APPROFONDIMENTI
Osvaldo
Biribicchi
«Quanto
sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a
ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere
giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati,
morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in
Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che
hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero
essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa
è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un
testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in
pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate
nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono
imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un
italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o
giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione».
Queta
è l’ultima parte del memorabile appassionato Discorso
sulla Costituzione
tenuto a Milano il 26 gennaio 1955 da Piero Calamandrei.
Parole
che da sole basterebbero a spiegare l’essenza stessa della Carta
fondamentale della nuova
Italia nata dalla Resistenza iniziata, sul piano militare, l’8
settembre 1943 al momento della proclamazione dell’armistizio.
La “primissima Resistenza”, per ovvie ragioni, è dei militari
che nonostante la confusione, la mancanza di ordini precisi
e le incertezze di quei momenti (molti reparti presi di sorpresa si
sbandano) reagiscono energicamente alla brutale aggressione dei
tedeschi che mettono immediatamente in atto il piano Alarico,
preparato da tempo fino ai minimi livelli, per disarmare gli italiani
nel caso in cui si fossero arresi agli angloamericani. La
Resistenza dei militari, compresa la dolorosa pagina degli internati
nei campi di concentramento tedeschi, nel più ampio e complesso
quadro della Guerra di Liberazione è una parte importante ancora
tutta da studiare ed approfondire.
La proclamazione dell’armistizio trova, dunque, l’Italia divisa
in due parti: quella meridionale conquistata-liberata dagli Alleati
che nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 erano sbarcati in
Sicilia e lentamente la stavano risalendo; quella
centro-settentrionale che i tedeschi avevano occupato. La linea di
demarcazione tra i due schieramenti è costituita dalla linea Gustav
che attraversa trasversalmente l’Italia dalla foce del fiume
Garigliano sul Tirreno alla foce del fiume Sangro sull’Adriatico
passando per Cassino. L’armistizio è l’apice di una profonda
crisi morale, sociale ed economica in cui il Paese era stato
trascinato da una classe dirigente, dimostratasi già inadeguata ad
affrontare i rivolgimenti politico-sociali causati dalla prima guerra
mondiale,
che il 10 giugno 1940 dichiara guerra
contemporaneamente al
Regno Unito ed alla Francia. Due potenze coloniali che avevano nelle
proprie colonie africane e nei paesi del Commonwealth (per
l’Inghilterra) una riserva inesauribile di uomini che ci avrebbe,
come poi è avvenuto, schiacciato. Nuto Revelli, giovane ufficiale
del Regio Esercito, così descrive quei momenti: «La guerra comincia
nella confusione, con ordini e contrordini. Il 30 maggio 1940 il
generale Rodolfo Graziani, capo di Stato Maggiore dell’Esercito,
ordina al Comando Gruppo di Armate Ovest di assumere lo schieramento
previsto dal “piano di guerra” entro le ore 24 del 4 giugno. La
data viene successivamente spostata al giorno 10, stessa ora.
Incomincia così, con questo tira e molla, con un ordine e un
contrordine, la breve avventura del Fronte occidentale».
Dopo tre anni di guerra, quando si arriva all’armistizio, in
Italia regna la stessa confusione che ne aveva contraddistinto
l’entrata in guerra, con una differenza però: la popolazione,
specialmente nelle città, è arrabbiata, delusa, ferita dai
distruttivi bombardamenti angloamericani, è letteralmente affamata e
va avanti con le tessere annonarie
introdotte
già
a partire dal maggio 1940. La situazione è al collasso sia
nell’Italia occupata dai tedeschi che in quella liberata dagli
Alleati,
in questo scenario inizia
la Guerra di Liberazione, moto spontaneo popolare di sapore
risorgimentale: soldati, operai, studenti, professori, uomini e donne
di tutti i ceti sociali, di diverso credo politico e religioso senza
alcun coordinamento, si scagliano contro i tedeschi.
