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martedì 4 aprile 2017

I Primi sei mesi di guerra Maggio-Dicembre 1915 III

APPROFONDIMENTI

Gli interventisti alla prova.
Filippo Corridoni 
e il sindacalismo rivoluzionario
tratto da:
Filippo Corridoni 

di Luciano Salciccia

L'illusione della "guerra rivoluzionaria" fece però sentire ben presto le sue drammatiche conseguenze e Corridoni, anche se in apparenza non palesò alcun segno di grave turbamento, nel suo intimo molto soffrì, come vedremo, quella profonda contraddizione, che egli in definitiva così ardentemente aveva contribuito a creare e ad alimentare. Alcune memorabili lettere che egli scrisse dalla trincea carsica sono in tal senso una prova inconfutabile[1].
Raggiunto il settore di guerra, nella zona del Carso, Corridoni e i suoi volontari vennero assegnati ad operazioni di retrovia. Questo fatto provocò una sua immediata reazione e con Dino Roberto disertò il proprio reggimento e raggiunse la linea del fuoco[2]. Non si trattò di un gesto scriteriato o spettacolare: egli volle protestare contro un trattamento che non poteva condividere come volontario, il quale, secondo lui, aveva accettato la guerra con motivazioni che gli imponevano di farla veramente e con più decisione di ogni altro.
Sulla sua vita in trincea e sui fatti salienti di essa rimandiamo a quanto ha ricostruito diffusamente il Masotti[3]. Qui preme far rilevare alcuni aspetti poco noti come i difficili rapporti tra i volontari e le truppe regolari, e l'atteggiamento del potere militare e civile sui sovversivi al fronte.
Con la circolare n. 2025 del 10 giugno 1915 il Ministro della Guerra comunicava a tutti i comandanti militari di seguire attentamente e all'occorrenza di stroncare ogni forma di propaganda sovversiva al fronte, soprattutto quella fatta dai "fascisti", che si adopravano "a diffondere largamente tra i soldati la propaganda rivoluzionaria sia pur raccomandando loro di combattere intanto contro gli imperi centrali"[4].

Mussolini dalle colonne de Il Popolo d'Italia, l'11 aprile aveva scritto                                          Gli interventisti disseminati dell'esercito, saranno di sprone agli altri e saranno i migliori soldati perché sapranno la "ragione" della guerra. Data la compagine prevalentemente "rurale" dell'esercito italiano, questa infusione di elementi "idealisti", avrà, senza dubbio, benefiche ripercussioni sull'esito della guerra.
I volontari al fronte svolsero opera di propaganda e il più delle volte furono d'esempio encomiabile, ma i loro rapporti con i soldati regolari registrarono momenti assai delicati e non furono mai del tutto cordiali[5]. Corridoni e i suoi amici più volte conobbero l'elogio degli stessi ufficiali. Egli metteva nell'attività di soldato tutto l'impegno che lo aveva distinto nella vita di ogni giorno e operò in maniera veramente esemplare. Ebbe a volte da ridire sulla combattività dei suoi volntari e diceva spesso loro: "Ricordatevi che, più avanti si va, meno pericoli si corre"[6].
Non bisogna però pensare ad un Corridoni spavaldo o legato ad un concetto utopistico dell'eroe; egli non pretendeva dai suoi seguaci assurdi "atti eroici", come può illuminare questo episodio. Ha scritto Attilio Peroni, portando come fonte il volontario Secondo Laghi di Forlì, assai vicino a Corridoni, che il segretario dell'USM
un giorno fu comandato insieme ad altri due volontari di uscire dalla trincea e portarsi a ridosso di un muricciolo, alto circa 30 cm., che distava un centocinquanta metri dalla trincea medesima e a non più di venti dalle linee nemiche. Corridoni ritenne il comando una assurdità e rispose al comandante che egli come volontario e soldato aveva il dovere di andare avanti agli altri, non quello di suicidarsi. Obbedì; ma, prima di uscire dalla trincea, chiamò come testimoni tutti i presenti che se fosse morto in quell'assurda azione, non si fosse, poi, detto e scritto che Corridoni era morto da eroe, ma che era stato ucciso dai suoi stessi ufficiali[7].
