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sabato 7 febbraio 2026

Cultura e politica di massa nel tecnicismo. Da Spengler ad Heidegger

 DIBATTITI

Prof. Sergio Benedetto Sabetta

 

            Contro l’idea lineare dell’Illuminismo Spengler introduce il modello ciclico, in cui le culture quali esseri viventi hanno una loro autonomia, una morfologia nella quale vi è una nascita e una morte, una fioritura e un declino.

            Ogni cultura possiede un proprio principio formale che ne determina lo stile, in Occidente Spengler individua una cultura faustiana, la spinta all’infinito come la retta oltre se stesso quale volontà di potenza, questo al contrario della cultura pollinea greco-romana che è circolare tendendo all’armonia o alla cultura islamica che tende al punto, alla ricerca di Dio mediante la mistica.

            Non vi è quindi una storia universale ma una cattedrale di storia dove l’uomo occidentale nel trasformarsi in macchina entra in una fase di decadenza, nella fine dello spirito vivente in cui vi è il passaggio dalla cultura alla semplice civiltà.

            La cultura è la ricerca del sogno e delle idee quale albero in crescita, quando si irrigidisce vi è la sua pietrificazione nel continuo calcolo e misurazione eliminando il sogno e lo slancio creativo, tecnica potente ma vuota dell’animo, manca la bellezza resta solo la praticità, Spengler ci ricorda che il tramonto può essere splendido basta viverlo con dignità, dobbiamo dargli una forma viva, cercare di descriverlo con poesia e armonia.

            Faust, simbolo dell’Occidente, firma il patto con il diavolo per possedere la potenza, la materia verso lo spazio infinito, al contrario dei greci per i quali lo spazio è armonico, finito, mentre gli egizi vedono lo spazio come via  rettilinea, ma il desiderio dell’infinito seguendo la tecnica ci consuma nell’angoscia del vuoto, privo di un centro, in quanto nella conquista si perde, come nella tragedia greca dove alla solitaria grandezza si accompagna la perdita dell’Io.

            La democrazia come tutto in natura  nasce, fiorisce, muore, subentra l’epoca delle elite e di una scenografia spettacolare, in un continuo tecnicismo dove vi è il gestore e non il politico, questo porta al cesarismo nella ricerca di un leader che risolva, il potere passa pertanto dalle parole della discussione democratica, Atene, al gesto di Cesare.

            L’uomo nell’epoca finale è l’uomo della tecnica, del sapere settoriale senza anima, conosce tutto ma non ne capisce il senso, l’uomo macchina non crea, calcola non vive, funziona, tecnico senza destino ha conquistato l’esterno perdendo l’interiorità, ha una statistica senza spirito e una visione, il filosofo diventa professore, il poeta cede il passo al critico, il sacerdote diventa un funzionario della morale, non si vive per qualcosa ma solo per durare dove la politica è manager, senza ideali ma con uno schedario.

            Ormai l’uomo faustiano si perde nella funzionalità della tecnica, solo passando dall’espansione alla profondità nel conoscere la morte può rinascere (Heidegger).

            Arte, scienze e religioni sono divenute discipline tecniche ma non slanci spirituali che invadono tutto l’essere se l’arte diventa stile non è più cultura, la scienza non vuole capire il mondo ma calcolare quale tecnica utilitaristica perdendosi nel particolare, nella religione la ricerca dello spirituale si trasforma in uno sterile moralismo.

            Le masse non vedono più un futuro ma le necessità del presente, esse hanno un’anima irrazionale e prettamente utilitaristica, in quanto la plebe non cerca la verità né cultura ma la sicurezza, ecco emergere l’istinto del cesarismo che si fa legge d’ordine esso non ha futuro quale risposta momentanea, conservazione non crescita, in quanto la democrazia nel momento della sua riduzione s trasforma in un cesarismo.

            Dostoevskij nel “Grande Inquisitore” pone il problema della verità, l’uomo non regge la verità in quanto la vera libertà spirituale per lui è un peso, richiede semplicemente pane, sicurezza e protezione.

            Le Chiese nel fondare l’autorità guidano l’uomo barattandone la libertà con il fine di fornire la sicurezza di un ordine, ma la libertà è inseparabile dal sentimento dell’amore se non si vuole sprofondare nella violenza caotica della sopraffazione, non resta quindi che il silenzio quale risposta alla freddezza del razionalismo e alla dura logica del potere.

            La libertà è stata ceduta in cambio del consumo, la verità per l’opinione, la coscienza in cambio dell’identificazione con la sicurezza del gruppo, con il gregge, così che il potere nel proteggere infantilizza.

            Dostoevskij ci pone una domanda, ma siamo  davvero pronti per la libertà? Vivere senza garanzie in un rispetto reciproco?

 

Bibliografia

·        Bocco F., Visioni della crisi. Spengler e Heidegger, Avatar Edizioni 2016;

·        Sibaldi I., Il coraggio di essere idioti. La felicità secondo Dostoevskij, Mondadori 2017.

 


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