A
partire dal 23 settembre (lo stesso giorno in cui il vicebrigadiere
dei Carabinieri Salvo D’Acquisto sacrifica la vita per salvare
ventidue civili che stanno per essere fucilati dai tedeschi per
rappresaglia ad un presunto attentato), la lotta armata si estende
anche contro i fascisti della neocostituita Repubblica Sociale
Italiana, Stato fantoccio voluto da Hitler dopo la liberazione di
Mussolini, il 12 settembre, da Campo Imperatore sul Gran Sasso ad
opera di paracadutisti tedeschi (operazione Quercia). Oltre agli
italiani combattenti, punta di un iceberg, nel corso dei venti mesi
di guerra contro il nazifascismo ce ne sono altri, la maggioranza,
invisibili che rischiano la vita e muoiono per aiutare i soldati
sottrattisi alla cattura dei tedeschi, i partigiani, i renitenti alla
leva della Repubblica di Salò o i militari alleati fuggiti dai campi
di prigionia. Tantissimi civili, impiegati e operai, nei rispettivi
luoghi di lavoro pongono in atto una serie di sabotaggi e scioperi
bianchi, in pratica la stragrande maggioranza degli italiani di
fronte alla violenza nazifascista, anche se non prende le armi in
mano, non rimane indifferente né se ne rende complice. Un’idea
precisa sull’argomento ce l’ha lasciata Piero Calamandrei:
«Quanto possa la libertà ad esaltare il senso di solidarietà
nazionale, e viceversa quali germi di smarrimento e di sbandamento
semini nei cuori la schiavitù, si è esperimentato col nostro sangue
nell’ora tragica della sconfitta. Nel 1917, quando l’Italia era
una patria di uomini liberi, la sconfitta servì soltanto a rafforzar
le istituzioni e a cementar tutti gli italiani intorno ad esse, in un
esercito solo: e venne la battaglia del Piave. Nel 1943, quando
l’Italia era uno Stato totalitario, la sconfitta determinò
fatalmente la disgregazione del regime, che s’afflosciò come una
carogna putrefatta: e di dentro si videro scappare da tutte le parti,
come insetti immondi, i neri artefici di quella putredine, che
s’affrettavano a cercare scampo dietro le baionette tedesche; ben
lieti, pur di prolungare di qualche mese il loro impiego di delatori
e sicari al servizio del nemico, di prolungare l’agonia della
patria». La Resistenza, nel suo svolgersi, è stata
condizionata anche sotto il profilo geografico: «Nell’Italia
meridionale, sino a Napoli compresa, l’occupazione tedesca è una
esperienza che o manca del tutto (la Sicilia al momento
dell’armistizio è già in mano agli americani; nei giorni
successivi l’esercito alleato arriverà in Calabria, nelle Puglie,
in Basilicata) o durerà solo pochi giorni; al massimo, come a
Napoli, tre settimane […] Diversa è la situazione in cui vengono a
trovarsi le regioni dell’Italia centrale: gli Abruzzi e Molise, il
Lazio, l’Umbria, le Marche e la Toscana. Qui l’occupazione
tedesca dura molto più a lungo e si fa sentire in tutta la sua
violenza. Alcune tra le più efferate rappresaglie, gli eccidi più
barbari i nazisti li compiono in queste zone. Basti pensare al
massacro romano delle Fosse Ardeatine. […] In Piemonte e nella
Valle d’Aosta, in Liguria, Veneto, Lombardia, Emilia e Romagna il
movimento partigiano costituirà per circa un anno e mezzo una
presenza costante, il “potere alternativo” a quello degli
occupanti, rendendo così possibile lo sviluppo di quella fitta e
complessa rete di rapporti (e di tensioni) tra formazioni militari,
organi politici, società civile che abbiamo indicato come una
fondamentale griglia interpretativa del movimento».