Nella vita di Corridoni, appena ventottenne, cominciava così a penetrare l'ombra gelida della morte. Il coraggioso sindacalista pare ne sentisse le prime avvisaglie con la crescita drammatica, nella sua coscienza, della consapevolezza di una guerra che non era la guerra da lui voluta e sperata; egli non temette mai i pericoli delle pallottole austriache e mostrò di saper far fronte ad esse, ma cominciò a dubitare, interiormente, sulla validità della causa della "guerra rivoluzionaria". Furono i morti, il sangue, l'ottusità degli alti comandi, la mancanza di "ardore" e di "fede" delle truppe italiane, il contatto vivo delle sue idee con la realtà della guerra e uno smantellamento drammatico e irrefrenabile delle stesse a provocare in lui una tremenda crisi spirituale?

Non è facile giungere ad una risposta e forse ci è sufficiente l'avere compreso che egli dovette affrontare, per la prima volta nella sua vita, il drammatico confronto del suo passato coll'avvenire e trovare in esso un senso di fiducia. Corridoni sembrò perdere veramente ogni convinzione nelle idee, che un tempo aveva definito immortali; il dubbio che egli aveva sempre saputo respingere sembrò paralizzarlo.

Confessò a Maria Rygier
La tensione nervosa che per 21 giorni, dietro l'imperativo categorico della mia volontà, aveva sorretto le mie forze fisiche, appena scesi dalle colline di fuoco, venne meno e diede luogo ad una specie di nirvana morale. Tutto ciò che sapesse di lavoro fisico ed intellettuale mi infastidiva ed io sono stato bene solo, lontano da tutti, steso in un prato per delle giornate, con corpo, spirito ed intelletto disoccupati...sentivo che solo così potevo reintegrare le mie forze ed immagazzinare nuove energie per le imminenti durissime prove. Perchè, amica, se per un uomo di comune media o mediocre sensibilità la guerra è così atroce, per chi ha l'altro sentire ed ha un cuore educato a compassionare ogni umana sventura, la guerra è la cosa più orrenda che pervertimento di malefico genio possa immaginare. Ebbene io debbo viverla la guerra, io, per la mia predicazione dello scorso maggio, ho doveri superiori ad ogni altro e la missione vuole ch'io impietri il mio cuore, che vigili i miei sentimenti, domini ogni mia debolezza, comprima ogni repulsione, per essere sempre pronto a dire agli altri la parola che rinfranchi, la invettiva che inciti, la calda esortazione che mantenga tutti sulla via aspra e difficile del doloroso ma santo dovere. Oh, le pene, i disagi, i pericoli ognor rinnovati e rinnovatisi, ti giuro...non han presa sul mio spirito temprato alle lotte difficili, e l'ala gelida del dubbio e pentimento non attenuerà mai il calore delle mie convinzioni, che sono abbarbicate nei recessi più profondi del mio cervello e del mio cuore, ma la realtà così orribile e terribile, ha affinato siffattamente la mia sensibilità da farmi sentire ogni gioia ed ogni dolore centuplicati nella loro essenza. È come se fossi scorticato e se ogni contatto avvenisse sulla carne viva invece che sulla insensibile cute[8].

Da questo momento parve che l'esistenza di Corridoni sia stata una continua, quasi incosciente, ma sentita, ricerca drammatica della morte nel tentativo, forse, di risollevare col proprio sangue una causa che la tragicità degli eventi sembrò in lui definitivamente travolgere. "Ci facciamo tanto onore – egli scrisse in quei giorni – ma la morte fa troppe breccie in mezzo a noi[9]. Testimoniò il suo fraterno amico Amilcare De Ambris
Egli aveva la visione netta della sorte che il destino gli aveva riservato. Ma il suo spirito eroico lo portava a correre là dove il rischio era maggiore, dove la morte faceva brecce più spaventose.
Altri hanno raccontato come egli abbia voluto partecipare al combattimento nel quale trovò la sua morte, benché fosse ammalato, benché il medico lo avesse formalmente diffidato a restare a riposo.
Non volle osservare gli ordini del medico, non volle ascoltare i consigli degli amici. Presagì la sua fine ma volle salire il suo calvario[10].

Al fratello Baldino, che pure qualche giorno prima aveva esortato ad "essere coraggioso", scrisse queste parole allorché venne a conoscenza del suo ferimento nel primo scontro con gli austriaci nelle file del 12° reggimento di fanteria.
Che tu sia benedetto, fratello mio, per il tuo bello entusiasmo e per l'ardente spirito di sacrificio che ti spinge ad offrirti per le imprese più difficili ed arrischiate! Tutto ha un limite nelle cose e non v'è dovere che non abbia un provvidenziale contrappeso in un dovere opposto. Ora se tu hai il dovere di sacrificarti per la Patria, di dare ad essa giovinezza, sangue, vita, hai anche il dovere di risparmiarti per non far cessare di vivere con te i nostri poveri ricchi, già accasciati dalle non liete condizioni del nostro eroico fratello Peppino.
