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martedì 26 maggio 2026

Internamento in Germania

 DIBATTITI

Il Campo di Biala Podlaska

 

Per la cortese adesione del Giornale settimanale di vita internazionale “Cosmopolita“ mi è dato di poter riprodurre un articolo soldati italiani deportati in Polonia pubblicato nel n. 19 del 9 dicembre 1944 dello stesso Giornale, a firma Roberto Ballarati.

Casualmente, l’Autore si riferisce proprio al Campo di Biala Podlaska che spezzò la vita di mio figlio (Renato Mariani) e indubbiamente a Lui allude ove parla che “un Sottotenente giovanissimo morì per una inspiegabile infezioni biliare“.

 

Sulla linea ferroviaria Varsavia-Minsk a cinquanta chilometri dal Bug e da Brest Litowsky, e a meno di trecento dalla linea del fuoco, all’inizio dell’inverno sul 52º parallelo.

Non più di questo poteva suggerire al fortunato destinatario l’indirizzo timbrato: “stalag 366 - Zweiglager-Biala Podlaska“, sulle cartoline dell’Internierten-Post dalla data lontana. Del testo, c’era poco da fidarsi per il suo ottimismo forzato dalla censura; la firma forse garantiva che il caro lontano era ancora in vita.

Tre giorni era durato il nostro viaggio dallo Stalag IX C di Torn al nuovo campo. Consueto trattamento di carro bestiame piombato senza riscaldamento nè sportelli laterali. Alle 15,30 e con un buio pesto ci accolse Biala Podlaska.

Il campo era vicino. Il cammino fu rischiarato da un aereo-faro che rasentando le nostre teste, ci venne incontro e non ci abbandonò fino all’arrivo; aveva un enorme riflettore sulla fusoliera che ora in testa, ora in coda dalla colonna, lanciava lame di luce accecanti. Tutti i riflettori del campo si diressero sull’ingresso al nostro arrivo. Per cinque, passammo le teorie dei tre ordini esterni di filo spinato. Ci fecero poi sostare sul viale d’accesso al campo “vero“, dove dopo altri tre ordini di reticolati si indovinavano nell’ombra tutte le baracche. Era un campo vuoto, in approntamento ancora.

Come a teatro si accesero tutti i proiettori e il dramma-per alcuni la tragedia-incominciò. Il prologo lo recito il comandante del campo. Mentre il nevischio cadeva, ci tenne mezz’ora per dirci che eravamo “benvenuti nel campo“, che avessimo pazientato perché tutto non era all’altezza per un campo di prigionieri… ad ogni modo era stato tutto disinfettato e pulito d’ogni residuo dei prigionieri russi evacuati da qualche giorno (tifo petecchiale in vista). Due avvertimenti: non bere l’acqua perché inquinata (cadaveri non molto lontani) e non accendere fuochi di nessun genere (aerei russi di passaggio). Poi da amorevole padrone di casa ci dette un’utile informazione. A dieci passi dal triplice reticolato interno cominciava la “zona proibita“: chi vi si fosse avventurato si sarebbe procurato un rosario di pallottole dei mitra che giorno e notte, erano puntate dalle vedette poste sugli osservatori, ad ogni angolo dei reticolati esterni.

Sempre per cinque, ci dettero una copertina, una ciotola e una tazza di coccio, poi nel buio instabile, infastiditi dai riflettori impazziti, raggiungemmo le baracche.

La Germania si può dire il regno della baracca. Ma fino allora le avevamo soltanto viste. Viverci e tutt’altra cosa. Una baracca: bassa, quasi un vagone ferroviario privo dei carrelli e delle ruote, messo a contatto col suolo. Un ingresso con tre scalini per ognuno dei due o tre vani di cui è composta; la porta è pesante e da uno stanzino dove a sinistra a destra c’è un’altra porta: si entra poi nel vano dove si vive in ventiquattro o anche più. Le baracche ospitano dai quarantotto ai settantadue prigionieri. Grosse travi troneggiano a mezz’aria e danno l’aspetto di un retroscena o d’un deposito; in fila, sfruttando anche il più piccolo spazio, i “castelli“ di legno per dormire, a due posti uno sull’altro.