Nella Resistenza armata l’aspetto
singolare è l’altissimo numero di giovani, quegli stessi giovani
cresciuti nel Ventennio fasciata. Giorgio Amendola, partigiano,
deputato alla Costituente nel 1946 e al Parlamento nel 1948 così si
espresse al riguardo: «… nello sviluppo dell’antifascismo in
quegli anni, ci fu un fenomeno importante: i giovani, la nuova
opposizione dei giovani che abbandonavano le illusioni della
dissidenza, avendo capito che il fascismo non era riformabile e non
costituiva uno strumento di potenziamento nazionale. Nell’assumere
una posizione antifascista questi giovani seguirono una motivazione
patriottica: capirono che il fascismo era antinazionale. Non a caso
molti di questi giovani che avevano raccolto medaglie sui fronti di
guerra, diventarono ottimi partigiani dopo l’8 settembre». Se la
primissima resistenza armata al tedesco è, per forza di cose, opera
dei militari,
la Resistenza nella sua accezione più nobile va inquadrata nel
contesto della Guerra di Liberazione intesa non solo come
affrancamento dai tedeschi e dai fascisti della Repubblica di Salò
loro alleati, ma anche e soprattutto come liberazione dalla tirannia,
da «un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di
corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea
disgregazione civile».
Resistenza e Guerra di Liberazione sono due concetti, sul piano della
lotta armata, in osmosi; abbiamo
le
bande partigiane composte da soli civili, da civili e militari
insieme e bande composte da soli appartenenti alle forze armate
(soldati, marinai, avieri, carabinieri, finanzieri di ogni ordine e
grado), queste formazioni combattono
i tedeschi con la guerriglia.
Abbiamo le forze armate del
Regno del Sud cobelligeranti con gli Alleati a partire dal 13 ottobre
1943, a seguito della dichiarazione di guerra alla Germania nazista,
dove troviamo partigiani volontari inseriti nei Gruppi di
Combattimento, specialmente nelle file del “Cremona”. Tutti,
senza distinzioni ideologiche, hanno l’obiettivo comune di liberare
l’Italia dai tedeschi e dal fascismo per assicurarle un futuro
libero e democratico. Se la Resistenza sul piano militare inizia
l’8 settembre sotto il profilo politico, ideologico e culturale era
iniziata molto tempo prima ossia con l’avvento stesso del fascismo,
«cioè fino da quando lo squadrismo fascista aveva iniziato per le
vie d’Italia la caccia all’uomo» come ha scritto Piero
Calamandrei nel suo libro Lo
Stato siamo noi
e come certificato dalle sentenze del Tribunale Speciale per la
Difesa dello Stato.
Migliaia
di italiani durante il ventennio hanno pagato con la morte, con il
confino e l’espatrio il loro antifascismo. Furono quelle persone
che per cultura, sensibilità o comune buon senso avevano intuito
prima degli altri che il fascismo avrebbe portato all’Italia solo
terribili lutti e distruzioni, come poi puntualmente avvenne. Ricordo
alcuni nomi di questo primo antifascismo: Giacomo Matteotti,
segretario
del Partito Socialista Unitario,
ucciso a Roma nel 1924; Giovanni Amendola, parlamentare, muore esule
a Cannes nel 1926 per i postumi di una brutale aggressione (con mazze
chiodate) avvenuta a Montecatini nel 1925;
Piero
Gobetti, intellettuale, fondatore della rivista La
rivoluzione liberale,
ripara
in Francia dove muore nel 1926; i
fratelli Carlo e Nello Rosselli
costretti a rifugiarsi all’estero vengono assassinati
da sicari fascisti a Bagnoles de l'Orne in Normandia nel
1937; Filippo Turati socialista riformista, cofondatore del Partito
Socialista Unitario, costretto a lasciare l’Italia e muore a Parigi
nel 1932. Il 9
settembre 1943, i principali partiti antifascisti (Partito Comunista
Italiano, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Partito
d’Azione, Democrazia Cristiana, Partito Liberale e Democrazia del
Lavoro) danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN),
presieduto
dal socialista Bonomi
(che sarà presidente del Consiglio dal giugno 1944 al giugno 1945),
evoluzione del precedente Comitato delle opposizioni costituitosi in
Italia dopo la caduta del Fascismo. Il CLN ha la “direzione
politica” della lotta di Liberazione alla quale partecipano
autonomamente anche formazioni partigiane che non si sentono
