ARCHIVIO
( la I Parte è stata pubblicata in data 26 giugno 2026)
L’età della ragione e la vita scolastica
Aveva così superato il suo primo decennio in una oasi di pace e di
fanciullesca serenità. Non altrettanto felice sarebbe stato purtroppo il
secondo, con l'incubo della guerra sempre in atto per la gioventù, e tanto meno
il terzo, violentemente troncato a metà, proprio a 25 anni.
Ma torniamo a noi. Con l'inizio del secondo decennio, il 5 settembre
1928, a Falconara, gli capitò un infortunio. Mentre, giocando con la sorella,
si rincorrevano sulla spiaggia ancora bagnata dalla pioggia, egli scivolò e
cadde, frantumandosi in malo modo il braccio destro. Seppi subito che era stato
curato all'Ospedale di Ancona e che gli
era stato riscontrato lo schiacciamento delle ossa del gomito. Anche a Roma si
ritenne di escludere più tardi un atto operativo, facendo affidamento sul
miglioramento progressivo ed insistendo sulla ginnastica e sul massaggio. Ma,
nonostante gli esercizi della scherma e del violino, intrapresi per la
circostanza, il movimento di supinazione del braccio non tornò più alla
normalità, tanto che in conseguenza del difetto fisico rimasto, nell'atto di
lavarsi o di mangiare, si poteva notare che la sua mano destra non riusciva a
contenere la stessa quantità di acqua della sinistra e che egli faceva uso
della forchetta non in modo normale.
Di tale difetto, che era piuttosto evidente, per lo stesso consiglio dei
medici, chissà come avrebbe potuto a suo tempo avvalersi, per evitare il
servizio militare. Egli non volle mai sentir parlare di ciò, e, più tardi, il
giorno della visita di leva, tornò a casa soddisfatto di essere stato
dichiarato abile. Naturalmente, si era ben guardato dall'accennare alla sua
minorazione.
Intanto i suoi studi si facevano più seri, frequentando come Ginnasio,
l'Istituto Massimo prima e il Giulio Cesare poi. Le stesse doti di mitezza e di
dolcezza di animo e l'innato buon senso, che aveva rivelato in famiglia, in
modo particolare verso la Mamma, come cuore d'oro, le trasportò
nella scuola, fra i compagni, dei quali rimase amico fedele e inseparabile, e
tra gli insegnanti, che più seppero apprezzarlo. Alla scuola vera e propria,
alternava, come ho detto, oltre che la scherma, lo studio del violino e del
pianoforte. Non che vi si mettesse di grande impegno, ma tanto per soddisfare
il suo orecchio musicale assai sviluppato e la passione per le canzoni che così
spesso fiorivano sul tuo labbro.
Sapeva tanto vivere all'aria aperta tra i fratelli e gli amici,
specialmente al mare, nuotando e remando, o inforcando la bicicletta, quanto
facendo vita casalinga, rimanendo cioè nell'ambito domestico.
Gli bastava allora leggere un libro, o canticchiare qualche canzonetta, o
smontare e rimontare qualche congegno, o collezionare francobolli, o (dicevo
io) intrecciare magari qualche filo, per vederlo felice e beato.
L'appetito, la salute e il buon umore non gli mancavano. Cosicché a 15
anni era quel che si dice un bel ragazzo, allegro, solido e ben piantato, tanto
sano e vigoroso di corpo, quanto buono e dolce di carattere.
Dalla scuola avrebbe potuto strappare i migliori risultati sol che lo
avesse voluto un po' di più, ma egli era pago di riportare la promozione a fine
anno, alieno dal corteggiare insegnanti o dal compiere atti di virtuosismo.
All'innata fierezza d'animo, un'altra qualità, che doveva accompagnarlo
per tutto il resto della breve vita, cominciava intanto a spiccare in lui: la
dirittura, starei per dire, l'impeccabilità del giudizio.
Come, intimamente, egli era portato, per
natura, alla semplicità, all'ordine ed alla precisione, amante come era di fare
molte cose da sé, incline alla meditazione, sicuro di saper compiere una buona
scelta o di sapere ben calzare e ben vestire, così, nell'esprimere un giudizio
su uomini e cose, sapeva cogliere ben spesso nel segno, e sapeva esercitare
tanto buon senso critico, ponderazione e misura che si restava sorpresi del suo
sano equilibrio.
Se ad un padre é dato cogliere qualche segreto di un figlio, dirò che in
Lui non vedevo chi si affanna a proporsi molti problemi insieme, per la smania
di profilarseli e di intravederne le possibili soluzioni, ma colui che affronta
un problema alla volta, il problema del giorno, anzi quello dell'ora, e ciò per
restare più nel concreto e nell'immediato. Lungi dal significare indifferenza,
scarsa volontà o disinteresse, tutto questo rappresentava invece una
manifestazione di equilibrio naturale e in fondo di saggezza.
