DIBATTITI
Prof. Sergio Benedetto Sabetta
Contro
l’idea lineare dell’Illuminismo Spengler introduce il modello ciclico, in cui
le culture quali esseri viventi hanno una loro autonomia, una morfologia nella
quale vi è una nascita e una morte, una fioritura e un declino.
Ogni cultura
possiede un proprio principio formale che ne determina lo stile, in Occidente
Spengler individua una cultura faustiana, la spinta all’infinito come la retta
oltre se stesso quale volontà di potenza, questo al contrario della cultura
pollinea greco-romana che è circolare tendendo all’armonia o alla cultura
islamica che tende al punto, alla ricerca di Dio mediante la mistica.
Non vi è
quindi una storia universale ma una cattedrale di storia dove l’uomo
occidentale nel trasformarsi in macchina entra in una fase di decadenza, nella
fine dello spirito vivente in cui vi è il passaggio dalla cultura alla semplice
civiltà.
La cultura è
la ricerca del sogno e delle idee quale albero in crescita, quando si
irrigidisce vi è la sua pietrificazione nel continuo calcolo e misurazione
eliminando il sogno e lo slancio creativo, tecnica potente ma vuota dell’animo,
manca la bellezza resta solo la praticità, Spengler ci ricorda che il tramonto
può essere splendido basta viverlo con dignità, dobbiamo dargli una forma viva,
cercare di descriverlo con poesia e armonia.
Faust,
simbolo dell’Occidente, firma il patto con il diavolo per possedere la potenza,
la materia verso lo spazio infinito, al contrario dei greci per i quali lo
spazio è armonico, finito, mentre gli egizi vedono lo spazio come via rettilinea, ma il desiderio dell’infinito
seguendo la tecnica ci consuma nell’angoscia del vuoto, privo di un centro, in
quanto nella conquista si perde, come nella tragedia greca dove alla solitaria
grandezza si accompagna la perdita dell’Io.
La
democrazia come tutto in natura nasce,
fiorisce, muore, subentra l’epoca delle elite e di una scenografia
spettacolare, in un continuo tecnicismo dove vi è il gestore e non il politico,
questo porta al cesarismo nella ricerca di un leader che risolva, il potere
passa pertanto dalle parole della discussione democratica, Atene, al gesto di
Cesare.
L’uomo
nell’epoca finale è l’uomo della tecnica, del sapere settoriale senza anima,
conosce tutto ma non ne capisce il senso, l’uomo macchina non crea, calcola non
vive, funziona, tecnico senza destino ha conquistato l’esterno perdendo
l’interiorità, ha una statistica senza spirito e una visione, il filosofo diventa
professore, il poeta cede il passo al critico, il sacerdote diventa un
funzionario della morale, non si vive per qualcosa ma solo per durare dove la
politica è manager, senza ideali ma con uno schedario.
Ormai l’uomo
faustiano si perde nella funzionalità della tecnica, solo passando
dall’espansione alla profondità nel conoscere la morte può rinascere
(Heidegger).
Arte,
scienze e religioni sono divenute discipline tecniche ma non slanci spirituali
che invadono tutto l’essere se l’arte diventa stile non è più cultura, la
scienza non vuole capire il mondo ma calcolare quale tecnica utilitaristica
perdendosi nel particolare, nella religione la ricerca dello spirituale si
trasforma in uno sterile moralismo.
Le masse non
vedono più un futuro ma le necessità del presente, esse hanno un’anima
irrazionale e prettamente utilitaristica, in quanto la plebe non cerca la
verità né cultura ma la sicurezza, ecco emergere l’istinto del cesarismo che si
fa legge d’ordine esso non ha futuro quale risposta momentanea, conservazione
non crescita, in quanto la democrazia nel momento della sua riduzione s
trasforma in un cesarismo.
Dostoevskij
nel “Grande Inquisitore” pone il problema della verità, l’uomo non regge la
verità in quanto la vera libertà spirituale per lui è un peso, richiede
semplicemente pane, sicurezza e protezione.
Le Chiese
nel fondare l’autorità guidano l’uomo barattandone la libertà con il fine di
fornire la sicurezza di un ordine, ma la libertà è inseparabile dal sentimento
dell’amore se non si vuole sprofondare nella violenza caotica della
sopraffazione, non resta quindi che il silenzio quale risposta alla freddezza
del razionalismo e alla dura logica del potere.
La libertà è
stata ceduta in cambio del consumo, la verità per l’opinione, la coscienza in
cambio dell’identificazione con la sicurezza del gruppo, con il gregge, così
che il potere nel proteggere infantilizza.
Dostoevskij
ci pone una domanda, ma siamo davvero
pronti per la libertà? Vivere senza garanzie in un rispetto reciproco?
Bibliografia
·
Bocco
F., Visioni della crisi. Spengler e Heidegger, Avatar Edizioni 2016;
·
Sibaldi
I., Il coraggio di essere idioti. La felicità secondo Dostoevskij, Mondadori
2017.
Nessun commento:
Posta un commento