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lunedì 20 luglio 2026

Renato Mariani Una Testimonianza III Parte

 ARCHIVIO

 Progetto 2024/1



LA VITA MILITARE.

 

Poco dopo il suo ritorno da Formia scoppiava la guerra mondiale e purtroppo, con l'inizio del 1940, ogni giorno più si profilava anche la nostra entrata nello sciagurato conflitto. Anche la parte che noi vi avremmo preso era fatalmente segnata. Per Renato, ormai ventiduenne, non ci sarebbe stata via di uscita: gli studi universitari e l'incarico presso la Confederazione dell'Industria sarebbero da un momento all'altro saltati in aria. Tra noi non si parlava troppo dell'argomento. Egli dimostrava anzi la più olimpica calma. Sia prima che dopo che la nostra guerra fosse dichiarata, con la solita sua precisione di giudizio, aveva manifestato, però, in famiglia e fra amici, la propria fermissima opinione al riguardo. Egli riteneva cioè che la partita sarebbe stata ardua, lunga e densa di incognite e di sorprese; perché, lungi dal credere alla nostra potenza militare e al valore dei capi, Egli obiettivamente valutava, al giusto grado, le possibilità immediate e future dell'altra parte in contesa.

Con tutto ciò, a un mese appena dalla nostra dichiarazione di guerra, il 13 luglio Egli doveva partire per compiere il corso di Allievo Ufficiale di Complemento alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, donde fu trasferito a quella di Fanteria di Fano.

Io andai a trovarlo per poche ore, il 4 agosto e il 9 ottobre, sia nell'una che nell'altra sede, ove compiva regolarmente la sua istruzione, fino a che, esaurito il corso con la nomina a Sottotenente di Fanteria, il 15 novembre non tornò in famiglia. Qui Egli riprese le lezioni universitarie e anche il suo lavoro presso la Confederazione dell'Industria; ma, qualche mese prima del previsto, il 10 febbraio 1941, partiva per Ascoli Piceno, arruolato in quel 49° Reggimento Fanteria.

Di là, in una lettera alla sorella Maria e a conferma del suo attaccamento verso di lei, del cognato e dei nipotini, egli dichiarava che «le lettere migliori, le più efficaci, le più affettuose sono quelle che non si scrivono, perché il pensiero che abbraccia una immensità di sensazioni non può essere costretto nella falsariga di alcune parole».

La vita militare lo aveva preso ormai nella morsa, talché dopo un certo periodo di manovre a Montefortino e dopo un corso accelerato per armi speciali a Civitavecchia, Egli fu mobilitato e distaccato a Tortona e a Novi Ligure.

In quel turno di tempo ci si vide pochissimo. Egli aveva fatto appena qualche apparizione in marzo e in giugno per sostenere gli esami universitari e aveva potuto ottenere un giorno di licenza, il 2 ottobre, per assistere con noi, ad Osimo, alla traslazione della salma materna nella tomba di famiglia.

A questo punto, non posso tenere per me quanto si potrebbe considerare -  se il destino ci fosse contrario -  come una triste ironia della sorte. In quella circostanza, riunendo in seno alla terra natale le spoglie dei nostri cari, volemmo che ciò fosse scritto nel marmo della piccola Cappella. Quale peggiore disdetta sarebbe se non si potesse un giorno raccogliere in quel sacro luogo anche le spoglie adorate di mio figlio, rimaste a riposare così lontane dalla Patria?

L'assolvimento dei doveri militari non lo aveva trattenuto dall'essere in pari con gli esami universitari, e, di ciò lusingato, io gli scrissi di fare ancora un passo avanti e di assoggettarsi, se possibile, all'esame di laurea. Col Preside della facoltà di Giurisprudenza, Egli si mise d'accordo, per corrispondenza, sull'argomento da trattare come tesi orale, e il 20 novembre conseguiva la sua laurea di Dottore in legge. Ricordo la telefonata affettuosa che Egli mi fece in ufficio per darmene comunicazione. Mera coincidenza, in quella stessa mattina si era inaugurato il Consiglio Superiore dell’Agricoltura e delle Foreste, alla cui presidenza io ero stato nominato.