Non guardare a me, amato. Il mio caso è differente. Io volli la guerra – fui uno di quelli che la imposero alla nazione riluttante perché inconscia – e questo mio passato, di cui me ne vanto tanto, mi grava di un fardello di doveri ai quali né posso, né voglio sottrarmi.
Tu no – Tu offrendoti volontariamente come soldato hai dato già più di quello che si poteva chiedere – onde moderati – o almeno – sii valoroso, ma con giudizio.
Comunque sia fatta la tua volontà e si compiano i tuoi destini[11].

Non vi è alcun dubbio, e tutte le fonti lo confermano, che Corridoni abbia combattuto con grande coraggio, da vero eroe. I suoi compagni della 3° compagnia del 32° fanteria, detta la "compagnia della morte", formata in gran parte di volontari rivoluzionari, tentarono in ogni modo di proteggerlo per le future battaglie, ma invano.
Noi volontari eravamo un pò tutti gelosi di lui: intuivamo che altre battaglie ci avrebbero attesi nel dopoguerra e desideravamo ancora avere in lui il nostro condottiero. Ma Pippo mi rispose sdegnosamente che il suo posto era in linea con noi, anzi un passo davanti a noi che pure dovevamo essere i primi[12].

E in quei drammatici giorni non mancò il ricordo alla sua "Milano ed alla indimenticabile Unione".
Caro Decio.
Nell'attimo in cui parto per le prove supreme, a te, per l'Unione Sindacale Milanese, il mio pensiero più affettuoso ed appassionato. Filippo[13].
Come giustamente ha scritto il suo amico Masotti
Egli andava a morire per la libertà della Patria con l'ultimo pensiero volto alla grande famiglia dei "suoi" operai per i quali aveva tanto sofferto e dall'amore dei quali aveva tratto le sole grandi e vere sodisfazioni della sua vita[14].
Il giorno prima di cadere Corridoni scrisse ad Alceste De Ambris: "La gran giornata è giunta. A te, maestro e fratello, l'estremo vale". E in un ultimo, drammatico tentativo di vivificare i suoi ideali, scriveva ad Amilcare Cipriani
A te, mio caro tra i più cari amici miei, io invio il mio saluto, da queste terre strappate agli austriaci ed ove io mi batto da tre mesi per l'Italia, per la Francia, per il Belgio, per l'Ideale[15].
Secondo testimoni oculari e secondo il comando delle truppe italiane, Corridoni, il 23 ottobre, verso le 5 di sera, cadde eroicamente sulla conquistata trincea carsica, che egli aveva chiamato Trincea delle Frasche, mentre era a capo della 3° Compagnia del 32° Fanteria, Brigata Siena, detta la "Compagnia della Morte"[16].
Due giorni dopo dall'inizio della grande offensiva – narrava Dino Roberto una settimana dopo dal lettuccio di un ospedale di Carpi,  dove era stato ricoverato gravemente ferito, partecipando alla stessa azione nella quale Corridoni aveva lasciato la vita – la mia compagnia a cui appartenevano Corridoni, Croce, Bitti, Baldanchini, Rabolini, Mercanti, Pandolfini, Gamberini, ecc. - tutti volontari milanesi – ebbe l'ordine di staccarsi dalle retrovie per raggiungere la linea del fuoco.
Erano circa le 11 del mattino.
Filippo Corridoni non avrebbe dovuto muoversi dalle retrovie poiché pochi giorni prima era stato operato di un flemmone. La ferita era tuttora aperta ed il capitano medico aveva imposto al malato di non sottoporsi a nessuna fatica. Ma Corridoni aveva insistito, reclamato, invocato, protestato: e all'alba della sua giornata gli comunicarono il permesso di andare a battersi.,
siccome egli aveva, con altri pochi volontari, già partecipato ad un'altra azione col 142°, durante la marcia di avvicinamento al fuoco nemico egli incoraggiava e consigliava – da buon "anziano" come teneva a dirsi – i "nuovi": Lasciate fare a me, diceva, che il battesimo del fuoco l'ho avuto: ora mi tocca la cresima.
E rideva con quel riso che gli illumionava tutta la faccia. I soldati lo seguivano pieni di fiducia e di entusiasmo: era la fiducia, era l'entusiasmo che palpitavano nelle sue parole.
