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Progetto 2024/1
LA VITA MILITARE.
Poco dopo il suo
ritorno da Formia scoppiava la guerra mondiale e purtroppo, con l'inizio del 1940,
ogni giorno più si profilava anche la nostra entrata nello sciagurato conflitto.
Anche la parte che noi vi avremmo preso era fatalmente segnata. Per Renato,
ormai ventiduenne, non ci sarebbe stata via di uscita: gli studi universitari e
l'incarico presso la Confederazione dell'Industria sarebbero da un momento
all'altro saltati in aria. Tra noi non si parlava troppo dell'argomento. Egli
dimostrava anzi la più olimpica calma. Sia prima che dopo che la nostra guerra
fosse dichiarata, con la solita sua precisione di giudizio, aveva manifestato,
però, in famiglia e fra amici, la propria fermissima opinione al riguardo. Egli
riteneva cioè che la partita sarebbe stata ardua, lunga e densa di incognite e
di sorprese; perché, lungi dal credere alla nostra potenza militare e al valore
dei capi, Egli obiettivamente valutava, al giusto grado, le possibilità
immediate e future dell'altra parte in contesa.
Con tutto ciò, a un
mese appena dalla nostra dichiarazione di guerra, il 13 luglio Egli doveva
partire per compiere il corso di Allievo Ufficiale di Complemento alla Scuola
di Cavalleria di Pinerolo, donde fu trasferito a quella di Fanteria di Fano.
Io andai a trovarlo
per poche ore, il 4 agosto e il 9 ottobre, sia nell'una che nell'altra sede,
ove compiva regolarmente la sua istruzione, fino a che, esaurito il corso con
la nomina a Sottotenente di Fanteria, il 15 novembre non tornò in famiglia. Qui
Egli riprese le lezioni universitarie e anche il suo lavoro presso la
Confederazione dell'Industria; ma, qualche mese prima del previsto, il 10
febbraio 1941, partiva per Ascoli Piceno, arruolato in quel 49° Reggimento
Fanteria.
Di là, in una
lettera alla sorella Maria e a conferma del suo attaccamento verso di lei, del
cognato e dei nipotini, egli dichiarava che «le lettere migliori, le più
efficaci, le più affettuose sono quelle che non si scrivono, perché il pensiero
che abbraccia una immensità di sensazioni non può essere costretto nella
falsariga di alcune parole».
La vita militare lo
aveva preso ormai nella morsa, talché dopo un certo periodo di manovre a
Montefortino e dopo un corso accelerato per armi speciali a Civitavecchia, Egli
fu mobilitato e distaccato a Tortona e a Novi Ligure.
In quel turno di
tempo ci si vide pochissimo. Egli aveva fatto appena qualche apparizione in
marzo e in giugno per sostenere gli esami universitari e aveva potuto ottenere
un giorno di licenza, il 2 ottobre, per assistere con noi, ad Osimo, alla
traslazione della salma materna nella tomba di famiglia.
A questo punto, non
posso tenere per me quanto si potrebbe considerare - se il destino ci fosse contrario - come una triste ironia della sorte. In quella
circostanza, riunendo in seno alla terra natale le spoglie dei nostri cari,
volemmo che ciò fosse scritto nel marmo della piccola Cappella. Quale peggiore
disdetta sarebbe se non si potesse un giorno raccogliere in quel sacro luogo
anche le spoglie adorate di mio figlio, rimaste a riposare così lontane dalla
Patria?
L'assolvimento dei
doveri militari non lo aveva trattenuto dall'essere in pari con gli esami
universitari, e, di ciò lusingato, io gli scrissi di fare ancora un passo
avanti e di assoggettarsi, se possibile, all'esame di laurea. Col Preside della
facoltà di Giurisprudenza, Egli si mise d'accordo, per corrispondenza,
sull'argomento da trattare come tesi orale, e il 20 novembre conseguiva la sua
laurea di Dottore in legge. Ricordo la telefonata affettuosa che Egli mi fece
in ufficio per darmene comunicazione. Mera coincidenza, in quella stessa mattina
si era inaugurato il Consiglio Superiore dell’Agricoltura e delle Foreste, alla
cui presidenza io ero stato nominato.