Così, a 23 anni, Egli aveva terminato gli studi, era funzionario di una importante organizzazione e aveva all'attivo due anni di vita militare. Ma il dovere di soldato lo chiamava ad altri compiti. Sempre dipendendo dal centro Tortona-Novi Ligure, fino all'ottobre del 1942 Egli assolse parecchi incarichi speciali, di non poca responsabilità, a Carezzano, a Rivalta, a Pollastra, in provincia di Alessandria. Era così legato al suo posto che, in tutto questo periodo, potetti vederlo soltanto il giorno di Pasqua a Milano, e un'ora appena al Caffè della stazione di Tortona il 10 luglio. Egli scriveva, però, di star bene, di essere amato dai suoi soldati, apprezzato dai superiori e di rifarsi con una buona tavola e con i buoni vini piemontesi.

In novembre ebbe luogo un mutamento di rotta, in seguito al suo passaggio dall'arma di Fanteria a quella dei Carabinieri Reali. Dopo un breve corso di specializzazione a Fiume, ove andai a passare con lui una domenica, Egli fu destinato alla Legione di Bari, per essere da qui distaccato a Lecce e quindi alla direzione della Tenenza di Gallipoli.

Il precipitare degli avvenimenti lo fa diventare più sollecito e più affettuoso nello scrivere, più nostalgico al pensiero della famiglia. Le sue licenze normali erano tutte cadute regolarmente nel nulla. Doveva ora ottenerne una ma il 4 marzo scriveva: «Oggi dovevo iniziare il mio viaggio, l'organizzazione era stata perfetta, all'ultima ora invece ho dovuto rinunziare e triste ho visto il treno che si allontanava. Sarà un rimando di qualche giorno (veniva infatti dal 12 al 20) ma non è la stessa cosa». E più sotto: «A volte, quando più del solito son giù di corda, vado ripensando ad un mio vecchio progetto, o per dir meglio desiderio, nato durante la vita militare, che mi vuole al ritorno inter felicia rura. L'allestimento confortevole della casetta Catena (nella campagna osimana) potrebbe divenire il mio sicuro asilo». Quali profetiche parole per quel che dovrà seguire nel settembre successivo e quale soddisfazione per me, dopo aver dedicato tutta la mia vita all'agricoltura, apprendere che in mio figlio si era svegliata ad un tratto la passione dei campi.

Nel mese di giugno si sposa la sorella Anna con l'intesa che la cerimonia nuziale si sarebbe svolta nella villa dello sposo, a Bordighera. Egli aveva appena conosciuto il fidanzato in un fugacissimo incontro romano a Natale, e la di lui famiglia in una sosta di treno a Milano. Ma aveva seguito di lontano i piccoli episodi della famiglia, di cui specialmente Maria lo informava e alla quale scriveva: che, nel leggere le sue lettere, gli «sembrava di essere presente». E pregustando la gioia di poter assistere alla cerimonia aggiungeva:

«Se per il 12 sarò a Roma (il matrimonio doveva aver luogo il 16) si partirà tutti insieme compresi i nipotini, e questo è già un fatto molto importante nella storia della nostra famiglia. Debbo tornare al tempo in cui ero ancora ragazzino per ricordare uno scompartimento occupato da tutti noi, quando compivamo le periodiche migrazioni per Falconara. Sarebbe un peccato se perdessi l'occasione di questo viaggio». E purtroppo la perdette, perché atteso invano fino al 12 a Roma e i giorni seguenti a Bordighera, soltanto a rito compiuto pervenne per espresso questa sua cartolina: «Caro babbo, mi è stata concessa una licenza di giorni uno più due di viaggio. L'ho rifiutata. Se si conoscesse la carta geografica d'Italia, si saprebbe che con un sì gran numero di giorni, non potevo fare nemmeno in tempo ad andare e tornare». La cartolina portava in modo visibile il visto della censura, ma io, che avevo tanto sospirato la sua venuta, in premio della sua fierezza, gli avrei mandato un bacio per telegramma.

