DIBATTITI
Il Campo di
Biala Podlaska
Per la cortese
adesione del Giornale settimanale di vita internazionale “Cosmopolita“ mi è
dato di poter riprodurre un articolo soldati italiani deportati in Polonia
pubblicato nel n. 19 del 9 dicembre 1944 dello stesso Giornale, a firma Roberto
Ballarati.
Casualmente,
l’Autore si riferisce proprio al Campo di Biala Podlaska che spezzò la vita di
mio figlio (Renato Mariani) e indubbiamente a Lui allude ove parla che “un Sottotenente giovanissimo
morì per una inspiegabile infezioni biliare“.
Sulla linea
ferroviaria Varsavia-Minsk a cinquanta chilometri dal Bug e da Brest Litowsky,
e a meno di trecento dalla linea del fuoco, all’inizio dell’inverno sul 52º
parallelo.
Non più di
questo poteva suggerire al fortunato destinatario l’indirizzo timbrato: “stalag
366 - Zweiglager-Biala Podlaska“, sulle cartoline dell’Internierten-Post dalla
data lontana. Del testo, c’era poco da fidarsi per il suo ottimismo forzato
dalla censura; la firma forse garantiva che il caro lontano era ancora in vita.
Tre giorni era
durato il nostro viaggio dallo Stalag IX C di Torn al nuovo campo. Consueto
trattamento di carro bestiame piombato senza riscaldamento nè sportelli
laterali. Alle 15,30 e con un buio pesto ci accolse Biala Podlaska.
Il campo era
vicino. Il cammino fu rischiarato da un aereo-faro che rasentando le nostre
teste, ci venne incontro e non ci abbandonò fino all’arrivo; aveva un enorme
riflettore sulla fusoliera che ora in testa, ora in coda dalla colonna,
lanciava lame di luce accecanti. Tutti i riflettori del campo si diressero
sull’ingresso al nostro arrivo. Per cinque, passammo le teorie dei tre ordini
esterni di filo spinato. Ci fecero poi sostare sul viale d’accesso al campo
“vero“, dove dopo altri tre ordini di reticolati si indovinavano nell’ombra
tutte le baracche. Era un campo vuoto, in approntamento ancora.
Come a teatro si
accesero tutti i proiettori e il dramma-per alcuni la tragedia-incominciò. Il
prologo lo recito il comandante del campo. Mentre il nevischio cadeva, ci tenne
mezz’ora per dirci che eravamo “benvenuti nel campo“, che avessimo pazientato
perché tutto non era all’altezza per un campo di prigionieri… ad ogni modo era
stato tutto disinfettato e pulito d’ogni residuo dei prigionieri russi evacuati
da qualche giorno (tifo petecchiale in vista). Due avvertimenti: non bere
l’acqua perché inquinata (cadaveri non molto lontani) e non accendere fuochi di
nessun genere (aerei russi di passaggio). Poi da amorevole padrone di casa ci dette
un’utile informazione. A dieci passi dal triplice reticolato interno cominciava
la “zona proibita“: chi vi si fosse avventurato si sarebbe procurato un rosario
di pallottole dei mitra che giorno e notte, erano puntate dalle vedette poste
sugli osservatori, ad ogni angolo dei reticolati esterni.
Sempre per
cinque, ci dettero una copertina, una ciotola e una tazza di coccio, poi nel
buio instabile, infastiditi dai riflettori impazziti, raggiungemmo le baracche.
La Germania si
può dire il regno della baracca. Ma fino allora le avevamo soltanto viste.
Viverci e tutt’altra cosa. Una baracca: bassa, quasi un vagone ferroviario
privo dei carrelli e delle ruote, messo a contatto col suolo. Un ingresso con
tre scalini per ognuno dei due o tre vani di cui è composta; la porta è pesante
e da uno stanzino dove a sinistra a destra c’è un’altra porta: si entra poi nel
vano dove si vive in ventiquattro o anche più. Le baracche ospitano dai
quarantotto ai settantadue prigionieri. Grosse travi troneggiano a mezz’aria e danno
l’aspetto di un retroscena o d’un deposito; in fila, sfruttando anche il più
piccolo spazio, i “castelli“ di legno per dormire, a due posti uno sull’altro.