Così, a 23 anni,
Egli aveva terminato gli studi, era funzionario di una importante
organizzazione e aveva all'attivo due anni di vita militare. Ma il dovere di soldato lo chiamava ad altri
compiti. Sempre dipendendo dal centro Tortona-Novi Ligure, fino all'ottobre del
1942 Egli assolse parecchi incarichi speciali, di non poca responsabilità, a
Carezzano, a Rivalta, a Pollastra, in provincia di Alessandria. Era così legato
al suo posto che, in tutto questo periodo, potetti vederlo soltanto il giorno
di Pasqua a Milano, e un'ora appena al Caffè della stazione di Tortona il 10
luglio. Egli scriveva, però, di star bene, di essere amato dai suoi soldati,
apprezzato dai superiori e di rifarsi con una buona tavola e con i buoni vini
piemontesi.
In novembre ebbe
luogo un mutamento di rotta, in seguito al suo passaggio dall'arma di Fanteria
a quella dei Carabinieri Reali. Dopo un breve corso di specializzazione a
Fiume, ove andai a passare con lui una domenica, Egli fu destinato alla Legione
di Bari, per essere da qui distaccato a Lecce e quindi alla direzione della
Tenenza di Gallipoli.
Il precipitare degli
avvenimenti lo fa diventare più sollecito e più affettuoso nello scrivere, più
nostalgico al pensiero della famiglia. Le sue licenze normali erano tutte
cadute regolarmente nel nulla. Doveva ora ottenerne una ma il 4 marzo scriveva:
«Oggi dovevo iniziare il mio viaggio, l'organizzazione era stata perfetta,
all'ultima ora invece ho dovuto rinunziare e triste ho visto il treno che si
allontanava. Sarà un rimando di qualche giorno (veniva infatti dal 12 al 20) ma
non è la stessa cosa». E più sotto: «A volte, quando più del solito son giù di
corda, vado ripensando ad un mio vecchio progetto, o per dir meglio desiderio,
nato durante la vita militare, che mi vuole al ritorno inter felicia rura. L'allestimento confortevole della casetta
Catena (nella campagna osimana) potrebbe divenire il mio sicuro asilo». Quali
profetiche parole per quel che dovrà seguire nel settembre successivo e quale
soddisfazione per me, dopo aver dedicato tutta la mia vita all'agricoltura,
apprendere che in mio figlio si era svegliata ad un tratto la passione dei
campi.
Nel mese di giugno
si sposa la sorella Anna con l'intesa che la cerimonia nuziale si sarebbe
svolta nella villa dello sposo, a Bordighera. Egli aveva appena conosciuto il
fidanzato in un fugacissimo incontro romano a Natale, e la di lui famiglia in
una sosta di treno a Milano. Ma aveva seguito di lontano i piccoli episodi
della famiglia, di cui specialmente Maria lo informava e alla quale scriveva:
che, nel leggere le sue lettere, gli «sembrava di essere presente». E
pregustando la gioia di poter assistere alla cerimonia aggiungeva:
«Se per il 12 sarò a
Roma (il matrimonio doveva aver luogo il 16) si partirà tutti insieme compresi
i nipotini, e questo è già un fatto molto importante nella storia della nostra
famiglia. Debbo tornare al tempo in cui ero ancora ragazzino per ricordare uno
scompartimento occupato da tutti noi, quando compivamo le periodiche migrazioni
per Falconara. Sarebbe un peccato se perdessi l'occasione di questo viaggio». E
purtroppo la perdette, perché atteso invano fino al 12 a Roma e i giorni
seguenti a Bordighera, soltanto a rito compiuto pervenne per espresso questa sua
cartolina: «Caro babbo, mi è stata concessa una licenza di giorni uno più due
di viaggio. L'ho rifiutata. Se si conoscesse la carta geografica d'Italia, si
saprebbe che con un sì gran numero di giorni, non potevo fare nemmeno in tempo
ad andare e tornare». La cartolina portava in modo visibile il visto della
censura, ma io, che avevo tanto sospirato la sua venuta, in premio della sua
fierezza, gli avrei mandato un bacio per telegramma.