A relazione avuta del matrimonio, Egli scriveva ancora: «Ora mi accorgo di non sapere nulla di questa cerimonia, di non conoscere Pier Franco, né la sua famiglia. Assistendo al matrimonio avrei potuto rifarmi, veder tutto in una volta, sotto la scena e la luce migliore, ciò che la mia attuale condizione mi aveva negato di seguir da vicino, nelle varie fasi. Cerco di ricostruirmi la scena finale nella Cappella della Torre dei Mostaccini, ma è una ricostruzione personalissima e in cui mi sperdo per non conoscere che pochi dei personaggi che vi prendono parte e non avere alcun dato che mi avvicini alla realtà». E deplorando il mancato godimento della licenza, proseguiva: Mi riprometto tuttavia di farne una bella panciata in ottobre, quando Roma inizia a risvegliarsi dopo l'estate. Questa volta (quale errata previsione!) voglio trascorrere d'un fiato il mese di congedo che mi spetta e voglio godermelo e chissà che allora non sì possa essere tutti riuniti. Datemi notizie di Anna».

Il 13 luglio da Bari Egli mi annunziava: «Caro babbo, il giorno 10 sono stato nuovamente mobilitato: avrò il comando di una Sezione mista, già reduce dalla Russia ed in via di riorganizzazione. Mi dicono che tra breve andremo alla dipendenza di un Corpo d'Armata nella zona dell’Istria. Non devi preoccupartene: il comando di una Sezione è una delle migliori mobilitazioni che possano capitare. Anche la località ove andremo a prestare servizio è buona».

Appena ebbe notizia del primo bombardamento di Roma (19 luglio) Egli si affrettò a chiedere notizie perché stava molto in ansia per me, ma sapendo che Aldo era ad Osimo mi consigliava di farcelo trattenere. E anche Egli sospirava per Osimo, aggiungendo: «Mi auguro che i lavori da Catena siano ultimati, in caso contrario è bene affrettarli ed organizzarsi ad ospitare tutta la famiglia riunita. Sarà quello il nostro punto di ritrovo».

Mentre io lo credevo già in Istria, Egli era invece ancora a Bari, donde il 30 luglio - a mutamento di Governo avvenuto - scriveva che era sempre in attesa di partenza e che, dati gli avvenimenti, quindici giorni potevano equipararsi a quindici anni. E doveva essere ben occupato e preoccupato se scriveva: «In questi giorni sto sperimentando con meraviglia che si può fare anche a meno di dormire e al mattino iniziare nuovamente di slancio la giornata che non avrà discontinuità con le successive». Né manca anche questa volta il pensiero alla famiglia e alla terra natia: «Tienimi sempre informato di te e degli altri componenti la famiglia, altrimenti perdiamo il collegamento. Scrivendo a Maria, le ho proposto il ripiegamento su Osimo, ove io verrei poi a raggiungervi per dedicarmi -       vita natural durante - ai lavori campestri».

La partenza da Bari avvenne infine al principio di agosto e non fosse mai avvenuta! Nelle prime ore pomeridiane del 3 o 4, Egli telefonò improvvisamente dalla stazione Tiburtina, che era di passaggio per Roma. Io ed Aldo ci precipitammo in stazione per abbracciarlo e restammo insieme una mezza ora, prima che il lungo treno militare riprendesse la sua corsa. Era molto stanco e sciupato. Avrei preso il suo posto per mandarlo a casa a rinfrancare.

Dall’Istria Egli scrisse appena arrivato: era stato assegnato ad Arsia, il nuovo centro minerario dai sei mila operai. E scriveva anche più spesso. Traggo uno spunto da una penultima cartolina del 29 agosto, nella quale mi diceva: «Ho ricevuto il tuo libro, che ho in gran parte letto, e mi ha fatto ottima impressione. Ho notato la data 4 febbraio 1943, (il 4 febbraio è il giorno della mia nascita) non credo sia una strana coincidenza».

Grazie ancora del lusinghiero giudizio sul libro paterno, ma quale più strana coincidenza per me di quella che - esattamente un anno appresso - il 4 febbraio 1944 sarei venuto a conoscenza della Sua morte?