Dopo la prima
mezza giornata di prigionia, le porte di ingresso avevano il sistema di
“chiusura automatica“ con una cordicella e il mattone legato all’estremità per
contrappeso. Dentro, dei tappetini di carta intagliata coprivano i recipienti
che, da un minimo di tre a un massimo di dodici, erano il “completo da tavola“
formato con mezzi vari di fortuna. Un angolo era tappezzato con le foto d’un
bimbo in tutte le pose. Sopra il
“castello“ una mensola portava una ciotolina portacenere, uno stecco
forse nettaunghie, spatole e cucchiaini di legno di ogni misura, un
portaritratti sconnesso con una foto di una donna giovane. Chiudi dovunque per
appendere la borraccia, il cappotto, le scarpe umide da asciugare.
Se un tavolo
c’era, non c’erano posto per tutti; e se c’era posto, mancava qualcosa su cui
ci si potesse sedere. Molti perciò vivevano in alto, fuori dal contatto con la
terra: mangiavano appollaiati sul castello, si svestivano lassù e dormivano sul
posto; gli abiti pendenti ai lacci del soffitto, facevano da schermo alla poca
luce delle finestrine. L’ora tormentosa era quella del rancio: tormentosa oltre
che per la fame mai soddisfatta anche per lo spazio ristretto che aveva come
conseguenza e gli alterchi più violenti della giornata. Quel poco che si
ingoiava era amareggiato dall’urto del vicino o dalle pedate sulla testa
dell’uomo “dall’alto“ che mangiava sul castello con le gambe penzoloni.
La piccola stufa
era allora letteralmente sommersa dalle gavette, gamelle e pentoline che con
ganci ingegnosi la ricoprivano sino alla base; ma per tutti non c’era posto e i
litigi erano immancabili. Il sole quasi sempre assente dai primi di novembre,
alle dieci del mattino si esibiva, quando c’era, in una specie di tramonto
aranciato per poi scomparire nel nebbioso mezzogiorno. Dopo tre ore, la notte.
In campo la luce artificiale non c’era come non c’era l’acqua (si beveva dal
tiglio bollito a reazione). Il Major più volte si “scusò” dicendo che era un
campo inabitabile, forse si sarebbe provveduto.
Fuori dalla
baracca, nelle sere in cui il tempo era calmo, si poteva udir passare la
guerra, in terra e in aria. Eravamo a meno di trecento chilometri dal fronte
russo, vicino ad una linea ferroviaria di rifornimento delle più importanti.
Passavano lunghi convogli ferroviari con un’intensità spettacolo osa, della
durata di cinquantasei minuti ognuno. Dal vicino campo di aviazione, aerei
esamotori erano in continuo movimento, forse per portare o riportare dal
fronte, uomini e materiali. Quindi i
tedeschi mettendoci dietro sei ordini di filo spinato, avevano come al solito
“ottemperato“ alle norme della convenzione di Ginevra. Al minimo sentore di
allarme aereo nella zona, si affrettavano a spegnere i fari di segnalazione
regolamentari e ogni luce in campo, di modo che le baracche, alla luce dei
razzi illuminanti, sembravo accampamenti di truppa. E i “raids“ russi erano
continui.
Il 7 novembre
cadde la prima neve. Problematico era passare l’inverno nordico in quelle
condizioni di vita e di denutrizione. Quanti avrebbero superato la prova?
Nell’inverno 42-43 erano deceduti nel campo per tifo petecchiale e scorbuto
oltre quattromila prigionieri russi su di un totale di quindicimila circa.
Grazie a Dio, la
stagione fu mite: media 30° sotto zero e la salute generale fu relativamente
soddisfacente. I tedeschi dettero a chi non aveva nulla dei pastrani di belgi,
francesi e russi morti. Molti erano ancora macchiati di sangue. Ogni capo di
vestiario aveva il suo bucherello.
In baracca il
freddo imperava. Un secchio di fradicia poltiglia nero fangosa, detta carbone
doveva bastare (quando si riusciva ad accenderla) per farci sopravvivere. Il
secchio non bastava: era chiaro.
Il freddo
annebbiata la vista, annienta ogni volontà; cominciare una “sparire“ tavoli e tavole dalle baracche disabitate:
ogni giorno un vuoto totale si creata in quelle baracche in fondo al campo.
