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sabato 16 dicembre 2017

Affondamento del Piroscafo "Re Umberto " 8 giugno 1916

ARCHIVIO

Il rientro in Italia della Brigata "Marche" dall'Albania ha avuto un risvolto tragico. l'8 giugno 1916 il piroscafo "Re Umerto" fu silurato all'uscita di Valona. Tutto il 55° Reggimento fanteria, circa 1900, andò perduto nel repentino affondamento della nave.
Riportiamo la testimonianza di uno dei pochi superstiti

Fra i superstiti vi è il Capitano Luigi Cova, nato a Treviso l’11 novembre 1891, che in una lettera ai famigliari così diescrive la tragedia di cui fu protagonista:

“..Non vi so descrivere che successe all’atto del siluramento: erano oltre 2000 persone che urlavano, che invocavano aiuto, che piangevano, che inpazzivano, che si sparavano, che si abbracciavano per morire… Che strazio! In mezzo a tutta questa scena orrenda, il mio spirito però rimase imperplesso e passato l’attimo di indecisione sul da farsi, mi precipitai in una lancia vicina….Non appena montato, un disperato, taglia il capo solo delle funi di sostegno; la lancia si rovescia e tutti facciamo un volo di 12 metri in mare. In tale frangente molti soldati andaro a sbattere contro il fianco della nave ancora in moto, altri contro altre scialuppe ridotte a pezzi, altri ancora che non sapevano nuotare trovarono la morte immediata in acqua. Non so come e perché io in tale volo non riportassi che una contusione al polso destro, un’altra al braccio sinistro ed una terza forse più pericolosa al costato destro. Ad ogni modo la forza della disperazione mi sostenne e nonostante fossi completamente vestito e non indossassi il salvagente, mi mantenni a galla per tre quarti d’ora. In cinque minuti il povero “Principe Umberto”colava a picco ed il mare ingoiava migliaia di persone; sullo specchio d’acqua debolmente illuminato dalla luna non si vedeva che ombre nere che lottavano con la morte, il silenzio del mare tranquillo era rotto dalle voci che imploravano aiuto, che disperatamente chiamavano la mamma, la moglie i figli…..Io cercavo un rottame di legno qualsiasi per poter resistere più a lungo in mare. La fortuna mi assecondò: m’incontrai con il capitano Marcias ed un soldato della mia compagnia che erano appoggiati ad una tavola; mi unii a loro e così riposando ora sul braccio sinistro, ora sul destro potei assicurare la mia salvezza. Le due torpediniere di scorta non appena la nave fu silurata cercarono il sottomarino infame, ma non riuscirono a catturarlo, dopo di che corsero in aiuto ai naufraghi.
Io fui raccolto dopo ben tre quarti d’ora di bagno dalla torpediniera “Espero” ove mi furono prodigate le prime amorose cure.. Poco dopo giunse anche il capitano Ghirardi pesto alle ossa; ci abbracciammo e piangemmo a lungo. Al ritorno al porto di Valona, ove giungemmo verso le 2 di notte, ci trasbordarono sul piroscafo “Vittorio Emanuele” ove trovammo il comandante la piazza di Valona, Tenente Generale Piacentini, il quale mi strinse la mano e mi ammirò perché mentre salivo a bordo, seppure a stento, fumavo avidamente una sigaretta regalatamida un marinaio. Era l’eccitazione del momento che mi faceva forte: durante la notte mi accorsi di stare male, febbere altissima, delirio… Dei 220 uomini della compagnia sono rimasto con 82, ho perduto tutti gli
 ufficiali”[1]


centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

[1] Cfr. http//55fanteria.it/testimonianze.html

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