Dopo la prima mezza giornata di prigionia, le porte di ingresso avevano il sistema di “chiusura automatica“ con una cordicella e il mattone legato all’estremità per contrappeso. Dentro, dei tappetini di carta intagliata coprivano i recipienti che, da un minimo di tre a un massimo di dodici, erano il “completo da tavola“ formato con mezzi vari di fortuna. Un angolo era tappezzato con le foto d’un bimbo in tutte le pose. Sopra il  “castello“ una mensola portava una ciotolina portacenere, uno stecco forse nettaunghie, spatole e cucchiaini di legno di ogni misura, un portaritratti sconnesso con una foto di una donna giovane. Chiudi dovunque per appendere la borraccia, il cappotto, le scarpe umide da asciugare.

Se un tavolo c’era, non c’erano posto per tutti; e se c’era posto, mancava qualcosa su cui ci si potesse sedere. Molti perciò vivevano in alto, fuori dal contatto con la terra: mangiavano appollaiati sul castello, si svestivano lassù e dormivano sul posto; gli abiti pendenti ai lacci del soffitto, facevano da schermo alla poca luce delle finestrine. L’ora tormentosa era quella del rancio: tormentosa oltre che per la fame mai soddisfatta anche per lo spazio ristretto che aveva come conseguenza e gli alterchi più violenti della giornata. Quel poco che si ingoiava era amareggiato dall’urto del vicino o dalle pedate sulla testa dell’uomo “dall’alto“ che mangiava sul castello con le gambe penzoloni.

La piccola stufa era allora letteralmente sommersa dalle gavette, gamelle e pentoline che con ganci ingegnosi la ricoprivano sino alla base; ma per tutti non c’era posto e i litigi erano immancabili. Il sole quasi sempre assente dai primi di novembre, alle dieci del mattino si esibiva, quando c’era, in una specie di tramonto aranciato per poi scomparire nel nebbioso mezzogiorno. Dopo tre ore, la notte. In campo la luce artificiale non c’era come non c’era l’acqua (si beveva dal tiglio bollito a reazione). Il Major più volte si “scusò” dicendo che era un campo inabitabile, forse si sarebbe provveduto.

Fuori dalla baracca, nelle sere in cui il tempo era calmo, si poteva udir passare la guerra, in terra e in aria. Eravamo a meno di trecento chilometri dal fronte russo, vicino ad una linea ferroviaria di rifornimento delle più importanti. Passavano lunghi convogli ferroviari con un’intensità spettacolo osa, della durata di cinquantasei minuti ognuno. Dal vicino campo di aviazione, aerei esamotori erano in continuo movimento, forse per portare o riportare dal fronte, uomini e materiali. Quindi  i tedeschi mettendoci dietro sei ordini di filo spinato, avevano come al solito “ottemperato“ alle norme della convenzione di Ginevra. Al minimo sentore di allarme aereo nella zona, si affrettavano a spegnere i fari di segnalazione regolamentari e ogni luce in campo, di modo che le baracche, alla luce dei razzi illuminanti, sembravo accampamenti di truppa. E i “raids“ russi erano continui.

Il 7 novembre cadde la prima neve. Problematico era passare l’inverno nordico in quelle condizioni di vita e di denutrizione. Quanti avrebbero superato la prova? Nell’inverno 42-43 erano deceduti nel campo per tifo petecchiale e scorbuto oltre quattromila prigionieri russi su di un totale di quindicimila circa.

Grazie a Dio, la stagione fu mite: media 30° sotto zero e la salute generale fu relativamente soddisfacente. I tedeschi dettero a chi non aveva nulla dei pastrani di belgi, francesi e russi morti. Molti erano ancora macchiati di sangue. Ogni capo di vestiario aveva il suo bucherello.

In baracca il freddo imperava. Un secchio di fradicia poltiglia nero fangosa, detta carbone doveva bastare (quando si riusciva ad accenderla) per farci sopravvivere. Il secchio non bastava: era chiaro.

Il freddo annebbiata la vista, annienta ogni volontà; cominciare una “sparire“  tavoli e tavole dalle baracche disabitate: ogni giorno un vuoto totale si creata in quelle baracche in fondo al campo. Fuochi, veramente di gioia, si accendevano con mille rischi: il calduccio, che lieve e brive ridava la sensazione di vivere, ripagava l’azzardo.