Con tali auspici e con siffatte speranze, Egli varcò nel 1935 la soglia
del Liceo.
Ma questo anno scolastico fu per lui un anno di sbandamento e, perchè
non dirlo, di pieno insuccesso. Studiò, invero, troppo poco e mancò anche a
parecchie lezioni. Il risultato finale si risolse in una vera e propria
bocciatura, la quale, se addolorò molto me e tutta la mia famiglia, bruciò più
assai a lui ed al suo amor proprio. Per tacita ammissione, apparve subito che
Egli si sarebbe riscattato e durante l'estate 1936, mentre si trovava a
Falconara, restò stabilito che – per recuperare quello perduto – l'anno
appresso avrebbe studiato privatamente a
Camerino, profittando della presenza colà di un ottimo insegnante di
lettere e nostro congiunto il Prof. Donnini, in modo da presentarsi poi
all'esame di terza liceale.
Il 27 settembre la famiglia lasciò Falconara. Io stesso ero andato a
rlevarla, perchè la Mamma lasciava alquanto a desiderare per la propria salute.
Non posso dimenticare quel distacco, che Egli sentì per la prima volta, sia
dalla Mamma, che non avrebbe più riveduto in vita, sia dal resto della
famiglia. Mentre il treno delle 17,10 lasciò la stazione, imperversava un
violento temporale e cadeva una fitta grandinata. Egli dovette ripararsi sotto
la soglia di uno dei vari uffici per salutarci e nel lasciarci gli occhi
addosso ci faceva una solenne promessa. L'indomani Egli raggiungeva Osimo e di
là si trasferiva a Camerino.
Con una prima lettera, naturalmente diretta alla Mamma, in data 5
ottobre, cercava di fare il disinvolto, parlava delle sue prime impressioni
sulla nuova cittadina, di quel panorama «veramente stupendo chiuso nel fondo
dai Sibillini candidi di neve», della sua cameretta, ma si faceva scappare
questa nota nostalgica : «Ironia della sorte : ogni volta che torno al mio
nuovo domicilio (Egli abitava verso Porta Romana) non posso fare a meno di
scorgere una lunga freccia, sopra la quale il nome di Roma indica essere questa
la via per arrivare alla Capitale». E chiudeva con queste frasi : «L'altra sera
a letto, (Camerino è ben fredda) avvolto in una pesante imbottita, avevo ideato
una lettera molto sentimentale, ma il freddo che avrei provato nello scendere
per scriverla non te l'ha fatta pervenire. Del resto é inutile riassumertela :
lascio alla tua fervida mente immaginare cosa vi era scritto. Spesso
canticchio, di preferenza l'inno a Roma del Puccini. Ti bacio Renato». Tra le
carte da Lui riportate da Camerino ho trovato la risposta della Mamma malata.
Essa é scritta a lapis e dice : «con la benedizione e col pensiero della Mina
(mammina) che ti ha sempre innanzi agli occhi, come quando ti ha salutato con
tutta l'anima alla stazione di Falconara».
In altra lettera, del 10 ottobre, chiedeva ansiosamente notizie della
Mamma e la rassicurava così : «Per me puoi stare tranquillissima. Sto bene e
faccio con passione il mio dovere». Ed infatti il Prof. Donnini mi scriveva il
13 nei suoi riguardi : «Ormai egli sa di costruire per il suo avvenire;
in grazia di questa sua nuova coscienza per parte mia non mi spaventa se della
sua prima liceale romana non mi ha presentato che scarse rovine. Assolutamente,
avanti Natale, questa prima liceale deve essere fatta come si deve».
Il suo carattere aperto, affettuoso e bonario rifulge anche da lontano.
Egli non scrive soltanto alla «cara mamma» o al «caro babbo», ma si rivolge
talvolta «al migliore offerente» per comprendere tutti; oppure, invece di usare
la sua solita carta di Fabriano, alla quale teneva, si serviva di lunghe
strisce tipo cartelle da giornalista, facendole precedere dalla frase : «dal
nostro inviato speciale».
Tornava, però, a battere spesso lo stesso chiodo, quello dello studio, e
mi scriveva : «Passo quasi tutte le
mattine studiando e buona parte del pomeriggio faccio la medesima cosa». Ci si
era messo proprio di impegno. Di buzzo buono. Oltre che nel Prof. Donnini per
le materie letterarie, aveva trovato un altro ottimo insegnante per quelle
scientifiche.
