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domenica 4 giugno 2017

Testimonianze

FONTI,TESTI E DOCUMENTI

ASSALTO ALLA CIMA
Gino Frontali  Sottotenente medico

Monte Seikofel, monte Covolo (Monte Croce di Comelico BOLZANO)
Sul fronte alpino, dopo la fine della Seconda battaglia dell'Isonzo, proseguono gli scontri. Il sottotenente medico Gino Frontali, in forza al 70° fanteria, assiste all'offensiva per la conquista di monte Seikofel, o monte Covolo, in Cadore.
Alle nostre spalle verso destra sull'orlo del bosco rado d'abeti nani che maschera le nostre riserve compare una catena di uomini che avanza carponi a sbalzi e si ferma a terra. Ne vedo una trentina, il resto è nascosto da una piega del terreno. Il movimento d'insieme ha qualcosa di sicuro e di fatale che mi dà una curiosa commozione. Il mio riparo viene oltrepassato dagli assalitori. Sono le 14. Misuro con gli occhi la distanza che separa ancora dalla cima quei piccoli segni grigi, che sembrano tanti "4" coricati: saranno forse 200 metri. Le nostre raffiche d'artiglieria si diradano. Fra l'una e l'altra s'intercala qualche ta-pum, qualche breve serie di colpi di mitragliatrice. Ahi, sono ancora deste quelle macchine maledette! Improvvisamente si fa un grande silenzio, nel quale sento battere soltanto le mie tempie. Che fanno ancora a terra i nostri fanti? Temo che perdano un tempo prezioso. Forse è appena un attimo, che già qualcuno scatta, s'ode appena il segnale d'un fischietto. Poi la linea si deforma, assume un andamento sinuoso, avanzato al centro come il cuneo degli uccelli migratori: quivi è probabilmente un ufficiale. Gridano e corrono, qualcuno sembra inciampare. Quanto spazio li separa ancora dalla meta! Non arriveranno mai! Il nemico li vuole risparmiare?
Ahimè, no, un gruppo compatto di corridori curvi sembra impennarsi e sfasciarsi come un mazzo di fiori che si slega. Nello stesso tempo un nugolo di miagolii s'infigge nella roccia del mio riparo, una sfuriata di frustate schioccanti la sfalda a scheggia a scheggia. E il ton-to-ton lontano e brontolone delle mitragliatrici del Hochgranten acquista un tono sarcastico. Il gridio giulivo si mescola ad urli selvaggi: "Savoia" o "aiuto" o "muoio". Intatti, sani e preoccupati vedo passare rasenti al mio riparo i fanti d'una seconda ondata. Partono di corsa. Ahi, l'urlio aumenta. Il lavoro delle mitragliatrici non dà tregua.
Si rovesciano verso il mio riparo – dove ho preparato su l'erba il piccolo armamentario dei miei mezzi di medicazione – ondate d'uomini urlanti, laceri nelle vesti e nelle carni, tinti di rosso come vendemmiatori, agitati come ubriachi. Cadono sfiniti o s'appoggiano alla roccia.
S'aggruppano come greggi in attesa. Alcuni reclamano soccorso immediato, piangono per impietosire – altri impallidiscono, impallidiscono in silenzio, in mezzo a una pozza di sangue che s'allarga – altri agitano arti ciondolanti, ossa denudate, che danno l'impressione del bianco delle lastre fotografiche scoperte alla luce per errore.
Un toscano fa una cantilena dondolando la testa e reggendo con due mani la sua coscia fratturata – canta il suo dolore in poesia come certi mendicanti davanti alle chiese.
Un marchigiano, di Macerata, con una tranquillità da Muzio Scevola m'offre il moncone strinato del suo avambraccio destro, dal quale una bomba ha mozzato la mano.
Il colonnello Guadagni (Pilade Guadagni, comandante el 70° dal 24 maggio al 24 agosto 1915, Ndr) è venuto a dare un'occhiata ai feriti, a un tratto scorge gruppi d'uomini sani che arrivano a frotte con le facce sbigottite con gli occhi sfuggenti.
"Ragazzi", egli dice con voce chiara, "torniamo all'assalto" ha la rivoltella in pugno e le parole miti sono accompagnate da un gesto che non lascia alternative.

Mentre passo da un ferito all'altro con un fremito di stanchezza nelle gambe, coi calzoni inzuppati di sangue ai ginocchi, con le mani invischiate che sanno di carne cruda, mi pare impossibile arrivare a soccorrere tutti: non basteranno le fasce, le stecche, i lacci emostatici che ho con me. E nei brevi momenti di scoramento levo la fronte al carnaio, a guardare con un rapimento improvviso le immense solitudini nevose della Croda Rossa, di Cima 13, nitide nel freddo sereno come paesaggi d'un altro pianeta.

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