Fuochi, veramente di gioia, si accendevano con mille rischi: il calduccio, che
lieve e brive ridava la sensazione di vivere, ripagava l’azzardo.
Gli organismi
leggermente tarati, privi di cure, indeboliti degli anni o dagli stenti
cedettero insieme ai più forti. Un capitano degli alpini morì in sette giorni
di broncopolmonite, un sottotenente giovanissimo per un inspiegabile infezioni
biliare. La tubercolosi fulminante pizzicava qua e là le sue vittime. Medici
italiani si offrirono per lottare col male e col “sanitario“ tedesco che non
voleva dare nulla, nemmeno la carta velina al posto del cartone idrofilo.
Costui, vero “criminale di guerra“, aveva ordinato di togliere a tutti noi
qualsiasi medicinale. Così il diabetico aveva un po’ di scorta di insulina, il
malarico che aveva le perle del chinino, il sofferente di dispepsia con il
bicarbonato, e perfino il miope con i suoi occhiali furono spogliati.
La realtà era
che i medicinali arrivati in campo passavano al Lazzarett tedesco, o
riapparivano sotto forma di borsa nera in cambio di stivaloni e suole. I
medicinali richiesti non arrivarono mai ai medici italiani. Le cure ai malati
venivano o dal compagno “facoltoso“ o dall’aiuto divino. Un “numero“ moriva con
accanto i compagni di baracca che a turno gli avevano portato qualcosa di
buono; una bianca scatoletta, una pasticca di menta, un cioccolatino stantivo;
quella lieve ombra di affetto forse rendeva meno ghiaccia la morte. Poi la
veglia, le orazioni del cappellano e l’adunata generale sullo spiazzo: passava
una cassa fatta con assi di “baracca”, e con l’”Ausweis” del Major del campo
“buono per quattro compagni più il cappellano” si andava a due passi dal campo
al cimitero, già occupato da tanti russi. Fu il cappellano che ottenne per noi
italiani il privilegio di una croce sul tumulo-ai russi “non concesso” e ci
disse il Major-come a chi si dà un premio. I compagni poi facevano il suo
pacco, riunivano le sue foto su cui non fissavano lo sguardo per non cedere, e
tutto veniva affidato alla Feldpost -se la sua casa era nella mezza Italia
martoriata dei tedeschi. Se no a, rimaneva lì.
I cappellani,
con la loro opera suadente e diplomatica, ottennero che ci fosse concessa una
“baracca convegno“. Da quel giorno essa fu per noi la Chiesa, l’auditorium, il
teatro, la piazza principale, il ritrovo di moda dalla vita elegante: fu
insomma il luogo da cui si usciva ristorati almeno nello spirito. La domenica
in esse venivano celebrate ogni ora, ma la Messa solenne era alle ore dieci. Il
Major tentò di forzare il sacerdote a introdurre nell’esercizio del suo
ministero una parte politica, per provocare quell’orientamento,
quell’avvicinamento a “loro“ che non avvenne mai.
Un vecchio
sottotenente attraversare il campo ogni sera con la sua lanterna. Andava alla
“baracca“ per le prove dove attendevano infreddoliti e tremanti una dozzina di
“cantori“. Posava le sue carte ingiallite accanto alla lanterna fumosa,
toglieva da sotto i cenci una asticella e si iniziava allora il colloquio delle
anime canore con le melodie celesti. Alla Messa delle dieci, il vecchio aveva
il suo angolo riservato ed era attorniato dai suoi discepoli, l’organo c’era,
era la fisarmonica salvata ai tedeschi tenuta orizzontalmente da due serventi.
Il pomeriggio domenicale era dedicato ai cori celebri. Il Nabucco, i Lombardi,
la Forza del Destino.
La fame aveva
come alleati i secchi della cucina e come nemico il mercato nero. I “pasti”
erano due: alle 13, brodaglia di cavoli aciduli o di carote gialle sporche di
terra in un secchio, nell’altro patate lesse (tre piccole e razioni). Alle
diciassette nel secchio c’era fanghiglia di bucce di patate con un quadruccio
di margarina persona. Il “dito“ di pane era sempre più bagnato e il pioppo di
ghiande tradiva l’origine legnosa.