Lo rivedo, lo rivedo ancora: era, anche là, come tra i suoi operai: non chiamava nessuno, ma tutti lo seguivano attratti dalla sua sicurezza, dal suo spirito, dalla sua energia, dalla sua fierezza. Attraversando il campo di battaglia parlava e ragionava e discuteva e incitava: anche coloro che lo seguivano non sentivano il fischio delle pallottole che passavano fulminee sulle loro teste. Eravamo già in una posizione avanzata. Io ero sempre accanto a lui: il nostro patto era di non staccarsi mai. Invece la pattuglia ci ha divisi e per sempre.
- Bada Pippo – gli gridò uno dei volontari – bada che se continui così ti "pigliano" in testa.
- Sei troppo alto, curvati quando passa una palla.
E lui ridendo: - Sei matto fijo mio, non voglio diventar gobbo per i begli occhi degli austriaci. Devi sapere che la palla che deve colpirmi non è stata ancora fusa. E si rideva, mentre sui preparava la baionetta e si metteva a portata di mano le bombe e si akllungava il passo sotto il fuoco infernale.
...Eravamo presso l'ultima trincea quando Corridoni diede gli ultimi avvertimenti ai compagni: Ricordatevi – amici cari, che più avanti si va, meno pericolo si corre".
In trincea rimaniamo pochi minuti. L'ordine di iniziare l'attacco alla prima trincea nemica ci trova pronti con gli altri soldati. Corridoni ed io balziamo sul muricciuolo e diamo l'ordine di praticare una breccia.
Poco dopo il gruppo dei volontari scende nella vallata e raggiunge la trincea austriaca. Contemporaneamente la nostra artiglieria allunga il tiro.
Il taglio dei reticolati procede svelto e sicuro. Dopo una mischia sanguinosa la trincea austriaca rimane per buona parte nostra. In questa prima fase cadde fra gli altri Vincenzo Rabolini, appena ventenne, fedelissimo di Pippo. Lo raccolse morente l'altro volontario, il Mercanti, che non l'abbandonò fin che non ebbe esalato l'ultimo respiro.
Intanto il combattimento si svolgeva sempre più accanito. La trincea austraica nella quale con Corridoni alla testa, avevamo posto piede, era ancora tenuta alle due stremità dagli austriaci. Da un momento all'altro potevamo esser presi da un duplice fuoco di infilata. Tanto a destra che a sinistra improvvisammo dei ripari con sacchi a terra e cumuli di pietre. Ma il pericolo diventava sempre più grave: occorreva provvedere ai lati della breccia conquistata – circa 150 metri – mentre al centro una minima parte dei volontari avrebbe potuto tener testa agli austriaci che dalla valle sottostante stavano organizzandosi pel contrattacco.
In quel momento fu necessario rompere il patto: Corridoni ed io dovemmo dividerci. Io presentivo che Pippo non avrebbe avuto più misura nell'esporsi e nel rascinare gli altri. Io vado a sinistra. Corridoni a destra. Ma il mio pensiero è sempre all'amico. Nell'incerta luce del crepuscolo scorgo la sua alta figura in cima al traversone di difesa, ne vedo i gesti, ne indovino le parole calde di fede e di entusiasmo; mi fa paura; tremo per lui che, quasi per offrirsi facile bersaglio, agita il berreto, chiama i commilitoni colla sinistra e addita con la destra i punti più minacciati.
Ad un tratto quando per il buio della sera le fiammelle dei fucili sembrano più accese mi volgo ancora in cerca dell'amico: ma su quel traversone difeso con tutto l'impeto dal baldo manipolo, l'alta figura incicatrice non c'è più. Corridoni era caduto.
Nella confusione della battaglia ecco un gruppo di volontari che gli erano accanto. Domando pieno d'ansia e di sgomento di lui. Venivano i rinforzi verso la destra e Corridoni dall'alto del traversone li accoglieva sorridendo e gridando: - Avanti, avanti amici: Vittoria! Vittoria! - E ripeteva il grido di vittoria fra un colpo e l'altro, tra un incitamento ai compagni ed un'imprecazione contro i nemici.
La battaglia era oltremodo violenta e i nostri soldati si spingevano avanti sparando senza tregua. Un assalto ricaciò risolutamente gli austriaci e Corridoni intona l'inno Oberdan:
Fuoco per Dio su barbari, sulle nemiche schiere.
Ma subito dopo la voce si tace. Egli cade riverso; una palla lo aveva colpito in fronte.