A relazione avuta
del matrimonio, Egli scriveva ancora: «Ora mi accorgo di non sapere nulla di
questa cerimonia, di non conoscere Pier Franco, né la sua famiglia. Assistendo
al matrimonio avrei potuto rifarmi, veder tutto in una volta, sotto la scena e
la luce migliore, ciò che la mia attuale condizione mi aveva negato di seguir
da vicino, nelle varie fasi. Cerco di ricostruirmi la scena finale nella
Cappella della Torre dei Mostaccini, ma è una ricostruzione personalissima e in
cui mi sperdo per non conoscere che pochi dei personaggi che vi prendono parte
e non avere alcun dato che mi avvicini alla realtà». E deplorando il mancato
godimento della licenza, proseguiva: Mi riprometto tuttavia di farne una bella
panciata in ottobre, quando Roma inizia a risvegliarsi dopo l'estate. Questa
volta (quale errata previsione!) voglio trascorrere d'un fiato il mese di
congedo che mi spetta e voglio godermelo e chissà che allora non sì possa
essere tutti riuniti. Datemi notizie di Anna».
Il 13 luglio da Bari
Egli mi annunziava: «Caro babbo, il giorno 10 sono stato nuovamente mobilitato:
avrò il comando di una Sezione mista, già reduce dalla Russia ed in via di
riorganizzazione. Mi dicono che tra breve andremo alla dipendenza di un Corpo
d'Armata nella zona dell’Istria. Non devi preoccupartene: il comando di una
Sezione è una delle migliori mobilitazioni che possano capitare. Anche la
località ove andremo a prestare servizio è buona».
Appena ebbe notizia
del primo bombardamento di Roma (19 luglio) Egli si affrettò a chiedere notizie
perché stava molto in ansia per me, ma sapendo che Aldo era ad Osimo mi
consigliava di farcelo trattenere. E anche Egli sospirava per Osimo,
aggiungendo: «Mi auguro che i lavori da Catena siano ultimati, in caso
contrario è bene affrettarli ed organizzarsi ad ospitare tutta la famiglia
riunita. Sarà quello il nostro punto di ritrovo».
Mentre io lo credevo
già in Istria, Egli era invece ancora a Bari, donde il 30 luglio - a mutamento
di Governo avvenuto - scriveva che era sempre in attesa di partenza e che, dati
gli avvenimenti, quindici giorni potevano equipararsi a quindici anni. E doveva
essere ben occupato e preoccupato se scriveva: «In questi giorni sto
sperimentando con meraviglia che si può fare anche a meno di dormire e al
mattino iniziare nuovamente di slancio la giornata che non avrà discontinuità
con le successive». Né manca anche questa volta il pensiero alla famiglia e
alla terra natia: «Tienimi sempre informato di te e degli altri componenti la
famiglia, altrimenti perdiamo il collegamento. Scrivendo a Maria, le ho
proposto il ripiegamento su Osimo, ove io verrei poi a raggiungervi per dedicarmi
- vita natural durante - ai lavori
campestri».
La partenza da Bari
avvenne infine al principio di agosto e non fosse mai avvenuta! Nelle prime ore
pomeridiane del 3 o 4, Egli telefonò improvvisamente dalla stazione Tiburtina,
che era di passaggio per Roma. Io ed Aldo ci precipitammo in stazione per abbracciarlo
e restammo insieme una mezza ora, prima che il lungo treno militare riprendesse
la sua corsa. Era molto stanco e sciupato. Avrei preso il suo posto per mandarlo
a casa a rinfrancare.
Dall’Istria Egli
scrisse appena arrivato: era stato assegnato ad Arsia, il nuovo centro
minerario dai sei mila operai. E scriveva anche più spesso. Traggo uno spunto
da una penultima cartolina del 29 agosto, nella quale mi diceva: «Ho ricevuto
il tuo libro, che ho in gran parte letto, e mi ha fatto ottima impressione. Ho
notato la data 4 febbraio 1943, (il 4 febbraio è il giorno della mia nascita)
non credo sia una strana coincidenza».
Grazie ancora del
lusinghiero giudizio sul libro paterno, ma quale più strana coincidenza per me
di quella che - esattamente un anno appresso - il 4 febbraio 1944 sarei venuto
a conoscenza della Sua morte?