rappresentate dai partiti del CLN, come per esempio Bandiera Rossa,
formazione trotskista, con al suo interno una significativa presenza
di militari. Le
varie formazioni partigiane espressione dei partiti che compongono il
CLN (brigate Garibaldi, Matteotti, Fiamme Verdi, formazioni di
Giustizia e Libertà) ricevono gli ordini dai rispettivi partiti di
appartenenza i quali, avendo messo temporaneamente da parte
differenze e stupidi antagonismi, decidono collegialmente la
strategia della lotta contro i nazifascisti. In sostanza, l’unità
politica tra i partiti antifascisti è mantenuta salda nell’intento
di liberare dai tedeschi più parti possibile del Paese prima
dell’arrivo degli Alleati nella consapevolezza che il peso
dell’Italia, a guerra finita, sarebbe dipeso da quanto gli italiani
sarebbero stati capaci di fare. Altro importante obiettivo della
Guerra di Liberazione è quello di impedire la restaurazione
dell’Italia prefascista con addirittura la Monarchia. Obiettivo di
tutti i partiti del CLN, partito comunista compreso, infatti, è
quello di dare all’Italia per la prima volta nella sua storia una
democrazia avanzata, una democrazia socialmente fondata. Questo
proposito è stato raggiunto e sintetizzato nella scrittura stessa
dei Principi Fondamentali della Costituzione. Il concetto di
democrazia avanzata è la grande novità, in quanto il sistema
democratico dell’Italia prefascista, quella crispina e poi
giolittiana, formalmente democratico, pluripartitico con
rappresentanza regolarmente eletta non era una democrazia, era un
regime liberale nel quale le guardie regie soltanto con Giolitti
ebbero l’ordine di non sparare sugli scioperanti.
La Resistenza, sotto l’aspetto
militare, termina formalmente il 25 aprile 1945, nel giorno in cui
viene ordinata l’insurrezione generale dal Comitato di Liberazione
Nazionale Alta Italia; pochi giorni dopo, il 29 aprile, i tedeschi
firmano nella Reggia di Caserta,
sede
del Comando delle
Forze Alleate in Italia,
l’atto di resa incondizionata che fissa il cessate il fuoco per il
2 maggio.
Gli
aspetti etici della Resistenza, invece, i più importanti, non si
sono esauriti il 25 aprile ma sono andati oltre, hanno forgiato la
nostra attuale Costituzione la quale «si collega al grande moto di
rinnovamento espresso dalla Resistenza, che ha come motivo ispiratore
il potenziamento della persona umana in ogni campo
della vita associata, nonché l’attuazione
delle condizioni necessarie ad una più intima e solidarietà
nell’interno di ogni Stato e fra le nazioni».
Il
2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati a votare a suffragio
universale per scegliere la forma da dare allo Stato, Repubblica o
Monarchia, e per eleggere l’Assemblea Costituente, composta da 556
membri, che avrebbe avuto il compito di scrivere la Costituzione
entro l’anno successivo.
Con oltre il cinquantaquattro per cento dei voti vince la Repubblica.
L’Assemblea, in cui vengono elette ventuno donne, si
riunisce per la prima volta il
25 giugno a
Palazzo Montecitorio.
In
quella stessa data cessano i lavori della Consulta.
All’interno dell’Assemblea è nominata una “Commissione per la
Costituzione”, composta da settantacinque membri appartenenti a
tutte le forze politiche, cui viene affidato il compito di presentare
un “Progetto di Costituzione”. La Commissione, a sua volta, è
ripartita in tre Sottocommissioni: prima, diritti e doveri dei
cittadini; seconda, organizzazione costituzionale dello Stato; terza,
rapporti economici e sociali. La Commissione dei settantacinque, di
cui fanno parte cinque donne, presieduta dall’onorevole Meuccio
Ruini, inizia i suoi lavori il 20 luglio 1946 e li conclude con
l’approvazione di un “Progetto di Costituzione della Repubblica
Italiana”, che presenta alla Presidenza dell’Assemblea
Costituente il 31 gennaio 1947. L’Assemblea Costituente, presieduta
dall’onorevole Umberto Terracini, inizia l’esame del Progetto il
4 marzo 1947 e lo conclude con l’approvazione definitiva il 22
dicembre 1947. La Carta
Costituzionale, frutto
dei valori della Resistenza per i quali sono morte centomila persone
appartenenti a tutti i ceti sociali, viene
promulgata il 27 dicembre 1947 ed
entra
in vigore il 1° gennaio 1948.