Gli organismi leggermente tarati, privi di cure, indeboliti degli anni o dagli stenti cedettero insieme ai più forti. Un capitano degli alpini morì in sette giorni di broncopolmonite, un sottotenente giovanissimo per un inspiegabile infezioni biliare. La tubercolosi fulminante pizzicava qua e là le sue vittime. Medici italiani si offrirono per lottare col male e col “sanitario“ tedesco che non voleva dare nulla, nemmeno la carta velina al posto del cartone idrofilo. Costui, vero “criminale di guerra“, aveva ordinato di togliere a tutti noi qualsiasi medicinale. Così il diabetico aveva un po’ di scorta di insulina, il malarico che aveva le perle del chinino, il sofferente di dispepsia con il bicarbonato, e perfino il miope con i suoi occhiali furono spogliati.

La realtà era che i medicinali arrivati in campo passavano al Lazzarett tedesco, o riapparivano sotto forma di borsa nera in cambio di stivaloni e suole. I medicinali richiesti non arrivarono mai ai medici italiani. Le cure ai malati venivano o dal compagno “facoltoso“ o dall’aiuto divino. Un “numero“ moriva con accanto i compagni di baracca che a turno gli avevano portato qualcosa di buono; una bianca scatoletta, una pasticca di menta, un cioccolatino stantivo; quella lieve ombra di affetto forse rendeva meno ghiaccia la morte. Poi la veglia, le orazioni del cappellano e l’adunata generale sullo spiazzo: passava una cassa fatta con assi di “baracca”, e con l’”Ausweis” del Major del campo “buono per quattro compagni più il cappellano” si andava a due passi dal campo al cimitero, già occupato da tanti russi. Fu il cappellano che ottenne per noi italiani il privilegio di una croce sul tumulo-ai russi “non concesso” e ci disse il Major-come a chi si dà un premio. I compagni poi facevano il suo pacco, riunivano le sue foto su cui non fissavano lo sguardo per non cedere, e tutto veniva affidato alla Feldpost -se la sua casa era nella mezza Italia martoriata dei tedeschi. Se no a, rimaneva lì.

I cappellani, con la loro opera suadente e diplomatica, ottennero che ci fosse concessa una “baracca convegno“. Da quel giorno essa fu per noi la Chiesa, l’auditorium, il teatro, la piazza principale, il ritrovo di moda dalla vita elegante: fu insomma il luogo da cui si usciva ristorati almeno nello spirito. La domenica in esse venivano celebrate ogni ora, ma la Messa solenne era alle ore dieci. Il Major tentò di forzare il sacerdote a introdurre nell’esercizio del suo ministero una parte politica, per provocare quell’orientamento, quell’avvicinamento a “loro“ che non avvenne mai.

Un vecchio sottotenente attraversare il campo ogni sera con la sua lanterna. Andava alla “baracca“ per le prove dove attendevano infreddoliti e tremanti una dozzina di “cantori“. Posava le sue carte ingiallite accanto alla lanterna fumosa, toglieva da sotto i cenci una asticella e si iniziava allora il colloquio delle anime canore con le melodie celesti. Alla Messa delle dieci, il vecchio aveva il suo angolo riservato ed era attorniato dai suoi discepoli, l’organo c’era, era la fisarmonica salvata ai tedeschi tenuta orizzontalmente da due serventi. Il pomeriggio domenicale era dedicato ai cori celebri. Il Nabucco, i Lombardi, la Forza del Destino.