Perciò il mercato nero si infiltrava in ogni parte. È da premettere che per il
comando non esisteva moneta in campo, dato che era acceso una specie di conto
corrente dove veniva accreditata la paga di 72-81-96-108-120-150 marchi mensili
rispettivamente da sottotenente al colonnello; qualunque moneta trovata in
baracca veniva sequestrata. Molti morivano di fame pur essendo quasi ricchi
sulla carta. Inutile dire che nessuno ebbe mai liquidato il conto. Ma il denaro
che correva c’era, nascosto nelle scarpe o nella fodera della giubba e serviva
per far salire i prezzi ogni volta che tentava l’uscita, spinto dalla fame del
suo possessore. Enorme la domanda, esigua l’offerta. Mercanti erano i soldati
di cucina. Essi non erano favoriti oltre che dal luogo di lavoro, anche dal
fatto che uscivano per scaricar patate alla stazione, e allora lungo il
tragitto avevo modo di arrangiarsi, ricevendo anche doni dai contadini locali.
Un uovo fu venduto a 900 lire; della pasta a 2200, una sigaretta 30 lire e una
patata cruda per 60. Poi questi magnati del mercato si dettero la voce di non
vendere più ma solo barattare. A lungo andare, dopo scambi di camice per due
pani, stivali per cinque pani e un po’ di fagioli, berretti per un pane, si
videro gli ufficiali laceri e malandati, mentre i cucinieri mi salutavano con
uno scatto perfetto degli stivaloni lucidi; la camicia pulita, il volto
paffuto, il capo coperto da un elegante berretto rigido.
Nottetempo, come
dei lupi, la fame faceva uscire i sette od otto procacciatori d’affari dalle
loro baracche. Sapevano che al posto IV c’era Leopold l’ucraino. Li seguiva il
collega che sapeva il tedesco; al posto IV un fischio. La sentinella
infagottata e coperta fino alla punta del naso, si voltava. Quando il
proiettile si allontanava, i colloqui in tedesco aveva inizio e si incrociavano
le domande: cibo da un lato; vestiario dall’altro. Gran richiesta dall’esterno
per penne stilografiche stivaloni. Una sera una sentinella disse in tedesco che
eseguiva l’ordine di un ufficiale chiedendo suole in cambio di due pani. I pani
arrivarono dal cielo, lanciati dal poderoso ucraino al di sopra dei fili
spinati.
Ma a chi non
aveva il sufficiente per coprirsi, non restava altro che sentire la fame,
assaporarla bene, e trovare in essa l’assillo nelle ore serali quando il
vegliare era un tormento uguale al sonno senza pace. Si andava col pensiero a
qualche cosa, a qualcuno che potesse sollevare la pena dello stomaco con un
aiuto. E la Croce Rossa?
Il 7 dicembre un
comunicato affisso alla baracca-convegno diceva testualmente: “nessuno può
scrivere né rivolgersi con qualsiasi mezzo e per qualunque ragione al Comitato
della Croce Rossa Internazionale a Ginevra, al Vaticano, nell’Ambasciata
d’Italia a Berlino, dato che questo comando - considerando i “soldati del duce“
come ospiti graditi da restituire gradualmente alla madrepatria-gli assiste
direttamente per quanto è in suo potere“. Firmato: il la Major. Per questo la
Croce Rossa brillò per la sua assenza nei 70 campi di prigionia della
Polonia?...
La posta era
un’altra piaga.
Vidi un
sottoufficiale tedesco cestinare nella posta in arrivo solo perché scritta sui
moduli commerciali o su carta da lettera affrancata con francobolli recanti
l’effigie del re; se c’era la testa di Hitler, graziava per rispetto.
In campo si
leggeva, si aveva sete di carta stampata, ma purtroppo questa difettava.
Giravano dei libri, ma erano pochi. Si leggevano I due prigionieri di
Zilahy con la stessa voracità con cui si digerivano i minuti i caratteri d’un
trattato di ostetricia o le aride novelle svedesi di Lagerkvist. E i tedeschi
sapevano dell’esistenza di questa malattia di prigionieri, e dopo averla fatta
sviluppare fecero venire un sottile narcotico, un veleno che avrebbe prima o
poi senza fallo intossicato tutti, sotto forma di un ignobile foglio stampato
settimanalmente, e distribuito con larghezza in tutti i campi dei deportati.
Aveva una testata attraente e un dolce titolo: “la Voce della Patria“. Carità
di essa vuole che se ne taccia.
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