Roberto che, intanto, era riuscito a sondare la resistenza della sinistra facendo 400 prigionieri, non credeva alla morte di Pippo. Ma mentre – padrone ormai della trincea – accompagnava la colonna dei prigionieri verso il comando, incontrò il volontario Pandolfini ferito ad un braccio. Egli strinse con la mano sana la mano di Roberto e aggrappandosi a lui, piangendo conferma: - "Sai Roberto, ci hanno ucciso Pippo"[17].
Invano i suoi pochi compagni superstiti cercarono il corpo nell'infuriare del combattimento. Forse il destino ha voluto che così fosse, che anche le sue spoglie si confondessero nella folla anonima dei caduti, ultimo dono dell'eroe che, alla redenzione degli umili e alla libertà della Patria, aveva dato la sua intelligenza e la sua giovane vita.
Il corpo di Corridoni non venne mai più ritrovato e un mistero impenetrabile è restato sulla sua fine, lasciando spazio a molteplici e disparate interpretazioni. Scriveva qualche anno più tardi un volontario
E' opinione di tutti che l'eroico volontario riposi in pace lassù, sulla pietraia, sotto una croce consunta, senza epigrafe e senza nome. Ma ciò non è possibile. Filippo Corridoni aveva degli amici, dei compagni; di più, dei fratelli che per lui avrebbero tutto dato e sacrificato...Orbene, voi Dino Roberto, voi avv. Palumbo, tu Giuseppe Veronesi, Italo Cecchi e tutti voi superstiti gloriosi di quell'attimo infernale, siete ben certi che Filippo Corridoni sia morto alle frasche? L'avete visto cadere?...Certo però che la morte, per meglio dire la scomparsa della salma dell'eroe dalle frasche, costituisce un impenetrabile mistero che sarebbe bene squarciare per conoscere la verità, tutta quanta la verità[18].
La morte di Corridoni fu accolta ovunque con grande e significativo rispetto. Fra i suoi amici la notizia della sua fine eroica  provocò enorme sgomento, anche se essa non giungeva inaspettata, e un vero e proprio timore di fronte all'avvenire: Corridoni per molti di loro aveva impersonato troppo spesso un idelae di vita e insieme un esempio infrangibile. Alceste De Ambris scrisse: "E' morto l'amico mio più caro! Il più puro, il più nobile, il più bravo di tutti noi!...Filippo Corridoni è stato il più forte fra i sindacalisti rivoluzionari italiani"[19]. Pietro Nenni scrisse:
Fra l'infuriare della battaglia, fra l'acqua e il fango, stamattina il Popolo mi ha recato una notizia che per un momento mi ha agghiacciato il sangue nelle vene. Pippo Corridoni è morto! Chi può, mi son chiesto, rimpiazzare il vuoto?[20].
Mussolini disse:
Filippo Corridoni appartiene alla schiera esigua ed elettissima degli uomini che morendo ricominciano a vivere[21].
Il 1 novembre 1915, a nove giorni dalla morte del fratello, il giovane Baldino scrisse questa drammatica lettera all'altro fratello Giuseppe, in congedo a Pausula, perché ferito
Peppe carissimo, immagino il dolore che avrai provato nell'apprendere la morte del nostro Pippo. Era inevitabile! Combatteva con troppo slancio e con troppa fede. Io pure, credo non farò diversa fine. Ho nelle vene il suo sangue. Il sangue di Corridoni. Come sarei contento di poter volare per qualche giorno fra le vostre braccia e poi magari morire perché per noi i giorni, i minuti, i secondi sono segnati. Povera la mamma ed il babbo nostro, come saranno abbattuti. Come vorrei abbracciarli e baciarli, dargli il bacio del figlio che sente il dolor figliale. Fa in modo, parlando con Alfonso, con Carlo Firmani di farmi ottenere una breve licenza. Non posso più vivere così isolato. Cerca di consolarli. Un bacio a te e alla Mariuccia. Tuo Baldino[22].
Il 2 novembre 1915, Ubaldo (Ubaldino) Corridoni cadde fulminato sul Podgora.