La fame aveva come alleati i secchi della cucina e come nemico il mercato nero. I “pasti” erano due: alle 13, brodaglia di cavoli aciduli o di carote gialle sporche di terra in un secchio, nell’altro patate lesse (tre piccole e razioni). Alle diciassette nel secchio c’era fanghiglia di bucce di patate con un quadruccio di margarina persona. Il “dito“ di pane era sempre più bagnato e il pioppo di ghiande  tradiva l’origine legnosa. Perciò il mercato nero si infiltrava in ogni parte. È da premettere che per il comando non esisteva moneta in campo, dato che era acceso una specie di conto corrente dove veniva accreditata la paga di 72-81-96-108-120-150 marchi mensili rispettivamente da sottotenente al colonnello; qualunque moneta trovata in baracca veniva sequestrata. Molti morivano di fame pur essendo quasi ricchi sulla carta. Inutile dire che nessuno ebbe mai liquidato il conto. Ma il denaro che correva c’era, nascosto nelle scarpe o nella fodera della giubba e serviva per far salire i prezzi ogni volta che tentava l’uscita, spinto dalla fame del suo possessore. Enorme la domanda, esigua l’offerta. Mercanti erano i soldati di cucina. Essi non erano favoriti oltre che dal luogo di lavoro, anche dal fatto che uscivano per scaricar patate alla stazione, e allora lungo il tragitto avevo modo di arrangiarsi, ricevendo anche doni dai contadini locali. Un uovo fu venduto a 900 lire; della pasta a 2200, una sigaretta 30 lire e una patata cruda per 60. Poi questi magnati del mercato si dettero la voce di non vendere più ma solo barattare. A lungo andare, dopo scambi di camice per due pani, stivali per cinque pani e un po’ di fagioli, berretti per un pane, si videro gli ufficiali laceri e malandati, mentre i cucinieri mi salutavano con uno scatto perfetto degli stivaloni lucidi; la camicia pulita, il volto paffuto, il capo coperto da un elegante berretto rigido.

Nottetempo, come dei lupi, la fame faceva uscire i sette od otto procacciatori d’affari dalle loro baracche. Sapevano che al posto IV c’era Leopold l’ucraino. Li seguiva il collega che sapeva il tedesco; al posto IV un fischio. La sentinella infagottata e coperta fino alla punta del naso, si voltava. Quando il proiettile si allontanava, i colloqui in tedesco aveva inizio e si incrociavano le domande: cibo da un lato; vestiario dall’altro. Gran richiesta dall’esterno per penne stilografiche stivaloni. Una sera una sentinella disse in tedesco che eseguiva l’ordine di un ufficiale chiedendo suole in cambio di due pani. I pani arrivarono dal cielo, lanciati dal poderoso ucraino al di sopra dei fili spinati.

Ma a chi non aveva il sufficiente per coprirsi, non restava altro che sentire la fame, assaporarla bene, e trovare in essa l’assillo nelle ore serali quando il vegliare era un tormento uguale al sonno senza pace. Si andava col pensiero a qualche cosa, a qualcuno che potesse sollevare la pena dello stomaco con un aiuto. E la Croce Rossa?

Il 7 dicembre un comunicato affisso alla baracca-convegno diceva testualmente: “nessuno può scrivere né rivolgersi con qualsiasi mezzo e per qualunque ragione al Comitato della Croce Rossa Internazionale a Ginevra, al Vaticano, nell’Ambasciata d’Italia a Berlino, dato che questo comando - considerando i “soldati del duce“ come ospiti graditi da restituire gradualmente alla madrepatria-gli assiste direttamente per quanto è in suo potere“. Firmato: il la Major. Per questo la Croce Rossa brillò per la sua assenza nei 70 campi di prigionia della Polonia?...

La posta era un’altra piaga.

Vidi un sottoufficiale tedesco cestinare nella posta in arrivo solo perché scritta sui moduli commerciali o su carta da lettera affrancata con francobolli recanti l’effigie del re; se c’era la testa di Hitler, graziava per rispetto.

In campo si leggeva, si aveva sete di carta stampata, ma purtroppo questa difettava. Giravano dei libri, ma erano pochi. Si leggevano I due prigionieri di Zilahy con la stessa voracità con cui si digerivano i minuti i caratteri d’un trattato di ostetricia o le aride novelle svedesi di Lagerkvist. E i tedeschi sapevano dell’esistenza di questa malattia di prigionieri, e dopo averla fatta sviluppare fecero venire un sottile narcotico, un veleno che avrebbe prima o poi senza fallo intossicato tutti, sotto forma di un ignobile foglio stampato settimanalmente, e distribuito con larghezza in tutti i campi dei deportati. Aveva una testata attraente e un dolce titolo: “la Voce della Patria“. Carità di essa vuole che se ne taccia.

 

 

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