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( a cura di Giovanni Riccardo Baldelli)
Colonnello del Genio in Servizio di Stato Maggiore
Giuseppe CORDERO
LANZA DI MONTEZEMOLO
(Roma, 26 maggio 1901 – Roma-Fosse Ardeatine, 24
marzo 1944)
A
diciassette anni nel giugno del 1918 si arruola volontario negli alpini
partecipando ai combattimenti sui Monti Lessini ottenendo la promozione a
caporale. A dicembre del 1918, ad un mese dalla fine delle ostilità, è ammesso
alla frequenza del corso speciale per Ufficiali di Complemento del Genio presso
la Regia Accademia per le Armi di Artiglieria e Genio di Torino classificandosi
al primo posto in graduatoria e prestando giuramento alla Patria e al re il 2
novembre 1919.
Dopo
il conseguimento della laurea in ingegneria civile avvenuta il 29 luglio 1923,
trova impiego presso una ditta di costruzioni genovese quale ingegnere. Ad agosto
dello stesso anno sposa Amalia Dematteis da cui ha cinque figli.
A
dicembre del 1924 decide di intraprendere nuovamente la carriera militare, partecipando
al concorso riservato ai laureati reduci di guerra bandito dal governo per
l’ammissione di Ufficiali in Servizio Attivo Permanente dell’Arma del
Genio. Nominato tenente del Genio il 18 dicembre 1924, a gennaio del 1928 è
promosso Capitano divenendo comandante della 1a compagnia del
Reggimento Ferrovieri del Genio di Torino, diventando docente di Scienza
delle Costruzioni alla Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio. Nel
1930, frequenta per un triennio la Scuola di Guerra, classificandosi
primo su 71 e venendo trasferito alla 40ª Squadriglia della Regia
Aeronautica. Nel 1934 alla nomina di Primo Capitano è destinato al Comando
del Corpo d’Armata di Torino, continuando gli studi a carattere scientifico
e dando alle alcuni studi dottrinali di notevole spessore.
Allo scoppio della guerra d’Etiopia, nel
1935, è chiamato a Roma all’Ufficio Servizi del Corpo di Stato
Maggiore. Nel 1937 chiede e ottiene di essere inviato in Spagna con il Corpo
Truppe Volontarie, dove dapprima assume il comando di un Battaglione
Telegrafisti e diventando poi Capo di Stato Maggiore della
Brigata “Frecce Nere”; questo ultimo incarico gli vale:
-
una
Promozione per Merito di Guerra a Tenente Colonnello “Capo di S.M. di
un Comando di Brigata mista durante un ciclo operativo particolarmente
importante e difficile si è distinto per servizio e valore personale al comando
di reparti, per spiccate doti organizzative dando così un valido contributo ai
successi della Brigata stessa”;
-
una
Croce di Guerra al Valor Militare “Capo di S.M. di un comando di
Brigata mista, incaricato di portarsi presso un Comandante di Reggimento,
impegnato sulle linee avanzate per dirigere il contrattacco delle sue truppe,
assolveva completamente il compito assegnatogli, malgrado avesse avuta
ripetutamente colpita la sua vettura dal fuoco di fucileria e di mitragliatrici
nemiche, cooperando arditamente alla vittoriosa riuscita dell’azione”.
Il 4 giugno 1940, pochi giorni prima
dell’ingresso dell`Italia nel Secondo Conflitto Mondiale, è trasferito al Comando
Supremo presso il Ministero della Guerra, dove diviene in seguito
responsabile dello scacchiere africano e infine capo dell’Ufficio Operazioni.
Ugo Cavallero, Capo di Stato Maggiore Generale dal 1940 al 1943, si
avvalse regolarmente della sua collaborazione.
Nel corso del conflitto è insignito
della Croce di Ferro Tedesca di Seconda Classe e di:
-
una
Medaglia di Bronzo al Valor Militare ad aprile del 1941 in Africa
Settentrionale durante “In ricognizione al fronte, in un momento in cui un
improvviso attacco nemico costringeva alcuni reparti ad arretrare ed elementi
corazzati avversari stavano già penetrando nel nostro dispositivo, arrestava i
reparti ripieganti, li rincuorava e li disponeva efficacemente a difesa.
Contribuiva così col suo pronto intervento e con la sua serena calma, a
ristabilire una situazione compromessa”;
- una
Medaglia d’Argento Valor Militare, sempre in Africa Settentrionale, nel
periodo dicembre 1941-gennaio 1942 in quanto “Ufficiale di Stato Maggiore
inviato dal Comando Supremo quale Ufficiale di Collegamento con il Comando
superiore, in più di una circostanza si prestava per rischiose missioni presso
le truppe operanti per recapitare ordini, raccogliere dati statistici, chiarire
situazioni; dava prova di alto senso del dovere, capacità con comune e sprezzo
del pericolo”.