A Milano, alle ore 15 del 31 ottobre 1915, su iniziativa dell'USM, del Fascio Interventista e del Partito Repubblicano, un corteo di molte migliaia di lavoratori e di cittadini, da Piazza Verziere, attraverso Porta Vittoria, raggiunse il monumento delle Cinque Giornate, ove furono deposte corone commerorative per il caduto alla Trincea delle Frasche. La Questura non autorizzò alcun discorso. Il corteo si sciolse in silenzio, come in silenzio si era svolta la commemorazione. Nonostante ciò fu predisposto un imponente servizio di ordine pubblico:
1. Mille uomini di fanteria nella Caserma Principe Eugenio di Savoia al corso di Porta Vittoria;
2. Cinquecento uomini, compreso il picchetto permanente di cento, nella Caserma Garibaldi, in piazza S. Ambrogio;
3. Trecento uomini nella Caserma Guardie Città in via Signora[23].
A Pausula, otto anni dopo, i giovani sindacalisti corridoniani di Milano conseganrono alla mamma di Corridoni la bandiera rossa bordata di nero, i colori simbolo del proletariato e della componente anarchica dell'Unione Sindacale Milanese. La sua bandiera, che aveva accompagnato i volontari alla stazione e che Corridoni "baciò devotamente al momento della partenza"[24]. La mamma di Corridoni partecipò subito la notizia al compagno Amilcare De Ambris.
E' una reliquia santa per noi, e ci è doppiamente cara perché anche il povero Baldino era presente a Pavia quando Pippo l'inaugurò.
Da sabato il prezioso e caro vessillo è nelle nostre mani. Non so descriverle quanta commozione ha invaso il nostro animo nel vederlo. L'abbiamo baciato e ribaciato infinite volte e le nostre labbra si sono incontrate in un bacio pieno d'amore con le labbra del nostro Pippo.
Amilcare, noi le custodiremo fedelmente e gelosamente. Si dovrà passare sui nostri corpi prima di contaminare il vessillo che è simbolo della fede dei nostri cari. Egli ci parla del nostro Pippo, dei suoi entusiasmi, del suo sacrificio[25].
Il 23 ottobre 1923, anniversario della morte, nella casa di Pausula, fu esposta la bandiera donata dai giovani corridoniani milanesi. I fascisti della città impedirono la mesta commemorazione e Maria Corridoni, la Mariuccia di Pippo, inviò questo telegramma ad Amilcare De Ambris
Ieri abbiamo esposto cimelio sacro con tricolore. Fascisti locali hanno vivamente protestato travisando nostro atto, inviando a casa maresciallo dei carabinieri con ordine ritirare vessillo stop Mamma impressionata malata al letto stop Impossibile venire a Parma stop. Dice Cesarino Rossi come sia stata turbata ricorrenza pietosa, esprima nostro dolore, nostra protesta stop[26].
Intanto nello stesso mese di ottobre, a Parma (la città del sindacalismo rivoluzionario, unica a reggere agli squadristi fascisti di Balbo, con l'eroica resistenza dell'Oltretorrente, guidata da Vittorio Picelli e da Altri sindacalisti corridoniani parmensi), venne di fatto, vietata la commemorazione di Filippo Corridoni da parte delle autorità fasciste. Il Questore di Parma spiegò a Vittorio Picelli che la manifestazione pubblica e privata veniva vietata, perché "la corona di fiori recava il nastro rosso"[27].
A Milano, il 23 ottobre dello stesso anno, in una breve cerimonia commemorativa, i compagni dello scomparso avevano deposto, presso il Monumento delle Cinque Giornate, la corona di fiori che recava un nastro fiammante con la dicitura "A Filippo Corridoni, i compagni dell'Unione Sindacale Milanese e i volontari della Guerra rivoluzionaria"[28].
Questa notizia riportata dal giornale socialista l'Avanti!, sollecitò l'intervento del Questore di Parma, generale Sangiorgi, che, oltre a vietare la Commemorazione, nel manifesto pubblicato dall'Unione Sindacale di quella città, censurò la parola "Rivoluzionario" che l'estensore del manifesto aveva messo per ricordare che Filippo Corridoni era stato un Sindacalista Rivoluzionario[29].
Il 3 aprile 1925 il Ministro della guerra concesse alla memoria di Filippo Corridoni la Medaglia di Benemerenza per i volontari della Guerra italo-austriaca 1915-1918.
il 15 ottobre, su proposta del Duce del fascismo Benito Mussolini, il Re concesse a Filippo Corridoni la medaglia d'oro al valor militare.




[1]Le ultime e bellissime lettere di Corridoni soldato sono pubblicate in parte da Y. DE BEGNAC, op. cit., e in parte dalla Rivista della Cultura, N. Unico in onore di F. Corridoni, 1936, Roma.
