”, in cui occorreva contemperare le richieste assistenziali con le riforme economiche a favore dell’incipiente industrializzazione, il risultato fu un progressivo sgretolarsi del liberalismo Cavouriano mediante figure quali il Depetris e il Crispi.

            Lo svilirsi progressivo del parlamentarismo introdusse l’idea del corporativismo (Toniolo) quale sistema alternativo, da cui il successivo “Stato corporativo” di Mussolini.

            Con Giolitti vi è un’abile intrecciarsi di alterne alleanze tra parti opposte che permettono un ulteriore crescita economica, fino a che corruzione, disaffezione, spinte radicali e politica internazionale fanno sì che vi sia il colpo di mano dell’entrata in guerra dell’Italia, contro la maggioranza parlamentare.

            La guerra evidenzia i conflitti interni al Paese, il distacco tra classi superiori e intellettuali con la base contadina e operaia che subisce il patriottismo, un distacco evidenziato dal duro trattamento che le truppe al fronte ricevono dalle gerarchie militari superiori, sospettose e diffidenti sulla fedeltà dei propri soldati.

            Anche il disinteresse di Roma per tutta la guerra sul destino dei circa 600.000 prigionieri italiani in mano austriaca, fino alla morte per denutrizione, accusati di volontaria consegna in mano al nemico, come l’accusa di tradimento lanciata da Cadorna sulle nostre unità al momento degli eventi di Caporetto, dimostrano questa diffidenza e distacco.

            Come l’accoglienza riservata al ritorno dei prigionieri, con internamento in campi italiani e interrogatori da parte di apposite commissioni, ne evidenziano sospetti e mancata coesione.

            Nel dopoguerra il rientro di masse di soldati nella vita civile e la difficoltà del reinserimento, creano conflitti sociali aggravati dalla mancata attuazione della riforma agraria, già promessa sul Piave ai nostri contadini – soldati.

            Si manifestata chiaramente la frattura interna alla Nazione tra classi, il biennio rosso aggrava con le sue agitazioni paura, conflitti e rancori, la reazione è il fascismo; nel quale non prevale solo e tanto l’aspetto repressivo e violento, bensì anche e soprattutto un carattere mistico e comunitario, che diviene erede, con i suoi simboli presi dagli “Arditi” del 1918, del cameratismo comunitario e giovanile delle trincee.

            Un carattere “organico e religioso”, come lo definisce Mosse, che crea consenso, d’altronde il totalitarismo ha una tradizione che risale alla Rivoluzione Francese, alla “volontà generale” di Rousseau, in cui il “popolo” depositario si vede incarnare nei tratti mistici di  Robespierre, leader e custode.

            Questo comporta l’eliminazione della distinzione tra vita privata e pubblica, coinvolgendo  funzionalmente le masse che vengono educate al nuovo culto.

            Presentandosi quale “Terza via “ tra “capitalismo” e “marxismo” unifica, anziché contrapporre, prolungando l’unitarietà dello sforzo bellico nel periodo successivo alla fine della guerra e introducendo, in tal modo, le masse finora escluse dal senso nazionale nello spirito della “Nuova Italia”.

            La società nella Grande Guerra diventa funzionale, marcatamente utilitaristica, perdendo molto del contenuto morale (Stone), il movimento fascista nel recuperare i valori borghesi ante-guerra, vi aggiunge l’esperienza bellica maturata da tutte le classi sociali, cercando di fonderle in un unico corpo.

            Le classi inferiori sembrano partecipare alla vita politica senza tuttavia parteciparvi effettivamente, si aspira a creare l’uomo “nuovo”, ossia il nuovo cittadino, partecipe e non passivo, ardito e non semplice fante, un cameratismo non ancora burocratizzato.

            Nell’elevazione a mito, quale giustificazione, della morte in massa si crearono i riti celebrativi per una comunione degli spiriti, nell’identificazione sia con il sacrificio religioso, ovvero il martirio, che con l’eroismo classico dell’eroe pagano, in cui la “Comunità Nazionale” e i singoli reduci e familiari possano identificarsi.

            La comunicazione di massa, nel sublimare il sacrificio, lo rende dinamico e permanente, elemento del vissuto quotidiano, di cui rendere merito ed esserne orgoglioso, circostanze che porta ad accettare con rassegnazione ma anche orgoglio la morte e il dolore, oltre che accettabile la violenza e la brutalità in essa insita.

            Vi è la necessità di rifondare la Nazione, abbattere quello in cui non ci si riconosce più, superato dalla grandiosità e dalla violenza degli avvenimenti, le nuove “verità eterne” vengono assimilate con il ripetere interminabile e la suggestione dei riti, si crea in tal modo una perenne estasi nietzscheana senza limiti apparenti.