Egli stesso scriveva di questi : «Alle ore 15,00 ho tutti i giorni
lezione col Prof. Mammana, giovane siciliano, assai bravo e simpatico, il quale
mi dice che non ha dubbi su e che tutto andrà benissimo. Facciamo quasi sempre
un'ora e mezza, in modo che alle 17,00 sono pronto per la lezione con Donnini».
Con tutto ciò non aveva però perduto il suo buon umore ed il non men
buono appetito, perchè scriveva pure : «Le otto e mezza mi trovano, avido,
sopra una tazza di caffè e latte se i tempi magri mi impediscono di
sgranocchiare qualcosa in camera. Dopo questa colazione un'altra più
abbondante, ma che meno sfama, di latino o di greco, fino a mezzogiorno, ora in
cui pianto tutti e me ne vado a spasso. Subito dopo pranzo (che doveva
svolgersi alle 13,00) vado per un'oretta al Circolo di cui sono divenuto socio,
a leggere giornali italiani ed esteri ed a sentire la radio».
Quanto ai tempi magri, che impedivano di sgranocchiare qualcosa in
camera, credo che non fossero poi tanto magri, se in altre missive alla Mamma
si parla di «scatolette di tonno che mi servono per farmi dei crostini e di
tubetti di pasta d'acciughe, che spalmo senza economia con burro su biscotti
della salute».
Il 17 ottobre nasce a Roma la nipotina Donatella. Egli si affretta a
rallegrarsene con la sorella e, quasi preoccupato di non aver partecipato
abbastanza al lieto evento, scrive a noi il 23 : «A Maria sembrerà troppo
fredda la cartolina che le ho indirizzato per la nascita di Donatella, ma non é
che la rigidezza di questo clima che é penetrata in me».
Per compensarlo del suo affetto e della passione che avevo messo nello
studio, profittando di un lieve miglioramento nelle condizioni di salute della
Mamma, corsi da lui apoena mi fu possibile, il primo ed il due novembre,
ricorrenza dei Santi e dei Morti.
Io ero stato a Camerino molti anni prima, ma sotto la sua guida ne
apprezzai ancor meglio le naturali bellezze. Vivemmo insieme intensamente in
quei due giorni, da fratello a fratello, ed il distacco fu nuovamente doloroso.
Subito dopo egli mandava ancora una assicurazione alla Mamma nei
riguardi dei suoi studi : «In questi giorni mi accorgo di studiare con passione
realizzando assai più che per il passato».
Quanto devono aver fatto bene queste sue parole al povero cuore della
Mamma, che, da tempo sempre più sofferente ed infine scompensato, doveva
improvvisamente cessare di battere la mattina del 22 novembre!
Renato fu chiamato per telefono appena si notò il di lei aggravamento,
ma Egli non potè giungere che la sera e trovò che la Mamma era già morta. Nelle
lacrime che confondemmo in famiglia non ebbi più dubbio che la promessa che
aveva fatto l'avrebbe mantenuta sino
alla fine. Con me e con lo zio Innocenzo, Egli divise la pena
dell'accompagnamento della cara salma ad Osimo e della sua inumazione
provvisoria in quel Cimitero. Tornò a Roma con noi per rivedere ancora le
sorelle ed il fratello, ma il 30 novembre partiva di nuovo per Camerino. Lo
attendeva colà un dovere assai sacro e vi andava mortificato dal dolore. Ne
avevo conferma da una sua : «Spero che voi tutti stiate bene e vi siate
sollevati di spirito. Io mi sono subito riambientato : data la rapidità dello
spostamento mi sembra quasi impossibile di aver lasciato Roma».
Intanto il 20 dicembre, poco prima che Egli facesse una breve scappata
per passare in famiglia il Natale ed il Capodanno, ricevevo questa lettera del
Prof. Donnini : «Con le prossime feste possiamo dire ultimata la tappa della
nostra fatica. Posso sicuramente riferirle che si progredisce discretamente in
tutte le materie, compreso il latino. Anche Mammana si dichiara molto
soddisfatto. Renato disporrà in parte di una preparazione maggiore di quella
dei cosiddetti interni. Specie nella cultura generale, su cui insisto ed
ho modo di insistere, tanto che il giovane di questo comincia ad avere
coscienza e legge molto».
Salute e buonumore non risentivano affatto dello sforzo per lo studio
alla quale si applicava, e mentre da lontano si divertiva a prendere in giro il
fratello per la passione di questi per il gioco del calcio - a
bella posta Egli si dichiarava fautore
di squadre diverse - scriveva ad
Anna : «Nevica abbondantemente, ma io ti scrivo pizzicando con la mano
libera una opulenta pizza con i grasselli inviatami da Sestilia (una nostra
vecchia domestica). Veramente più che pizzicarla, la sto voracemente divorando
: é solo da poche ore in mio possesso e ne ho già ingoiata più della metà. Dì
al babbo che subito dopo il mio arrivo ho ripreso a studiare con molta lena.