Riporto infine, pressoché
per intero, come espressione quasi dei suoi ultimi desideri, la lettera del 6
settembre: «Caro babbo, ho avuto oggi una tua che mi ha confermato la vostra
gita in Osimo. Maria giorni fa mi ha pure scritto che si riprometteva di
trascorrere una ventina di giorni colà. Io, ormai da tempo, vado pensando ad
Osimo come mio ritiro a guerra cessata. Riprenderemo una vita primitiva,
lavorando in campagna, e penso che così isolati, fuori dal mondo, si possa
vivere in santa pace. L'importante sarebbe trovarsi tutti riuniti. Ho terminato
ora di scrivere ad Anna a Bordighera. Quanti giorni vi tratterrete in Osimo? Io
non ricordo più da quanto tempo ne manco, ma forse mai come in questo momento
sento l'attaccamento verso la nostra terra e la nostalgia di tornarci». Si.
Egli non mancò all'appuntamento e per quattro giorni, dal 18 al 22 settembre,
venne a vedere e benedire la nostra casetta campestre, che da lontano aveva
amorevolmente seguìto nella sua rimessa a nuovo e alla quale sognava tanto di
tornare. L'aveva intravista come «suo sicuro asilo», come «punto di ritrovo della
famiglia», come «suo ritiro a guerra cessata, per riprendervi una vita
primitiva e viverci in santa pace, dedicandosi vita natural durante ai lavori
campestri», così aveva reiteratamente scritto.
L'infelice
armistizio dell'8 settembre lo aveva trovato ad Arsia, ove, sparita subito ogni
altra autorità militare, Egli restava per altri cinque giorni con 58
Carabinieri, senza istruzioni, senza ordini, in mezzo a bande ostili venute in
possesso di tutte le armi gettate dalla truppa. Non deve essere stato per lui
un momento allegro, se riportò nei suoi begli occhi una insolita fissità di
sguardo. Fatto si è che, dopo cinque giorni di scabroso parlamentare, indossato
qualche cosa di borghese, anche Egli con i suoi uomini dovette abbandonare
Arsia, e a piedi, attraversando tutta l'Istria, riuscì a raggiungere Miramare
di Trieste. Di là, in treno, ma, scendendo una fermata prima e risalendo una
fermata dopo in ciascuna delle stazioni di Mestre, Padova e Ferrara, onde
evitare di essere catturato dai tedeschi alleati, Egli raggiunse Osimo all'alba
del 18 settembre. Picchiò alla porta della casetta sognata e al mio ancora
insonnolito «chi è» rispose la sua bella voce: Renato. Ricorreva in quel giorno
la festa del patrono locale San Giuseppe da Copertino.
Era così mal ridotto
per lo stato di pulizia personale, per la piagatura dei piedi, oltre che per
una dissenteria intestinale, che si rese necessaria la prestazione del fratello
e mia per rimetterlo un po' in sesto. Un certo periodo di riposo e di sano
vitto campagnolo gli sarebbe stato quanto mai salutare.
Senonché gli
avvenimenti incalzavano in quei giorni e nei piccoli centri si susseguivano i
bandi più terroristici nei riguardi dei militari ritornati alle proprie case.
D'altra parte io ero andato ad Osimo con il proposito di non trattenermi al
massimo più di una settimana, e Maria con i figlioli non vi era più venuta. Mi
sembrava di restar tagliato fuori dall'ufficio, dalla casa romana, dal contatto
con la realtà delle cose. Renato stesso convenne che il miglior partito era di
tornare tutti a Roma, donde avremmo potuto seguir meglio la nuova situazione. E
ripartimmo da Osimo il 22, senza non poca apprensione. A Foligno, acquistando i
giornali, apprendemmo che era stato istituito il servizio obbligatorio del lavoro,
facile preludio alla deportazione della gioventù; servizio che veniva a colpire
anche Aldo, benché iscritto al 4° anno di medicina. La notizia fu per Renato
particolarmente dolorosa. Ma, a Roma, dichiarata città aperta, sembrava
rientrata la calma: sulle sorti dell'arma dei Carabinieri pareva che non ci
fosse nulla da temere. E verso il 24-25, prima che si costituisse il cosiddetto
governo repubblicano, da buon cittadino e soldato Egli si ripresentò al Comando
Generale. Venne destinato alla Caserma Podgora presso Ponte Sisto, alle falde
del Gianicolo. Risiedendo in famiglia, si stava rimettendo dai gravi disagi
recentemente passati e dopo quattro anni di vita randagia tornava a godersi in
famiglia l'affetto fraterno e paterno.

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