Riporto infine, pressoché per intero, come espressione quasi dei suoi ultimi desideri, la lettera del 6 settembre: «Caro babbo, ho avuto oggi una tua che mi ha confermato la vostra gita in Osimo. Maria giorni fa mi ha pure scritto che si riprometteva di trascorrere una ventina di giorni colà. Io, ormai da tempo, vado pensando ad Osimo come mio ritiro a guerra cessata. Riprenderemo una vita primitiva, lavorando in campagna, e penso che così isolati, fuori dal mondo, si possa vivere in santa pace. L'importante sarebbe trovarsi tutti riuniti. Ho terminato ora di scrivere ad Anna a Bordighera. Quanti giorni vi tratterrete in Osimo? Io non ricordo più da quanto tempo ne manco, ma forse mai come in questo momento sento l'attaccamento verso la nostra terra e la nostalgia di tornarci». Si. Egli non mancò all'appuntamento e per quattro giorni, dal 18 al 22 settembre, venne a vedere e benedire la nostra casetta campestre, che da lontano aveva amorevolmente seguìto nella sua rimessa a nuovo e alla quale sognava tanto di tornare. L'aveva intravista come «suo sicuro asilo», come «punto di ritrovo della famiglia», come «suo ritiro a guerra cessata, per riprendervi una vita primitiva e viverci in santa pace, dedicandosi vita natural durante ai lavori campestri», così aveva reiteratamente scritto.

L'infelice armistizio dell'8 settembre lo aveva trovato ad Arsia, ove, sparita subito ogni altra autorità militare, Egli restava per altri cinque giorni con 58 Carabinieri, senza istruzioni, senza ordini, in mezzo a bande ostili venute in possesso di tutte le armi gettate dalla truppa. Non deve essere stato per lui un momento allegro, se riportò nei suoi begli occhi una insolita fissità di sguardo. Fatto si è che, dopo cinque giorni di scabroso parlamentare, indossato qualche cosa di borghese, anche Egli con i suoi uomini dovette abbandonare Arsia, e a piedi, attraversando tutta l'Istria, riuscì a raggiungere Miramare di Trieste. Di là, in treno, ma, scendendo una fermata prima e risalendo una fermata dopo in ciascuna delle stazioni di Mestre, Padova e Ferrara, onde evitare di essere catturato dai tedeschi alleati, Egli raggiunse Osimo all'alba del 18 settembre. Picchiò alla porta della casetta sognata e al mio ancora insonnolito «chi è» rispose la sua bella voce: Renato. Ricorreva in quel giorno la festa del patrono locale San Giuseppe da Copertino.

Era così mal ridotto per lo stato di pulizia personale, per la piagatura dei piedi, oltre che per una dissenteria intestinale, che si rese necessaria la prestazione del fratello e mia per rimetterlo un po' in sesto. Un certo periodo di riposo e di sano vitto campagnolo gli sarebbe stato quanto mai salutare.

Senonché gli avvenimenti incalzavano in quei giorni e nei piccoli centri si susseguivano i bandi più terroristici nei riguardi dei militari ritornati alle proprie case. D'altra parte io ero andato ad Osimo con il proposito di non trattenermi al massimo più di una settimana, e Maria con i figlioli non vi era più venuta. Mi sembrava di restar tagliato fuori dall'ufficio, dalla casa romana, dal contatto con la realtà delle cose. Renato stesso convenne che il miglior partito era di tornare tutti a Roma, donde avremmo potuto seguir meglio la nuova situazione. E ripartimmo da Osimo il 22, senza non poca apprensione. A Foligno, acquistando i giornali, apprendemmo che era stato istituito il servizio obbligatorio del lavoro, facile preludio alla deportazione della gioventù; servizio che veniva a colpire anche Aldo, benché iscritto al 4° anno di medicina. La notizia fu per Renato particolarmente dolorosa. Ma, a Roma, dichiarata città aperta, sembrava rientrata la calma: sulle sorti dell'arma dei Carabinieri pareva che non ci fosse nulla da temere. E verso il 24-25, prima che si costituisse il cosiddetto governo repubblicano, da buon cittadino e soldato Egli si ripresentò al Comando Generale. Venne destinato alla Caserma Podgora presso Ponte Sisto, alle falde del Gianicolo. Risiedendo in famiglia, si stava rimettendo dai gravi disagi recentemente passati e dopo quattro anni di vita randagia tornava a godersi in famiglia l'affetto fraterno e paterno.

 

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