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mercoledì 2 settembre 2026

La creazione dei Gruppi di Combattimenti. La riunione del 31 luglio 1944.

 APPROFONDIMENTI



Massimo Coltrinari

Significato della Guerra di Liberazione

La situazione era talmente fluida che presentò nel breve arco di qualche giorno altri elementi di novità. Certamente gli Alleati, sotto la spinta delle esigenze del fronte della Normandia, che in quelle settimane era bloccato intorna a Caen e non vi erano prospettive concrete di dilagare verso sud, come avvenne qualche settimana dopo, e di quelle della operazione “Anvil” che assorbiva forze superiori a quelle disponibili, entrarono nell’ordine di idee di chiedere un aumento del contributo italiano in termini di forze combattenti, fino allora contenuto nelle sole corze del C.I.L.

Il 31 luglio 1944 in una riunione presso lo SMRE presente il gen. Paolo Berardi, il rappresentante alleato. Quasi a sopresa, ebbe a fare due dichiarazioni importanti:

- la prima: le unità italiane combattenti costituite ex novo non potevano essere chiamate “Divisioni”, ma dovevano essere chiamate “Gruppi di Combattimento”. Questo per evidenti ragioni politiche, in quanto non si voleva dare un rilevo troppo evidente all’Italia nel quadro del contributo alla vittoria alleata. Sarà questo una costante da parte Alleata, sopratutto britannica, che caratterizzerà la politica alleata in relazione alla nostra cobelligeranza.

A rafforzare questa linea politica, sul piano esecutivo e quindi tattico, ai gruppi di combattimento non erano assegnate forze corazzate, che avrebbero conferito ai Gruppi una maggiore consistenza organica ed una forza d’urto aderenti ed adeguate alle esigenze dela guerra meccanizzate del tempo. In altre parole non si voleva che unità italiane conquistassero sul campo una qualsiasi vittoria, vittoria che poi sarebbe stata fatta pesare al tavolo della trattative di Pace, dove l’Italia, nonostante la belligenza, doveva presentarsi come Paese vinto e sconfitto, e non come paese che aveva contribuiti, anche in minima parte, alla vittoria.1


In quasto quadro va inserito tutto il significato di quello che chiamiano “Guerra di Liberazione”: tutti i sacrifici che il popolo italiano fece in questa guerra non ebbero sul piano strettamente politico-diplomatico peso nelle clausole del Trattato di Pace, clausole che furono redatte sulla base eslusiva degli interessi dei vincitori.


Nonostante questo approccio, che sicuramente feriva nell’intimo gli Italiani, sopratutto i militari di alto grado, che la vedevano come una umiliazione morale, Italiani che avevano dimenticato in fretta quello che era stato il recente passato di “nemici”, ed ora “nemici vinti”, si può dire che questa apertura alleata, dettata dalle loro necessità e non per buona grazia nei nostri confronti, fu il secondo passo, dopo la volontà di creare unità combattenti italiane. Sulla via della genesi della rinascita dell’Esercito Italiano i nomi delle divisioni scelte per formare i gruppi di combattimento attraverseranno tutto il secondo dopoguerra e saranno presenti negli ordinamenti dell’Esercito fino ai nostri giorni.

- la seconda: molto più vicina alla contemporaneitàdel 1944, rispetto a quanto detto sopra, il cui riverbero arriverà fino ai nostri giorni, fu la notizia che i gruppi di combattimento anziché due, come era stato comunicato solo quattro giorni prima, sarebbero stati sei. Certamente era una notizia degna di ogni attenzione, e il rappresentante alleato già faceva i nome di detti Gruppi, che denotava studi approfonditi da parte alleata: “I Raggruppamento Motorizzato”, “Nembo”, “Cremona”, “Mantova”, “Piceno”. Con questa elencazione faceva anche notare che i reparti compoenti il Corpo Italiano di Liberazione avrebbero contribuito alla formazione dei gruppi, e quindi no avrebbero più avuto una loro vita operativa autonoma.

Nella riunione si parlò anche di altre forze italiane: le divisioni di sicurezza interna. Per costituire questa forza che doveva comprendere 5 Divisioni, la forza totale non doveva superare i 45.000 uomini, ed ogni Divisione doveva avere un organico di circa 9.500 uomini, su due reggimenti di fanteria di tre battaglioni ciascuno. Una annotazione del rappresentate alleato riuscì gradita ai suoi interlocutori italiani: le divisioni di sicurezza interna dovevano avere lo stesso organico dei Gruppi di combattimenti, al fine di riuscire facile, alla occirrenza, poterle trasformare da unita di sicurezza ad unità combattenti. Ciò stava a significare che nel prosieguo delle operazioni gli Alleati potevano autorizzae un ulteriore allargamento del numero delle unità combatteti italiane.


Altro argomento affrontato in questa riunione del 31 luglio 1944 fu quello di come i Gruppi dovevano essere ordinati organicamente per il comando. Le ipotesi allo studio erano:

. intercalare i Gruppi di combattimento italiani fra le divisioni alleate

. costituire un Corpo unico, tutto di Gruppi italiani, ovvero si sarebbero costituiti due Corpi di Armata, ognuno su tre gruppi di combattimento, in pratica era la premesa per la costituzione di due Armate italiane.

. dare vita ad un sistema misto: alcuni gruppi di combattimento sarebbero stati intercalati fra le divisioni alleate; i rimanenti riuniti in un Corpo italiano, calibrato sulle esigenze operative emergenti.

La parte italiana nell’aprire la discusiione subito mostrò il vivo desiderio di poter adottare la seconda ipotesi, che significava avere in campo due Armate italiane. “Se ciò non fosse stato possibile, fare sin dall’inizio che almeno si fosse ottenuto di non disseminare i Gruppi di combattimento italiani, ma di ordinarli in raggruppamenti di due o tre Gruppi, in modo che si potesse, successivamente, tendere a raggruppare in un unico Corpo italiano al quale affidare in proprio un settore del fronte”2

Le insistenze su questo punto furono anche in seguito serrate e reiterate, ma gli Alleati furono irremovibili: i Gruppi avrebbero operato intercalati tra le divisioni alleate; se per esigenze operative avrebbero dovuto operare fianco a fianco, non si sarebbe creato dal punto di vista ordinativo nessuno nuovo comando. La logica era sempre la stessa: l’Italia anche in campo militare doveva avere un bassimmo profilo e dare il proprio contributo nella misura in cui era prevalente l’interesse alleato.


1 Essendo una esigenza politica, e non militare, questo aspetto fu ovviato con l’assegnazione in rinforzo a seconda delle necessità, di unità carri alleate. Si è osservato: “Ma non vi è dubbio che, ove i Gruppi avessero potuto disporre di formazioni corazzate, vi sarebbero state una più serrata unità di comando e una maggiore facilità e prontezza nelle intese, con la conseguenza di un più rapido e politico rendimento tattio”. Proprio quello che gli Alleati non volavano Cfr. I Gruppi di combattimento” , cit.,pag. 41

2 Cfr. I Gruppi di combattimenti, cit., pag. 15