[2]Cfr. F. Corridoni, La morte di Guarini e Reguzzini, 20 agosto 1915, riportato su L'Internazionale, 25 marzo 1916; G. Landi, Il volontario ribelle, in Omaggio a Filippo Corridoni, N. Unico, Bologna 23 ottobre 1925; Lettera di Corridoni al babbo, 1 agosto 1915, in archivio De Ambris; Dalle memorie del suo comandante di divisione, riportate da Y. DE BEGNAC, op. cit., p. 835; D. ROBERTO, Relazione sull'operazione del 17 agosto 1915, in Il Popolo d'Italia, 3 settembre 1915.
[3]Cfr. T. MASOTTI, op. cit., pp. 164-226; Come combatterono i nostri (Seconda lettera inedita di Filippo Corridoni), in L'Iinternazionale, 8 aprile 1916.
[4]A.C.S., P.N.F., SERIE vii, 25, Most. Riv. Fasc., II parte, b. 30, fasc. offerto da Malusardi.
[5]P. MONELLI, Mussolini piccolo borghese, Milano 1968, p. 82; G. LANDI, Da un diario di guerra, in Omaggio a Filippo Corridoni, cit.
[6]Corriere della Sera, 30 ottobre 1916.
[7]A. PERONI, Filippo Corridoni, Urbino 1970, p. 160. Cfr. pure S. LAGHI, Fiabe dal vero, Imola 1969, pp. 100-103 e T. MASOTTI, op. cit., pp. 137-138.
[8]Lettera di Corridoni a Maria Rygier, op. cit.
[9]AMILCARE DE AMBRIS, op. cit.
[10]Ibidem.
[11]Lettera di Corridoni al fratello Baldino, IN L'Internazionale, 21 ottobre 1922.
[12]Cfr. E. MALUSARDI, F. Corridoni, Torino 1930, p. 31.
[13]Lettera di Corridoni alla Signora Ida Bacchi del 18 settembre 1915, in T. MASOTTI, Corridoni, cit., p. 133; e 140. Decio Bacchi sostituiva Corridoni alla guida dell'USM.
[14]Ivi, p. 140.
[15]Lettera di Corridoni ad Amilcare Cipriani, ottobre 1915, riportata da Y. DE BEGANC, OP. CIT., p. 856.
[16]Corridoni venne decorato con medaglia d'argento, che Mussolini, diventato capo di governo, tramutò in oro. Sulla morte di Corridoni si veda: Filippo Corridoni è caduto per la libertà, in Il Popolo d'Italia, 29 ottobre 1915; F. Corridoni è morto da eroe, in L'Internazionale, 6 novembre 1915; La trincea delle frasche, Notizie tratte dalla Relazione ufficiale della campagna 1915; G. BARELLA, Come è caduto Filippo, in Il Secolo, 30 ottobre 1915; La morte di Filippo Corridoni, in Il Secolo, 29 ottobre 1915; A. DE AMBRIS, cORRIDONI, CIT., P. 41 SGG. che riporta la fondamentale testimonianza della morte di Corridoni di Dino Roberto, presente a quella sfortunata azione; L. MOTZO, Gli intrepidi sardi della brigata Sassari, Cagliari 1930, p. 41; T. FRANZI, Come morì Filippo Corridoni, in La volontà d'Italia, Roma, 12 novembre 1927.
[17]T. MASOTTI, op. cit., pp. 140-148. Cfr. L'Internazionale, 31 ottobre 1915 e Il Popolo d'Italia del 25-30 ottobre 1915. sempre dal libro di T. Masotti, pp. 148-153, la versione della morte di Corridoni, data da Roberto (l'inseparabile compagno che anche in quel tragico giorno gli fu vicino), trova conferma nella testimonianza del capitano Antonio Leccese, medico del reggimento: "Verso la metà d'ottobre Corridoni s'ammala di un grosso ascesso con febbre e siamo costretti a mandarlo alla sezione di sanità. Ma dopo qualche giorno, non guarito, egli ne vuole uscire per ritornare al battaglione, così che la sera del 20 ottobre lo faccio chiamre per dirgli che in quelle condizioni non può seguire il battaglione e deve ritornare alla sezione.
- Signor Tenente, lei scherza. Mi deve far partire.
- Impossibile, fra cinque o si giorni ci potrai raggiungere.
Egli è addoloratissimo e mi prega:
- Senta, mi faccia soltanto mettere lo zaino sulla carretta e vedrà che marcerò benissimo.
- Niente zaino sulla carretta e arrangiati da te – gli urlò nella speranza che accetti di andare alla sezione.