Dopo il 25
luglio del 1943, Pietro Badoglio sceglie Montezemolo per recuperare documenti
da Mussolini e gestire la sua segreteria. Montezemolo è designato quale
comandante dell'11º Raggruppamento Genio Motocorazzato. Dopo
l'armistizio di Cassibile, partecipa alla resistenza contro i Tedeschi a Roma.
Il 10 settembre, fa parte di una delegazione italiana per discutere la resa e
riconoscere Roma come città aperta. Il 23 settembre, dopo l'occupazione
tedesca, entra in clandestinità, mettendosi in abiti civili e scappando dai
sotterranei del Ministero della Guerra; per proteggere la sua famiglia ottiene
documenti falsi cambiando nome prima in ingegnere Cataratto e Professor Martini
poi.
Cordero Lanza
di Montezemolo è il promotore, l’anima e la guida del FMC di Roma, un centro operativo che riesce ad inquadrare in un unico
dispositivo, assieme a numerosi soldati e Ufficiali datisi alla macchia, le
molteplici formazioni militari che si sono costituite dopo la dissoluzione del
Regio Esercito nei giorni successivi all’armistizio.
Montezemolo
imprime al FMC un carattere
eminentemente nazionale e si batte affinché le bande militari siano
riconosciute come aliquote delle Forze Armate Italiane rimaste isolate in
territorio occupato. Si stabilisce così un regolare contatto radio col Comando
Supremo che, in una delle prime comunicazioni, designa Montezemolo suo
diretto rappresentante in Roma e lo investe del compito di organizzare e
dirigere la lotta di liberazione. Siglati da una «M», i messaggi inviati
quotidianamente al governo del Sud e, per suo tramite, agli alleati contengono informazioni
strategiche e politiche di notevole rilievo.
Il 10 dicembre
1943 Montezemolo scrive le “Direttive per l’organizzazione e la condotta
della guerriglia” e le dirama ai Comandanti Militari Regionali del FMC. Le disposizioni ammettono la
guerriglia esclusivamente al di fuori del territorio urbano per evitare
ritorsioni nemiche, impostazione strategica diametralmente opposta a quella dei
partiti antifascisti, soprattutto del Partito Comunista, le cui avanguardie
armate praticano la lotta aperta senza quartiere anche all’interno delle mura
cittadine.
Il suo ordine
scritto è precisamente questo: ..."Nelle grandi città la gravità delle
conseguenti rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la
guerriglia", un ordine che tende esclusivamente alla salvaguardia dei
civili evitando loro rappresaglie da parte dei nazifascisti.
Montezemolo
mira a promuovere solidarietà e cooperazione all'interno del FMC, concentrandosi sulle varie
componenti del movimento di Resistenza, indipendentemente dalle inclinazioni
politiche. Il FMC stabilisce
una collaborazione costante con i partiti del Comitato di Liberazione
Nazionale, dove Montezemolo svolge il ruolo di osservatore militare.
Inoltre, istituisce un comitato permanente, rappresentando il governo militare
insieme a Manlio Brosio e Riccardo Bauer, oltre che a sé stesso.
Il 25 gennaio 1944 verso le
13, Montezemolo si reca assieme al Generale Quirino Armellini (che il 25 marzo
1944 subentrerà dopo la morte del primo al comando del Fronte Militare Clandestino di Resistenza) in via
Tacchini 7, nel quartiere Parioli, all'interno 13, a casa dell’amico
diplomatico Filippo De Grenet, napoletano, Tenente di complemento di Artiglieria,
conosciuto la notte di capodanno del 1944 nella residenza dell'ambasciatore
Viola di Campalto e divenuto subito suo solerte collaboratore. Alle 14 squilla il
campanello: è il segretario di Montezemolo, Multedo, che porta con sé una busta
con 1 milione e 600 mila lire, frutto di una donazione di una ditta per il FMC.
Somma che sparirà misteriosamente dopo l’arresto. A casa De Grenet è atteso anche il figlio di
Montezemolo, Manfredi, corriere dell’organizzazione clandestina. Ma è in
ritardo; una circostanza che lo salverà dall'arresto. Dopo pranzo, intorno alle 15, Armellini esce di casa,
accompagnato dallo stesso Multedo. Appena fuori dal portone, Multedo s’accorge
che sono sorvegliati da cinque uomini in borghese in evidente appostamento e da
due automobili che sembrano attendere qualcuno. «Non alzi lo sguardo, continui
a camminare», dice sottovoce al generale. Come voltano l'angolo, compaiono
Montezemolo e De Grenet, che vengono fermati e arrestati dai poliziotti italiani.