Adesso (la lettera é del 21 gennaio) é andato in vigore un progetto di legge
per cui la sera non ho più libera uscita».
Sotto questa frase scherzosa, si celava una ferma risoluzione adottata
tra i due bravi insegnanti e lui, quella di non puntare più ormai sull'esame di
ammissione alla terza liceale, ma di tentare addirittura la prova finale della
licenza liceale.
Un bel colpo certamente quello di fare tutto il Liceo in un anno, sul
quale però io nutrivo qualche dubbio, nonostante queste assicurazioni ricevute
in febbraio dal Prof. Donnini : «Posso dirle con assoluta certezza di buoni ed
efficaci progressi compiuti in gennaio. Suo figlio, in generale, si é applicato
abbastanza in quest'ultimo periodo tanto da far sperare che il compito grave che
ci siamo assunti verrà ultimato con successo. Io, per mia parte, insisto a
forzare l'andatura, disposto anche a raddioppiare le ore di insegnamento. Il
Prof. Mammana mi riferisce che anche la preparazione per le altre materie
prosegue abbastanza bene. Dei giovani liceali
con cui ho un certo contatto, suo figlio é già tutt'altro che ultimo; e
intendo di giovani che hanno studiato regolarmente. Lui questo lo sa, e deve
quindi averne motivo di stimolo se non di orgoglio».
«Procedendo con il tempo aumentano i giri del motore, cioè lo studio si
va sempre più intensificando», é Egli
stesso che lo scrive, tanto che per non distrarlo con un viaggio a Roma per la
Pasqua, tra il 25 e il 29 marzo, andammo noi ad Osimo, ove più facilmente fummo
da Lui raggiunti.
D'allora non lo rividi che il 7 giugno, in occasione di una mia visita a
Macerata e Civitanova ed Egli si unì alla comitiva, accompagnandomi la sera in
auto fino alla stazione di Foligno. Eravamo ormai vicini alla grande prova e
dal 10 al 18 luglio Egli sostenne i suoi esami, quelli scritti a Camerino,
quelli orali a Macerata, guadagnandosi la licenza liceale, quarto in
graduatoria sopra 64 giovani candidati e 26 promossi in tutta la provincia.
Grande merito indubbiamente fu quello degli insegnanti, ma non fu
piccolo anche il suo, dimostrando di tenere fede all'impegno e non smentendo la
forza del proprio carattere.
Per me, la maggiore soddisfazione che ne ebbi fu di portare la lieta
notizia al buon Nonno, che un tempo lo aveva fatto oggetto dei suoi versi
pungenti. Questi, che si trovava purtroppo agli ultimi giorni della propria
vita, si limitò a rispondere semplicemente : «Non ne dubitavo». E morì
l'indomani 20 luglio.
Dopo essersi un po' rinfrancato al mare e in campagna, in affettuosa
compagnia dei nipotini, ai quali si sentiva tanto portato, e di quella degli
zii e delle zie, da cui era riamato, il 22 ottobre 1937 Renato si iscrisse all'Università di Roma.
Egli scelse la facoltà di Giurisprudenza, al che io nulla trovai da obiettare,
in considerazione che brutti tempi si avvicinavano per i giovani e che anche
Egli, chissà a quali altri compiti chiamato, non avrebbe potuto frequentare i
corsi con la dovuta costanza. Ma il 1938 filò ancora liscio, ed Egli potè
seguire le lezioni e sostenere i suoi esami. Durante il secondoanno fece
ancoara di più : poiché lo studio universitario non assorbiva che parte delle
sue giornate, Egli pensò che si sarebbe potuto acquistare una buona
preparazione giuridico-economica, frequentando la ben attrezzata Confederazione
dell'Industria. Vi fu ammesso e venne collocato alle dipendenze di bravi e
provetti dirigenti, per occuparsi dell'importante settore tessile. Con il
modesto assegno che ne riceveva, da quel momento fu fiero di poter direttamente
soddisfare i suoi minuti piaceri ed in particolare di poter provvedere al suo
abbigliamento.
Ma intanto il mostro della guerra si avvicinava a grandi passi. Il 17
luglio 1939, inquadrato nella Milizia Universitaria, anch'Egli dovette partire
per il campo di addestramento in Formia, dal quale non ritornò che ai primi di
settembre. Io ero andato a trovarlo colà per poche ore la domenica 30 luglio,
ma lo trovai tutt'altro che soddisfatto di quel che faceva, perchè la vita del
campo - così come si svolgeva - non era che una perdita di tempo.

Nessun commento:
Posta un commento