            I successi conseguiti inizialmente e la possibilità di mettere l’accento sugli aspetti idealisti da sovrapporre a quelli economici, fa sì che vi sia un richiamo interclasse, fondato su una mistica patriottica ma al contempo dinamica e rivoluzionaria.

            Il nemico “borghese” è il vecchio sfruttatore, privo di dinamismo, distinguendo fra borghesia industriale e finanziaria, così che gli ideali borghesi vengono recuperati secondo nuove visioni che permettono l’integrazione delle masse contadine e operaie, solo a rivoluzione avvenuta vi sarebbe stata tolleranza e compassione.

            Sebbene rivoluzionario e proteso al nuovo dinamismo tecnologico, vengono recuperati ed integrati in esso i valori borghesi pre-guerra (Rabinbach) con i valori popolari in una nuova sintesi, dove non mancano la valorizzazione estetica, propria degli aspetti più intellettuali.

            I fattori culturali vengono quindi a fondersi con i fattori sociali ed economici, in una ricerca di trasformazione in sintesi con i vecchi valori, secondo il concetto fascista di “uomo nuovo”.

            L’individualismo, secondo il cameratismo delle trincee, può essere ammesso solo se uniti preventivamente in una comunità tesa a scopi comuni, la realizzazione del sé può quindi avvenire solo entro la collettività, questo non implica una conflittualità tra collettività e individualismo, bensì uno stretto interscambio.

            Principi e valori che emergono in tutti i movimenti allo stato nascente (Alberoni), ma che vengono delusi una volta giunti al potere e trasformati in classe dirigente, una inevitabile trasformazione ciclica che si ripete inesorabile nella storia, anche nel nuovo millennio.

            Nell’integrare politicamente le masse, si va alla ricerca di nuove forme di partecipazione popolare, ma nasce anche la necessità di rinnovare periodicamente il movimento, dando nuovi obiettivi e pertanto nuovo slancio alle giovani generazioni, che si affacciano alla politica e ad un movimento progressivamente ingessato dalla gestione del potere.

            Mito e interessi coincidono, i successi economici rafforzano il movimento trasformato in regime, ma permettono allo stesso tempo, attraverso gli ideali combattentistici e nazionali, di dare nuovi status ad ampie fette della popolazione, indipendentemente dagli aspetti puramente economici/salariali, circostanza che è stata recuperata in altri termini nei nuovi movimenti di inizio millennio.

            L’interclassismo che lo anima ne costituisce una forte base che si appoggia sul nazionalismo, fornendo una identità ed una fede che dà orgoglio all’individuo nella massa, una necessità ancor maggiore in un forte momento di crisi, che segue alle sofferenze di una guerra vinta ma anche spiritualmente mancata nelle aspirazioni perseguite.

            Il conflitto non è solo tra blocchi contrapposti, ma anche all’interno dei blocchi stessi, situazione ripetutasi al termine della Guerra Fredda, quando Luttwak osservò esservi un clima di spietata concorrenza, anche all’interno dell’Unione Europea, tanto da potere leggere l’interpretazione restrittiva del Trattato di Maastricht come un conflitto interno all’Europa, tra un nocciolo duro e l’altra parte dell’Europa.

            Un’Italia ricca e vittoriosa ma anche male amministrata, non in grado di discutere le condizioni del Trattato di pace alla pari con gli altri  alleati e di difendere, quindi, la propria autonomia geo-economica e tecnologica, in mancanza di una propria dottrina internazionale e della chiarezza sui punti di forza ma anche di debolezza (Incisa di Camerana).

            D’altronde si rischia la sensazione di accerchiamento che già provò la Germania guglielmina alla vigilia della Grande Guerra, ma che provò anche l’Italia di Vittorio Veneto alla fine della Grande Guerra nelle trattative svoltesi a Parigi nel 1919 (Pawly).

 

Dedicato a mia madre Mattiuzzo Clementina Rita nata sul Piave, vicino al Montello, nel marzo 1918 e suo padre Mattiuzzo Raimondo che, quale artigliere,  combatté sul Piave.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

·        Stone N., La Grande Europa 1878 – 1919, Ed. Laterza, 1976;

·        Mack Smith D., Storia d’Italia dal 1861 al 1969, 3 voll., Laterza, 1979;

·        Mosse G. L., L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, 1982;

·        Petacco A., Storia del Fascismo, 6 voll. Curcio Editori, 1986;

·        Incisa di Camerana L., La vittoria dell’Italia nella terza Guerra Mondiale, Laterza, 1996;

·        Romano S., Lo scambio ineguale, Laterza, 1995;

·        Pawly R., Guglielmo II e la potenza militare tedesca, Osprey, 2018.


Nessun commento:

Posta un commento