Il travestimento di Montezemolo
baffi finti e occhiali cerchiati d'oro, non è servito, finge stupore e dichiara
di essere il professor Martini, estraendo dalla tasca il documento falso, ma i
poliziotti non danno retta: conoscono benissimo la sua identità. Qualcuno
evidentemente ha parlato, rivelando il luogo e l'orario dell'incontro ai
Parioli.
De Grenet si divincola e
prova a reagire, ma Montezemolo lo blocca, dicendogli che è inutile.
Pochi passi e i poliziotti italiani li
consegnano alle SS tedesche, che sono in attesa a bordo di due automobili nere,
parcheggiate all'angolo con via dei Martiri Fascisti.
E un colpo formidabile per
la polizia tedesca. Fino a quel momento, testimonierà Herbert Kappler
all'omonimo processo, le SS non erano riuscite ad “arrestare Montezemolo
[...] perché il colonnello si comportò molto cautamente, cambiando sempre i
luoghi di appuntamento. Le difficoltà erano anche rappresentate dal fatto che
aveva una guardia personale di una decina di uomini […] si arrivò
all’arresto di Montezemolo tramite il pedinamento degli uomini che costituivano
il suo corpo di guardia›”.
Montezemolo e De Grenet
vengono tradotti nel carcere di via Tasso, dove li accoglie Kappler, in
compagnia del capitano Schütz, vecchio conoscente del capo del FMC ai
tempi del suo incarico allo Stato Maggiore del Regio Esercito, trasformatosi in
uno dei più terribili aguzzini delle SS. Inizialmente Montezemolo nel corso dei
lunghi interrogatori a cui è sottoposto, nell’inutile tentativo di estorcergli
informazioni, è picchiato duramente dalle SS ma non è letteralmente torturato,
quello avverrà in seguito quando gli aguzzini gli strapperanno i denti uno ad
uno e le unghie dei piedi.
In un’intervista rilasciata
alcuni anni fa Adriana la figlia di Montezemolo così si esprimeva “Del resto papà
aveva già dato le disposizioni per occupare i posti di comando sensibili quando
sarebbero arrivati gli Alleati. Ne aveva di cose da dire e di nomi da fare, ma
non parlò”.
[…] . “Mio
padre era contrario agli attentati in città. Si rischiava di compromettere il
lavoro per una transizione quanto più possibile pacifica. Ma soprattutto si
mettevano in pericolo i civili, a causa delle inevitabili rappresaglie che ne
sarebbero seguite”.[…]
La
famiglia Montezemolo cerca in tutti i modi di liberare il proprio congiunto. Si
rivolge tramite un prelato tedesco alle autorità naziste, chiede l’intervento
della Segreteria di Stato Vaticana mediante Monsignor Giovanni Battista Montini
(futuro Papa Paolo VI). Il fratello Renato, Ufficiale della Regia Marina, si
apposta su un palazzo di fronte alla prigione di via Tasso per cercare di
studiare l’edificio dove è rinchiuso Giuseppe e pianificare un assalto che
porti alla sua liberazione. Tentativi che si risolvono in un nulla di fatto.
Dalla
prigione di Via Tasso Montezemolo riesce a far pervenire alla famiglia tre
biglietti autografi, ripiegati nel collo di una camicia, l’attentato del 23
marzo del 1944 pone fine ad ogni altra comunicazione in quanto Kappler
inserisce il suo nome tra coloro che dovranno essere giustiziati per
rappresaglia.
Con
il Regio Decreto del 26 maggio 1944 gli sarà concessa la Medaglia d’Oro al
Valor Militare “motu proprio” “sul campo” (alla “memoria”).
Riposa al sacello n. 32 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.
Fonti
URL consultate il 23 dicembre 2025
https://www.anpi.it/bibliografia/il-partigiano-montezemolo
https://www.anpi.it/biografia/giuseppe-cordero-lanza-di-montezemolo
https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2012/37-40_biblioteca.pdf
https://www.mausoleofosseardeatine.it/vittime
https://www.letteraturacapracottese.com/post/partigiano-montezemolo-capracotta
https://www.storiain.net/storia/giuseppe-montezemolo-il-partigiano-gentiluomo/

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