Macché! La mattina seguente, lungo il percorso Villesse-Fogliano, Corridoni è allegro, meraviglioso col suo zaino sulle spalle e il sorriso di bambinob buono.
Durante le brevi soste ci tiene a scherzare.
- Come ti senti, Pippo?
- Benone.
Va là metti lo zaino sulla carretta.
Non c'è verso. Sorride e marcia benissimo.
E bisogna ubbidirgli.
Ho sempre pensato che la volonta eroica, con o senza galloni, sia il più alto grado della gerasrchia. Corridoni riveste questo grado.
Pomeriggio del 22 ottobre a Castelnuovo del Carso.
Davanti al posto di medicazione passa la compagnia di Corridoni per andare in linea.
Vedo Corridoni che è lì in mezzo, con l'ascesso zaffato e doloroso:
- Corridoni, fammi il piacere, resta qui a dare una mano a noi. La battaglia sarà lunga, avrai tempo... non andare in quelle condizioni.
- Ne riparleremo al mio ritorno! - risponde in fretta e corre via sorridendo.
23 ottobre.
Alle 15 comincia l'assalto. Un quarto d'ora dopo cominciano ad arrivare i primi feriti.
- Visto Corridoni? - si chiede.
- Sì. Meraviglioso.
Ecco un ferito (il nome mi sfugge). Signor tenente ha saputo? È morto Corridoni. E racconta:
- Appena usciti per l'assalto,. Pippo comincia a correre innanzi a tutti. Giunge primo sulla trincea nemica, lì in piedi dritto grida: Compagni correte. Ecco la vittoria! Vittoria! Vittoria! È colpito in fronte e cade.
Tutti al 32° sono commossi e addolorati della morte di Pippo. E nei suoi comandi si può parlare benevolmente di Corridoni. Egli non è l'individuo sospetto, accompagnato da un voluminoso incartamento della prefettura di Milano. È un valoroso. Sarà proposto per la... medaglia d'argento".
[18]Cfr. B. BRUTI, Dal taccuino di un volontario, in Omaggio a Filippo Corridoni, cit., p. 11.
Il corpo di Corridoni, alla fine della guerra, come ci riferì la di lui sorella di Maria, fu oggetto di diverse ricerche, ma tutte senza esito alcuno, nonostante l'impiego di mezzi assai rilevanti. Cfr. pure quanto riporta Il Sindacato Operaio, 22 aprile 1922, di Parma, a proposito dei lavori di un apposito comitato che i indacalisti corridoniani costituirono per la ricerca del corpo dell'eroe. Le ricerche di questo comitato diedero esito negativo, nonostante la testimonianza estremamente interessante di un certo Aristide Pulga di Saliceto (San Giuliano di Modena). Il soldato Pulga, che conobbe Corridoni durante la sua attività sindacale nel modenese, riferì che Corridoni venne sepolto a Sdramina, presso la filanda Sagrado, nel cimitero di guerra n. 2. "Io sono rimasto profondamente addolorato – scrisse il Pulga – quando nell'assolvere alla pietosa missione alla quale ero adibito, di seppellire i caduti, mi portarono il cadavere di Filippo Corridoni, avendo io partecipato alle lotte combattute da Corridoni nel modenese. Pensai allora di mettere la sua salma in una buca separata. Lo involsi in una tela da campo e in un telo da tenda, poi lo sotterrai vicino al caminone della filanda, nella seconda o terza buca". Riportato da Il Sindacato operaio 22 aprile 1922.
Cfr. anche La Relazione del giornalista MARINO MERCURI, marzo 1968, che sostiene di avere individuato la tomba di Corridoni. Questa relazione è conservata nella Segreteria del Comune di Corridonia.
[19]Avanguardia Internazionale, 1 gennaio 1916 e L'Internazionale, 18 dicembre 1915.
[20]Il popolo d'Italia, 9 novembre 1915.
[21]Cfr. U. D'ORIO, Filippo Corridoni, Trieste 1935, p. 5.
[22]Lettera di Ubaldo Corridoni al fratello Giuseppe del 1 novembre 1915, conservata in Archivio De Ambris.
[23]A.S.M., FONDO CIT., cart. 469, Commemorazione di Filippo Corridoni, documento del 30 ottobre 1915, n. 6859.
[24]Sindacalismo, 27 ottobre 1923.
[25]Ibidem.
[26]Ibidem.
[27]Ibidem.
[28]Ibidem.
[29]Il testo del manifesto censurato è riportato in Appendice.

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